Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I

Part 3

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La Sicilia, parte tanto essenziale del regno di Napoli, si reggeva con leggi particolari. Da tempi antichissimi ebbe un parlamento di tre camere dette Bracci, ch'erano gli ordini dello stato. Una chiamavasi Braccio militare, o baronale; in questo sedevano i signori, che avevano in proprietà loro popolazioni, almeno di trecento fuochi. L'altra intitolavasi Braccio ecclesiastico; entravano in questo tre arcivescovi, sei vescovi e tutti gli abati, ai quali il re conceduto avesse abbazie. La terza aveva nome Camera demaniale; era composta dai rappresentanti di quelle città che non appartenevano ai baroni, e che demaniali si chiamavano; cioè del dominio del re. Perciocchè due sorte di città avea la Sicilia, baronali, e libere. Le prime erano quelle che stavano soggette ad un barone, le seconde quelle che dipendevano immediatamente dal re, e si reggevano con le proprie leggi municipali. Accadeva spesso, che un solo barone avesse più voti in parlamento, per essere feudatario di più terre. Lo stesso accadeva, e per la medesima ragione, degli ecclesiastici; lo stesso ancora dei deputati delle città, dando più città il mandato ad una persona medesima. Capo del Braccio baronale tenevasi il barone più antico di titolo, dell'ecclesiastico l'arcivescovo di Palermo, del demaniale il pretore della medesima città: adunavasi anticamente il parlamento ogni anno; poi fu fatto quadriennale. Prima di Carlo V faceva le leggi; dopo venne ridotto a concedere i donativi.

Da questo si vede, che il nervo principale del parlamento siciliano consisteva nei baroni, perchè più ricchi erano, e più numerosi. Ma ben maggior era la potenza loro nelle terre, a cagione dei privilegi feudali. Rimediovvi in parte Caraccioli, vicerè; pure i vestigi feudatarii vi erano ancora gravi. Del resto le opinioni del secolo poco avevano penetrato in quell'isola; ma quello che non dava l'opinione, il potevano dare facilmente gli ordini dello stato.

Questa che abbiamo raccontata, era la condizione del regno delle due Sicilie verso l'ottantanove; ma poco diversa appariva quella del ducato di Parma e Piacenza, dove come a Napoli, regnava la famiglia dei Borboni di Spagna. Anche in questi luoghi vedevasi sorta una maggior perfezione del vivere civile, e le contese con la sedia apostolica pel medesimo fine delle investiture avevano aperto il campo ad investigazioni a diminuzione dell'autorità romana. Quando l'infante D. Filippo governava il ducato, era in lui grande l'autorità del francese Dutillot, il quale nato di poveri parenti in Baiona, era salito per la virtù sua al grado di primo ministro. Era stato appunto mandalo Dutillot dalla corte di Francia al duca Filippo, acciocchè lo consigliasse intorno agli affari che correvano con la corte di Roma, temendosi che in quella nuova possessione del ducato, ella volesse dare qualche sturbo in virtù dei diritti di superiorità sovrana, che pretendeva in quello stato. Per verità se grande fu la fede che la Francia ed il duca Filippo ebbero in Dutillot, non furono minori la sua destrezza, e la prudenza. Chiamò a se i più famosi ingegni d'Italia, tra i quali non è da tacersi il teologo Contini, uomo dottissimo nelle scienze canoniche, ed il Turchi, cappuccino di molte lettere, di notabile eloquenza, ed amatore delle libertà ecclesiastiche, benchè, fatto vescovo, abbia poi mutato, non dirò opinione, ma discorso; ma tanto per opera di Dutillot si dirozzarono i costumi in quella bella parte d'Italia, e tanto vi prosperarono le buone arti, che il regno di D. Filippo ebbe fama del secol d'oro di Parma. Certo, città nè più colta, nè più dotta di Parma non era a quei tempi, nè in Italia, nè forse anche altrove. Crearonsi, per consiglio del Paciaudi, a questo fine chiamato da Roma, più perfetti ordini nell'università degli studi, un'accademia di belle arti, una magnifica libreria; e perchè con gli ordini buoni concorressero i buoni insegnamenti, ed i buoni esempi, vennervi, chiamati da diversi paesi, oltre Paciaudi, e Contini, anche Venini, Derossi, Bodoni, Condillac, Millot, Pageol. Fra i buoni esempi Dutillot medesimo non era degli ultimi, scoprendosi in lui decoro, facondia, cortesia, e tutte quelle parti che a perfetto gentiluomo si appartengono: arricchivasi al tempo stesso, ed abbellivasi il ducato per manifatture o fondate o ristorate, per edifizi, per strade, per pubblici passeggi. Così passò il regno di D. Filippo assai felicemente sotto la moderazione di Dutillot.

Morto poi nel 1765 il duca Filippo, e devoluto il ducato nel duca Ferdinando, ancor minore d'età, Dutillot continuò a governar lo stato con la medesima sapienza. A questo tempo sorse una grave controversia tra il governo del duca e la corte di Roma; imperciocchè avendo il duca mandato fuori una sua prammatica intorno alle mani morte, ed un editto, che le obbligava al pagamento delle gravezze pubbliche, il papa Clemente XIII pubblicò in Roma un breve monitorio, con cui dichiarò nulle quelle ordinazioni sovrane di Parma, come provenienti da autorità non idonea a farle, e lesive dell'immunità ecclesiastica, ammonendo eziandio, che tutti coloro, che cooperato vi avevano, erano incorsi nelle censure ecclesiastiche, da cui non potessero essere assolti in nissun caso, eccettuato l'articolo di morte, se non da lui stesso, o dal pontefice, che dopo di lui sulla cattedra di San Pietro sedesse. Dutillot difese con non ordinaria franchezza e prudenza il diritto sovrano del duca, alla quale difesa diedero non poco favore molti scritti pubblicati da uomini dotti in tale proposito.

Questi accidenti concitarono contro Dutillot l'odio, e l'arti dei papisti già entrati molto addentro nella buona grazia del giovinetto principe. Ciò non ostante in tutto il tempo, in cui questi fu minore d'età, non perdè il ministro dell'autorità sua. Quando poi, giunto all'età di diciott'anni, assunse il governo, s'indrizzarono i suoi pensieri ad altro fine. Perchè congedato Dutillot, il principe si governò intieramente a seconda dei papisti. Il tribunale dell'inquisizione fu instituito in Parma, ma mostrò mansuetudine; nè aspro fu il reggimento del duca; le tasse assai moderate. Era molesto a molti il rigore eccessivo, che si usava per far osservare certe pratiche di esterior disciplina. In questo i popoli non potevano dir del principe, che altro suono avessero le sue parole, ed altro i fatti; poichè ei dava le udienze in sagrestia, ei cantava coi frati in coro, egli addobbava gli altari, ei suonava le campane, egli ordinava i santi nel calendario dell'anno. Ma mentre il duca pregava, i popoli si erudivano, nè Parma perdette il nome, che si era acquistato, di città dotta e gentile.

Sedeva a questi tempi, come abbiam già detto, sulla cattedra di san Pietro il sommo pontefice Pio VI, destinato dai cieli a sostenere il colmo della prospera, e dell'avversa fortuna. Il suo antecessore Clemente XIV da povero fraticello salito, per le virtù sue, alla grandezza del papato, aveva in tanta sublimità conservato quella semplicità di costumi, e quella modestia di vita, alle quali nella solitudine dei chiostri s'era avvezzato. Ciò parve a molti, in una Roma, nel primo seggio della Cristianità, ed in tanta non solo curiosità d'indagine, ma ancora inclinazione alla miscredenza, che nei popoli di quell'età molte evidentemente apparivano, cosa altrettanto intempestiva, e pericolosa, quanto era in se lodevole, e virtuosa; perchè ove gli argomenti non persuadono, le virtù non muovono, e per ultimo rimedio si deve por mano alla pompa, imperciocchè gli uomini facilmente credono esser la ragione dove vedono la grandezza: ed il rispettare è principio del persuadersi.

Questi pensieri tanto operarono nella mente dei cardinali, che, morto Clemente, chiamarono papa il cardinal Braschi, che già fin quando era tesoriero della camera apostolica aveva mostrato in tutte le azioni non ordinario splendore. Veramente erano in lui, forse più che in altr'uomo de' suoi tempi, molto notabili l'eccellenza delle forme, la facondia del discorso, la finezza del gusto, la grandezza delle maniere, procedendo in ogni affare con tanta grazia giunta a tanta maestà, che e la venerazione verso la persona sua, ed il rispetto verso la sede ne venivano facilmente conciliati. Vero è, che tale generosa natura dava spesso, come suol avvenire, nell'eccesso contrario; perchè s'era bello d'aspetto, voleva anche comparir tale, forse più che al suo grado s'appartenesse; l'eloquenza sua sentiva talvolta di eccessiva squisitezza, e la grandezza peccava non di rado di vanità; del resto arbitrario e sdegnoso, sopportava malvolentieri che altri ai voleri suoi si opponesse. Queste erano le qualità di papa Pio. Circa i costumi, e' furono non che non meritevoli di riprensione, degni di lode; e certe voci corse in questo proposito, piuttosto alla malvagità dei tempi che seguirono, che a verità debbonsi attribuire.

Ognuno crederà facilmente, che un pontefice di tal natura, sentendo altamente di se, doveva anche altamente sentire dell'autorità sua, e delle prerogative della sedia apostolica. Nè mancavano incentivi a queste inclinazioni. Covava allora fra quei cardinali, che non erano o dall'ignoranza offesi, o dall'ozio, o dalle morbidezze ammolliti, un disegno d'una suprema importanza per l'Italia, e quest'era di ridurla unita sotto un governo confederato, di cui fossero parte tutti i principi italiani, e capo il sommo pontefice. Principal autore di questo consiglio era il cardinal Orsini, uomo di natura piuttosto strana che no, ma dottissimo in materia canonica, ed assai caldo zelatore delle prerogative romane; se ai più pareva, che Gregorio VII avesse troppo detto e troppo fatto, pareva all'Orsini, ch'ei non avesse nè detto, nè fatto abbastanza. (_Gorani, Mémoires secrets des Cours d'Italie, t. II_) Pure, siccome da cosa nasce cosa, se il pensiere dell'Orsini circa la lega italica fosse stato ridotto in atto, avrebbe partorito effetti importanti, e dai papi potuto nascere la salute d'Italia, come pur troppo spesso n'è nata la rovina; perchè non sempre ebbero i papi il dovuto rispetto all'autorità temporale dei principi italiani; ed i principi italiani hanno sempre amato invidiarsi fra di loro, e chiamare, per ultimo rimedio, i forestieri in Italia piuttosto che pensare alla preservazione della comune madre. Quali effetti ne siano risultati e per loro, e per tutti, il mondo se gli ha veduti, e gl'Italiani non piangeran mai tanto, che non resti loro a piangere molto più.

Tornando ora al proposito nostro, non potendo Pio allargare, come avrebbe voluto, nè il dominio, nè l'autorità, perchè l'opinione era contraria, cercò di acquistar fama di splendido sovrano. Debbesi per prima e principal opera mentovare il prosciugamento delle paludi Pontine, se non a final termine condotto, certamente per la maggior parte eseguito con ispesa tanto enorme rispetto a stato sì angusto, con costanza tanto mirabile, che pochi esempi si leggono nelle storie degni di ugual commendazione.

Chiamano paludi Pontine una pianura di centottanta miglia quadrate, che si distende in lunghezza fino a ventisette, ed in larghezza fino a otto, più o meno, secondo i luoghi. Ella è terminata a greco dalle montagne della Spina, a piè delle quali sorgono le città di Terracina, Piperno, e Sezze; a maestro dalle colline di Velletri, e dai boschi della Cisterna, a libeccio; a scirocco, ed ad ostro dal mare.

Erano anticamente questi luoghi, e prima che diventassero tanto infami per aere pestilenziale, colti e salubri. Solo un piccolo padule vi si osservava vicino a Terracina. Fecevi nel quinto secolo di Roma il censore Appio la magnifica via, che ancora si chiama col suo nome. Ma spopolate le provincie per l'atrocità delle guerre, e fatti i terreni incolti, le acque stagnanti soprabbondarono, e sopraffecero ogni cosa. Poi Cetego consolo di nuovo prosciugando, le risanò. Ma le guerre civili le tornarono a peggior condizione; tanto che ai tempi d'Augusto la via Appia appariva sola in mezzo di quel vasto marese. Tentò Augusto, tentarono gl'imperadori suoi successori di ridurlo a sanità, e fecerlo; ma i Barbari, che sopravvennero, spensero, con tutti gli altri, anche questo segno dell'uman culto, e dell'opere d'ingegno. Così quelle pingui e vaste terre impaludate si rimasero fino ai tempi più moderni, in cui i pontefici romani Leone Primo, e Sisto Secondo applicarono l'animo a volerle prosciugare. Aprì il primo il gran portatore della torre di Badino, aprì il secondo il fiume Sisto, ch'è un canale artefatto, che attraversa le paludi per la lunghezza loro, ed è destinato a raccorre tutte le acque superiori per condurle al mare. Ma nè l'uno, nè l'altro di questi pontefici regnarono tempo, che bastasse a compir l'impresa. Sgomentaronsene i successori, o fecero tentativi inutili. Clemente XIII volle dare sfogo all'acque pel rio Martino, ma non potè, ritraendolo l'enormità della spesa. Finalmente non così tosto fu assunto al pontificato Pio VI, che pensò al prosciugamento delle Pontine. Quattro fiumi, l'Amazeno, l'Uffente, la Ninfa, e la Teppia, non trovando sfogo al mare verso Terracina, sono principalmente cagione dell'impaludamento. Rapini, ingegnere di grido, proposto da Pio alle opere, cavata la linea Pia, condusse le acque al mare pel portatore di Badino, cavò l'antico fiume Sisto, alveò l'Uffente, e l'Amazeno. S'abbassarono le acque, si scoversero i terreni, i colti si mostrarono dov'erano le paludi, la via Appia restituita ai viandanti. Tale fu l'opera egregia di Pio VI.

Non dimostrossi minore l'animo del pontefice negli ornamenti aggiunti all'antica Roma. Edificò la famosa sagrestia a lato alla chiesa di S. Pietro; opera certamente di molta magnificenza, ma forse di troppo minuta e troppo vaga architettura, se si paragona al grandioso stile della basilica di Michelagnolo. Dolsersi anche non pochi, che per fondare questo suo edifizio, abbia il papa ordinato, che si atterrasse l'antico tempio di Venere, al quale Michelagnolo aveva avuto tanto rispetto, che solo il toccarlo gli era paruto sacrilegio. Bellissimo pensiero di Pio altresì fu quello di persuadere, come aveva fatto già fin quando esercitava l'ufficio di auditore del Camerlingo, a papa Clemente, di ornar il Vaticano con un sontuoso Museo, il quale poi condotto a maggior grandezza da lui dopo la sua esaltazione, fu chiamato Pio-Clementino. Lo arricchì con gran numero di statue, busti, bassirilievi, ed altre anticaglie di gran pregio, alle quali non mancava mai il motto: dato dalla munificenza di Pio Sesto; vanità per certo molto innocente. Come nobile fu l'intento suo nel fondar il Museo, così nobile del pari fu il suo consiglio di volerne tramandare con eccellente rappresentazione di scritture, e di figure la memoria ai posteri. Nè fu meno commendabile l'esecuzione; imperciocchè, affidatane la cura, quanto alle figure, a Ludovico Mirri, e quanto ai comenti, ad Ennio Quirino Visconti, ne sorse quella bella descrizione del Museo Pio-Clementino, una delle opere più perfette, che in questo genere siano.

Così cresceva Roma sotto Pio in bellezza ed in isplendore ogni giorno: così visitata dai più potenti principi d'Europa lasciava in loro riverenza, e maraviglia, così la magnificenza che cresceva, suppliva alla fede che mancava; così i popoli mossi da sì sontuosi apparati non rimettevano di quella venerazione, che avevano sempre avuto verso la sedia apostolica. Quanto alle nuove dottrine filosofiche, che parlavano tanta umanità, poche radici avevano messo in Roma: non che i gentili pensieri non vi fossero graditi, ma perchè gli autori loro mescolando, come facevano, tempi dissomigliantissimi, ed attribuendo a certi effetti cagioni non vere, troppo in se stessi si compiacquero di condannar le romane cose. Tal era Roma, tanto sempre a se medesima conforme, che mancate l'armi, comandò con la fede, mancata la fede, comandò con le pompe, ritraendo sempre in ogni fortuna di quella grandezza, che per ispecial privilegio del cielo pare in lei congenita e naturale.

Mentre così in varie parti d'Italia più o meno si cancellavano per benefizio dei principi, o per ammaestramento dei buoni scrittori, le vestigia che i tempi barbari avevano lasciato nelle instituzioni dei popoli, e che evidentemente vi si procedeva verso un vivere sociale più generoso e più mite, poco o nissun cambiamento si osservava in altre parti della medesima provincia. La monarchia piemontese era la più ferma di tutte le monarchie, poichè in lei non si videro mai, come in tutte le altre, o rovine nella casa regnante, o rivoluzioni di popoli. Del quale privilegio, se si vorrà ben dentro considerare, apparirà, prima e principal cagione essere la potestà assoluta del principe, giunta con un uso moderato della medesima. Poi mancavano le occasioni dell'ambizione dei potenti; perciocchè trovandosi il Piemonte posto tra la Francia e l'Austria, altro non avrebbe partorito l'ambizione di un potente, anche fortunata, che render se ed il paese suddito o dell'una o dell'altra; nè mai chi avesse voluto imitare un duca di Braganza, avrebbe potuto venir a capo della sua impresa. S'aggiunse, che i principi di Savoia governarono sempre gli eserciti loro da loro medesimi, nè potevano sorgere capitani di gran nome, che potessero, non che distruggere, emulare la potenza dei principi.

Da questo, e dagli eserciti molto grossi, nacque la maravigliosa stabilità della monarchia piemontese. Ne procedette, oltre a ciò, in quello stato una opinione generale stabile, che da generazione in generazione propagandosi, rendè questa monarchia somigliante alle repubbliche, nelle quali, se cangiano gli uomini, non cangiano le massime, nè le opinioni. Adunque gli ordini antichi si erano conservati intieri; le opinioni nuove poco vi allignavano.

Ciò non ostante alcuni segni, sebben deboli, di cambiamento, si ravvisavano negli stati del re di Sardegna, massime circa la ecclesiastica disciplina. Imperciocchè tolte con providissimo consiglio dal re Vittorio Amedeo II le pubbliche scuole ai gesuiti, e fornita l'università degli studi di ottimi professori, incominciarono le dottrine dell'antichità cristiana a diffondersi. I tre bibliotecari dell'università, Pasini, Berta, e Pavesio, uomini di molto sapere e pietà, promossero lo studio delle opere scritte dai difensori di quelle dottrine: Vaselli ne arricchì la libreria del re.

Regnava Vittorio Amedeo, terzo di questo nome, principe di animo generoso, di vivo ingegno, e di non ordinaria perizia nelle faccende di stato. Contaminava la sua buona natura un amore eccessivo della gloria militare: quindi ordinò e mantenne in piè un esercito grosso fuor di misura: il che rovinò le finanze, che tanto fiorivano ai tempi di Carlo Emanuele suo padre; sparse largamente nella nazione la voglia delle battaglie, e diè favor eccessivo e potenza ai nobili, soli ammessi a capitanar le soldatesche. Ognuno voleva essere, ognuno imitar Federigo re di Prussia. Certamente se immortali lodi si debbono a Federigo per aver difeso il suo reame contra tutta l'Europa, gran danno ancora le fece per avervi introdotto coll'esemplo suo un eccessivo umor soldatesco, ed aver messo su eserciti smisurati. Gli altri potentati o per fantastica imitazione, o per dura necessità furono costretti a far lo stesso; poi venne la rivoluzione di Francia, che dilatò questa peste ancor di vantaggio, poi sorse Buonaparte, che la portò agli estremi, ed altro non mancherebbe alla misera Europa per aver la compita barbarie, se non che ella facesse marciare, a guisa degli antichi Galli e Goti, coi combattenti anche i vecchi, le donne, ed i fanciulli. Certo nè libertà alcuna, nè ordine buono di finanza, nè civiltà durevole potrà mai essere in Europa, se i principi non si risolvono a por giù questi loro eserciti sterminati. Questi sono gli obblighi, che le generazioni hanno a Federigo.

Ma tornando a Vittorio, tanto era in questa bisogna infatuato, che soleva dire, ch'ei faceva più stima di un tamburino, che d'un letterato, benchè poi riuscisse miglior che di parole; perciocchè i letterati accarezzava e premiava, ed usava anche con loro molto famigliarmente. Ma le armi prevalevano; quindi non solamente fu dissipato il tesoro lasciato da Carlo, ma i debiti dello stato, non ostante che le imposizioni s'aggravassero, tanto s'ammontarono, che sommavano nel 1789 a meglio di cento milioni di lire piemontesi, che sono più di cento venti milioni di franchi. Le cariche civili ed ecclesiastiche conferivansi solo ai nobili, ed agli abbati di corte. Ad una generazione di magistrati integerrimi e capaci, e di vescovi santi e dotti, successero qualche volta magistrati e vescovi poco atti per dottrina, e fors'anche meno per costume a reggere gli uffizi loro.

Pure fiorivano le scienze; fiorivano anche, ma non tanto, le lettere. Quanto alle contese circa l'ecclesiastica disciplina fra il romano pontefice, ed i principi di casa austriaca, il re Vittorio, contuttochè pensasse da illuminato cristiano in materia religiosa, aveva, per amor di quiete, ordinato, che mai non si parlasse o scrivesse nè pro nè contro la bolla _Unigenitus_, nè mai si trattasse dei quattro capitoli della chiesa gallicana; che anzi, siccome questi capitoli erano apertamente insegnati, e costantemente difesi nell'università di Pavia dopo le riforme fattevi da Giuseppe Secondo, aveva, a petizione del cardinale Gerdil, uomo dotto, ma romano in eccesso, proibito, che i sudditi andassero a studiare in quella università. Ma tali opinioni più pullulavano, quanto più si volevano frenare.

Da quanto abbiam finora discorso si può raccogliere, che il paese d'Italia, il quale ne sta ai passi, e doveva il primo esser percosso dalla tempesta, trovavasi, sotto sembianza forte, in non poca debolezza; poichè, se aveva esercito grosso e pieno di buoni soldati, che aveva certamente, governavasi questo esercito da ufficiali più notabili per nobiltà, che per esperienza di guerra; l'erario penuriava per debiti e per dispendio esorbitante; la superiorità dei nobili odiosa a tutti. Perciò vi covava qualche mal umore, crescendo dall'una parte la superbia per sospetto, dall'altra l'ambizione per dispetto.