Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I
Part 24
L'audace Buonaparte, non contento, se prima non avesse rotto ogni resistenza, usava l'estrema forza e l'estrema astuzia. Minacciava dall'un canto di varcar la Stura, dall'altro, impadronitosi d'Alba per mezzo di Laharpe, città posta sulla riva del Tanaro sotto la foce della Stura, era in grado di passar il primo di questi fiumi, e di correre alle spalle dei Piemontesi. Oltre di questo, per rizzare a spavento del governo una prima bandiera di ribellione, aveva operato, e l'ottenne anche facilmente, che alcuni abitatori d'Alba, instigati principalmente da Bonafous, fuoruscito Piemontese, venuto coi repubblicani, facessero un movimento contro l'autorità regia, mandando fuori bandi di volersi constituire in repubblica. Quivi Bonafous metteva sequestri, faceva confiscazioni di beni mobili e stabili, tanto feudatarj quanto regj, e procedendo in tutto repubblicanamente, dava timore, che con le spalle dei repubblicani d'oltremonti e del paese, avesse a propagar quell'incendio per tutto il Piemonte. Erasi accostato al Bonafous un Ranza, uomo dabbene, nè senza lettere, ma cervello disordinato, e capace del pari di far perir la realtà per la ribellione, e la libertà per l'anarchìa. Costoro, per istimolo, scrissero e pubblicarono una lettera a Buonaparte: voler essi, dicevano, come i Francesi, esser liberi; non voler più vivere nè sotto un re, nè sotto altro tiranno, con qual nome si chiamasse; volere l'equalità civile, volere spegnere i mostri feudatarj; per questo aver preso le armi all'approssimarsi del vittorioso esercito di Francia: gli ajutasse adunque, pregavano, a rompere quelle catene da schiavi; vedesse l'Italia in atto di chiamarlo alla liberazione sua; donassele la libertà, ridonassele il lustro antico; sarebbe il suo nome glorioso ed immortale. Non contenti a questo, Bonafous e Ranza, procedendo immoderatamente, mandavano bandi repubblicani al clero del Piemonte e della Lombardìa, siccome pure ai soldati Napolitani e Piemontesi. Ancorchè il generale di Francia sapesse, che non era in Piemonte seme sufficiente di rivoluzione, pure andava fomentando queste dimostrazioni, e le magnificava per intimorire il governo; perchè argomentava, che già preso da spavento pei sinistri eventi della guerra, e male giudicando delle disposizioni dei popoli, si lascerebbe facilmente spaventare dal pericolo immaginario di moti interni contrarj alla quiete del regno. Adunque e per questi romori, e per esser padrone il nemico del passo del Tanaro in Alba, e per esser Cherasco in se stesso poco difendevole, temendo Colli di essere assaltato alle spalle, lasciato Cherasco, si ritraeva, per sicurezza di Torino, alle stanze di Carignano. Ora era giunto il re di Sardegna a quell'estremo punto, in cui o far doveva una risoluzione magnanima, o sottoporre il collo ad un nemico insolente, e ad un governo disordinato e del tutto diverso dal suo: ora si doveva vedere, se Vittorio Amedeo III era in grado di mostrare al mondo di avere nell'animo quei medesimi spiriti, per cui tanto sono lodati i suoi generosi antenati Carlo Emanuele I, e Vittorio Amedeo II. Adunossi in tanto precipizio di cose il consiglio, al quale assistettero il re ed i principi reali, con tutti i ministri dello stato. Drake, ministro d'Inghilterra a Genova, trasferitosi a Torino, ed il marchese Gherardini, ministro d'Austria, temendo che in agitazione sì grave il re fosse per separare i suoi consiglj da quei della lega, e desiderando sommamente d'interrompere questa cosa, non avevano mancato all'ufficio loro con tenerlo continuamente sollecitato, perchè voltasse il viso alla fortuna, e stesse in fede: ricordassesi, dicevano, del nome suo; avrebbe presto di Germania e d'Inghilterra sussidj di soldati, e di denaro; non permettesse che la generazione presente potesse dire, aver mancato d'animo ad un primo romoreggiar di Francesi in Piemonte; ricordassesi dell'assedio di Torino, rivocasse alla mente la vittoria tanto famosa al mondo di Vittorio Amedeo, suo grand'avolo; la fortuna essere stata contraria, ma il valor pari; variare la fortuna sempre, constare sempre a se medesimo il valore; pensasse, e nella mente sua maturamente volgesse, quanta fosse stata verso di lui la fede degli alleati, che del tutto a lui avevano commesso le sorti d'Italia, quantunque sapessero potere venir caso, che i francesi, rotte violentemente le barriere dell'Alpi, penetrassero in Piemonte; non fosse minore in lui la costanza, di quanto fosse stata la fiducia della lega; avere i re nel corso dei regni loro prosperi casi ed avversi; essere più gloriosi quelli che costantemente sopportano i secondi, di quelli che oscuri trapasseno i giorni loro nei primi, considerasse bene quanto da lui richiedessero Italia, ed Europa; non consentisse che in lui più potesse un romor repentino, che i veri interessi del suo reame. Dimostravasi Vittorio Amedeo constantissimo a voler continuare nella fede data: difenderebbe Torino sino all'ultimo, o anderebbe ramingo, se così fortuna volesse; non consentirebbe a pace con un nemico odiosissimo. Il secondava nella medesima sentenza il principe di Piemonte, nel quale, come primogenito regio, doveva pervenire il regno, non però per motivi di stato, ma sì di religione, parendogli, come a principe religiosissimo, troppo abbominevole aver per amici coloro, che stimava eretici e nemici di Dio. Temeva la propagazione dei principj loro anche in Piemonte, ed abborriva una pace, che gli pareva ancor più rea verso Dio che verso gli uomini. Ma dal cardinale Costa, arcivescovo di Torino, personaggio nel quale risplendevano ingegno, dottrina ed amor singolare di lettere e di letterati, fu ragionato in contrario, esser l'Austria infedele, pensare prima a se che ad altrui, essere il pericolo della ribellione imminente, la necessità più forte della fede; il cacciare i Francesi dal Piemonte del tutto impossibile; meglio avergli amici che nemici; ponendo anche l'Austria di eguale potenza della Francia, esser questa vicina, quella lontana; riuscir più facile ai Francesi l'invadere il Piemonte, che agli Austriaci il preservarlo; potere l'Austria, come lontana, perseverare nella guerra; dovere il Piemonte pensare ai casi suoi: nella supposizione favorevole diventerebbe il Piemonte campo di guerra, pieno di ruberìe, di devastazioni e di uccisioni; e se già a mala pena si poteva resistere ai Francesi, come si sarebbe potuto resistere ai Francesi stessi, ed ai sudditi tumultuanti a perdizione del regno? Non esser forse superbe le profferte degli Austriaci? non domandar loro per prezzo degli ajuti Alessandria e Tortona? Qual compenso poter offerir l'Austria in una felice guerra per le perdute Savoja e Nizza? Sperarla tanto felice, ch'ella ne reintegrasse il re per la forza dell'armi, esser più tosto fola da infermi, che argomento d'uomini ragionevoli: all'incontro potere i Francesi, dal canto dei quali allora stava la probabilità della vittoria, e volere ed offerire nel conquistato Milanese grassi ed adeguati compensi: sì certamente essere infido quel Francese governo, ma poter tendere maggiori insidie in guerra che in pace, perchè la guerra fa le insidie lecite, la pace le fa infami; variare consiglio il savio al variare degli eventi, e poichè la fortuna aveva addotto un accidente, non che straordinario, maraviglioso, doversi anche fare una risoluzione straordinaria. Loderebbonla gli uomini prudenti, benedirebbonla i sudditi fatti immuni dalle esorbitanze incomportevoli della guerra: assai e pur troppo essersi fatto per mantener la fede promessa; dimostrarlo il sangue sparso, dimostrarlo le innumerevoli morti, dimostrarlo le desolate campagne: assai essersi soddisfatto all'onore, ora doversi soddisfare all'esistenza.
A questa sentenza del consigliar la pace era stato tirato l'arcivescovo per lume proprio, e per conforto dell'avvocato Prina Novarese, quel medesimo che, d'ingegno acutissimo, d'animo duro, e bel parlatore, e maestro singolare del comandar tirato essendo, piacque poi tanto per infelice suo destino a Buonaparte. Il favellare di un uomo tanto grave e tanto pratico delle cose del mondo, qual era il cardinale Costa, commosse tanto e sì maravigliosamente gli animi degli ascoltanti, che fu fatta quella risoluzione, che sottraendo la monarchìa Piemontese da una dipendenza certamente eccessiva verso l'Austria, la fece vera e reale serva della Francia. Allora veramente, e non più tardi perì il reame di Sardegna, allora, e non più tardi perì la monarchìa Piemontese. Dallo strazio che ne fece poscia quel governo repubblicano di Francia; comprenderanno facilmente i leggitori di queste storie, che non solo più onorevole, ma anche meno infelice consiglio sarebbe stato l'incontrare qualunque più duro caso di fortuna coll'armi in pugno, che il darsi con le mani disarmate ed avvinte in preda ad un amico sì fantastico, e sì crudele.
Spedironsi pertanto a fretta verso Genova il conte Revello, ed il cavaliere Tonso, con mandato di negoziar della pace con Faipoult, ministro della repubblica francese. Al tempo medesimo fu fatto mandato a Colli di domandare, ed al conte Delatour, e marchese della Costa di accordare una sospensione di offese col generale repubblicano. Non avendo Faipoult facoltà di negoziare, si partirono i commissarj da Genova senza risoluzione, e s'incamminarono tostamente alla volta di Parigi a fine di stabilire la pace, e l'amicizia con la repubblica. Tristo e misero era il mandato, nè difforme dallo spavento concetto: pure il timore non era uguale alle disgrazie che i tempi apparecchiavano. Intanto, scrittosi da Colli a Buonaparte, si sospendessero le offese, rispose, nè potere nè volere, se prima non gli si davano due delle tre fortezze di Cuneo, d'Alessandria e di Tortona. Consentiva il re per la prima e per l'ultima, e di più per Ceva, che oppugnata gagliardamente, con ugual gagliardìa si difendeva. Adunque l'estremo momento essendo giunto, in cui l'antichissima monarchìa dei Piemontesi doveva, cessando d'esser padrona di se medesima, cadere in servaggio altrui, fu accordata in Cherasco la tregua tra Buonaparte dall'un lato, Latour e della Costa dall'altro, con questo, che i repubblicani occupassero Cuneo il dì ventotto aprile, Tortona non più tardi del trenta, la fortezza di Ceva subito dopo gli accordi; restassero i Francesi in possesso dei paesi conquistati oltre la Stura ed il Tanaro; fosse fatto facoltà ai corrieri di passare pel Cenisio per a Parigi; comprendessersi nella tregua i soldati dell'imperatore, che erano ai soldi del Piemonte; durasse sino a cinque giorni dopo la conclusione dei negoziati di Parigi. Siccome poi Buonaparte tesseva un grande inganno a Beaulieu per farsi comodo il passo del Po, così stipulava, che l'esercito di Francia potesse passare il fiume sopra Valenza. Queste furono le tristi condizioni della tregua, alle quali succedettero poco stante le condizioni più tristi ancora della pace. A tale accordo si rallegrarono i novatori, s'avvilirono i ligj, si scoraggiarono i leali, si spaventarono i popoli, si sdegnarono i soldati. Lo scrittore di queste storie, trovandosi a questo tempo alle stanze di Gap in Francia, e quivi avendo parlato coi soldati Piemontesi cattivi in guerra, udì da loro abbominarsi con grandissimo sdegno i patti, che la patria loro avevano condotto in sì duro servaggio. Spaventossene l'Italia, maravigliaronsene i potentati d'Europa. Volle anzi in questo la fortuna solita ad addurre casi strani, che le novelle della debolezza del governo regio, che tanto disordinava le cose comuni, spedite con grandissima celerità a Pietroburgo, vi arrivassero prima della circolare scritta dal re, per cui affermava, la sua costanza del voler perseverare nella guerra essere inconcussa: delle quali novelle non sapendo l'agente di Sardegna, visitava il conte Ostermann, ministro degli affari esteri dell'imperatrice Caterina, la circolare rappresentandogli: la quale leggendo Ostermann dava segni di maraviglia, di dispetto e di sdegno, servendosi anche, parlando del re, di parole, che per la gravità della storia non vogliamo rapportare, e che certamente poco sono convenevoli alla maestà reale. La somma fu, che squadernò in viso all'agente lo spaccio, che conteneva le novelle della tregua, sdegnosamente dicendo, che i confederati sapevano ottimamente, che la fortuna della guerra avrebbe potuto portare che i Francesi penetrassero in Piemonte; che non ostante avevano confidato che il re, ad imitazione dei gloriosi suoi antenati, serbando la medesima costanza, avrebbe loro osservato le cose promesse; che la lega non avrebbe pretermesso di soccorrerlo; che finalmente, se avessero i confederati potuto credere che ad un primo impeto ei fosse per mancar d'animo, e per posar le armi, avrebbero fatto altri pensieri, e provveduto in altra guisa alla sicurezza, ed agl'interessi degli stati loro.
Infatti non si vede, quale sì inevitabile necessità dovesse condurre il governo regio ad una risoluzione tanto pregiudiziale, e tanto inonorata. Quaranta mila Francesi si erano invero affacciati ad uno degli aditi delle pianure Piemontesi; ma difettosi di artiglierìe, massime grosse, difettosi di cavallerìa, non potevano nè espugnar le piazze forti, nè tener la campagna aperta. Nè denaro avevano per pagare, nè magazzini per pascere i soldati. Oltre a ciò stavano loro ai fianchi, a destra Ceva, che tuttavìa si difendeva validamente, a sinistra Cuneo copioso di difensori forti, e ben provveduti di ogni cosa. La metropoli stessa di Torino, che stava loro a fronte, senza la possessione della quale invano avrebbero sperato di essere quieti possessori del Piemonte, era munitissima per fortificazioni vecchie e nuove. Nè l'esercito Piemontese era tale, che potesse dar cagione di disperare della difesa di tanti luoghi forti: la cavallerìa sì regia che imperiale fioritissima, intera, abile ad impedire in pianura qualunque fazione d'importanza ai repubblicani. Abbiam narrato come Colli avesse saputo ritirarsi intiero, e rannodato per modo che l'esercito nè disperso nè distrutto, appresentava ancora stabile fondamento a chi avesse voluto usarlo risolutamente. Nè le reliquie di Beaulieu erano disprezzabili, e meglio di ventimila Tedeschi stanziavano nella Lombardìa pronti ad accorrere in ajuto; perchè certamente il combattere in Piemonte era allora un combattere per la Lombardìa. È vero, che per la sicurtà della fede domandava Beaulieu Alessandria e Tortona, dura certamente e superba condizione; ma giacchè per l'acerbità della fortuna si era giunto a tale che o bisognava dare Alessandria e Tortona agli Austriaci, o Tortona e Cuneo ai Francesi, non si vede perchè il primo partito non fosse e più utile, e meno inonesto del secondo, perciocchè meglio era cedere ad un alleato che ad un nemico, meglio cedere ad un governo di natura conforme che ad un governo disordinato, e di natura contraria. Restava il timore, che si aveva dei novatori; ma i soldati erano non che fedeli, fedelissimi, il valore sperimentato, specialmente negli ultimi fatti; degli ufficiali pochi avevano abbracciato le nuove opinioni, nè alcuna inclinazione contraria si manifestava nelle popolazioni, nemiche naturalmente e per antica consuetudine ai Francesi. Sapevaselo Buonaparte, che di queste insidie s'intendeva; sapevalo, e dicevalo, e scrivevalo, quantunque i fuorusciti Piemontesi continuamente gli fossero ai fianchi con rappresentazioni della propensione dei popoli a voler fare novità. Nei partigiani stessi poi si sarebbe certamente per gli eccessi dei soldati allentato il desiderio dei repubblicani.
Di quello che fosse a farsi in così grave frangente testimonio irrefragabile è Buonaparte medesimo, che soleva dire, che se il re di Sardegna gli avesse tenuto il fermo solamente quindici giorni, ei sarebbe stato costretto a rivarcar i monti per ritornarsene là dond'era venuto. Mancò adunque il governo regio a se medesimo, non mancarono i popoli, e manco i soldati al governo; e se Vittorio Amedeo II, già signori i Francesi di quasi tutto il Piemonte, e già oppugnanti con ottantamila soldati, fornitissimi di cavallerìa e di grosse artiglierìe, la capitale del regno, non disperò delle sue sorti, anzi finalmente con una subita e gloriosa vittoria ricuperò lo stato, stupiranno i posteri, che Vittorio Amedeo III, intero ancora lo stato suo in Italia, intere le fortezze, intero l'esercito, ad un primo romoreggiare di Francesi si sia sbigottito nell'animo, e dato subitamente in preda a coloro, che con una pace a lui pregiudiziale, non altro fine avevano, se non di costringere l'Austria ad una pace utile a loro.
Poco lodevole certamente fu la risoluzione del re del venirne a patti così prestamente coi repubblicani, ma non fu senz'arte il suo procedere dopo fermata la concordia, ed in tanta ruina di cose. Avevano egli ed i nobili, coi quali più strettamente si consigliava, non impediti dagli strepiti presenti a discernere la natura degli uomini, bene penetrato quella del capitano Francese, che superba coi popoli, umile col nobili, faceva di modo ch'egli tanto volontieri calpestasse i primi, sebbene le parole sue suonassero diversamente, quanto amava di essere corteggiato dai secondi, ambizione l'una e l'altra incomportabile, quella per isfrenatezza d'imperio, questa per vanità d'animo. Per la qual cosa furongli tosto i principali fra la nobiltà Piemontese intorno per andargli a versi. Fugli intorno per comandamento del re il marchese di San Marzano, e gli piacque: fugli intorno il barone Delatour testè venuto da Vienna, dov'era stato mandato per accordare con l'imperatore Francesco i pensieri della guerra, e gli piacque. Piacquegli altresì e funne contentissimo, che il duca d'Aosta, figliuolo secondogenito del re, che, avuto il governo dell'esercito, si era condotto a Racconigi per raccorlo, gli scrivesse lettere piene di cortesi parole, e di facile condiscendenza. Dava ammirazione il vedere come una amicizia così fresca, e così piena di disgrazie pel Piemonte fosse accompagnata da sì amorevoli uffizj. Bene considerate erano tutte queste cose da parte del governo regio, perchè dimostravano ch'ei non si lasciava trasportar dallo sdegno contro la propria utilità, e che superava gli umori per benefizio dello stato. Tanto poi fu durevole in Buonaparte la dolcezza di questi attaccamenti, che non gli potè dimenticare, e serbò sempre per la casa di Savoja tale tenerezza, che se nei tempi che succedettero ella non potè risorgere, fu piuttosto colpa di lei, che di lui. Insomma egli aveva penuria di cavalli, e se ne gli offerivano; bisogno di barche a passare il Po, e se ne gli fornivano; Bonafous arrestato dai paesani fu rimesso in libertà, così ordinando il re, dal duca d'Aosta, perchè portavano opinione, nel che s'ingannavano, che Buonaparte avesse a cuore la liberazione di lui. Nelle conferenze poi più segrete esortava i ministri di Vittorio Amedeo a confortarlo a star di buon animo, perchè solo che la Francia fosse sicura, le presenti disgrazie sarebbero, come diceva, la sua grandezza. Quanto ai zelatori della libertà affermava, che non sarebbe mai per tollerare che facessero novità, e se qualche Francese gli fomentasse, gliene facessero sapere, che tosto l'avrebbe o castigato o scambiato. Tutte queste dimostrazioni faceva Buonaparte sì per arte per aver le spalle libere a correre contro l'imperatore, e sì per inclinazione, perchè era amatore dei governi assoluti; poichè egli, che sempre procedè fintamente per la libertà, procedè sinceramente pel dispotismo.
Avendo adunque fermate le armi col re, acconce le condizioni del Piemonte e posto in sua balìa quel primo stato d'Italia, il che gli alleggeriva il bisogno di tenersi truppe alle spalle, innalzava l'animo ad imprese più grandi; e perchè l'esercito non gli mancasse sotto, mandava fuori un bando: «Ecco, diceva, o soldati, che in quindici giorni avete vinto sei battaglie, preso trenta stendardi, cinquantacinque cannoni, parecchie fortezze, quindici mila prigioni; avete ucciso diecimila nemici, conquistato la parte più ricca del Piemonte, vinto battaglie senza cannoni, varcato fiumi senza ponti, marciato viaggi senza scarpe, passato notti senza tetti, sostenuto giorni senza pane. Le falangi repubblicane, i soldati soli della libertà capaci sono di sì virili sopportazioni; rendevi la patria grazie dell'acquistata prosperità: vincitori di Tolone, le vittorie del novantatre presagiste; vincitori dell'Alpi, più fortunate guerre presagiste: non più fra sterili rupi, non più fra monti inaccessibili, ma nella ricca Italia avrete a far guerra; ecco che gli eserciti, che testè vi assalivano con audacia, fuggono con terrore al cospetto vostro: ecco trepidar coloro, che si facevano beffe della miseria vostra: ma se avete operato cose grandi, restanvene maggiori a compire. Non ancor sono Roma e Milano in poter vostro, ancora insultano alle ceneri dei vincitori dei Tarquinj gli assassini di Basseville: altre battaglie avete a vincere, altre città ad espugnare, altri fiumi a varcare. Forse alcuno di voi si ritragge? Forse sulle cime dei superati monti ama tornarsene per esser quivi di nuovo segno delle ingiurie di una soldatesca di schiavi? No, i vincitori di Montenotte, di Millesimo, di Dego, e di Mondovì bramano tutti di portar più oltre la gloria del nome Francese; tutti vogliono una pace utile alla patria; tutti desiderano alle paterne mura tornarne, tutti quivi con militare vanto dire: _Ancor io mi fui dell'esercito conquistatore d'Italia_. Promettovi, amici, ed a voi per ciò mi lego, che dell'Italia vittoria avrete; ma frenate, per Dio, gli orribili saccheggi, sovvengavi, che siete liberatori dei popoli, non flagello: non contaminate con la licenza le vittorie, nè il nome vostro; non contaminate la fama dei fratelli morti nelle battaglie. Io sarò freno a tanto vituperio; vergognereimi al reggere un esercito indisciplinato: ogni scelerato soldato, che con gli oltraggi, e col ladroneccio oscurerà lo splendore dei vostri fatti, fia da me, senza remissione alcuna, dato a morte».
Questo favellare di un capitano vittorioso a soldati vittoriosi, a Francesi massimamente tanto avidi di gloria d'armi, partoriva un effetto incredibile: coll'immaginare già facevano loro la Germania lontana, non che l'Italia vicina. Quel dimostrar poi di voler frenare il sacco, era molto accomodato consiglio per dare sicurtà ai popoli spaventati da una fama terribile, e da fatti più terribili ancora.
Rivoltosi poscia ai popoli d'Italia, mandava, venire il Francese esercito per rompere i ceppi loro; essere il popolo Francese amico a tutti i popoli; accorressero a lui confidentemente, lealmente, securamente; serberebbe intatte le proprietà, la religione, i costumi; fare i Francesi la guerra da nemici generosi, solo averla coi re.
Quali sentimenti producessero sì fatti incentivi, coloro sel pensino, che sanno quanto operi la forza congiunta a magnifiche parole: nè è da far maraviglia, se queste guerre vive dei Francesi di tanto abbiano prevalso alle guerre morte dei Tedeschi.