Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I
Part 20
«Adunque, essendo tutte le difese dello stato od in mano del nemico, od in pericolo di cadervi, le genti nostre diminuite di numero e di animo, l'alleato poco fedele, e piuttosto della salute sua che della nostra sollecito, nè potendo le nostre necessità aspettare la tardità dei rimedj che si preparano, io porto opinione, che la pace sia assai più sicura della guerra, ed alla pace vi conforto, e la chiamo, e la bramo ora che le forze, che ancor vi restano, ve la possono dare onorevole e sicura; che se aspettate l'ultima necessità, fia la pace infame, fia distruttiva, fia congiunta con servitù intiera ed insopportabile. Se altro partito miglior di questo vi sovviene, avrei caro udirlo; ma qualunque ei sia, non istate più indugiando, che il tempo pressa, l'occasione fugge, il pericolo sovrasta. Or vi spiri benigno il cielo, e vi faccia deliberar sanamente a salvazione del generoso Piemonte, ed a preservazione della nobile Italia».
Questo discorso porto da un uomo pratico di guerra, di natura molto veridica, congiunto di amicizia col generale Austriaco Strasoldo, fece non poco effetto negli animi dei circostanti, dei quali una parte inclinava agli accordi quantunque tutti avessero la volontà aliena dai Francesi. Ma sorse a contrastar questa inclinazione alla pace il marchese d'Albarey, il quale, sebbene fosse d'indole pacifica e d'animo temperato, essendo stato operatore del trattato di Valenziana, e fondandosi sulle considerazioni politiche, opinava, doversi nella guerra e nella fede data all'Austria perseverare.
«Sono, ei disse, più che qualunque altra azione umana all'arbitrio della fortuna sottoposte le militari fazioni; le politiche cose altre variazioni non fanno, se non quelle che suole indurre la prepotente forza dell'armi. Della quale differenza la cagione si è, che le prime pendono intieramente dai casi fortuiti e dal coraggio degli uomini sempre soggetto a spaventi inopinati, mentre le seconde stanno fondate sulle umane passioni, le quali sono sempre in tutti i luoghi ed in tutti i tempi le medesime. Infatti si vede che la guerra mette spesso in fondo i più potenti, i più gloriosi reami, mentre quelli che alla ragione di stato prudentemente si conformano, vivono tutto quel corso di vita che dalla natura alle opere umane è concesso. Ha la forza in se non so che di cieco e di disadatto, che la fa dar negli scogli e nelle ruine; ha la prudenza, figliuola della cognizione vera delle umane passioni, in se non so che di disinvolto e di sguizzante, che fa che chi la segue schivi gli ostacoli, e viva eterno. Propone il marchese Silva che si faccia la pace, perchè, come crede, non si può più far la guerra; chiama l'Austria infedele; è confortatore, che il re si fidi nella repubblica Francese, la quale, sebbene ora faccia certe dimostrazioni in contrario, è pure la nemica naturale e terribile di tutti i re. Ma sul bel principio del mio favellare, e su di questo medesimo argomento di guerra insistendo, di cui tanto è il mio avversario perito, io domando a lui, quale dei due eserciti sia più grosso, o del nostro congiunto alle genti Austriache, o di quello del nemico, solo esposto a tutto lo sforzo degli alleati? Certamente, qual uomo sincero, qual egli è, sarà per rispondere, il nostro. E se gli domando, s'ei crede che per la congiunzione delle genti de' Pirenei, il Francese diventi più potente del confederato ingrossato per la giunta di nuove genti Tedesche, certo ancora ei risponderà, non credere; poichè e i Pirenei saran pure da guardarsi; e la pace con la Spagna non sarà senza sospetto. Finalmente se io gli domando, s'egli stima i Francesi più valorosi dei Piemontesi, o più degli Austriaci, certo sono ch'ei risponderà, non istimare. Dove vanno dunque a ferire queste instanti querele, che voglion significare questi predicati spaventi? Sono i Francesi padroni delle cime dei monti! E siano, e s'arrovellin pure per la fame, per la miseria, per la intemperie in que' luoghi alpestri e selvaggi; che se hanno i gioghi, e' non hanno i passi, e non vedo che alcuna fortezza vacilli, non che sia in mano loro, ed il penetrar in Piemonte con le fortezze nimichevoli a ridosso, sarebbe pei Francesi stoltizia, piuttosto che coraggio, sarebbe caso più desiderabile per noi, che spaventoso; che anche quì il valor Piemontese ed Austriaco affrontolli, ed anche quì biancheggiano ancora i campi delle Francesi ossa prostrate in battaglie giuste da queste stesse mani, da queste stesse armi, che ora contro la rabbia loro difendono l'appetita Italia. Nè so restar capace, come si possa accagionare la fede, od il valore delle genti Tedesche. Sanlo Savona e San Giacomo, sanlo Vado e Melogno ancora tinti da repubblicano sangue come feriscono le spade, come piombino le palle Tedesche. Che i generali d'Austria abbiano cura della Lombardìa, il crederei facilmente, e debbonla avere: ma che non curino il Piemonte, dov'è colui che lo dice? Poichè tanto sangue sparso, tante incontrate morti, non solo sui monti della Liguria, ma nei seni più reconditi delle Alpi, rendono testimonianza in contrario. Ma pogniamo esser le cose della guerra tanto pericolose, quanto il mio avversario asserisce, io non crederò punto mai, ch'elle siano disperate. Che ancora abbiam braccia e petti, ancora abbiam fortezze nelle bocche delle Alpi, nè credo, che siamo in grado di essere costretti ad abbracciare consigli pericolosi, od a farci incontro ad occasioni immature. Ma giacchè si grida pace, vediam che cosa sia, vediam che in se porti questa consigliata pace. La pace con la Francia importa la guerra con l'Austria; il cedere la Savoja e Nizza ai Francesi vuol significare il ricevere dalle mani loro rapaci qualche porzioncella del Milanese, vuol significare il dar loro il passo pel Piemonte, vuol significare il permettere che vadano a ferire direttamente il cuore di coloro, che fin quì difeso hanno il cuor nostro. Sicchè io vedo l'infamia sul limitare stesso di quest'accordo; perchè quivi è un dare al nemico, ed un arricchirsi delle spoglie dell'amico. Pure l'onore è qualche cosa in questo mondo, e l'incertezza degli umani eventi vi dee tener avvertiti, che tardi o tosto avrete bisogno di alleati; e quale alleato possiate trovare, dopo tanta ignominia, per me già nol so. Ma più addentro questa materia considerando, io trovo che l'accordo con Francia sarebbe la servitù del Piemonte, sarebbe il suo soqquadro, sarebbe la sua ruina. Non possono gli Austriaci, quantunque presenti, tanto avvilupparci, che diventiam servi delle spade Alemanne, perchè le sedi loro troppo sono dalle terre nostre lontane. Possonlo, e facilmente i Francesi, perchè qui pur troppo siam vicini alla fonte di un tanto diluvio, e non so se vi conforti la moderazione loro, la quale quanta e quale sia, sallo il mondo pieno oramai tutto per opera loro di spaventi e di ruine. Per giudicare quali i Francesi siano, e di che sappiano in casa altrui, addomandatelo ai Fiamminghi, addomandatelo agli Olandesi, e se son contenti essi di avergli per alleati, ed in casa loro, siatene pur contenti ancora voi, ed abbiatene il buon pro. Semi sonvi di rivoluzione e di sommossa in Piemonte? Certo sì che vi sono. Ma credete voi, o mio buon marchese Silva, che i Francesi con la presenza loro gli spegneranno? Per me nol credo; credo anzi al contrario, che le giacobine teste pulluleranno, all'aperto si mostreranno, di ultimo sterminio questa felicissima monarchìa minacceranno. Condanneranle forse i Francesi in pubblico, ma fomenteranle in segreto; camminerà lo stato sopra ceneri ingannatrici, e quando voi vi risolverete a mettere il piè sulle prime faville, le farete prorompere in universale incendio. Un manifesto francese poi molto bene acconcio, che di manifesti e di ciarle non hanno inopia, accomoderà il tutto con chiamar voi traditori, voi, che altro non avrete fatto, che sopportar pazientemente la superbia loro. S'abbia la Prussia, s'abbia la Spagna pace con la Francia, poichè per esse non debbono passar i Francesi per andarsene ai disegni loro; ma poichè eglino per nissun'altra cagione vi propongono a questi giorni la pace, se non se per passare in Piemonte ad invadere la Lombardìa, pare a me che la guerra assai più sicura sia della pace; perciocchè la presenza di questi smodati repubblicani non può essere senza semenze funeste, non senza scandali, non senza sommosse, non senza inevitabile perdizione. Nè vi esca di mente, che la Francia per non altro vi richiede ora di pace, che per farla con l'Austria più potente di voi; nè siate per dubitare punto, che ove si scoprirà la prima occasione di far pace con lei, la farà, e lasceravvi nelle peste, nè ricorderassi di voi, manco ancora dell'amicizia vostra, e dovrete tenervi molto fortunati, se non avrete ad accorgervi dai patti che seguiranno, quanto pregiudizioso consiglio sia l'abbandonare un amico fedele e pruovato, per darsi in braccio ad un amico infedele e nuovo; che questi guadagni appunto si fanno i deboli, quando vogliono farla da astuti coi potenti. Odo favellare di penuria di finanze. Ma che penuria, quando ci va la salute dello stato? Per me, ho vergogna di parlar di denaro, quando si tratta dell'essere, o del non essere. Poi credete voi, signor mio, che la Francia sia meglio per impinguar il nostro erario, che l'Inghilterra? Se vel credete voi, non so qual semplicità sia la vostra. Quanto a me, io mi credo che meglio proceda il denaro da chi ne ha troppo, e il getta in casa altrui, che da chi ne ha poco, ed il rapisce in casa altrui. Ora recando alla somma quello, che sono ito finora minutamente considerando, a me pare, che l'amicizia con l'Austria sia più sicura e meno pericolosa, che l'amicizia con Francia. Perciò esorto e prego, che rifiutati i partiti temerarj, e mostrando il viso alla fortuna, ed alla costanza nostra già tanto famosa non mancando, dimostriamo al mondo, che il Piemonte minacciato a' tempi nostri non ha avuto minor animo, che il Piemonte invaso ai tempi andati».
Queste parole vere in se stesse non restarono senza effetto, meno perchè vere erano, che perchè gli animi non avevano per un'anticipata risoluzione alcuna inclinazione alla concordia. Per la qual cosa, posta in non cale la mediazione di Spagna, e tagliata ogni pratica, deliberossi di continuar nella guerra contro la Francia, e non si partire dall'alleanza con l'Austria. Certamente il partito era pieno di molta dubbietà; perchè non vi era minor pericolo nelle suggestioni, che nelle armi repubblicane, e si temevano con molta ragione gli effetti, che avesse a portar con se la presenza dei Francesi in Piemonte. Laonde la risoluzione fatta non è se non da lodarsi, non perchè più sicura fosse, ma perchè in pari pericolo da ambe le parti, ella era più onorevole.
Giugneva intanto il tempo, che doveva mostrare, se quelle armi, che non senza grave fatica e stento avevano potuto contrastare ai Francesi divisi tra Spagna ed Italia, potessero resistere all'impeto loro unito: ed indirizzato a voler fare la conquista dell'Italiane contrade. Già fin dal principio di quest'anno si era deliberato nei consigli di Francia di voler passare con le armi in Italia. Uno dei principali confortatori a quest'impresa era Scherer, riputato fra i buoni generali di Francia, per le pruove fatte recentemente da lui nelle guerre di Germania e di Spagna. Si rinfrescavano vieppiù questi pensieri dopo la pace di Spagna; e parendo, che quegli che ne aveva fatto il disegno, più accomodato capitano fosse per mandarlo ad esecuzione, fu egli preposto all'esercito d'Italia, restando Kellerman a governare solamente le genti alloggiate nelle Alpi superiori. Concorrevano intanto i soldati repubblicani dai Pirenei agli Apennini, e con loro parecchi guerrieri di nome. Inclinava omai la stagione all'inverno, e trovandosi gli alleati riparati a luoghi forti per natura, e per arte, a tutt'altro pensavano fuori che a questo, che i repubblicani, massime privi com'erano di cavallerìe, con poche e piccole artiglierìe, e ridotti in una insopportabile stretta di vettovaglie, avessero animo di assaltargli. Ma i soldati della repubblica usi a vincere le difficoltà che più insuperabili si riputavano, ed astretti anche dall'ultimo bisogno ad aprirsi la via per mare e per terra verso Genova, dalla quale sola potevano sperare di trarre di che pascersi, non si ristettero, ed opponendo un coraggio indomabile all'asprezza del tempo, alla mancanza dell'armi, alla carestìa del vivere, ad un nemico più numeroso di loro, abbondante d'armi e di munizioni, fortificato in luoghi già per se stessi malagevoli, si deliberarono di voler pruovare, se veramente il valore vince la forza, e se l'audacia è padrona della fortuna. Così si preparava la battaglia di Loano, assai famosa pel valore mostrato dai soldati repubblicani, e per la perizia dei generali loro, specialmente di Massena, che ebbe la principal gloria di questo fatto. Era la fronte dei Francesi in tal modo ordinata, che posando con l'ala dritta sulla rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando per Zuccarello e per Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la sinistra a terminarsi sui monti, che sono in prospetto di quelli della Pianeta e del San Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la destra Scherer, che aveva con se i soldati dei Pirenei, ed Augereau che gli aveva condotti, la mezza Massena, la sinistra Serrurier. I confederati stavano schierati di modo che l'ala loro da mano manca, governata da Wallis, occupava Loano, la battaglia condotta da Argenteau Roccabarbena, e la destra composta in gran parte di Piemontesi, e retta da Colli, si stendeva sui monti della Pianeta e del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti questi siti forti non bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie avanzate, fatto tre campi forti, due innanzi a Loano sulle cima di tre monticelli muniti di trincee e d'artiglierìe, e nella terra di Toirano, un terzo per la sicurezza della mezzana più in su a campo di Pietra. Ma come prudente capitano, prevedendo gli accidenti sinistri, aveva munito di genti e d'artiglierìe dietro il corpo di mezzo, non solamente Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo presidio e schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per tal modo si vede che Devins aveva ottimamente preveduto, donde doveva venire il pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente; ma quello, che poco dopo succedette, dimostrò quanto sia vero, che non vale buon consiglio solo contro buon consiglio ajutato da un sopraeminente valore. Resta però, che l'infelice uscita della battaglia di Loano non dee imputarsi al generalissimo Austriaco, ma bene si vedrà, se i posteri non potranno con ragione accagionarne Argenteau, il quale o non istando sulla debita guardia prima del pericolo, o perdutosi di consiglio, quando ei sopravvenne, mancò tanto di valore, quanto aveva Devins abbondato di prudenza. Separava i due eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna il piccolo fiumicello, che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno diciasette novembre per riconoscere i luoghi, e per assaggiar l'inimico, Massena commise al generale Charlet, che assaltasse il posto di campo di Pietra, il quale, sostenuto un furioso urto, si arrese. Questa fazione, terribile presagio di battaglie più gravi, ed indizio probabile di quanto i Francesi avevano in animo di fare, non tenne tanto avvertito Argenteau, che pensasse a starsene avvisatamente. Era la notte dei ventidue novembre, quando Massena, raunati i suoi, così lor disse: «Soldati, il ricordare valore a voi fora piuttosto ingiusta diffidenza, che giusto incoraggiamento; bastò sempre per animarvi a vincere, il mostrarvi dove fosse il nemico. Ora, quantunque più numeroso di voi, si è riparato alle rupi, confessando in tal modo coi fatti più che con le parole, che ei non può stare a petto vostro. Ma che rupi o quali precipizj possono trattenere i soldati della repubblica? Voi vinceste le Alpi, voi gli Apennini già più volte, e costoro, nuovi compagni vostri, vinsero i Pirenei: vinsero essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei di Sardegna e dell'Imperio: ma Sardegna ed Imperio continuano ad affrontarvi; però voi un'altra volta vincetegli, voi fugategli, voi dissipategli, e fia la vittoria vostra pace con l'Italia, come fu la vittoria loro pace con la Spagna. Questi ultimi re, non ancora fatti accorti dalle sconfitte, osano, con l'armi impugnate, stare a fronte della repubblica; ma voi pruovate loro con l'opere, che nissun re può stare armato contro di noi; e poichè aspettano l'estremo cimento, fate che esso sia l'estremo per loro».
Era Massena piccolo di corpo, ma di animo e di volto vivacissimo, e perciò abile ad inspirar impeto nel soldato Francese, già per se stesso tanto impetuoso. Perciò alle sue parole maravigliosamente incitati givano con grandissimo ardimento per quei dirupi, essendo la notte oscurissima, e fatta più oscura da un tempo tempestoso. Era intento di Massena, come si era accordato con Scherer, di urtare nel mezzo dei confederati, di romperlo, e, separando gli Austriaci dai Piemontesi con impadronirsi del sommi gioghi dei monti per Bardinetto, Montecalvo e Melogno, di farsi strada ad un tempo a calarsi alle spalle dell'ala sinistra, che avrebbe dovuto od arrendersi, o fuggire alla dirotta. Dovevano secondare questa fazione, a dritta Scherer con un assalto forte contro Loano, Serrurier con un assalto più molle contro il San Bernardo. Appariva appena il giorno dei ventitre novembre, che Massena assaliva da due bande con una foga incredibile il campo di Roccabarbena. Accorrevano a quest'accidente impensato gli uffiziali Tedeschi ai luoghi loro, e già trovavano qualche titubazione e scompiglio nella ordinanza loro. La qual cosa dimostra l'inconsiderazione di Argenteau, che non avendo presentito, come era facile, quella tempesta, aveva permesso che gli uffiziali si allontanassero dai loro soldati. S'aggiunse un altro infortunio, e fu che Devins afflitto da grave malattìa, e reso inabile al comandare, si era condotto, instando la battaglia, da Finale a Novi, con lasciare la direzione suprema dell'esercito a Wallis. Intanto ardeva la zuffa a Roccabarbena. Laharpe e Charlet, che davano la batterìa, con molto valore insistendo tanto fecero, che, superata ogni resistenza, cacciarono il nemico, che si ritirava, andando a farsi forte a Bardinetto. Quivi nacque un nuovo e terribile combattimento; perchè i confederati, riavutisi da quel primo terrore, vi si difendevano gagliardamente, e dal canto suo fulminava con tutte le forze Massena, giudicando che dalla prestezza del combattere dipendesse del tutto la vittoria. Finalmente dopo molte ferite e molte morti da ambe le parti, prevalse la virtù dei repubblicani: entrati forzatamente in Bardinetto uccisero quanti resistevano, presero quanti non poterono fuggire, e s'impadronirono di tutte le artiglierìe. Ritiraronsi sconcertate e sconnesse a modo più di fuga che di ritirata le reliquie dei confederati, per luoghi erti e scoscesi verso Bagnasco sulla sinistra sponda del Tanaro. Nè bastando all'intento ed all'impeto smisurato di Massena l'acquisto di Bardinetto, mandava a Cervoni, s'impadronisse di Melogno, ed al colonnello Suchet, pigliasse Montecalvo, luogo arido, e quasi inaccessibile. Ebbero queste due fazioni il fine che Massena si era proposto: in tal modo non solo fu prostrata tutta la mezzana dei confederati, ma fu fatto abilità ai Francesi di calarsi verso il mare alle spalle dell'ala sinistra. Il quale fatto coi precedenti fece del tutto piegar le sorti in favor dei repubblicani. Certamente Argenteau non diede pruova di previdenza prima del fatto, nè di avvedutezza o di costanza nel combattimento; nè il corpo di mezzo fece quella resistenza, che per la forza dei luoghi e pel numero dei soldati e delle artiglierìe si era Devins di lui promesso. Ma perchè la sinistra dei confederati non ricuperasse quello che la mezza aveva perduto, Scherer, fatto dar dentro fortemente ai tre monticelli fortificati avanti a Loano, ed alla forte terra di Toirano, gli superava. Nei quali fatti, ajutati anche da tiri di alcune navi Francesi, che si erano accostate al lido tra Loano e Finale, acquistarono buon nome i generali Augereau e Victor. Allora tra per questo, e per essersi Suchet, ricevuto un rinforzo di tre grossi battaglioni mandati da Scherer, calato correndo alle spalle loro, si ritiravano i confederati verso Finale, seguitati dai repubblicani a pressa a pressa. Serrurier, vedute le vittorie della mezzana e della destra parte de' suoi, insisteva più vivamente contro il fianco destro del nemico, e cacciatolo da tutti i siti, lo costringeva a ripararsi nel campo trincerato di Ceva, dove giungevano altresì i residui lacerati e sbaragliati della squadra d'Argenteau. Così l'ala sinistra dei confederati si ritirava non senza scompiglio, e seguitata dai Francesi sul littorale verso Savona, la mezzana del tutto rotta se n'era fuggita, la destra più intiera si era accostata al forte di Ceva. Scese intanto la notte, e conchiuse l'affannoso giorno. Sorse con lei un temporale orribile misto di pioggia dirotta e di grandine impetuosa: serenarono i Francesi nei luoghi conquistati. Ma non così tosto appariva l'alba del giorno seguente, che condotti da Augereau, si misero di nuovo a seguitare velocemente quella parte dei confederati che si ritirava pel littorale, e già la giungevano con far di molti prigionieri. Nè quì si contenne l'infortunio dei vinti; perchè Massena, che stava continuamente alla vista di tutto, avvisando quello che era, cioè che il nemico, dopo di essere passato per Finale, volesse ritirarsi pel monte San Giacomo, era comparso improvvisamente a Gora sul ciglione della valle di Finale, e da una parte mandava una prima squadra ad assaltare il cedente nemico, dall'altra ne spediva una seconda, affinchè occupasse celeremente San Giacomo. In questo modo la sinistra degli alleati, per la rotta improvvisa della mezza, pressata da fronte, sul fianco, ed alle spalle, non aveva altro rimedio che la sollecita fuga; alla quale quei luoghi montagnosi, pieni di tragetti e di sentieri reconditi davano molto favore. Chi si potè salvare, andò a far la massa in Acqui, dove i capi attendevano a raccorre e riordinare le compagnìe dissipate; chi non potè, cadde in balìa del vincitore. Tutte le artiglierìe, gran parte delle bagaglie e delle munizioni, il carreggio quasi tutto, rendettero più lieta la fortuna dei repubblicani. Andavano a svernare in Vado ed in Savona, padroni del tutto della riviera di Ponente, e minacciando con la presenza vicine calamità all'Italia.
Oscurarono lo splendore di questa vittoria le ruberie, i saccheggi, e perfino i violamenti delle miserande donne commessi dai repubblicani sul Genovese territorio. Levossene un grido per tutta Italia, che spaventata aspettava gli estremi danni. Volle Scherer frenare tanto furore. Pubblicava, che farebbe morire chi continuasse. Prese anche l'ultimo supplizio de' più rei. Ma non udivano l'imperio dei capitani, e nè le minacce, nè i supplizj spegnevano la scelerata rabbia. Certamente non erano in questo i repubblicani scusabili, perciocchè niuna cosa può scusare sì eccessive enormità. Pure eran stremi di ogni vettovaglia e d'ogni fornimento: la fame e la nudità sono pur troppo male consigliere ad ogni opera più brutta. Ma i Tedeschi e quando vennero sulla riviera passando pei territorj del Piemonte loro alleato, massime in quei del Cairo e del Dego, e quando se ne andarono dopo la rotta di Loano, quantunque fossero forniti abbondantemente di ogni cosa necessaria al vivere di soldato, commisero pari, e forse più nefandi eccessi. Così l'Italia, lacerata dagli amici, lacerata dai nemici, in preda al furore Tedesco, in preda al furore Francese, mostrava quale sia la condizione di chi alletta con la bellezza, e non può difendersi con la forza.
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