Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I

Part 9

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Grande impressione fecero nella mente del senato queste parole gravemente dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente tutti i fondamenti, che nel deliberare le imprese principalmente considerare si debbono. Al contrario parlò con singolare eloquenza il savio del consiglio Zaccaria Vallaresso, a un di presso in questi termini: «Non è stato mai costume di coloro, che s'intendono dello stato, il giudicare dalle apparenze esteriori delle cose, nè da certi bollori d'opinioni, che presto sfumando se ne vanno in dileguo, lasciando in fondo la realtà. Queste apparenze, e questi fumi sono a guisa d'un nugolo, il quale vela con false forme il vero, ma in breve ora sparendo, lascia nel loro aspetto naturale i monti e le campagne. Grande certo, anzi infinito è l'amore del mio avversario verso questa nostra felicissima patria, grande l'ingegno, e grande altresì la sperienza del mondo; ma mi pare, anzi certo sono, che nel presente caso egli adombri, e si lasci svolgere da un fantasma, da un nugolo, da un'apparenza fallace. Il quale nugolo io voglio dagli occhi vostri, ed anche da' suoi, se possibil fia, sgombrare con mostrarvi la verità. Ed in primo luogo io vi dirò, che il timore è sempre stato mal consigliere; e che il timore sia quello che offusca l'intelletto del procurator Pesaro, quantunque di animo costante e sano, dimostranlo gli spaventi nati per la recente invasione di Nizza e della Savoia. Adunque un Pesaro si lascia ire alla corrente, adunque opina col volgo pazzo, adunque fa caso degli sgomenti delle donnicciuole? e che grave caso è ella mai la mentovata invasione? l'essersi perduto un paese che sempre si perde, quando nasce guerra tra il re Sardo e Francia, e che esso re nè può, nè vuole difendere! Mi maraviglierei ben io, se quelle terre si fossero conservate, non tanto che mi spaventi, perchè si sono perdute. Credete voi che le frontiere militari d'Italia siano, come le politiche, il Varo, e l'umile fiumicello che bagna Sanparigliano? mai no: le frontiere militari sue sono i monti smisurati, che la natura pose fra lei e la Francia, sono quei ghiacci eterni, quelle nevi altissime, quelle rupi senza via, quei passi stretti e difficili. Ora, se così è, qual timore può far tanto che si creda, che i Francesi, quantunque audaci, possano, ora che s'avvicina l'inverno, superar quello che sarebbe difficilissimo a superarsi anche ai tempi più caldi? Grossi sono e valorosi gli eserciti Sardi; grossi e forti quelli che loro giungono in ajuto dall'Alemagna, e le fortezze del Piemonte poste ai luoghi più opportuni nel cuore stesso, ed a tutte le sboccature dell'Alpi, danno ancor maggior sicurezza. Da tutto questo si può inferire, che il superar l'Alpi pei Francesi sarà in ogni tempo impresa difficilissima, ed in questi sei mesi impossibile. Dico poi, che nel presente caso chi vince per sei mesi, vince per sempre; perciocchè non è da dubitare che lo stato popolare introdotto presentemente in Francia, non sia in breve tempo per dissolversi; perchè la storia dimostra, che quella foggia di governo, breve persino nei paesi piccoli, non può a nissun modo sussistere ne' vasti territorj. Al che se si aggiunge l'abitudine del lungo vivere dei Francesi sotto la monarchìa, la loro natura pronta e volubile, la feroce tirannide che ora gli opprime, le confiscazioni, gli esilj, le decapitazioni de' migliori e de' più assennati cittadini, ogni cosa in incerto, ogni cosa piena di terrore, facilmente verrassi a conoscere, che quello stato avrà corta vita; poichè le sette armate vi sorgeranno, la guerra civile ajuterà l'esterna, e la Francia assalita dentro da partigiani arrabbiati, fuori da eserciti potenti, non solo non sarà in grado di opprimere Italia, ma gran fatto sarà, se non fia oppressa ella stessa. Sperate nei luoghi forti, sperate negli eserciti gagliardi, sperate nella tirannide altrui, che sarà mantenitrice della libertà d'Italia, e del benigno vivere nostro. Poterono i nostri maggiori facilmente, e senza pericolo metter su eserciti a fine di mantener la neutralità, e certo il fecero con provvido consiglio; ma allora l'erario era ricco, e poteva di per se sopperire alla voragine militare; mentre ora trovandosi esausto per le anteriori neutralità armate, pei racconci dei fiumi, pei contagi di Dalmazia, per la spedizione di Barbaria, a mala pena potrebbe bastare, e fia forza prestanziare i popoli, che gravati per modo insolito potrebbero risentirsi e pensare a novità. Questo toccar dei cofani riuscirebbe al certo più pregiudiziale, che le pazze dicerìe, che ci vengono di Francia. Oltre a ciò i mari aperti e sicuri, intrattengono ora per la frequenza del commercio i sudditi, arricchiscono le famiglie, conferiscono splendore, vigore, e potenza allo stato; ma se i Francesi dan volta a motivo delle minacce vostre, e certo la daranno, perchè e' sono superbi ed amatori di preda, diventeranno chiusi i mari, interrotti i traffichi, l'ozio darà luogo ai discorsi, la povertà alle male voglie, e tra pel danno emergente delle imposte, e il lucro cessante dei traffichi, si spargeranno dissidj e semi pestiferi in queste medesime popolazioni, che finora non si sono mai partite da quell'affezione, che sempre hanno avuta verso la repubblica. Così per volere il meglio avrete il peggio, ed avrete introdotto le turbazioni nei più intimi penetrali dello stato con quei medesimi mezzi, coi quali proposto avevate di allontanarle. Nè non senza efficacia nella presente trattazione è il pensare, che se la repubblica è armata, si accresceranno i desiderj ed i tentativi delle parti contendenti, per congiungersela con esso loro, e per questo ogni modo di richiesta, di offerta, d'insidie ed anche di offese, sarà posto in opera per farla pendere dall'un de' lati. I quali tentativi se l'armi fan nascere, l'armi ancora non lasciano tollerare, perciocchè l'uomo armato è più pronto al risentimento, e peggior estimatore dei casi avvenire, che quello il quale armato non è; perchè l'armi accrescono la superbia, e fan che l'uomo creda di potere più di quello che può. Sono l'armi pericolose sempre al maneggiarsi, e chi le maneggia non sa dove sia per riuscire; perchè con esse la prudenza è muta, e se tu cominci, il futuro non è più in potestà tua. Certo io non mi fido più del mio avversano nelle lusingherìe, nella fede, e nelle promesse altrui; ma per questo medesimo io non voglio sollecitar le ire dove già la fede è incerta, ed al postutto meglio è fidarsi di governi ordinati, che di governi disordinati, ed il fine della lega è spegnere un governo disordinato. La lega farallo, perchè lo può fare, e certamente non avrà per male che noi lontani dal campo dove si combatte, noi pacifici da sì lungo tempo, noi temperanti per natura e per consuetudine, noi amici di tutti e nemici di nessuno, conserviamo studiosamente quella quiete, che stata è sempre il principal fine dei desiderj nostri; che troppo infelice sarebbe la condizione dell'umana generazione, se, ove nasca guerra in un lato, tosto abbiano a sorgere armi ed armati da tutte le terre del mondo. E' deesi dare qualche cosa alla umanità, qualche cosa all'innocenza, qualche cosa alla giustizia, nè penso che esse siano ancora del tutto sbandite dalle scene umane; che se così fosse, invano staremo noi quì a deliberare, e non credo che alcuni pochi cannoni Veneziani ci potessero salvare. Adunque fatte tutte queste considerazioni, ed avuto ad ogni cosa riguardo, io porto opinione, che continuando nel pacifico stato nostro, ed abborrendo dal tirare con preparazioni imprudenti nel dominio Veneziano una guerra di tanto pericolo, nissuna dimostrazione militare si faccia, e si protesti, volere la repubblica vivere in buono ed amichevole stato con ognuno».

Questa orazione del Vallaresso fu udita con grande inclinazione dalla più parte dei senatori soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della pace. Lo stesso Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di svegliati pensieri, si lasciò svolgere dall'eloquenza dell'avversario, e venne nella opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con unanime consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi il Savio di Terra Ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la rovina della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi umani non si potrebbe affermare, che il consiglio contrario l'avrebbe condotta a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella perisse, certo è almeno che sarebbe perita onoratamente, e con fine degno del suo principio.

Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la vicinanza di Francia, per l'integrità dei traffichi, e pel timore del re di Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in Corsica. Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli, richiamatovi dall'assemblea constituente: godevasi quietamente il restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà, ogni cosa a soqquadro in Corsica, come l'avevano messa in Francia. Sdegnossene Paoli: sepperlo i confederati. Con lettere e con parole esortatorie lo stimolarono, non permettesse, che la sua patria fosse preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse, essere i Francesi quelli stessi nemici contro i quali aveva già sì generosamente combattuto; considerasse, avere allora i medesimi voluto opprimere la libertà del suo paese con introdurre uno stato civile, ora volervi introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensasse, quanto fosse pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il glorioso suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose, esortasse, levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova libertà, nuove benedizioni di popoli.

Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza del fatto, prima di muoversi, era che l'Inghilterra si chiarisse delle sue intenzioni; perchè senza la presenza delle sue armate nel Mediterraneo, stante la potenza marittima della Francia, non era da sperarsi che il moto avesse felice fine. Perlochè di comune consentimento fu deliberato, che si aspettasse la guerra d'Inghilterra: solo intanto si tenessero gli animi disposti. Così la lega era confidente di trovare, ove fosse venuto il tempo, appoggio in Corsica, caso di non poco momento per l'Inghilterra, e per la sicurezza della Sardegna, e della stessa Italia.

Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva oltre il denaro che gli veniva dalla Gran Brettagna, dall'accessione della Spagna: era evidente, che quante forze la Francia avesse mandato alla volta de' monti Pirenei, di tante avrebbe scemato quelle che mandava ver l'Alpi, sicchè Spagna e Piemonte, quantunque lontani, concorrevano, combattendo, ad un medesimo fine. Nè le forze navali della Spagna erano da disprezzarsi; il che poteva dare grandissime comodità sì per difendere i territorj proprj, sì per invadere quei di Francia, se la fortuna si mostrasse favorevole.

A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e quest'era, che presentandosi grossi gli alleati sulle province meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro l'autorità del governo Parigino, movimenti d'importanza. Ciò massimamente stimolava il re di Sardegna, per quella sua cupidità di trasferire in se il Delfinato, e la Provenza. L'aspettare che sorgessero novità favorevoli alla lega nelle province più vicine alla Spagna ed all'Italia, non era certamente senza fondamento. La soppressione dei traffichi nata a cagion della guerra vi aveva dato occasione a non poca mala contentezza, e le enormità commesse in Parigi, operando nelle menti più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato contro i commettitori di tanti scandali. Ai più feroci poi pareva oggimai troppo lungo, che non si desse mano a far sacco e sangue. Questi nuovi pensieri buoni e cattivi, massimamente pullulavano in Marsiglia ed in Lione, città grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace, ed ora povere in guerra; e se il nome del re di Sardegna era molto esoso nella prima, era udito con più benigne orecchie nella seconda.

Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati, massime per mezzo della corte di Torino, che usava un'arte grandissima nell'ispiare, e nell'accordarsi secretamente in Savoia ed in Nizza, sì coi magistrati che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così spesso punivano gl'innocenti ed esaltavano i rei. I supplizj poscia e le confische producendo abbominazione nei popoli, operavano, che sempre più quell'aversione che hanno naturalmente i Francesi contro i forestieri, che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case loro, si diminuisse, e con lei gli ostacoli alla disegnata invasione; poichè tal era il terror delle mannaje, che i più preponevano la servitù forestiera alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore e il re di Sardegna in tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti Tedeschi arrivavano in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura leggiera, come Croati, Panduri, e simili, atti piuttosto a rubare che a combattere, s'avviavano alle montagne. Gli squadroni più gravi, e la cavallerìa stanziavano nelle pianure più vicine. Erano poi sì fattamente ordinati, che le truppe Piemontesi, come più pratiche dei luoghi, e più snelle di natura, guernivano le Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano le genti leggieri dell'imperatore, mentre le genti grosse Austriache, stanziando nei luoghi bassi, contenevano i popoli, e si tenevano pronte a marciare ovunque il nemico avesse riuscito a sboccare. Mandò l'imperatore a reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale Devins.

Era Devins uomo di buona mente e salito pel valor suo dagl'infimi gradi della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato la sua eccellenza nell'arte della guerra.

Intanto alcune pratiche segrete si erano appiccate fra la corte di Torino, e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni che si macchinavano a beneficio comune avessero la loro esecuzione. E siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito, più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più tenaci di proposito che i Provenzali, così coi primi massimamente si tenevano questi trattati. A questo fine uomini confidati andavano segretamente da Lione a Torino, e da Torino a Lione. Finalmente quando i negozj si avvicinavano alla conclusione, il signor di Precy, mandato dai Lionesi, andò nascostamente egli medesimo a Torino per quivi accordarsi su quanto si trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a secondare i suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte consulte; e stantechè egli e Devins misuravano le cose non a stregua delle passioni, ma della verità, così l'uno e l'altro non tardarono ad entrare nella medesima opinione. Era il parer loro, che lasciata una parte dell'esercito sull'Alpi Marittime per tener a bada il nemico da quelle parti, il principale sforzo sì di Tedeschi che di Piemontesi si dirizzasse contro la Savoia, per quindi marciare a Lione. Nè dubitavano che ove fossero giunti in quella città, i popoli vicini per la vicinanza, ed i Provenzali per la natura loro pronta e vivace, si sarebbero levati tumultuando alla fama di tanta venuta. Certamente disegno nè più conforme agli accidenti, nè di più probabile esecuzione non s'era mai concetto di questo; se ne promettevano gli autori effetti certissimi. Ma il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che considerato, non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente sdegnato contro i Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con amore i Francesi, e che tuttavia gli ajutavano, quanto era in poter loro, di consiglio e di forza. A questo sdegno aggiungeva possente stimolo il vedere, che le persone più chiare in Savoia per virtù, per sapere e per valore, parteggiavano caldamente per la Francia, levavano soldati, facevano ogni sforzo perchè la nuova signorìa si stabilisse. Amaro fastidio poi gli dava quella legione degli Allobrogi ordinata dal medico Doppet, uomo strano assai, ma di molto ingegno, e nelle opinioni di quei tempi ardentissimo: questa legione asperava coi fatti il re, ma vieppiù ancora lo asperava con gli scherni, e per l'eccessive cose che diceva contro di lui; il che alterava a dismisura l'animo di Vittorio.

Assai diverso da questo era il procedere dei Nizzardi, i quali più alieni di natura, e forse anco meno propensi a lasciarsi volgere, non so se per indole meno buona o per giudizio più prudente, dalle utopìe dottrinali che giravano a quei dì, di mala voglia sopportavano il nuovo imperio, tenevano con rapporti informato l'antico signore loro, e con bande sparse, ed appostate nei luoghi più opportuni di quei monti aspri, e difficili, infestavano continuamente i Francesi, e facevan loro tutto quel maggior male che potevano.

Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, solito a misurare le cose più col desiderio che con la prudenza, operarono di modo, che grandissima affezione portando a' suoi Nizzardi, e concitato a gravissimo sdegno contro i Savoiardi, non volle mai udire con pacato animo, che si desse mano a liberare dalla tirannide Francese prima i secondi, che i primi. Ogni ora gli pareva mill'anni, che i suoi fedeli di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo sopportava più volentieri, che i popoli di Savoia continuassero a gustare di quanto sapessero i Francesi, non considerando, ch'ei gli castigava di quanto essi più desideravano. Devins e Precy interposero grandissima diligenza per persuadere il loro desiderio al re, ma non avendo potuto vincere la sua ostinazione, si fermarono in questo pensiero, che, munite le frontiere della Savoia con truppe sufficienti per frenar il nemico, ed anche per ispignersi più oltre secondo le occasioni, si assaltasse la contea di Nizza col grosso dell'esercito, come prima il tempo avesse condotto la opportunità di tentar la impresa.

Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili, e della variazione di quasi tutte le cose, che poco dopo seguirono. Devins continuamente si lamentava, che il re di Sardegna gli avesse tolto la occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande vittoria.

Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Francesi pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso: le deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati, parte le corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre ai due eserciti dell'Alpi superiori e delle inferiori, dei quali il primo chiamavano dell'Alpi, il secondo d'Italia, un solo generale, acciocchè per l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il medesimo fine. Siccome poi, parte per sospetti vani, parte per argomenti veri si erano persuasi, che alcuni fra i generali loro, come non contenti dello stato, o freddamente si adoperavano, o nascostamente s'intendevano coi Sardi, così pensarono di dar il governo dei due eserciti ad un uomo non solo di provato valore, ma ancora di provata fede. Questi fu il generale Kellerman, che aveva testè combattuto i Prussiani con molta gloria sulle sponde della Matrona. A questo tutte le genti, che per loro si potevano risparmiare per la grossa guerra che si guerreggiava verso il Reno, mandavano all'Alpi, per modo che all'aprirsi della stagione componevano un esercito di cinquanta mila soldati, buoni per la disciplina, ottimi pel valore, terribili per la rabbia. Kellerman, avendosene recato in mano il governo, andò considerando, come la frontiera fosse di troppo più grande larghezza, perchè in ogni luogo si potesse difendere convenevolmente; e siccome il nemico principalmente minacciava di prorompere sulle ali estreme, cioè sulla Savoia e su Nizza, così determinossi a porre il campo grosso in un sito mezzano, acciocchè fosse in grado di soccorrere con uguale celerità od al ducato, od alla contea, se l'uno o l'altra corressero pericolo. Questa opportunità offeriva il sito di Tornus posto nella valle di Queiras, per essere a un di presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, non che avesse sfogo d'importanza in cospetto, che anzi non ne aveva a cagione dei luoghi chiusi o precipitosi, ma per quella rispondenza coi due estremi. Per la qual cosa Kellerman vi pose il campo, e vi mandava le genti, le armi, e le vettovaglie; ma la difesa era difficile, perchè gli alleati occupavano tuttavia la sommità dell'Alpi su tutta la frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più basse, e cacciarne i Francesi, combattendogli dall'alto. Per ovviare a questo pericolo il generale Francese dispose con lodevol arte le sue genti nelle valli della Savoia superiore, che accennano per istrade più facili nell'Italia. Così munì Termignone, e San Giovanni nella Morienna; Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza alloggiò un grosso corpo a Conflans, dove le due valli dell'Isero e dell'Arco si congiungono. Nell'Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli Austriaci insistevano con grandissimo vantaggio, a dritta sul monte di Raus, a stanca sulle creste delle Sorgenti, e nel mezzo sulla fortezza di Saorgio, Kellerman, distendendo l'esercito dalla Roia sino ai fonti della Nembia, aveva munito tutte le cime accessibili delle montagne, e posto il campo di mezzo sul monte Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra, dove il pericolo era maggiore per la facilità dei varchi, e per la vicinanza della città di Nizza, alla quale principalmente miravano gli alleati, oltre le stanze solite, aveva collocato un grosso squadrone, come squadra di riscossa, sul monte Boletto.

Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana affinchè si aderisse alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza frutto. Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti ajuti, ed ingrandimento di stato a pregiudizio dell'imperatore. Ma i tentativi di Costantinopoli mettevano sospetto, lo stato disordinato della Francia non dava confidenza, l'Austria sì vicina, sì potente, e già penetrata pel passo concesso quasi dentro alle viscere della repubblica recava timore, e quel perpetuo pagar lo scotto dei minori, quando si mescolano nelle differenze fra i maggiori, teneva gli animi sospesi, e lontani dall'entrar in un mare di tanto pericolo. Perseverò adunque il senato nella neutralità, offerendo ai Francesi quelle medesime agevolezze negli stati Veneti, che erano state concedute alle potenze confederate.