Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I

Part 21

Chapter 213,390 wordsPublic domain

Pratiche per la pace tenute in Basilea. Sono infruttuose, e perchè. Si prepara da ambe le parti la guerra d'Italia. Beaulieu surrogato a Devins nel comando dei confederati, e perchè. Instanze del Direttorio di Francia presso ai Veneziani, perchè facciano uscire dai loro stati il conte di Lilla: debolezza del senato Veneziano. Nobile condotta del conte in sì doloroso accidente. Buonaparte surrogato a Scherer nel comando dei repubblicani, e perchè: sue qualità. Situazioni delle sue genti. Sono giunti i tempi fatali, e s'incominciano le ostilità. Battaglia di Montenotte seguìta addì dieci, undici, e dodici aprile del 1796. Buonaparte separa gli Austriaci dai Piemontesi. Fatto di Cosserìa. Furiosissima battaglia di Magliani, che i Francesi chiamano di Millesimo e che fu combattuta il dì tredici aprile. Bellissimo fatto d'armi del colonnello austriaco Wukassovich al Dego. Generosi lamenti di alcuni generali, e capi di truppa Francese sugli eccessi commessi dai loro soldati. Buonaparte si volta contro i Piemontesi. Varj fatti d'arme, specialmente quello di Mondovì. Il generale repubblicano stimola i novatori del Piemonte: sommossa d'Alba. Buonaparte arriva a Cherasco: Colli, generale del re, si ritira a Carignano. Discussioni nel consiglio regio. Tregua di Cherasco. Bando grandiloquo di Buonaparte a' suoi soldati. Pace tra il re di Sardegna, e la repubblica di Francia, conclusa a Parigi il dì quindici maggio del 1796. Buonaparte perseguita Beaulieu, lo inganna, e passa il Po a Piacenza. Battaglie di Fombio e di Codogno. Battaglia sanguinosissima del ponte di Lodi, accaduta addì dieci di maggio. Beaulieu si ritira al Mincio. L'arciduca lascia Milano. Qualità dei Milanesi. Massena entra il primo in Milano, poi Buonaparte. Umori diversi di detta città. Discorsi di Buonaparte. Suo secondo bando grandiloquo ai soldati. Terrori d'Italia.

A questo tempo avendo i collegati pruovato con molto danno loro qual dura impresa fosse l'affrontarsi con quegli audaci repubblicani di Francia, si consigliarono di voler dimostrare inclinazione alla concordia, e porre avanti alcune proposizioni d'accordo, sì per avere più giustificata cagione di continuar a combattere, se i repubblicani ricusassero, e sì per aver comodità di respirare e di aspettare il benefizio del tempo, se accettassero; e poichè la guerra era divenuta tanto pericolosa, si risolvettero a sperimentare, se la pace apportasse condizioni di maggior sicurezza. Per la qual cosa pensarono a tentare la disposizione del Direttorio di Francia con introdurre qualche negoziato a Basilea, città neutrale, e già famosa per le due paci di Prussia e di Spagna. Siccome poi l'Inghilterra era l'anima di tutta la mole, così da questa, ed a nome di tutti procedettero le profferte. Scriveva il dì 8 marzo Wickam, ministro d'Inghilterra appresso ai Cantoni Svizzeri, a Barthelemi ministro di Francia, ch'egli aveva comandamento di fargli a sapere, che la sua corte desiderava di restare informata, se la Francia aveva inclinazione a negoziare con Sua Maestà e co' suoi alleati, a fine di venirne ad una pace generale stipulata con giusti e convenienti termini: se a ciò si risolvesse la Francia mandasse ministri ad un congresso da convocarsi in quel luogo, che più sarebbe stimato conveniente da ambe le parti. Desiderava altresì sapere, quali fossero i generali fondamenti della concordia che piacesse al Direttorio di proporre, affinchè si potesse esaminare, se fossero accettabili, o finalmente, se i mezzi proposti non fossero accettati, quali altri avesse a proporre per trovare qualche modo d'onesta composizione. Questa proposta, la qual'era del tutto conforme ai modi soliti a usarsi fra i principi, e che non avea in se cosa, che potesse offendere l'animo del Direttorio fu molto risentitamente udita da lui, e diede principio a quel costume dottorale e loquace di quei governi repubblicani ed imperiali di Francia, di voler insegnare in casa altrui, come se meglio non conoscesse i fatti proprj chi gli governa, di chi non gli governa. Quindi nacque altresì quell'uso affatto insolito di dar consigli, o ad un amico, o ad un nemico e di convertire in cagione di guerra il rifiuto di seguitarli; uso veramente enorme, perchè fa giudice della causa una sola delle parti, rende dubbiosa la giustizia, mette la parte contraria nella necessità di vincere o di perire, ed opera che la guerra dipenda in tutto dal capriccio, e dall'ambizione di un solo. Il Direttorio comandava a Barthelemi, che rispondesse, desiderare lui la pace, ma desiderarla giusta, onorevole e ferma; avrebbe udito volentieri le proposte, se quel dire di Wickam di non aver autorità di negoziare non desse sospetto intorno alla sincerità Inglese. Infatti, se incominciasse l'Inghilterra, quest'erano le parole dottorali del Direttorio, a conoscere i veri interessi suoi, se bramasse aprirsi di nuovo la strada all'abbondanza ed alla prosperità, se con buona fede richiedesse di pace, a che fine, con quale consiglio proporre un congresso, mezzo non mai terminabile d'accordo? Perchè con termini tanto generali e sì poco definiti, domandare alla Francia, proponesse ella un altro modo per arrivare alla concordia? Non mostrar con questo, voler solo il governo Inglese con queste prime offerte, acquistar per se quel favore, che sempre accompagna chi primo mette fuori quelle gioconde parole di pace? La speranza che abbiano ad essere senza frutto, non vedersi forse mescolata con loro? Ma quale di questo fosse la verità, convenirsi alla sincerità del Direttorio il palesare apertamente, a' quali patti ei potrebbe consentire agli accordi; vietare la constituzione della repubblica, che niun paese di quelli, che erano stati incorporati al suo territorio, da lui si scorporasse; delle altre conquiste si negozierebbe. Quì parimente ebbe principio quel metodo veramente incomportabile, usato dai governi che per vent'anni l'uno all'altro succedettero in Francia, di volere, che una legge politica interna diventasse legge politica esterna, ed obbligatoria pei forestieri.

Rispose l'Inghilterra, anche a nome di tutti i confederati, non poter consentire ad una condizione tanto insolita, nè altro mezzo restare se non quello di continuare in una giusta e necessaria guerra. Così non si seguitò più questo ragionamento, e svanirono le speranze di pace concette dalle profferte di Basilea. Diedene l'Inghilterra avviso a tutte le potenze confederate, coi soliti conforti dei sussidj pecuniarj, e col far vedere che ove la pace era impossibile, si rendeva necessario l'usar la guerra, con tutti gli sforzi, che maggiori si potessero fare. Ognuno aveva gli occhi volti al re di Sardegna, il quale già perduto mezzo lo stato, e prostrate le difese del restante, si vedeva vicino ad esser prima condotto all'ultima rovina, che la guerra incominciasse pure a romoreggiare su i confini dei suoi alleati. Conoscevano questi la costanza del re, ma dubitavano che nel prossimo urto dell'armi, se le battaglie fossero riuscite infelicemente, ed i repubblicani si facessero strada nel cuore del Piemonte, si sarebbe forse alienato da loro, sperando di ricompensare con gli ajuti di Francia, a danno ed a pregiudizio di alcuno fra i confederati, quello che non ostante gli ajuti loro aveva perduto. Tentarono adunque il re ammonendolo, che si dichiarasse, quali sarebbero i suoi pensieri, se per un sinistro di guerra, i Francesi irrompessero nelle pianure Piemontesi. Ridotto a queste strette, rispose animosamente Vittorio, mandando anche in questo proposito lettere circolari a tutti i principi che correrebbe con loro la medesima fortuna, che persisterebbe nella fede, che non sarebbe per abbandonare la sua congiunzione; non dubitassero, che i fatti non fossero per corrispondere alla prontezza dell'animo.

L'Austria intanto, veduto che i tempi estremi erano giunti per lei in Italia, mandava a governare le genti, in vece del Devins più prudente che ardito capitano, ed anche scemato di reputazione per le recenti sconfitte, il generale Beaulieu, il quale quantunque già molt'oltre con gli anni, era animoso, vivace, ed abile per questo di stare a fronte a quella furia Francese, che meglio si può vincere col prevenirla, che coll'aspettarla. Nè mancava in lui la esperienza dei fatti di guerra, essendosi già molto esercitato, nè senza gloria, nelle guerre di Fiandra. Ma quantunque fossero in Beaulieu le qualità più necessarie in un buon capitano, mancava in lui la cognizione dei luoghi, non avendo mai guerreggiato in Italia, nè portò con se tante forze, quante gli erano state promesse; perchè i sussidj Austriaci in Piemonte, quando prima in quest'anno s'incominciò a menar le mani, ascendevano forse a trenta mila, ma certamente non passavano quaranta mila soldati, numero non sufficiente a difendere, non che ad offendere. Del qual fatto quale ne sia stata la cagione, o lentezza o necessità, certo è bene, che l'opera non fu eguale al pericolo. Oltre a ciò, sebbene a Beaulieu, quando fu chiamato generalissimo dei Tedeschi in Italia, fosse stato promesso che sarebbe rivocato Argenteau, che per difetto o d'animo o di mente, era stato cagione d'infelici eventi nella riviera di Genova, nondimeno l'aveva trovato ancora, non senza sdegno, non solo presente all'esercito, ma ancora rettore di una forte divisione di soldati: il che a lui, che era consideratore delle cose future, diede sinistro presagio, parendogli, che a volere che i soldati vincano, importi il prepor loro capitani vincitori. Nè Beaulieu medesimo era tale, che potesse convenientemente governare capitani, e genti di diverse lingue e di diverse nazioni, tenendo più del guerriero che del cortigiano, per guisa che più temuto che amato dai suoi e dai forestieri, era piuttosto obbedito per forza, che per volontà. Nè i nobili Piemontesi, che sentivano molto altamente di loro medesimi, lo avevano a grado. S'aggiunse a tutto questo, che sebbene si fosse ordinato che i Piemontesi dovessero in tutto accordarsi, e cooperare con gli Austriaci, e questi coi Piemontesi, tuttavia l'esercito regio non obbediva a Beaulieu, ma era retto sovranamente da Colli, al quale non mancava nè perizia, nè virtù militare, ma non viveva concorde col capitano Austriaco. Questo fu cagione, che, contuttochè i due generali operassero di concerto, nei partiti dubbj però, dove aveva gran parte la propria opinione, l'uno non secondava l'altro, nè l'altro l'uno, quanto la gravità del caso avrebbe richiesto. Con queste mancanze, mali umori, e semi di debole concordia, s'incominciò, dalla parte dei confederati, una guerra gravissima, nella quale si proponevano, deposte oramai le speranze di fare impressione in Francia, come falsamente si erano persuasi, di far di modo che almeno l'Italia si preservasse dalla inondazione Francese. Erano per tale guisa ordinati i confederati, che la loro ala sinistra, partendo dalla Scrivia nella vicinanza di Serravalle, si distendeva sino alla destra sponda della Bormida. Quivi incominciava ad aver le stanze il corno sinistro dei Piemontesi, che traversando quelle montagne, si sprolungava fino alla Stura, con assicurare Ceva e Mondovì con grossi presidj, e con appoggiarsi coll'estremità del corno destro alla forte città di Cuneo. Le genti più leggieri munivano i passi più alti delle montagne, ed un campo era stato fatto con forti trincee, ed in luogo eminente verso Lesegno per la sicurezza del forte di Ceva. Ma siccome quello di cui stavano in maggior gelosìa gli Austriaci, erano le possessioni loro in Lombardìa, così si erano molto ingrossati nei contorni di Alessandria e di Tortona, e verso l'estremo corno loro, occupando per tal modo con molte forze le due strade che da Genova accennano al Milanese, una per Novi, l'altra per Bobbio. Avrebbero desiderato per maggior sicurezza delle cose loro avere in mano la fortezza di Tortona, e ne fecero anche richiesta; ma ciò fu loro con la solita costanza dinegato dal re, il quale ancorchè posto nell'ultima necessità, volle non ostante, quanto potè, in propria balìa conservarsi. Tal era adunque la condizione dei tempi, che il re di Sardegna combatteva per la salute sua, e ne andava tutto lo stato, l'imperador d'Alemagna per le sue possessioni del Milanese e del Mantovano, il re di Napoli per la preservazione d'Italia, il papa per l'autorità della santa sede, e per l'incolumità della religione; Venezia sperava nella neutralità senz'armi, Genova nella neutralità con armi, Toscana nella consanguinità coll'Austria e nell'amicizia colla Francia, Parma e Modena nè in pace nè in guerra, dipendevano in tutto dagli accidenti.

Risoluzione principalissima dei reggitori Francesi era di far potente impresa per invadere l'Italia, ed a questo fine indirizzavano tutti i pensieri loro. A questo si muovevano non solo pel desiderio di pascere l'esercito in un paese ricco, ed ancora intatto, ma eziandio per la speranza, che alla fama di un tanto fatto, e per lo scompiglio che ne sarebbe nato tanto in Italia quanto in Germania, si sarebbero manifestati a favor loro in tutte, od in alcune corti d'Europa cambiamenti d'importanza. Più special fine loro in tutto questo era di costringere l'imperatore alla pace, per facilitar la quale speravano di trovare in Italia per la forza dell'armi compensi ad offerire a quel principe in iscambio dei Paesi Bassi, che ad ogni modo volevano conservare incorporati alla Francia; imperciocchè si avvedevano, che, ove fosse la casa d'Austria, tanto nobile e tanto potente, sforzata alla pace con la repubblica, non solo i potentati minori, ma anche i più grossi sarebbero facilmente venuti ancor essi agli accordi. A questo primario disegno subordinavano tutti i pensieri e tutte le risoluzioni loro: del modo o fosse di forza o fosse di fraude, non si curavano. Al che se avessero posto mente le repubbliche di Genova e di Venezia, non avrebbero aspettato gli estremi casi per fare risoluzioni forti in salute loro. Venezia particolarmente pericolava, siccome contigua agli stati dell'imperatore; perchè, se si voleva dar il Milanese al re di Sardegna per farlo correre contro l'Austria, si volevano anche dare tutti o parte degli stati Veneziani all'imperatore per farlo risolvere agli accordi. Di ciò non dubbj segni ebbero, molto innanzi che la cosa si manifestasse coll'ultimo precipizio, i ministri di Venezia in Basilea, in Vienna ed in Parigi, e ne avvisarono il governo. Parlava per verità il governo Francese, parlavano i suoi agenti per ambagi, e con parole tronche, ma non sì che la volontà nemica non vi comparisse dentro chiaramente, e molto ancora più chiaramente il medesimo disegno si vedeva spiegato nelle gazzette Parigine, che più dipendevano dal governo. Siccome poi, quando si vuol perdere qualcheduno, e' s'incomincia a fargli proposte disonorevoli, per la speranza di rifiuto, pretesto di ostilità, così uscirono con richiedere Venezia, che scacciasse da' suoi stati il conte di Lilla, il quale sotto tutela del diritto delle genti, e sotto quella ancor più sacra dell'infortunio, se ne riposava solitariamente a Verona. Poco importava al governo repubblicano di Francia, che il conte se ne stesse negli stati Veneziani, che anzi gl'importava che vi stesse piuttosto che altrove; perchè se era pericoloso per quel governo che dimorasse in paese non solamente neutrale, ma ancora alieno dal tentar novità in favore di lui, assai più pericoloso sarebbe stato, se si fosse condotto od all'esercito del principe di Condè, o negli stati delle potenze in guerra con la Francia. Ma la domanda di farlo uscire era appicco di querela, non testimonio di timore. Quantunque il conte di Lilla, dopo la morte di Luigi decimosettimo, avesse assunto la dignità reale, e fosse in grado di re tenuto dai fuorusciti Francesi, dal ministro di Spagna Lascasas, dal ministro di Russia Mardinof, e dal ministro d'Inghilterra Macarteney, che appresso a lui era stato mandato appositamente dal re Giorgio, il senato Veneziano non l'aveva mai riconosciuto pubblicamente nè trattato da re. Che anzi interpose ogni diligenza, perchè, mentre sul territorio della repubblica dimorasse, non usasse apertamente atti, che l'autorità sovrana dinotassero. Al che il conte rispose con nobile condiscendenza, vivendosene assai ritiratamente in una villa del conte di Gazola: nel qual contegno tanto egli abbondava, che nè pubblicò con le stampe della Veneta repubblica, nè datò di Verona il manifesto che fece, nella sua esaltazione, alla nazione Francese; che se poi nelle sue azioni segrete, ed in privato teneva pratiche, che certo teneva, per ricuperare l'antico seggio de' suoi maggiori, non si vede come ciò si potesse imputare alla repubblica di Venezia.

Gran maraviglia farebbe in questo caso, se non si sapessero le cagioni, lo sdegno del direttorio di Francia; perchè mentre superbamente comandava al senato Veneziano, che allontanasse da' suoi dominj il conte di Lilla, sopportava molto pazientemente, che l'ambasciador di Spagna Lascasas riconoscesse il conte come re di Francia, e con lui come col re di Francia, di affari pubblici trattasse; il che era di ben altra importanza, che il dare ricovero ad un principe infelice e perseguitato. Ma la Spagna era più potente di Venezia, nè si poteva dar in preda a nissuno in compenso di stati rapiti. Scriveva il primo marzo in nome e per ordine del direttorio il ministro degli affari esteri Carlo Delacroix al nobile Querini in Parigi, che poichè Luigi Stanislao Saverio non aveva dubitato di operare in qualità di re di Francia sul territorio della repubblica di Venezia, si era reso indegno dell'asilo concedutogli dalla umanità del senato: richiedeva pertanto, e domandava, fossene privato, e gli si desse bando da tutti i territorj Veneziani; non esser questo, aggiungeva, caso di neutralità: la neutralità potersi osservare fra potenze reali ed armate, non fra un re immaginario ed una repubblica felicemente stabilita, che può, che sa, se ho a dirla con lo stilaccio di quei tempi, spiegare una energìa, e delle forze reali per farsi rispettare. Nel che si può notare, che non si vede, che cosa importasse l'avere energìa e forze grandi, al punto della quistione, di cui quì si trattava.

Ma tornando al nostro proposito, essendo posto in senato il partito, se dovesse la repubblica adempiere la richiesta del governo Francese, ancorachè il procurator Pesaro generosamente contrastasse, ricordando con parole gravissime alla repubblica la bruttezza del fatto, e l'antica generosità di Venezia, fu vinto con centocinquanta sei voti favorevoli, e quarantasette contrarj. Orarono in questo fatto contro la opinione del Pesaro i savj del consiglio Alessandro Marcello, Niccolò Foscarini, e Pietro Zeno, rappresentando, che la pietà verso un principe forestiero non doveva più operare negli animi dei padri, che la carità verso la patria. Brutta certamente e vituperosa deliberazione del senato fu questa, nè ad alcun modo scusabile, e tanto meno quanto si vedeva chiaramente, che il vituperio non avrebbe bastato a partorir salute; nè varrebbe a diminuire la vergogna l'esempio di Luigi decimoquinto re di Francia, il quale stretto di nissuna necessità, non abborrì dal bandire, a petizione dell'Inghilterra, da' suoi stati il principe Edoardo Pretendente; perchè i re possono bene dare col loro esempio maggior forza all'onesto, ma non onestare il disonesto; imperciocchè se gli uomini non sono fiere, ma uomini, havvi fra di loro una legge del giusto e dell'onesto, anteriore e divina, cui nè la forza, nè i capricci dei potenti possono invalidare; e se i contemporanei gli adulano, i posteri gli notano d'infamia. Tanto è forte nelle umane menti la impressione di quella divina legge.

Si commise al tribunale degl'inquisitori di stato l'esecuzione del partito preso dal senato. Delegossi a far l'ufficio il segretario Giuseppe Gradenigo, ed il marchese Carlotto. Introdotti nelle stanze del conte, che per uomo a posta era stato avvisato da Venezia dal conte d'Entraigues del successo delle cose, ed al cospetto suo venuti, eseguirono quello che dalla signorìa era stato loro comandato. A tale annunzio rispose gravemente, partirebbe, ma per forza; se gli portasse intanto il libro d'Oro; cancellerebbe di sua mano il nome dei Borboni; se gli restituisse l'armatura di Enrico quarto suo glorioso avolo, data in dono alla repubblica. Nè parendogli più dignità il dimorar più lungamente in un dominio, che per debolezza obbediva ai comandamenti degli uccisori del suo fratello, se ne partiva senza dilazione, e sotto nome di conte di Grosbois si condusse all'esercito dei Francesi fuorusciti a Friburgo in Brisgovia. Innanzi però che partisse, fece mandato al ministro di Russia appresso al senato, acciocchè in vece sua cancellasse sul libro d'Oro il nome dei Borboni, e l'armatura d'Enrico in deposito ricevesse. Al tempo medesimo gli rammentava, che per la fede e l'affezione che aveva posta in lui, gli affidava quanto di più caro e di più prezioso aveva, e quest'era il ritratto del re suo fratello. Gli ricordava infine, e gli raccomandava i suoi sudditi fedeli, particolarmente il conte d'Entraigues, che nel dominio dei Veneziani rimanevano. Così partiva con tanta dignità da Verona, con quanta modestia vi era vissuto, e partendo fece un pietoso ufficio verso il re suo fratello e verso coloro, che per affezione alla sua persona ed al nome reale si erano fatti partecipi del suo esilio.

Intanto per gli uffizj fatti per ordine del senato dai ministri Veneti presso le corti d'Europa, massimamente presso l'imperatrice delle Russie, che con più caldezza degli altri procedeva in favore del conte, si acquetò il negozio del libro d'Oro, e dell'armatura d'Enrico.