Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I

Part 26

Chapter 262,651 wordsPublic domain

Giunte in Milano le novelle del passo del Po, e dello abbandonarsi da Beaulieu la frontiera del Ticino, vi sorse un grande sbigottimento, poichè vi si prevedeva, che poca speranza restava di conservare la città sotto la divozione dell'Austria. Erano gli animi di tutti, come in una popolazione ricca, allo approssimarsi di soldatesche nuove, non conosciute, e forse anco troppo conosciute. Era stato mansueto il governo dell'arciduca, nè quello della nobiltà tirannico; che anzi partecipando dell'indole benigna di chi reggeva, della natura dolcissima del clima, e di una educazione piuttosto data alle mollezze della vita, che al dominare, aveva la nobiltà più clientela per amore, che potenza per feudalità. Mancavano adunque nel Milanese le cagioni di mala soddisfazione, che in altre contrade d'Italia si derivavano dalla durezza del governo, e dalle insolenze dei nobili. Quindi nasceva, che sebbene i popoli siano generalmente amatori di novità, e non conoscano il bene se non quando l'han perduto, non si manifestavano nella felice Lombardìa segni di future e spontanee rivoluzioni. Ognuno anzi temeva per se, per le famiglie, per le sostanze. Queste cose tenevano i Milanesi sospesi; nè per la natura loro erano capaci di lasciarsi muovere da certe astrazioni di governi geometrici. Temevano anzi, che siccome la città loro era grossa e ricca, così vi facessero i repubblicani la principale stanza loro, ond'ella diventasse e segno di oppressione speciale per se, e fomento di rivoluzione per gli altri. Siccome poi non erano le faccende della guerra sicure, così dubitavano che nell'andare e venire reciproco, e nel rincacciarsi dei due potenti nemici, la misera Milano non avesse a pagar il fio di quanto più la faceva cara e preziosa al mondo. Sapevano che pochi erano fra loro i zelatori di novità, e questi pochi ancora quieti, e rimessi secondo la natura del paese; ma apprendevano che ove i repubblicani vi avessero posto sede, da tutta Italia vi concorressero o gli scontenti dei governi regj, o gli amatori della repubblica, e con mezzi nuovi ed insoliti vi partorissero accidenti ignoti, e forse terribili. Per la qual cosa vi si viveva in grande spavento.

L'arciduca Ferdinando, che vedeva, che popoli disarmati e quieti non potevano difenderlo da gente armata ed audacissima, giacchè l'esercito imperiale stesso non era stato abile a tenerla lontana, abbandonato d'ogni speranza, si risolveva a lasciar quella sede per andarsene nella sicura Mantova, o quando i tempi pressassero di vantaggio, nella lontana Germania. Desiderando però prima che partisse, provvedere alla quiete dei popoli, ordinava con editto dei sette maggio, che i cittadini abili all'armi si descrivessero ed in milizia urbana si ordinassero. Ai nove, aggravandosi viemaggiormente il pericolo per l'approssimarsi dei repubblicani, creava una giunta composta dei presidenti d'appello e di prima instanza, e del magistrato politico camerale, con autorità di fare quanto al governo si appartenesse, ed a questa giunta, come a capo supremo dello stato, voleva che i magistrati minori obbedissero. L'ordine giudiziale a far l'ufficio, come per lo innanzi, continuasse.

Avendo per tale guisa l'arciduca provveduto alle faccende, se ne partiva il medesimo dì nove di maggio alla volta di Mantova, avviandosi dove già era arrivata la sua famiglia. L'accompagnavano personaggi di nome, fra i quali il principe Albani, ed il marchese Litta. Mesta era la comitiva: l'arciduca non assuefatto a sentire i colpi dell'avversità, accusava piangendo non la fortuna, ma, secondochè si usa nelle disgrazie, i cattivi consigli di Beaulieu. La fuggitiva schiera passava pel territorio Veneto, miserando spettacolo: faceva più compassionevole quella calamità la moltitudine delle persone di ogni grado, di ogni età, e di ogni sesso, le quali fuggendo la furia dei repubblicani, abbandonate agli strani le case loro, correvano a ricoverarsi sulle terre Veneziane, destinate ancor esse, e molto prossimamente, alla medesima ruina. Così l'egregia Milano, stata da lungo tempo felicissima, spogliata di difensori, privata del suo principe, se ne stava aspettando non conosciute venture. Seguitava un interregno di tre giorni, in cui non essendo più in potere dell'Austria, nè ancora in quello della Francia, si reggeva con le proprie municipali leggi; nè in questo tempo vi si udirono minacce, od insulti di persone, nè rubamenti, nè desiderj di novità. Tanto era buona la natura di quel popolo!

Buonaparte intanto, espeditosi per la vittoria di Lodi di quanto più pressava nella guerra, e già stimando Milano, com'era veramente, in sua potestà, mandava Massena a farsene signore. In questo mentre mandavano i magistrati municipali i loro delegati ad offerire la città a Buonaparte, che si trovava alle stanze di Lodi, pregandolo di usare mansuetudine verso un popolo in ogni tempo quieto, nemico a nissuno, confidente nella generosità dei Francesi. Rispose benignamente, porterebbe rispetto alla religione, alle proprietà, alle persone. Il giorno quattordici di maggio entrava Massena con una schiera di diecimila soldati valorosissimi. L'accampava, la maggior parte, fuori delle mura per modo ordinandola, che i fanti occupassero tutti gli aditi degli spalti, i cavalli custodissero le porte. L'incontravano al Dazio di Porta Romana i municipali. Disse, per mescolare qualche temperamento alla fierezza dell'armi, che sarebbero salve la religione, le persone, le proprietà. Arrivarono il giorno dopo nuovi corpi di truppe; ogni parte piena di soldati. Incominciossi l'opera dell'oppugnar il castello, a cui si erano riparati gli Austriaci. I Francesi furono accolti nelle case con la dolcezza del fare Milanese, ed eglino ancora, dico la maggior parte, cortesemente procedendo, e con quel loro solito brio mostrandosi, tiravano facilmente a se gli animi dei cittadini, che, veduto, che quei repubblicani non erano tanto terribili quanto la fama aveva portato, rimettevano del terrore concetto, e si affezionavano ai nuovi ospiti, venuti per venture strane e spaventevoli nel paese loro. Tal era la condizione del popolo Milanese, quando i Francesi entrarono in Milano, dolce, ed affettuosa, nè contraria, nè propensa a quella libertà, che si andava predicando.

Arrivavano intanto i repubblicani, sì finti come sinceri, i quali o allettati dalla fama, o costretti dalla necessità, fuggendo lo sdegno dei signori loro, concorrevano, come in sede propria, e di salute nella città conquistata. A costoro si univano i repubblicani Milanesi, ed intendevano a far novità. Fra tutti questi, gli utopisti si rallegravano, persuadendosi, che fosse venuto il tempo di veder in opera quella specie di reggimento, che nelle buone menti loro si avevano concetta; nè gli poteva torre alla immagine lusinghiera l'apparato terribile delle armi forestiere, nè la natura poco costante in se medesima dei Francesi, nè l'autorità militare fatta padrona di ogni cosa, e certamente pessima compagna di libertà. Servi di un'opinione anticipata e di un dolce delirio, andavano sognando una perpetua felicità, nè s'accorgevano, che la repubblica di Francia non combatteva nè per loro nè per la libertà, ma per la grandezza e la sicurezza del suo imperio, per posseder le quali, se fosse stato necessario, avrebbe dato in preda all'Austria, non che Milano, Italia, ed ancor essi con loro. Di costoro si faceva beffe Buonaparte, stimandogli uomini dappoco, scemi, e, come sarebbe a dire, pazzi. Fra gli altri patriotti, o che si chiamavano tali, era una generazione d'uomini, che amavano lo stato libero, non per desiderio di preda, ma per ambizione, avvisandosi che fosse dolce il comandare, e venuto il tempo propizio per salire dai bassi gradi ai sublimi. Di questi faceva maggiore stima Buonaparte, perchè, come diceva, erano gente che aveva polso, e che per poco che si stimolassero, avrebbero servito mirabilmente a' suoi disegni. Eravi finalmente una terza maniera di questi patriotti, i quali amavano le novità per le ricchezze, e sperando di pescar nel torbido, gridavano ad alte e spesse voci, libertà. Questi non frequentavano mai le stanze di Buonaparte, perchè sebbene qualche volta gli accarezzasse, dava ancor loro spesso di forti rabbuffi; ma amavano molto aggirarsi fra i commissari, e gli abbondanzieri dell'esercito, dei quali diventavano sensali e mezzani, per forma che mentre i buoni utopisti andavano dietro alle loro ubbìe, ed erano per semplicità repubblicana, e volevano esser poveri, questi al contrario si arricchivano a spese di coloro, ai quali dicevano voler dare il vivere libero. Erano molti di tutti questi generi di patriotti.

Fecero grandi allegrezze in sull'entrar dei Francesi di luminarie, di balli, di festini: ma per quella servile imitazione, di cui erano invasati verso le cose Francesi, e che fu la principal cagione della servitù d'Italia, piantarono altresì alberi di libertà, e vi facevano intorno canti, balli, discorsi, ed altre simili tresche. Poscia, acciocchè non mancasse quel condimento delle congreghe pubbliche per aringarvi intorno a cose appartenenti allo stato, le fecero a modo di Francia, ed in loro chi aringava con maggior veemenza, più era applaudito. Tutte queste cose si facevano: il popolo, non potendo restar capace di ciò che vedeva, faceva le maraviglie.

Entrava in Milano il vincitor Buonaparte, non già con semplicità repubblicana, ma con fasto regale, come se re fosse: l'accolsero con grida smoderate i patriotti, e parte del popolo, solito a fare come gli altri fanno. Innumerabili scritti si pubblicarono, in cui sempre più si lodava Buonaparte, che la libertà: mostrossi, per dir il vero, in questo molto schifosa l'adulazione Italiana. Fra i patriotti, chi lo chiamava Scipione, chi Annibale; il repubblicano Ranza il chiamava Giove. I buoni utopisti, quando lo vedevano, piangevano di tenerezza. Queste dimostrazioni egli si godeva tanto in pubblico, quanto in privato; ma augurava male degl'Italiani, perchè essendo egli operatore grandissimo, credeva, e con ragione, che coi fatti, non con le parole si compiscono le grandi mutazioni negli stati. Quando poi uomini o donne amatori sinceri di libertà (che anche donne, e non poche si trovavano tenerissime di lei) a lui si rappresentavano per raccomandargliela, rispondeva con ciglio austero, la conquistassero, uscissero dall'imbelle vita, le armi pigliassero, le armi usassero: dura cosa essere la libertà; duri cuori e dure mani conservarla; fuggire lei la mollezza e il lusso: solo abitare fra le popolazioni forti, e magnanime.

Intanto vedeva il mondo una cosa maravigliosa. Un soldato di ventott'anni, un mese innanzi conosciuto da pochi, avere con un esercito sprovveduto e non grosso superato monti difficilissimi, varcato grossi e profondi fiumi, vinto sei battaglie campali, disperso eserciti più potenti del suo, soggiogato un re, cacciato un principe, acquistato il dominio di una parte d'Italia, apertosi la strada alla conquista dell'altra, convertito in se stesso gli occhi di tutti gli uomini di quell'età. Sapevaselo Buonaparte; l'anima sua ambiziosa maravigliosamente se ne compiaceva. Ma perchè l'aspettativa che aveva desta di lui non si raffreddasse, e per farsi scala a cose maggiori, mandava fuori il venti maggio un discorso molto infiammativo a' suoi soldati:

«Soldati valorosi, diceva, voi piombaste, come torrente precipitoso, dall'Alpi e dagli Apennini; voi urtaste, voi rompeste nel corso vostro ogni ritegno. Il Piemonte, oggimai libero dall'Austriaca tirannide, spiega i naturali suoi sentimenti di pace e d'amicizia verso la Francia. Vostro è lo stato di Milano: sventolano all'aura su tutte le alte cime della Lombardìa le repubblicane insegne: i duchi di Parma e di Modena alla generosità vostra sono del dominio, che ancora lor resta, obbligati. Dov'è l'esercito che testè con tanta superbia v'insultava? Ei non ha più riparo contro al coraggio vostro. Nè il Po, nè il Ticino, nè l'Adda poterono un sol giorno arrestarvi. Vani furono i vantati baluardi d'Italia, vani i gioghi inaccessi degli Apennini. Sentì la patria infinita allegrezza delle vostre vittorie; vuole, che ogni comune le celebri: i padri, le madri, le spose, le sorelle, le amanti dei fausti eventi vostri si rallegrano e si stimano dello avervi per congiunti fortunatissimi. Sì per certo, o soldati, assai faceste; ma forse altro a fare non vi resta? Diranno di voi i contemporanei, diranno i posteri, che abbiam saputo vincere, non usare la vittoria? Accuseranci dello aver trovato Capua in Lombardìa? No, per Dio, no, che già vi veggo correre alle vincitrici armi, già veggo sdegnarvi ad un vil riposo, già sento, i giorni passati senza gloria, esser giorni perduti per voi. Orsù, partianne: restanci viaggi frettolosi a fare, nemici ostinati a vincere, allori gloriosi a cingere, crudeli ingiurie a vendicare. Tremi chi accese le faci della civil guerra, tremi chi uccise i ministri della repubblica, tremi chi arse Tolone, tremi chi rapì le navi: già suona contro a loro in aria una terribile vendetta. Pure stiansi senza timore i popoli: siamo noi di tutte le nazioni amici, specialmente siamo dei discendenti di Bruto, dei Scipioni, di tutti gli uomini grandi, che impreso abbiamo ad imitare. Ristorare il Campidoglio, riporvi in onore le statue degli eroi, per cui tanfo è famoso al mondo, destar dal lungo sonno il Romano popolo, torlo alla schiavitù di tanti secoli, fia frutto delle vittorie vostre: acquisteretevi una gloria immortale, cangiando in meglio la più bella parte d'Europa. Il popolo Francese libero, rispettato dai popoli, darà all'Europa una pace gloriosa, che di tanti sofferti danni, di tante tollerate fatiche ristorerallo. Ritornerete allora fra le paterne mura, i concittadini a dito mostrandovi, diranno: _fu soldato costui dell'esercito Italico_».

Questo tremendo parlare empiva di spavento Italia: ognuno aspettava accidenti terribili.

FINE DEL TOMO PRIMO.

INDICE DEL PRESENTE VOLUME

1789

Proposito dell'autore _Pag._ 6 Detto di Napoleone 7 Origine degli ordini feudali 8 Desiderj dei popoli 9 Soppressione dei gesuiti e suoi effetti 10 Giuseppe II 12 Studio di Pavia 13 Pio VI va a Vienna 14 Leopoldo, gran duca 17 Sue riforme civili 18 Vernaccini auditor di ruota 19 Ciani consigliere 20 Terreni asciugati 21 Ximenes, Ferroni e Fantoni matematici 22 Riforme ecclesiastiche 24 Ippoliti e Scipion Ricci vescovi di Pistoja 25 Assemblea de' vescovi in Toscana 25 Opinioni de' curialisti Romani sul papa 27 Altre di Scipion Ricci 28 Dannate da Pio VI 28 Condizioni del regno di Napoli 29 Educazione di Ferdinando IV 30 Principe di S. Nicandro 30 Marchese Tanucci 30 È dimesso da Carolina d'Austria, e in suo luogo posto Acton 31 Filangeri 31 Colonia di S. Leucio 32 Riforme introdotte da Tanucci 33 I fratelli Cestari e l'arcivescovo di Taranto 34 Carlo di Marco 34 Bracci del parlamento di Sicilia 35 Parma e Piacenza 36 Don Filippo e Dutillot 36 Contini e Turchi teologi 37 Padre Paciaudi ed altri dotti 37 Muore Filippo e gli succede Ferdinando 38 Contesa alla corte di Roma 38 Dutillot congedato, il duca si fa papista e frate 39 Clemente XIV 39 Pio VI 40 Lega italica promossa dal cardinale Orsini 41 Paludi Pontine 42 Rapini ingegnere 43 Museo Pio-Clementino 44 Lodovico Mirri ed Ennio Quirino Visconti 44 Piemonte 45 Pasini, Berta e Pavesio 46 Vaselli 46 Vittorio Amedeo III 47 Federigo re di Prussia 47 Cardinale Gerdil 48 Venezia 49 Genova, sua differenza con Venezia 51 Lucca, suo Discolato cosa era 52 San Marino 54 Modena, Ercole Rinaldo d'Este 55

1792

Stato della Francia 59 Mali costumi dei nobili e del clero 62 Contrasti tra i parlamenti ed il re 66 Tumulti a Grenoble ec. 68 Necker 69 L'assemblea nazionale e sue riforme 69 Pensieri in Europa 70 Il re di Sardegna propone una lega Italica 72 Venezia sta sospesa 74 Lega tra Leopoldo e Federico Guglielmo di Prussia 75 Caterina di Russia 76 Fuorusciti Francesi 77 Lega tra la Russia, l'Austria e la Prussia 77 Ardore del re di Sardegna 78 Il re di Napoli si fortifica 79 Il papa perchè aderisce alla lega 80 Nicolò Spedalieri perchè scrivesse il trattato dei _Diritti dell'uomo_ 81 Genova poco tentata dagli alleati 83 Umori dei popoli 83 Ragioni dei novatori 85 Altre della parte opposta 86 Semonville mandato dai Francesi in Piemonte non è ricevuto 90 Guerra tra la Francia e la Sardegna 92 Savoja e Delfinato parteggiano pei Francesi 92 Cavaliere di Colegno sua credulità 93 Conte Perrone 93 Cavaliere di Lazari 93 Finto prete Irlandese 94 Generale Montesquiou entra in Savoja 94 Sanparelliano preso 96 Ciamberì presa 97 Generale Anselmo prende Nizza 98 Truguet fa saccheggiare Oneglia 99 Differenza tra Savojardi e Nizzardi 100 Fedeltà del reggimento di Savoja 101 Savoja in potestà dei Francesi 102 Cagione delle disfatte dei Piemontesi 102 Fuorusciti Francesi 103 Discorsi a Torino 106 Il governo Sardo domanda ajuti agli alleati 107 Chauvelin ambasciatore Francese a Londra licenziato 108

1793