Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I
Part 23
I repubblicani per aprir quella strada che i confederati avevano serrata, comparivano alle due meridiane del giorno tredici, minacciosi, e grossi di quindici mila combattenti, facendosi avanti sino alla Rocchetta del Cairo, ad un miglio distante di Dego. Quivi si spartirono in tre colonne, che si accostarono ai siti occupati dai confederati. Ma non furono questi fatti che minacce, tentativi per iscoprir bene il sito e la forza del nemico. A questo fine appunto Buonaparte, giunto che fu al Colletto, fece trarre di una forte cannonata, per prender notizia del nemico, sperando che gli alleati, credendosi assaliti, e rispondendo, lo avvisassero dei luoghi dove si trovavano; il che gli riuscì, come aveva sperato. Ma l'urto dei due forti nemici doveva succedere nel giorno quattordici, nel quale i repubblicani, risoluti di venirne al cimento, si spartirono, come innanzi, in tre parti. La destra condotta dal colonnello Rondeau, e composta di circa quattromila soldati, assaliva gli alleati per la strada che dai Girini conduce al Dego, e di questa, quindici centinaja separatisi dagli altri, andarono ad occupar la strada che dalla regione dei Pini porta alle Langhe a fine d'impedire i soccorsi, che da Pareto, o da Spigno potessero venire agli alleati: essa doveva far impeto contro il Poggio e la Sella. Quella di mezzo capitanata dai generali Menard e Joubert con due mila soldati saliva al castello di Magliani. La sinistra più grossa delle altre, che obbediva a Massena, Causse, Monnier, e Lasalcette, era destinata a salire dalle sponde della Bormida per dar dentro al fianco destro dei posti di Magliani, e contro il Monterosso, che dava il varco ai medesimi. Tutte queste mosse erano con molta maestrìa di guerra pensate, e furono altresì con molto valore eseguite. Riuscì terribile l'urto al Poggio ed alla Sella; vi morirono molti buoni corpi da ambe le parti. Saliva di fronte la mezza, ma posatamente per aspettar l'effetto dell'assalto dato sui due fianchi. I Francesi, dopo un combattimento sostenuto quinci e quindi con molta ostinazione, riuscirono finalmente ad aver vittoria sui due lati, cacciando i nemici loro dal Poggio e da Monterosso. Si fece allora avanti la mezza, ed entrò forzatamente nel castello di Magliani dove uccise i soldati di Giulay, che tutti vollero piuttosto morire, che cessar di combattere. Restava il ridotto di Magliani, principale propugnacolo degli alleati, dal quale tempestavano con una furia incredibile di palle e di scaglia. Fu quivi assai dura l'impresa pei repubblicani, perchè i confederati maravigliosamente inferociti, traevano spessissimamente a punto fermo, e solo a cento passi di distanza. Finalmente dopo tre ore di sanguinosissima battaglia, e solamente verso la sera, venne fatto ai Francesi, che accorrevano contro il ridotto da tutte le bande, d'impadronirsi di quel forte sito, cacciatone a forza i difensori. Si precipitarono allora gli alleati nella valle delle Cassinelle per guadagnar prestamente la strada per a Pareto; ma i Francesi gli seguitarono a corsa, e quella colonna, che si era spartita al principio del fatto dalla destra schiera, che se ne stava ai Pini, scagliossi ancor essa sì fattamente contro i fuggiaschi, che ne furono quasi tutti o morti o presi: tutti anzi stati sarebbero sterminati, se i due reggimenti Piemontesi della Marina e di Monferrato, fatto un po' di testa al monte Scazzone, non avessero fatto ala a coloro che fuggivano, cacciati dalla furia Francese che gl'incalzava. Perdettero gli alleati in questa battaglia meglio di due mila soldati tra morti, feriti e prigionieri; i repubblicani poco più di ducento. Ma grave perdita pei primi fu quella che susseguitò, del castello di Cosserìa, perchè stretto già Provera, come abbiam detto, dalla sete e dalla fame, perduta la speranza di ogni ajuto, poichè vide dall'alto la sconfitta de' suoi, non indugiò più ad arrendersi.
Quando pervennero le novelle della rotta di Magliani ad Argenteau, che aveva tuttavia le sue stanze a Pareto, si diede a passeggiare a gran passi, come uomo che abbia del tutto perduto il lume dell'intelletto. Pure diede ordine ai capitani, facessero massa in Acqui. Certamente da biasimarsi molto è la condotta d'Argenteau in questo fatto; perchè se avesse subito avviato in soccorso dei difensori di Magliani il corpo di cinque, o sei mila soldati, che aveva con se a Pareto, avrebbe potuto facilmente cambiare la fortuna della giornata; perciocchè i suoi, che si difendevano con estremo valore nel ridotto, avuto quel rinforzo, avrebbero potuto sostenersi, od almeno la ritirata sarebbe stata salva e sicura.
Questa fu la battaglia, che meglio di Magliani, che di Millesimo si chiamerebbe, perchè a Magliani concorsero le principali forze delle due parti, e nel luogo medesimo succedette il più forte conflitto. Ma la fortuna solita sempre a far maravigliose conversioni in guerra, aprì l'adito il giorno seguente ai confederati di ricuperar ciò che avevano perduto; il che avvenne non per buono consiglio, ma per caso, anzi per cattivo consiglio d'Argenteau. La notte, che seguì il giorno della battaglia, il tempo che era stato nuvoloso, diventò piovoso; piovve a rotta verso l'alba. Tra per questo, e per pensare i Francesi a tutt'altro fuorichè a questo, che il nemico vinto avesse a prendere così tosto nuovo rigoglio ad assaltargli, si guardavano negligentemente, e non che stessero nelle trincee, si erano sparsi per le case, dove attendevano meglio a riposare che a guardarsi. Solo cinquecento, o seicento soldati vegliavano alla difesa delle trincee. Ed ecco appunto, che in sul far del giorno il colonnello Wukassovich accompagnato dal luogotenente Lezzeni con un corpo di circa cinque mila soldati composto di Croati, e dei reggimenti di Nadasti, e d'Alvinzi, venendo per la strada di Santa Giustina, compariva improvvisamente alla vista di Magliani. Aveva Argenteau, perduta la battaglia di Montenotte, ordinato a Wukassovich, che stanziava a Sassello, venisse tosto in ajuto, ed il raggiungesse al Dego ed a Magliani. Ma siccome quegli che aveva poca mente, ed anche la sventura gliela faceva girare, aveva indicato per la mossa a Wukassovich un giorno più tardi di quello, che aveva realmente in animo, dimodochè il colonnello, invece di arrivare il dì quattordici, che forse avrebbe vinto la battaglia, arrivava il quindici, ed arrivando già avea sbaragliato e pesto uno squadrone Francese, che muniva il monte della Guardia. Non ostante che con gran sua maraviglia avesse veduto, strada facendo, la fuga de' suoi, e che il nemico avea occupato Magliani, si risolveva a dar dentro risolutamente con la speranza di far pruovare a Buonaparte quello, che Buonaparte aveva fatto pruovare ad Argenteau. Già urtava il castello ed il ridotto. Risentitisi a sì improvviso accidente i Francesi, muovevansi a corsa verso il ridotto per difenderlo; ma nè ebbero tempo di schierarsi, nè di apparecchiar le artiglierìe, e quel forte sito, che con tanta fatica e sangue aveano conquistato, ritornava, quasi senza contrasto, in potestà dei confederati. Parte dei repubblicani fuggendo, si gettarono nella valle di Colloretto, i più si precipitarono a rotta sui dirupi, in mezzo ai quali scorre il torrente Grillero, e si salvarono verso il Colletto, dov'era la guardia loro di ricuperazione. Fu grande strage dei Francesi in sul Grillero, perchè i Tedeschi gli bersagliavano dall'alto. Perdettero i primi non solo i luoghi, ma ancora le artiglierìe che li munivano.
Massena, a così fortunoso caso riscossosi, e gettatosi al piano, frenava primieramente l'impeto de' suoi, che fuggivano verso il Colletto; poi, ordinatigli di nuovo in tre colonne, come nella battaglia del giorno quattordici, gli conduceva all'assalto. Ma se Massena non era capace di timore, non era nemmeno Wukassovich: quì la battaglia divenne orrenda. La sinistra era alle mani con le guardie avanzate Austriache, che si difendevano con singolare ardimento; la mezza pativa assai, perchè i Tedeschi fulminavano dal ridotto, e già i soldati stanchi, ed impauriti si nascondevano per le case. La destra medesimamente trovava un feroce rincalzo. Massena, veduto titubare i suoi, mandò avanti la squadra di ricuperazione, e postala dietro alla mezzana, impediva, che coloro che davano indietro, passassero il Grillero. In questo mentre restò ferito gravemente d'un'archibugiata nell'anca destra il generale Causse che portato alla Rocchetta, poco stante mancò di vita. La colonna di mezzo incoraggita da Massena e dagli altri generali, già arrivava fin sotto al ridotto; ma uscitine impetuosamente gli Austriaci, la urtarono, e rincacciarono fino al castello. La sinistra ancor essa era stata risospinta con grave perdita, la destra non faceva frutto. Massena animosissimo gli conduceva di nuovo all'assalto, e di nuovo erano ributtati con palle, ed ischegge terribili. Già il quarto assalto era riuscito vano. Arrivava in questo punto con sei mila soldati Laharpe, che avendo udito lo strano caso, era prontamente accorso. Novellamente si raccozzavano, si riordinavano, si muovevano, si serravano contro il nemico; nè ciò ancor bastava a piegare la costanza Austriaca; che anzi quei valorosi soldati, non sapendo come quà fossero venuti, nè come andarsene, nè quando sarebbero soccorsi, continuavano a trarre disperatamente, ed a tener lontano il nemico. Dopo tanti rincalzi, e tante stragi, incominciavano i Francesi a dubitare della battaglia. Buonaparte, che vedeva l'importanza del fatto, accorreva coi soldati vincitori di Cosserìa, e con impeto unito menava i suoi ad un ultimo assalto. Puntarono acremente la destra e la sinistra sui fianchi: la mezzana ingrossata, e rinfrescata assaliva di fronte. Urtati da tante parti, continuavano gli Austriaci a combattere; cacciati dal ridotto, combattevano dalle case; cacciati dalle case combattevano dalle boscaglie; finalmente cacciati anche da queste e pressati d'ogni banda, minacciosi e rannodati si ritiravano. Gran fatto è stato questo, e che debbe far stimar Wukassovich uno dei migliori guerrieri dei nostri tempi. La destra intanto, e quella del Monterosso, scese improvvisamente nella valle delle Cassinelle, diedero dentro agli Austriaci ritirantisi, e gli ruppero con molta strage, facendone anche di molti prigionieri. Una parte però, che prese la strada delle Langhe, si ritirava intiera, e voltando qualche volta la fronte, arrestava l'impeto del nemico, massimamente della cavallerìa, che perseguitava coloro, che fuggivano per la valle delle Cassinelle; anzi per un tiro venuto da lei restò ucciso un generale di cavallerìa.
Perdettero gli Austriaci in questa battaglia tra morti, feriti e prigionieri, sedici centinaja di buoni soldati con tutte le artiglierìe loro: ma non fu nemmeno senza sangue pei Francesi la vittoria. Tra morti, feriti e prigionieri mancarono più di ottocento soldati. Fra i morti per chiarezza di nome o di grado, si noverarono Causse, il generale di cavallerìa e Rondeau, che ferito nel piè destro, e portato a Savona, peggiorando sempre più la piaga, passò di questa vita alcuni mesi dopo.
Dalla presente narrazione si vede, che sebbene Buonaparte avesse errato nell'ordinare la battaglia di Montenotte, molto bene ei seppe emendare il fallo in quella di Magliani, egregiamente da lui ordinata e combattuta. Argenteau da parte sua errò in molti modi, e nella battaglia e dopo di lei, e massimamente in quella di Magliani, per modo che ei fu costretto di combattere con una parte delle sue forze contro la maggior parte di quelle del nemico. Sollevossi fra l'Austriaca gente un romore ed uno sdegno grandissimo contro di lui, accusandolo tutti dell'infelice successo delle battaglie di Loano, di Montenotte e di Magliani, delle quali la prima preparò la strada, le altre l'apersero alla conquista d'Italia. Beaulieu il fece arrestare e condurre a Mantova, poi a Vienna, perchè vi fosse preso dell'error suo da un consiglio di guerra debito giudizio.
Buonaparte errò, e riparò; Argenteau errò senza riparare; ma bene non errarono nè Rampon, nè Wukassovich, al primo dei quali si deve tutta la gloria di Montenotte, al secondo quella di Magliani: vinse il primo, perchè un generale, sendosi accorto del fallo, il soccorse; perdè il secondo, perchè un generale di poco intelletto, che poteva soccorrerlo, nol fece. Ma resterà nella memoria dei posteri, senza rimanersi alla felicità od alla infelicità del fatto, il nome di Wukassovich tanto ed a giusto titolo glorioso, quanto veramente è quello di Rampon; nè noi abbiam voluto che mancasse in queste nostre storie correggitrici della parzialità dei tempi, il testimonio nostro a quel generoso, e prode Austriaco.
Lo splendore della vittoria Francese fu oscurato dal furore del sacco. Molti fra i repubblicani, non perdonando nè a cosa sacra, nè a profana, riempievano i paesi di terrore e di fuga. Queste enormità, che tanto contaminavano il nome di Francia, abbominavano molti generali, abbominavano i soldati buoni, ma quelli non potevano impedirle coi comandamenti, nè questi con l'esempio. Perchè poi, chi leggerà questi miei scritti, non creda che un giusto sdegno ci faccia trascorrere oltre il vero, diremo, che i generali Francesi dabbene, dicevano e scrivevano di questo cose assai peggiori, che noi non abbiam raccontate. Scriveva Serrurier, molti soldati amar meglio rubare che combattere, rinfacciare, a quel modo combattere, al quale erano pagati: Chambarlac e Maugras colonnelli, non potendo più oltre tollerar di vivere con soldatesche che senza disciplina e senza obbedienza essendo, minacciavano ad ogni ora di maltrattare anche gli ufficiali, che cercavano di frenare il furor loro, domandata licenza, volevano cessar dagli stipendj. Soprattutto il buono e generoso Laharpe iva gridando, il soldato ogni ora più arrogarsi le ruberìe e le uccisioni, assassinare i soldati i paesani, i paesani i soldati; non poter con parole descrivere le enormità che si commettevano; le stanze dei soldati essere deserte; correre il soldato le campagne a guisa piuttosto di bestia feroce che d'uomo; e se le guardie da un lato il cacciassero, correre tosto ad assassinare da un altro: disperarsene gli ufficiali: meno atroce caso fora, aggiungeva dolente e sdegnoso Laharpe, l'adunare in un luogo solo gli abitatori per ammazzargli tutti in una volta, poi devastar quel che restasse; essere il medesimo, perchè se di ferro non morissero, di fame morrebbero: non esservi adunque più provvidenza, sclamava, che fulminasse i scelerati amministratori, che ridotto avevano i soldati dell'Italica oste od a farsi ladri ed assassini, od a morir di fame: non poter più vedere, meno ancora tollerare sì abbominevoli eccessi; chiedere perciò licenza a Buonaparte generale, volersene ire; anteporre l'umile mestiere del lavorar la terra per vivere, ad esser capo di genti peggiori che non furono ai tempi andati i Vandali. Noi non abbiamo senza tenerezza narrato le generose querele di Serrurier, di Chambarlac, di Maugras e di Laharpe, acciocchè sappiano i posteri, che se le primizie che si diedero all'Italia, furono opere da cui più l'umanità abborrisce, vissero ancora in mezzo ai Francesi non pochi generosi uomini che queste esorbitanze barbare ed abborrivano, ed apertamente condannavano.
Seguitando ora il progresso della storia, dopo la vittoria di Magliani, insistendo velocemente Buonaparte nei prosperi successi, era venuto a capo del suo pensiero di separare gli Austriaci dai Piemontesi: nel che tanto più facilmente riuscì, che nè Beaulieu si curò molto di starsene unito a Colli, nè Colli a Beaulieu, perchè ed alcuni semi di discordia già erano prima dei raccontati fatti tra di loro sorti, e, come suole accadere nelle disgrazie, gli Austriaci accusavano i Piemontesi di non avergli, com'era debito, ajutati, i Piemontesi davano il medesimo carico agli Austriaci. Finalmente premeva più a Beaulieu l'accorrere alla difesa del Milanese, a Colli a quella del Piemonte. Di questa dissidenza dei capi Austriaco e Piemontese accortosi l'accortissimo Buonaparte, quantunque gli fosse stato ingiunto di perseguitar piuttosto gli Austriaci che i Piemontesi, si risolveva a serrarsi addosso agli ultimi, sperando di costringere fra breve il re di Sardegna alla pace, per voltarsi poscia, assicuratosi alle spalle, con maggiore speranza di vittoria, alla conquista della Lombardia. Al quale consiglio tanto più volentieri si appigliava, quanto più sapeva, che Beaulieu tentava continuamente l'animo del re per farlo star fermo nella lega, offerendogli di soccorrerlo non solo con le forze che gli restavano tuttavia, ma ancora con quelle che o già erano arrivate, o presto dovevano arrivare nel Milanese, purchè per sicurtà della sua fede e delle genti Austriache, consentisse a dargli in mano le fortezze di Alessandria e di Tortona. Per la qual cosa il capitano di Francia voltò del tutto i pensieri a voler vedere quello che fosse per partorire in Piemonte la presenza dei repubblicani. Due erano i modi che voleva usare per arrivare ai suoi fini; la forza con perseguitar da vicino co' suoi soldati vittoriosi le reliquie delle truppe reali, l'astuzia col tentar di far muovere i popoli, con le parole di libertà, contro l'autorità del re. A questo era e disposto per se, e comandato dal Direttorio. Gli aveva il Direttorio imposto, che tentasse per ogni mezzo di dare spirito ai novatori, e tanto più ciò facesse, quanto più si ostinasse il Piemonte a voler perseverare nella sua congiunzione con la lega, e nella guerra. A questo fine, e per far vedere che entrava con molto favore, aveva Buonaparte condotto con se alcuni fuorusciti Piemontesi, dei quali alcuni erano amici della libertà, altri facevano professione di essere. Sperando egli di far consentire con lo spavento d'interne rivoluzioni Vittorio Amedeo alla pace, pensava di servirsi dell'opera di costoro, quantunque in poca stima gli tenesse, anzi piuttosto gli avesse a vile, perchè egli riputò sempre gli amatori della libertà, o veri o finti ch'essi fossero, piuttosto importuni parlatori, che uomini capaci di far cose di momento. Adunque, ordinato ogni cosa, come abbiamo detto, e collocato un grosso corpo nei contorni del Dego per appostar gli Austriaci, acciocchè non tentassero nulla a suo pregiudizio, si avviava verso Ceva, contro cui aveva già mandato con molte forze Augereau e Serrurier.
Erasi Colli, dopo l'infelice successo della giornata di Magliani, e dopo che pel fatto di Cosserìa era stato obbligato di lasciar al nemico la possessione di Montezemo, ridotto coi Piemontesi nel campo trincerato, che per difesa della fortezza di Ceva era stato ordinato alla Pedagiera, ed alla Testa nera, sito che signoreggia la fortezza. Assaltò Buonaparte impetuosamente questo campo; gli fu anche virilmente risposto; durò la battaglia molte ore con molto sangue da ambe le parti, massime dei repubblicani, i quali combattevano più scoperti. Nè vi fu modo di far piegare i regj, che con valore difendendosi respingevano costantemente il nemico. Succedeva questa fazione ai sedici aprile. Pernottarono repubblicani e regj ai luoghi loro. Ma il giorno seguente, ingrossatisi molto i primi, rinfrescarono l'assalto più forte di prima, nel quale sebbene animosamente si difendessero i regj, temendo Colli di essere spuntato dai lati, lasciato un grosso presidio nella fortezza, ritraeva le genti con andar ad alloggiarle in sito molto opportuno là dove la Cursaglia mette nel Tanaro. In questi fatti, proteggendo valorosamente la ritirata il reggimento d'Acqui, morì di grave ferita il marchese Cavoretto, morte sentita dolorosamente da tutti per le buone qualità sue sì civili, che militari; e se i Francesi han ragione di celebrare, come fanno, con esimie lodi coloro, che sono morti combattendo per la patria, non so perchè gl'Italiani siano tanto scarsi in lodar coloro che, come il marchese Cavoretto, diedero la vita per preservare una patria, che debbe loro essere tanto cara, quanto è veramente la Francia ai Francesi. Occuparono, fatta questa ritirata, i repubblicani subitamente la città di Ceva, nè così tosto l'occuparono che vi fecero grosse tolte di pane, e posero taglie di denaro. Attaccarono i repubblicani superiori di numero l'esercito regio nei campi della Bicocca, della Niella e di San Michele, ma non poterono sloggiarlo, pel duro contrasto che vi fece. Ai venti massimamente si combattè con molto sangue: pure stettero fermi alla pruova i Piemontesi, per modo che Serrurier si ritirava assai malconcio e disordinato. Infine quel valoroso Massena, il quale nato suddito del re, più di tutti operò per abbattere la sua potenza, passato la notte del ventuno il Tanaro a guado presso Ceva aveva occupato Lesegno. Dall'altra parte Guyeu e Fiorella, essendosi fatti padroni del ponte della Torre, mettevano Colli in pericolo di essere circondato dai repubblicani alle spalle; il che avrebbe condotto quell'esercito, ultima speranza della monarchìa Piemontese, ad un'estrema rovina. Perlocchè, levato il campo occultamente alle due della notte, e conducendo seco tutte le artiglierìe e le bagaglie, s'incamminava frettolosamente, ma ordinatamente alla volta di Mondovì. Il seguitarono velocemente i repubblicani, ed il raggiunsero a Vico, dove allo spuntar del giorno seguì la battaglia, che i Francesi chiamano di Mondovì. Buonaparte solito ad abbellir con parole magnifiche le sue geste, rappresentò questo fatto con colori di grandezza, e di virtù militare dal canto de' suoi. Ma il vero si è, che Colli non poteva, nè voleva tra mezzo ad una frettolosa ritirata, e con soldati già scemi d'animo e di forze venirne ad una battaglia giusta contro un nemico vittorioso, battaglia in cui ne sarebbe andato tutto il destino di un antichissimo reame. Solo suo intento era di ritardar tanto il perseguitante nemico, che potesse condur in salvo le artiglierìe ed il bagaglio, ed andar a pigliar un alloggiamento tale, che potesse, se ancor possibil fosse, arrestar il corso alla fortuna che con tanto impeto precipitava. Difesosi in Vico con molta arte e valore, potè ritardando il nemico, conseguire il fine che si era proposto, di condurre a salvamento nei luoghi sicuri dietro l'Ellero ed il Pesio le armi grosse, e tutti gl'impedimenti. Ritirossi poscia, andando a posarsi in un forte alloggiamento oltre la Stura, dove la fronte era difesa dal fiume, la destra aveva per sicurtà Cuneo, donde si congiungeva alle genti che guardavano i passi per al Colle di Tenda, la stanca finalmente si appoggiava a Cherasco posto alla foce della Stura nel Tanaro, ed afforzato, sebbene leggermente, con bastioni muniti di steccate e palizzate. In tale modo un umile fiume, un esercito valoroso, ma vinto, e due piazze, una forte l'altra debole, restavano soli impedimenti ai Francesi, onde non inondassero tutto il Piemonte, e non sventolassero le insegne repubblicane sotto le mura della città capitale di Torino. Certamente assai è da lodarsi Buonaparte per l'ardire e per l'arte mostrata in tutti questi fatti; assai anche è da lodarsi il valore de' suoi soldati; ma da lodarsi ancora è Colli, e l'esercito Piemontese, che spinto e risospinto più fiate da luoghi rotti e montuosi, conservossi sempre intiero, ed all'ultima fine intiero rappresentossi al re per quei negoziati che per la conservazione del regno avesse stimato convenirsi.