Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I

Part 6

Chapter 63,655 wordsPublic domain

Il gran duca di Toscana, principe savio, stava in non poca apprensione pei traffichi di Livorno; però schivava con molta gelosia di dar occasione di tirare a se la tempesta, che già desolava i paesi lontani, e minacciava i vicini.

Il papa non poteva tollerare pazientemente le novità di Francia in materia religiosa. Ma l'assemblea constituente astutamente procedendo ed andando a versi alla natura di lui alta e generosa, protestava volersene star sempre unita col sommo pontefice, come capo della chiesa cattolica, in quanto spetta alle materie spirituali. Chiamavanlo padre comune, lo salutavano vicario visibile di Dio in terra. Queste lusinghe venute da un'assemblea di cui parlava, e per cui temeva tutto il mondo, avevano molta efficacia sulla mente del pontefice, e già si lasciava mitigare. Ma succedute all'assemblea constituente, la quale benchè proceduta più oltre che non si conveniva, aveva non di meno mostrato qualche temperanza, l'assemblea legislativa, ed il consesso nazionale, queste disordinatamente usando la potestà loro, diedero senza freno in ogni sorte di enormità. Pio VI risentitosi di nuovo gravissimamente fulminò interdetti contro gli autori delle innovazioni, e condannò sdegnosamente le dottrine dei novatori circa le materie religiose. Allora fu opportunamente tentato dall'imperatore d'Allemagna, e dai principi d'Italia, che seguitavano le sue parti. Nè fu vana l'opera loro; perchè il pontefice parendogli, che alla verità impugnata della religione, alla necessità contraddetta delle discipline, ed alla dignità offesa della sedia apostolica fosse congiunta la sicurezza dei principi, e la protezione degli afflitti, ministerio vero e prediletto del successore di Cristo, prestò orecchie alle nuove insinuazioni, ed entrò volentieri nella lega offensiva contro la Francia.

Ma siccome questa era una guerra, non solamente di armi, ma ancora d'opinioni, così si pensò a Roma ad un rimedio singolare per fermar in suo favore quelle, che si erano tanto dilatate, e che minacciavano sì grave ruina ai principi; conciossiachè temendosi di qualche sbocco di Francesi in Italia, fu creduto utile il preoccupare il passo, con fare che la religione santificasse certi principj politici, acciocchè non facessero più forza contro di lei; e al tempo stesso, il che era più importante, si pruovasse, che ella era il mezzo più efficace, anzi il solo che fosse abile a prevenir gli abusi, che sogliono spingere i popoli a trascorrere contro i principi. Così, ammessa e conciliata la radice politica con la religione, si toglieva, speravano, agli avversari quell'arma tanto potente delle opinioni, che allora più che nei tempi passati erano prevalse, e si confermava vieppiù l'imperio della religione. Adunque, ed a questo fine si diede opera, che uno Spedalieri, uomo molto dotto e di non mediocre ingegno, stampasse nel 1791 in Assisi un libro intitolato, _I diritti dell'uomo_. Questo libro fu dedicato al cardinale Fabbrizio Ruffo, allora tesoriere generale della camera apostolica, e Pio sesto ne nominò l'autore beneficiato di s. Pietro. Afferma in questa sua opera lo Spedalieri, che la società umana, ossia il patto che unisce gli uomini nello stato civile, è formato direttamente, e immediatamente dagli uomini stessi, che è tutto loro, che Dio non vi ha parte con volontà particolare diretta ed immediata, ma soltanto come primo ente e primo movente, cioè a dire che il patto sociale viene da Dio come vengono da lui tutti gli effetti naturali delle cause seconde. Afferma ancora, che il governo dispotico non è governo legittimo, ma abuso di governo, e che la nazione, che ha formato il patto sociale, è in diritto di dichiarare decaduto il sovrano, se questi, invece di eseguire le condizioni sotto le quali gli è stata affidata la sovranità, le viola tirannicamente. Quindi l'autore spiega i caratteri, per cui si viene a conoscere la tirannide, e che adducono il caso della decadenza. Queste sue proposizioni corrobora con l'autorità di San Tommaso, il quale nel suo opuscolo latino intitolato: _De regimine principum ad regem Cypri_, ne dimostra la verità. Finalmente lo Spedalieri pruova che la religione cristiana è la più sicura custode del patto sociale, e dei diritti dell'uomo in società, e che anzi ella è l'unica capace di produrre un tanto effetto. Rimedio non senza prudenza era questo, ma non fu usato universalmente; imperciocchè dalla dimostrazione in fuori, che se ne fece in Roma, nissun altro segno sorse in Italia, che i principi il volessero accettare: appresso a loro un principio politico contrario prevalse, la religione restò sola, e le cose rovinarono.

La repubblica di Genova fu poco tentata dagli alleati o per disegni che si facevano sopra di lei, o perchè la credevano troppo dipendente, o troppo vicina della Francia. Dimostrossi neutrale con un gran benefizio dei sudditi, che tutt'intenti al commercio di mare con la Francia navigavano sicuramente nelle acque della riviera di ponente.

Così erano in Italia nel corso del millesettecentonovantadue timori universali; armi potenti ed aperte con un'accesa voglia di combattere in Piemonte; preparamenti occulti in Napoli; desiderio di neutralità in Toscana; armi poche, ed animo guerriero in Roma; neutralità dichiarata nelle due repubbliche. Quest'erano le disposizioni dei governi; ma varj si dimostravano gli umori dei popoli. In Piemonte per la vicinanza le nuove dottrine si erano introdotte, e quantunque non pochi per le enormezze di Francia si fossero ritirati, alcuni ancora vi perseveravano. In Milano le novità avevano posto radice, ma molto rimessamente siccome in terreno molle e dilettoso. In Venezia per l'indole molto ingentilita dei popoli gli atroci fatti avevano destato uno sdegno grandissimo, e poco vi si temevano gli effetti dell'esempio, massime con quel tribunale degl'inquisitori di stato, quantunque fosse divenuto più terribile di nome che di fatto. Gli Schiavoni ancora servivano di scudo, siccome gente aliena dalle nuovi opinioni, e fedelissima alla repubblica. In Napoli covava gran fuoco sotto poca cenere, perchè le opinioni nuove vi si erano molto distese, ed il cielo vi fa gli uomini eccessivi. In Roma fra preti, che intendevano alle faccende ecclesiastiche, ed un numero esorbitante di servitori, che a tutt'altro pensavano, che a quello che gli altri temevano, si poteva vivere a sicurtà. In Toscana, provincia dove sono i cervelli sottili, e gli animi ingentiliti, poco si stimavano i nuovi aforismi, e la felicità del vivere vi faceva odiar le mutazioni. In Genova poi erano molti e fortemente risentiti gli umori; ma siccome vi si lasciavano sfogare, poco erano da temersi, ed i rivolgimenti non fanno per chi vive sul commercio.

La Francia intanto venuta in preda a uomini senza freno e senza consiglio, vedendo la piena che le veniva addosso, volle accoppiare alle armi le lusinghevoli promesse, e le disordinate opinioni. Però i suoi agenti sì pubblici che segreti riempivano l'Italia della fedeltà del governo loro, e delle beatitudini della libertà. Affermavano, non voler la Francia ingerirsi nei governi altrui; voler esser fedele coi fedeli, rispettar chi rispettava. Quest'erano parole; ma i fatti avevano altro suono; imperciocchè e cercavano di stillare le nuove massime nell'animo dei sudditi con rigiri segreti, mostravano loro il modo di unirsi, loro promettevano ajuti di consiglio, di denaro, e di potenza, e tentando ogni modo ed ogni via, si sforzavano di scemar la forza dei governi con torre loro il fondamento della fedeltà dei sudditi.

Per meglio dichiarare il secolo, sarà mestiero raccontare ciò che allegavano le due contrarie parti; parrà certamente ch'io dica cose enormi, ma se ne fecero delle più enormi ancora. Dicevano adunque i novatori smoderati apertamente, ed a tutti che lo volevano udire, che i re son tutti tiranni, e bisognare uccidergli; i nobili satelliti dei tiranni; i nobili appoggiare i tiranni con l'armi, i preti con le opinioni; il popolo esser sovrano; da lui derivar ogni potere; il popolo esser pupillo, nè poter mai perdere i suoi diritti nè per tempo nè per usurpazione; il ribellarsi esser dovere, quando son lesi da chi governa i diritti del popolo; abbominevole, assurda e ridicola cosa esser la realtà; solo governo legittimo esser la repubblica; nè tutte le repubbliche esser legittime, ma solo le democratiche; l'aristocrazìa mera peggiore della realtà; l'oligarchìa un male orrendo; sola, e vera fedeltà esser quella verso il popolo; la fedeltà verso i re e verso gli aristocrati esser tradimento; perciò tradire i re, tradire gli aristocrati essere non solo lecito, ma debito; quest'esser le massime eterne dettate dalle natura e da Dio; il Vangelo esser democratico; e qui aggiungevano cose, che quantunque siamo disposti a favellar alla libera, non osiamo per riverenza alla santità replicare; nascere una era novella per l'umana generazione, e compiersi le predizioni delle scritture; sorgere coi diritti la giustizia, con la giustizia la pace, con la pace la felicità; abbastanza, e pur troppo essersi fatto pruova delle usurpazioni, ora doversi pruovare la libertà; abbastanza, e pur troppo essersi pruovati i privilegi, ora doversi pruovare l'equalità; la libertà elevar gli animi, l'equalità consolargli; essere finalmente giunto il tempo, in cui il povero avrà soccorso senza scherno, l'oppresso riparo senza prezzo, ed in cui la società più farà per chi meno puote; poichè negli antichi governi il potere era tutto volto a favor di chi può contro chi non può, vero ed unico fine di ogni buon governo; avere il potere e la legge, esser troppo, aver nemmen la legge esser troppo poco; aver tutti una legge uguale esser giusto; bastar bene, ed esser anche di soverchio, che i ricchi ed i grandi abbiano il potere che danno le ricchezze e le dipendenze, senza che abbiano quello che danno i privilegj; così nelle nuove forme torsene a chi ha troppo, e darsene a chi ne manca, santo e dolce compenso. Sorgessero adunque, sclamavano, giacchè sorgevano i tiranni, sorgessero i popoli a far quello che più piace a Dio, quello che stat'era da Dio eternamente prescritto: sorgessero, abbattessero, conculcassero i tiranni, fondassero i governi popolari, fondassero le repubbliche, e stabilissero un fortunato e dolce vivere. A così alta impresa spirar l'aure favorevoli; la tirannide essere stata spenta in Francia, parte tanto principale d'Europa; una grande, valorosa e potente nazione esser tutta sorta in piè per ajutare chiunque voglia gettar dal collo il grave giogo; abbastanza essersi sofferto, abbastanza tollerato, ora splendere più benigne stelle; pruovassero, che i più numerosi sono i più forti, che gli oppressi non son vili; trasportassero il governo del mondo dal vizio potente alla virtù infelice.

Dall'altro canto nè maggior moderazione d'animi si osservava, nè maggior modestia di parole. Dove sono, dicevano, questi giacobini (che così gli chiamavano da una setta furibonda nata in Parigi), che ora si fanno a voler riformare il mondo? Bel principio al governo loro il metter la mano nella roba e nella vita altrui, e portar le teste lacere in processione! Imprigionar gli onesti, e scannar gl'imprigionati! parlar di aristocrazìa! ma se l'aristocrazìa fa male, fallo a pochi, la democrazìa a tutti; chi fa scudo ai re, unico, e salutar temperamento in una nazione grande, se non l'aristocrazìa, massime quando i re son diventati bersaglio a popoli indemoniati? che virtù! I ladri in onore, le meretrici in trionfo! Se sono i popolari virtuosi per ignoranza, sono i magnati per educazione, e la virtù rozza diventa ferocia, se non la tempera la gentilezza. Se i magnati son freno alle voglie assolute del principe, ed alle voglie disordinate della plebe, sono ancora esempio ad infondere nei popoli costumi miti, e gentili; non essere nidi di tiranni i castelli, bensì specchi di civiltà; ciò che fu, non esser quello che è, e nemmanco i popoli essere stati angeli; doversi in questo, e quanto al passato dare e chiedere perdonanza. E che valse ai nobili l'aver dato alla patria i privilegi loro, non conquistati per forza ma conceduti per ricompensa, se, spenti i privilegi, loro si tolsero le proprietà, poi la libertà, poi la vita? E quando finiranno gli esilj, le persecuzioni, e le carneficine? Della realtà che dirassi? se non se questa esser modo di governo connaturale all'uomo, poichè là dove sono uniti uomini in società, là sempre nasce come di necessità la realtà, se non di nome, almen di fatto, ma le più volte e di nome e di fatto; non vedersi forse dove i più governano, reggere un solo? e non valer forse meglio la realtà vera, che la realtà velata? non esser quella sempre più temperata o dalle leggi, o dalle consuetudini, o dalla necessità di comparire, se non buono, almeno giusto? all'incontro esser questa più sospettosa, perchè senza appoggio, più crudele perchè più sospettosa, più arbitraria perchè senza freno. Nascere la realtà dal desiderio innato in tutti di dominare; poichè questo inducendo l'anarchìa, morte della società, fa che si trasporta il dominio da tutti prima in pochi, poi per la medesima ragione da pochi in un solo; e beate le nazioni che trovano la realtà bell'e fatta, senza dover passare per l'anarchìa per farsela! Il popolo sovrano! Certo sì per ammazzar prima i migliori uomini, poi se stesso! Error scelerato essere il voler ridurre un teorema speculativo in pratica; che anche i matti furiosi son padroni di muoversi, e pure si metton loro le catene addosso: con le astrattezze non governarsi gli uomini, ma con i rimedj contro le passioni, e mal rimedio essere lo sbrigliarle. Doversi perciò questi regoli plebei spegnere del tutto ad eterno esempio di una gran malvagità punita; e siccome ne furono scrollate le fondamenta stesse della società, così doversi questa ritirare non solo là dond'era partita, ma più verso un governo forte e stretto. A questo opportuni stromenti essere i nobili ed i religiosi, i primi perchè dan la forza, i secondi perchè danno la persuasione, ed a tutti questi preporre un re forte e risoluto. Nè ciò bastare; spenti gli uomini infami, doversi anche spegnere le dottrine sfrenate; perchè, se bisogna castigar la generazione presente, e' bisogna sanar le future; una moderata ignoranza esser migliore d'un insolente sapere: insomma punir i traditori, premiar i fedeli, riordinar in tutto e per sempre il vivere sociale. Per questo muoversi l'Europa, per questo aguzzar l'armi; nè tanto moto essere per palliar solamente un male immenso, ma per estirparlo; rimanere ancora in Europa sufficienti residui di realtà e di aristocrazìa per risarcir l'edifizio della società rovinata, se prudentemente e gagliardamente si rimettessero insieme; questo voler fare i re confederati, a questo mirare le speranze di tutti i buoni, a questo offerirsi i nobili, a questo persuadere i religiosi; che se tanta aspettazione, se così gran consenso, se una sant'ira mossa da crudeli misfatti fossero indarno, dover cader l'Europa in una inudita barbarie.

Da tutto questo si vede, quanto siano intemperanti gli uomini, quando sono mossi da passioni politiche; imperciocchè i primi erravano per aver portato tropp'oltre le riforme, i secondi per averle fatte degenerare in eccessi enormi pel contrasto da loro fatto anche alle più utili e giuste; gli uni per aver posto mano nel sangue, gli altri per volerlavi porre; quelli per aver deposto ed ucciso un re santo, questi per aver chiamato i re stranieri a' danni della patria loro; e se la libertà, quantunque di un valore inestimabile, male si compra con la crudeltà, male ancora si riacquistano i dritti feudali, e le seggiole in corte, con dar il proprio paese in preda ai forestieri. Certo quel che più mancò all'età nostra, è l'amor della patria, poichè i primi la resero serva con le mannaje, i secondi la volevano render serva coi cannoni Tedeschi, rei gli uni e gli altri per non aver voluto accettare quella libertà, che il re e gli uomini savj volevano dar loro, unica e sola libertà, che ad un tanto stato, quanto la Francia è, potesse convenirsi; nuovo, ma non unico argomento, che non può esser libertà, dove sono i mali costumi, massime la cupidità sfrenata di comandare, e di comparire.

Le parole dei novatori avevano più forza sull'animo dei popoli, che quelle dei loro avversarj, perchè i popoli sono sempre cupidi di novità; poi coloro, che si coprono col velame del ben comune, hanno più efficacia di quelli, che pretendono i privilegi. Laonde l'Europa era piena di spaventi, e si temevano funesti incendi per ogni parte.

Intanto essendo accesa la guerra fra l'Austria e la Francia, l'una e l'altra di queste potenze applicarono l'animo alle cose d'Italia; la prima per conservar quello che vi possedeva, la seconda per acquistarvi quello che non possedeva, od almeno per potervi sicuramente aver il passo col fine di andar a ferire sul fianco il suo nemico.

Dall'altro lato il governo di Francia aveva spedito agenti segreti e palesi per domandare, parte con minacce, parte con preghiere, ai governi d'Italia, o lega o passo o neutralità. Fra gli altri Semonville fu destinato ad andare a specular le cose in Piemonte, ed a tentar l'animo del re, affinchè negli accidenti gravi che si preparavano, si dimostrasse favorevole alla Francia. Aveva carico di proporre a Vittorio Amedeo di collegarsi con la Francia, e di dar il passo agli eserciti Francesi, perchè andassero ad assaltare la Lombardia Austriaca; con ciò la Francia gli guarentirebbe i suoi stati, raffrenerebbe gli spiriti turbolenti in Piemonte ed in Savoja, cederebbe in potestà di lui quanto si sarebbe conquistato con l'armi comuni in Italia contro l'imperatore. Il re si era risoluto a non udire le proposte, sì perchè temeva, nè senza ragione, d'insidie, sì perchè procedeva in queste faccende con troppa passione, e sì perchè la sua congiunzione con l'Austria già era tropp'oltre trascorsa. Infatti già calavano Tedeschi dal Tirolo, e s'incamminavano a gran passo verso il Piemonte. Perlochè, giunto essendo Semonville in Alessandria, fu spedito ordine al conte Solaro governatore, che nol lasciasse procedere più oltre, anzi gl'intimasse di tornarsene fuori degli stati del re, usando però col ministro Francese tutti quei termini di complimento, che meglio sapesse immaginare. Solaro, uomo assai cortese, ed atto a tutte le cose onorate, eseguì prudentemente gli ordini avuti. Tornossene Semonville a Genova.

Il fatto fu gravissimamente sentito in Parigi. Il giorno quindici settembre del millesettecentonovantadue, Dumourier, ministro degli affari esteri, favellando molto risentitamente al consesso nazionale del governo di Piemonte, e lamentandosi con apposito discorso dell'affronto fatto alla Francia nella persona del suo ambasciadore in Alessandria, conchiuse doversi dichiarar la guerra al re di Sardegna. Quivi levossi un romore grandissimo; chè le parole di despoto, di tiranno, di nemico del genere umano andarono al colmo. Insomma fu chiarita solennemente la guerra tra la Francia e la Sardegna.

Di già il giorno dieci dello stesso mese il consiglio esecutivo provvisorio aveva spedito ordine al generale Montesquiou, capo dell'esercito che raccolto nell'alto Delfinato minacciava la Savoia, di assaltar questa provincia, e cacciate l'armi Piemontesi oltremonti, di usare tutte quelle maggiori occasioni che gli si offrirebbero. Questo fu il primo principio di tutti quei mali che patì Italia per tanti anni, e che empierono tutto il corpo suo di ferite, che non si potranno così facilmente sanare.

Il re di Sardegna, come prima fu incominciata la guerra tra la Francia e le potenze confederate di Germania, aveva con grandi speranze fatto notabili apparecchi in Savoia, e nella contea di Nizza. Ma le vittorie dei Francesi nella Sciampagna cambiarono le condizioni della guerra, ed il re, invece di conquistare i paesi d'altri, dovette pensare a difendere i proprj. Erano le sue condizioni assai peggiori di quelle dei Francesi; poichè nei due paesi contigui, in cui si doveva far la guerra, la Savoia parteggiava pei Francesi, il Delfinato non solo non parteggiava pei Piemontesi, ma loro era anche nimicissimo; che anzi questa provincia si era mostrata molto propensa alle mutazioni che si erano fatte e si facevano: sicchè i Francesi avevano favore andando avanti, sicurezza andando indietro; il contrario accadeva ai Piemontesi.

Non ostante tutto questo, i capi, che governavano le cose del re in Savoia, se ne vivevano con molta sicurezza. Soli coi fuorusciti francesi, che loro stavano continuamente intorno, non vedevano ciò, che era chiaro a tutto il mondo: improvvidi, che non conobbero, che male con le ire e con la imprudenza si reggono i casi umani.

Il cavaliere di Colegno, comandante di Ciamberì, oltre la sua credulità verso i fuorusciti, e verso un generale di Francia, che, per ispiare, il veniva a trovare in abito e sotto nome di prete Irlandese, con duro governo asperava i popoli, soffiò imprudente sur un fuoco che già si accendeva. Assai miglior animo aveva il conte Perrone, governator generale della Savoia, ma in mezzo a tanti sfrenati non aveva quell'autorità e quel credito, che in sì pericoloso accidente si richiedevano; ed anch'egli dava fede alle novelle del prete Irlandese. Il cavaliere di Lazari governava l'esercito; capitano certamente poco atto a sostenere le guerre vive dei Francesi.

Adunque tali essendo le condizioni della Savoia nel mese di settembre, si aperse la via alle future calamità. I capi dell'esercito, vivendo sempre nella solita sicurtà, nè potendo credere sì vicino un assalto, in vece di allogar le truppe in pochi luoghi, ma forti, ed ai passi, le avevano sparse quà e là senza alcun utile disegno, talmente che ed erano inabili al resistere al nemico ovunque si appresentasse, ed incapaci a rannodarsi subitamente dove egli assaltasse. Tanta era questa loro semplicità, che anche quando i Francesi, prima divisi in diversi campi, si erano raccolti tutti vicino al forte Barraux, il che denotava l'intenzione di un assalto vicino, non fecero dimostrazione alcuna.

Il prete Irlandese stava loro a' fianchi, e raccontava loro le più gran novelle del mondo, ed ei se le credevano. I fuorusciti Francesi, che pure incominciavano a temere, dimandarono se vi fosse pericolo; risposero del no. Aggiunsero, ch'era la gente di roba, che aveva paura, e che spargeva spaventi. In questo mordevano il conte Bottone di Castellamonte, il quale essendo intendente generale della Savoia, da quell'uomo fine e perspicace ch'egli era, avendo bene penetrate le cose, aveva domandato soldati al governatore per iscorta al tesoro, che voleva far partire alla volta del Piemonte. Certo, impossibil cosa era il difendere la Savoia, massime dopo le disgrazie dei confederati: non stanziavano in questa provincia più di nove in diecimila soldati; ma siccome erano buoni, così se fossero stati retti da capitani pratichi, e posti ai passi opportuni, avrebbero almeno fatto una difesa onorata, e ritardato l'impeto del nemico. Ma agli sparsi mancò l'ordine, il riunirgli fu impossibile in accidente tanto improvviso.