Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I

Part 19

Chapter 193,581 wordsPublic domain

La ritirata dei Francesi da Vado era necessaria per la salute loro, ma fu loro da un altro lato di grandissimo incomodo a cagione della mancanza delle vettovaglie, perchè i Corsari Vadesi e Savonesi con bandiera Austriaca correvano continuamente il mare, e lo tenevano infestato sino a Nizza per modo che i bastimenti Genovesi non potevano più portarvi i fromenti; a mala pena alcune navi più sottili d'Idriotti, sguizzando la notte, o pel favor di venti prosperi, riuscivano ad approdarvi, sussidio insufficiente a sollevare tanta carestìa. Per privare viemaggiormente le navi neutre della comodità di farsi strada ai lidi di Francia, ed alla parte della Riviera occupata dai Francesi, aveva il generale Austriaco armato nel porto di Savona certe grosse fuste, che portavano venti cannoni. Erano anche giunte in Vado due mezze galere, e quattro fuste Napolitane, che stavano vigilantissime nel sopravveder il mare. A tutti questi legni minori facevano ala le fregate Inglesi, che opprimevano con forza superiore, quanto fosse riuscito alle navi minori di scoprire. Per tutto questo nacque una penuria incredibile nel campo Francese, e già si promettevano i confederati, che i repubblicani, indeboliti dalla fame pensassero oramai a ritirarsi da tutta la riviera. Ma i Francesi, non mostrandosi meno costanti nel sopportare l'estremità del vivere, di quanto fossero stati valorosi nei fatti d'arme, continuavano ad insistere dal Borghetto, e dal Ceriale, in attitudine minacciosa e fiera. Il che vedutosi dai capi della lega, e stimando che ove la fame non bastava, e' bisognava usar la forza, assalirono con numero e con valore le posizioni nuove, alle quali i repubblicani si erano riparati. Sanguinose battaglie ne seguitavano, in cui ora gli uni, ed ora gli altri restavano superiori: la somma fu, che non essendo venuto fatto agli alleati di sloggiar i Francesi perdettero il frutto di tutta l'opera, perchè il non superare quei luoghi era un perdere tutto il frutto del trattato di Valenziana, un pruovare, che le potenze imperiale e regia erano impotenti a far impressione in Francia, un lasciar pendente la lite dell'acquisto, o della preservazione d'Italia, e finalmente un dar tempo ai Francesi di valersi dell'accidente favorevole della pace di Spagna, che già si negoziava, ed era vicina al concludersi. Così le sorti d'Italia si arrestarono, ed ebbero il tracollo sul piccolo ed ignobile scoglio del Borghetto.

Intanto le cose vieppiù s'allontanavano dalla temperanza in Napoli. Eranvi nate sì pel famoso grido della rivoluzione di Francia, sì per le instigazioni segrete di alcuni agenti di questo paese, sì per l'esempio e le esortazioni degli uomini venuti sull'armata dell'ammiraglio Truguet, che aveva visitato il porto di Napoli nel novantatre, e sì finalmente per l'inclinazioni dei tempi, opinioni favorevoli alla repubblica. Alcuni giovani con molta imprudenza palesemente la professavano; altri meno imprudenti, ma più inescusabili s'adunavano, e facevano congreghe segrete a rovina del governo. Notaronsi i discorsi, seppersi le trame: il governo insorgeva a freno dei novatori. Aveva la regina Carolina, che molto strettamente si consigliava col ministro Acton, gran parte nelle faccende del regno. Lo sdegno concetto da Carolina pei danni pubblici e privati, era operatore ch'ella credesse annidarsi più malevoli, che veramente non s'annidavano. Forse ancora si dilettava di vendetta contro coloro, che erano stimati partecipi di quelle opinioni, che avevano dato l'occasione, onde a sì lagrimevol fine fossero stati condotti i suoi parenti e consanguinei in Francia. Il ministro Acton, conosciuto l'umore, si studiava, come i favoriti fanno, di andare a seconda, con rappresentare continuamente all'animo della regina già tanto alterato, congiure, e tentativi di ribellioni pericolose. Creossi una giunta sopra le congiure. Furonvi eletti il principe Castelcicala, il marchese Vanni ed un Guidobaldi, antico procurator di Teramo, uomini disposti non solamente a far giustizia, ma ancora ad usar rigore. Emanuele de Deo, giovane invasato delle opinioni nuove, e mescolato nelle congreghe segrete, fu punito coll'ultimo supplizio, e morì con mirabile costanza. Alcuni altri, rei com'egli, furono condotti alla medesima fine: alcuni carcerati, alcuni confinati. Ciò era non solo dritto, ma ancora debito dello stato: ma si crearono gli uomini sospetti, parte per indizj più o meno fondati, parte anche senza indizj, mescolandosi le emulazioni e gli odj particolari là dove non era nè reità, nè indizio di reità. Le carceri si empierono. Era un terrore universale; s'indugiavano i giudizj; le pietose ambizioni non si stimavano, perchè il pregare pei parenti venuti in disgrazia, ed il difendere degli avvocati generava sospetto. Il famigliare consorzio era contaminato dalla paura dei delatori. Diceva Vanni, già confinata in carcere una gran moltitudine, pullulare tuttavìa nel regno i giacobini; abbisognare arrestarsene ancora ventimila; nè si ristava: i carcerati si moltiplicavano. Fu imprigionato Medici, perchè Acton aveva gelosìa dell'autorità di lui, e perchè credeva che aspirasse al favor della regina per mezzo di una sorella, damigella molto intima di Carolina. Anzi cotale macchina fu ordita per condurlo al precipizio, che se nol salvava l'integrità del giudice Chinigò, vi sarebbe anche caduto sotto, e fora stato privato il regno di un uomo di non ordinaria perizia negli affari di stato. Era Medici, oltre le opinioni che gli si attribuivano, querelato di carteggio con Francia: esibironsi anche le lettere in giudizio, come se di Francia venissero, quando Chinigò molto diligentemente risguardando, fece vedere, Napolitane carte essere, non Francesi. Duravano già da molto tempo le pene insolite, nè rimetteva il rigore. I popoli prima si spaventavano, poi s'impietosivano, finalmente si sdegnavano: ne facevano anche qualche dimostrazione. Pensossi al rimedio. Siccome Vanni principalmente era venuto in odio all'universale, ed a lui più che a' suoi compagni si attribuivano i fatti occorsi, così fu dismesso ed esiliato da Napoli, gratitudine degna del benefizio. Ciò non ostante non fu piena la moderazione che si aspettava, perciocchè l'asprezza non cessò del tutto, se non quando Napoli venne a patti con Francia. Di questi umori terribili era pieno il Napolitano regno, nè è da far maraviglia, se abbiano poscia sboccato con tanto impeto, e fatto sì grande inondazione, quando gli accidenti gli ajutarono.

Frattanto non si confermava l'imperio Inglese in Corsica, parte per l'inquietudine naturale di quella nazione, parte perchè i partigiani Francesi vi erano numerosi, parte finalmente perchè i popoli attribuendo, come sogliono, a quel nome di libertà più di quello che dare può, sì erano dati a credere, ch'ella dovesse indurre l'immunità delle tasse; quando poi si trovarono scaduti dalle speranze, si erano sdegnati, e gridavano, aver solo cambiato padrone, non peso. Oltre a ciò grande era tuttavìa il nome di Paoli in Corsica, e coloro che più amavano l'indipendenza che l'unione con gl'Inglesi, voltavano volontieri gli animi a lui, come a quello che avendo contrastato l'acquisto della Corsica ai Francesi, poteva anche turbarlo agl'Inglesi. Tutti questi motivi o spartitamente, o unitamente operando, facevano, che non quietando gli animi, erano sorti parecchi rumori in alcune pievi quà dai monti, massimamente nei contorni d'Ajaccio. Si adunavano quà e là bande armate, che non contente al non pagar esse le contribuzioni, impedivano che altri le pagasse, ardevano i magazzini del pubblico, entravano armatamente nelle case dei particolari addetti alla Francia, ed anche di quelli che amavano l'Inghilterra, minacciando, ed ogni cosa rubando. Il male già grave in se, induceva ogni giorno maggior timore; alcuni già gridavano apertamente il nome di Francia. Nè la mala riuscita delle armi navali Francesi nel Mediterraneo aveva potuto moderare questi umori già mossi; che anzi mescolandosi la pervicacia del continuare all'animosità del cominciare, si temeva una turbazione universale, se prontamente non vi si provvedesse. Per la qual cosa il vicerè Elliot, avvisato prima diligentemente in Inghilterra quanto occorreva, mandò fuori un bando esortatorio. Rammentava i benefizj dell'Inghilterra; avere liberato i Corsi dall'anarchìa e da un truculento dominio; col proprio sangue aver loro conservato quel quieto e libero vivere; sopperire col denaro proprio alle spese più gravi; soldati Corsi pagarsi da lei; l'arsenale d'Ajaccio da lei fornirsi; inviolata essere in Corsica la libertà delle persone, sacre ed inviolate le proprietà; il mare libero alle navi mercè la tutela del naviglio Inglese; la religione antica rispettata, trattarsi con la santità del papa nuovi ordinamenti al bene universale molto utili; tutto presagire, tutto promettere un buono e facile ordine di governo: che voler dunque significare questi umori, e questa turbolenza nuova? Badassero a non corrompere coi tumulti il bene universale; badassero che ove la licenza regna in luogo della legge, ivi non son più sicure nè le proprietà, nè le vite; badassero quanto imprudente fosse, quando era il tempo di stabilire la libertà e la sicurtà della Corsica, spargere semi di nuovi travaglj, che potevano aprir l'adito a farla ritornare nella servitù di un nemico arrabbiato e vicino; volere un governo senza tasse, essere stoltizia; doversi meno lagnar la Corsica di altri popoli, poichè l'Inghilterra suppliva del suo, ed i rappresentanti consentivano; ricordassersi della fede data, del giuramento fatto; avere più compassione che sdegno ai traviati, preferire l'ammonizione alla punizione; ascolterebbe ogni giusta querela, farebbe ragione ad ogni discreta domanda, ma non sarebbe mai per tollerare, che la violenza prevalesse alla legge, nè che fossero offesi in Corsica la dignità della corona, ed i diritti constituiti del re.

Queste esortazioni non restarono senza effetto, non già sulle popolazioni mosse, perchè a popolo mosso bisogna parlar co' fatti, non con le parole, ma bensì su quelle d'oltremonti, che eleggevano volentieri di stare sotto l'imperio d'Inghilterra. Laonde, ordinate alcune squadre di soldati subitarj, furono mandate ad ajutare nelle pievi licenziose le esortazioni del vicerè. Oltre a tutto questo Paoli, o cagione, o pretesto che fosse di questi romori, fu chiamato in Inghilterra dal re, il quale, perchè la chiamata fosse più onesta, gli aveva scritto, la presenza sua in Corsica fare i suoi amici troppo animosi; se ne venisse pertanto a respirare aere più tranquillo in Londra; rimunererebbe la fede sua, metterebbelo a parte della propria famiglia. Paoli, obbediendo all'invitazione, se ne giva a Londra, trattenutovi con due mila lire di sterlini all'anno. Visse sino all'ultimo più accarezzato che onorato. Così finì Pasquale Paoli nome riverito nella storia, e che sarebbe molto più, se non fosse nata la rivoluzione di Francia. Imperciocchè a lui furono più gloriose le disgrazie che le prosperità, e l'integrità del suo nome incominciò a restare offesa, quando consentì ad essere ripatriato dalla Francia, e molto più quando volle sottomettere la patria all'Inghilterra; e poichè era fisso là donde ogni accidente umano procede che la Corsica avesse ad essere, non di se stessa, ma o Francese o Inglese, era richiesto a Paoli, che nè accettasse il benefizio di Francia, nè servisse ai disegni d'Inghilterra. Tanto è vero, che ad alcuni uomini è più glorioso il riposare, che il travagliarsi! Ma volle il destino, che questo illustre Corso servisse di nuova ammonizione a coloro, che o per ambizione, o per l'amore scelerato delle parti sottomettono la patria loro agli strani; perchè il minor male che si abbiano, è il sospetto di coloro, a cui hanno servito.

Gli avvertimenti del vicerè, le mosse dei soldati Corsi ai soldi d'Inghilterra, la partenza di Paoli, ed insieme i benigni ordini venuti da Londra furono di tanta efficacia, che i comuni sollevati, fra gli altri massimamente quelli di Ajaccio e di Mezzana più ostinati, deposte le armi, tornarono all'obbedienza. Così fu ristorata, se non la concordia, almeno la pace in Corsica, non sì però, che per l'infezione delle parti non vi fossero molti mali semi, che avevano a partorire fra breve effetti notabili a pregiudizio degl'Inglesi in quell'isola.

Qualche moto anche accadde a questi tempi in Sardegna, principalmente in Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava gli stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna; domandava i privilegj conceduti dai re d'Aragona, domandava i patti giurati nel 1720. Capi e guidatori di questo moto erano Goveano Fadda, Giovacchino Mundula, e principalmente il cavaliere Angioi, uomo tanto più vicino alla virtù modesta degli antichi, quanto più lontano dalla virtù vantatrice dei moderni. Sassari mandò i suoi deputati a Torino, perchè, moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderj dei Sardi al re rappresentassero. Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche cosa più che buone parole. La missione loro non partorì frutto, e se ne partirono disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati, componendosi di nuovo il vivere nella solita quiete con grande contentezza del re, che molto mal volentieri aveva veduto contaminarsi la difesa di Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula, ed Angioi si posero con la fuga in salvo.

In questo mezzo tempo si udirono importantissime novelle da Basilea, essere la Spagna, partendosi dalla confederazione, condescesa il dì ventidue luglio alla pace con la repubblica Francese; il quale accidente tanta efficacia doveva avere in Italia, principalmente negli stati del re di Sardegna, quanta ne aveva avuto negli affari di Germania, e principalmente in quei dell'Austria, la pace conchiusa tra la Francia e la Prussia; i repubblicani vincitori dei Pirenei potevano facilmente voltarsi contro l'Italia per farvi preponderare le forze Francesi. Mossi poi anche i Parigini reggitori da quel loro perpetuo appetito d'invadere l'Italia, col diventar padroni del Piemonte per la pace, del Milanese per la guerra, erano stati operatori, che s'inserisse nel trattato con la Spagna il capitolo, che la repubblica Francese in segno d'amicizia verso il re Cattolico, accetterebbe la sua mediazione a favore del regno di Portogallo, del re di Napoli, del re di Sardegna, dell'infante duca di Parma, e degli altri stati d'Italia, a fine di concordia tra la repubblica e questi principi. Ulloa, ministro di Spagna a Torino, fece l'ufficio, profferendosi a mediatore tra la repubblica, ed il re Vittorio. Offeriva la conservazione, e la guarentigia dei proprj stati, se consentisse a starsene neutrale, e a dar il passo ai Francesi verso l'Italia. Offeriva la possessione del Milanese, se si risolvesse a collegarsi con la repubblica. Mescolaronsi al solito speranze di acquisti di territorj più contigui, se cedesse l'isola di Sardegna alla Francia. Udiva il re Vittorio molto sdegnosamente le proposizioni della Spagna, e sulle prime dichiarò, voler continuare nell'alleanza con l'Austria. Ma poichè fu più pacatamente considerata la cosa, o che s'inclinasse ai patti, o che solo si volesse aver sembianza d'inclinarvi, si convocò il consiglio, al quale furono chiamati molti uomini prudenti, ed altri assai pratichi delle militari faccende. Erano per deliberare intorno ad un soggetto gravissimo, e da cui dipendeva questo punto, se il Piemonte avesse a conservare la signorìa di se medesimo, o di cadere in servitù di forestieri. Era presente a questo consiglio il marchese Silva, figliuolo di uno Spagnuolo, console di Spagna a Livorno. Pratico delle cose del mondo per molti viaggi in Europa, massimamente in Russia, dove era stato veduto amorevolmente dall'imperatrice Elisabetta, pratico delle cose militari per lungo studio ed esperienza, avendo anche scritto trattati sull'arte della guerra, condottosi finalmente agli stipendj della Sardegna, era il marchese da tutti stimato e riverito. Chiesto del suo parere in sì pericoloso caso, parlò, con singolare franchezza, in questi termini:

«Io fui più volte interrogato su quanto tocca questa infelice guerra, e sempre quanto risposi fu da tutti contrastato, da molti in sinistra parte voltato, da alcuni tenuto a vile, come se la malaugurosa Cassandra, sempre veritiera e non creduta mai, io mi fossi; e certamente qualunque sia il momento della presente occorrenza, che è grandissimo, anzi estremo, a tutt'altra cosa io avrei pensato prima che a questa, ch'io dovessi di nuovo del mio consiglio essere ricerco. Ma comunque ciò sia, e quantunque io avessi ad essere o poco grato ad alcuni, o calunniato da altri, non voglio in questo del mio debito mancare verso chi mi chiama, verso quel signore ch'io adoro, verso quella patria, che per mia, come se nato ed educato vi fossi, volonterosamente mi scelsi. E prima ch'io d'altre cose mi discorra, voglio su questo primo principio insistere, che una nazione, che libera vuol essere, libera sarà, e che contro di lei niuno impedimento è che prevalga; che se poi questa nazione fia grande, fia generosa, fia guerriera, acquisterà per questa medesima libertà tale forza, tale grandezza, tale potenza, che sotto il suo dominio, od almeno sotto le sue leggi tutti i suoi vicini ridurrà. Ora, in nome di Dio, di che si tratta nella presente controversia, se non se di accettar queste leggi onorevolmente, o di subirle ignominiosamente? e quale esitazione può essere, quale dubbio può cadere, quando si va a scerre tra un amico, forse un po' insolente, ed un nemico certamente irritato e superbo? Come un uomo prudente potrà stare in pendente, massimamente considerando la fede dubbia di un alleato, piuttosto invasore delle nostre province, che difenditore, cagione piuttosto della rovina di questo stato, che preservatore della sua salvezza? Conciossiachè, se son rotte d'ogni intorno con ispaventevole fracasso le difese di questo una volta felicissimo e securissimo regno, se la tempesta è pronta a scagliarsi nelle fertili pianure del nostro bel Piemonte, se già le fortezze vacillano, se già gli animi stan dubbj, se già lo spavento universale un eccidio universale prenunzia, se già l'Italia trema all'apparenza di un funesto avvenire, a chi deonsi tante calamità riferire, a chi sentirne obbligo, se non se a questo medesimo ambizioso, e poco fedele alleato? V'accese con incentivi subdoli, v'ingannò con sussidj insufficienti. Sovvengavi, signori, di quanto io già vi dissi, ed evidentemente altre volte dimostrai, che ove i Francesi riusciti sono a far fondamento delle operazioni loro una linea, che dal fianco orientale dell'Alpi partendo, va a dar negli Apennini, l'importantissima barriera dei monti, e delle fortezze è superata, ed il Piemonte privo de' suoi ripari, circondato, investito da tutti i lati senza difesa ridotti, si trova vicino ad una ruina inevitabile. Io dimostrai al re, quando mandommi a visitar i luoghi, che questa linea dalle Viosene insino a Toirano è insuperabile; poichè le creste dei monti per Termini ed il Galletto sino a Balestrino sono del tutto inaccessibili; che se spuntar si volesse dal Carlino, entrerebbe l'esercito in una gran fondura tra questo luogo appunto, e la contea di Nizza, dove lo sforzo di cinquanta mila combattenti sarebbe ed inutile contro il nemico, e fatale per loro. Nè migliore speranza si avrebbe, se dalla destra parte verso il Ceriale entrar si volesse, poichè i Francesi ad una seconda posizione preparata ritirandosi, e noi sappiamo che quattro fino a Ventimiglia le une più forti delle altre ne hanno, sempre potranno a posta loro, poichè occupano le più alte cime, dai luoghi più alti ai più bassi calare, e conseguentemente senza ostacolo nessuno, nel cuore stesso del Piemonte penetrare. Odo, che voi avete speranza nell'esercito vostro: ma l'esercito, sebbene per valore a nissuno sia secondo, già debole per se, ed indebolito per tante morti, a mala pena potrà bastare a presidiar la città capitale, o se indugiasse a ricoverarvisi, investito sui fianchi, circondato, e tagliato fuori dalle colonne Francesi partite da tutti i punti della circonferenza dalla riviera di Genova, e dalla valle del Tanaro sino alla Torinese Stura, alcun rimedio più non avrebbe alla sua salute. Tutte queste cose non possono parer dubbie, se non a coloro che o i luoghi non conoscono, o quanto sia debole l'esercito, quanto penuriose le finanze, quanto potenti i semi della ribellione non sanno. Veggono alcuni più parziali che prudenti uomini, con gli occhi loro abbacinati, scender continuamente dal Tirolo in ajuto del Piemonte ora quaranta, ora sessanta mila Tedeschi. Ma volesse pur Dio, che questa gente armata avesse più corpo in terra, che chimera od ombra nella fantasìa di certi consiglieri ardenti: la fama è oramai troppo lunga, perchè l'ajuto sia vero. Certamente fallace consiglio sarebbe il promettersi qualche cosa dalle vane speranze, dalle esagerazioni lusinghiere, dalle promesse ingannevoli della corte di Vienna. Ma che dico? Quando i fatti parlano, qual bisogno v'è di parole? Non fu stipulato nel trattato di Valenziana, che gli Austriaci solamente combatterebbero nella pianura? Ignorate voi forse gli ordini dati agli imperiali capi di non mettersi senza grande occasione in potestà della fortuna, di tenersi grossi, di usare moderatamente i soldati, di serbargli interi per la difesa della Lombardìa? Non disselo a chiare note, non predicollo apertamente a me e ad altri Devins medesimo? Voi potete a grado vostro dire, che la difesa della Lombardìa è in Piemonte, poichè ciò era vero, or son due anni, e non è più vero oggidì, perchè le Alpi son perdute, gli Apennini invasi, la pianura aperta, e voi state qui deliberando paventosi, e dubbj se vi sia possibile difendere la real Torino, e l'antico trono di questi principi giustissimi. Che se voi persistete a dire che in Piemonte è la difesa della Lombardìa, potrebbero a giusta ragione rispondervi i generali dell'Austria, che essendo oramai il Piemonte privo di difesa, se l'esercito loro si ostinasse a volerlo difendere per ritardar qualche tempo l'invasione della Lombardìa, correrebbe pericolo esso medesimo di esser tagliato fuori dal Milanese, e che per tal modo la Lombardìa stessa, l'esercito destinato a difenderla, ed il Piemonte con loro, sarebbero ad uno e medesimo tempo senz'alcuna speranza di poter risorgere perduti, e l'Italia a servil giogo posta. Non combatte l'uomo col medesimo valore quando difende le cose altrui, come quando difende le proprie. Di ciò debbonvi avervi fatti avvertiti gli Austriaci, quando già sì mollemente in ajuto vostro combatterono in casi, in cui ci andava o la speranza del conquistare, o la sicurtà loro. Eppure erano allora le forze vostre in essere, ora son prostrate; od io a gran partito m'inganno, od alle prime mosse dei Francesi verso Genova, voi vedrete questi medesimi Austriaci correre precipitosamente verso la Lombardìa, ed in preda al vincitore abbandonarvi, senza neppur lasciare un soldato in ajuto vostro di quel già sì debole e sì estenuato esercito ausiliario, che l'imperatore si è obbligato a mandarvi.