Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I
Part 18
Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla repubblica Francese quel giorno, in cui compariva avanti a se l'inviato della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini in volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima sotto la tirannide dei re; ora dover l'accordo essere più dolce, perchè libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche: sorta la Veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei barbari; pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al mondo per la sua sapienza, e pe' suoi illustri fatti; avere spesso le querele dei re giudicato, spesso l'Occidente dai barbari preservato: similmente sorta la Francese fra le tempeste del mondo in soqquadro; gente più barbara dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori le armi, dentro le insidie, chiamato in ajuto la civile discordia; ma tutto stato essere indarno, la libertà avere vinto: non dubitasse pertanto Venezia, che siccome pari era il principio, e pari l'effetto, così sarebbe pari l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando ancora stava la gran lite in pendente, accolto l'inviato della Francese repubblica onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con procedere generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata non aveva dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così goderebbe securamente i frutti di una fortuna certa: avere potuto la Francia, quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata essere ed ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana riconoscente essere, e leale, e con tanto miglior animo riconoscere l'obbligo, quanto il benefizio non era senza pericolo: andasse pur sicura Venezia, e si confortasse, che la nazione Francese nel numero de' suoi più puri, de' suoi più zelanti alleati sarebbe: quanto a lui, nobile Querini, se ne gisse pur contento, che la Francese repubblica contentissima si riputava di averlo per ministro di una repubblica amica, e che di pari estimazione in Francia goderebbe di quella, che già si era in Venezia acquistata: i desiderj di pace essere alle due repubbliche comuni; confidare, sarebbero presto con la quiete universale d'Europa adempiti. Per tale modo si vede, che per testimonio del presidente Lareveillere-Lepeaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo, ed un soldato uso ad ogni violenza la distrussero, chiamandola vile, schiava e perfida.
Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al Querini, si rallegrarono vieppiù coloro, che avevano voluto fondar lo stato piuttosto sulla fede di Francia, che sull'armi domestiche, e si credettero di aver in tutto confermato l'imperio della loro antica patria.
Dalla parte d'Italia, dove era accesa la guerra, incominciavano a manifestarsi i disegni dei Francesi. Doleva loro l'acquisto fatto della Corsica dagl'Inglesi, e desideravano riacquistarla, perchè non potevano tollerare, che la potenza emola fermasse con la comodità di quell'isola un piede di non piccola importanza nel Mediterraneo. Oltre a ciò le genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per un'estrema carestìa di vettovaglia; importava finalmente, che il nome e la bandiera di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con incredibile celerità a Tolone un'armata di quindici grosse navi di fila con la solita accompagnatura delle fregate, e di altri legni più sottili. Genti da sbarco, e viveri in copia vi si ammassarono: usciva nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque dell'isole Iere aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi pensieri.
Il vice ammiraglio Inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con un'armata, in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte Inglesi, ed una Napolitana, con tre fregate Inglesi e due Napolitane, ebbe subitamente avviso dell'uscita dei Francesi sì per un messo da Genova, sì per le sue fregate più leste, che a questo fine andavano correndo il mare tra la Corsica e la Francia. Pose tosto in alto per andar ad incontrar il nemico, e per combatterlo ovunque il trovasse. Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio Francese Martin, al quale obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere con lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente le ancore ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle battaglie l'imperio del Mediterraneo. Aveva per compagno a quest'impresa il rappresentante del popolo Letourneur, uomo non alieno dalle bisogne di mare, ma che in questo fatto faceva più le veci di confortatore, che di guidatore. Incominciò a dimostrarsegli con lieto augurio la benignità della fortuna; perchè avendo l'Hotham, tosto che ebbe le novelle del salpar dei Francesi, spedito ordine alla nave il Berwich, che stanziava a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta celerità venisse a congiungersi con lui verso il capo Corso, ella, abbattutasi per viaggio nell'armata Francese, fu fatta seguitare dal vascello ammiraglio il San-Culotto (con questi pazzi nomi chiamavano i Francesi di quell'età le navi loro) e da tre fregate, per modo che combattuta gagliardamente, fu costretta ad arrendersi in cospetto di tutta l'armata repubblicana, che veniva via a vele gonfie per secondare i suoi, che già combattevano. Ciò non ostante non si arrese il Berwich senza un feroce contrasto, e tanto fu ostinata la sua difesa, che il San-Culotto mal concio ritirossi per forza nel porto di Genova, e poco poscia in quello di Tolone. Intanto arrivavano le due armate l'una al cospetto dell'altra nel giorno tredici marzo. Quivi incominciò la fortuna a voltarsi contro i Francesi, perchè separata per una forte buffa di vento dalla restante armata la nave il Mercurio, e perduto l'albero maestro, andò a dar fondo nel golfo di Juan; per questi accidenti si trovarono i Francesi al maggior bisogno loro con due navi di manco, delle quali il San-Culotto, essendo a tre palchi, era la principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi il vantaggio del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso il capo di Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In questo tra pel mareggiare, che era forte a cagione del vento assai fresco, e per la forza dell'artiglierìe Inglesi, che già si erano approssimate, perdè il vascello il Ça-ira gli alberi di gabbia, e diventato inabile a far le mosse, correva pericolo di esser predato dagl'Inglesi. Infatti, non così tosto si era Hotham accorto del sinistro del Ça-ira, che il fece perseguitare dalla fregata l'Inconstante, e dal vascello l'Agamennone. Si difese molto gagliardamente Ça-ira, rendendo furia per furia molto tempo, sicchè diede abilità a' suoi di venire in soccorso. Mandava Martin la fregata la Vestale per rimorchiarlo, la nave il Censore per ajutarlo; anzi tutta l'armata accorreva per arrestar il corso al nemico, e per salvar la nave che pericolava. Queste mosse molto opportune operarono di modo che gl'Inglesi si tirarono indietro. Sopraggiunse la notte; il Ça-ira trovossi guasto per modo che quantunque liberato pel valore de' suoi compagni dal pericolo, non potè raggiungere il grosso dell'armata, e continuava tuttavia a dimorar troppo più vicino all'Inglesi, che la salute sua richiedesse. S'aggiunse, che il Censore, quantunque replicatamente comandato gli fosse, quando il Ça-ira fu sbrigato dall'assalto degl'Inglesi, di venir a ricongiungersi con l'armata, si mostrò poco ossequente alla volontà di Martin; e continuò a stanziare verso la flotta Inglese. Questi accidenti, parte inevitabili, parte fortuiti, furono cagione che la mattina del quattordici le due navi il Ça-ira ed il Censore si scopersero più vicine agl'Inglesi che ai Francesi. Non posto tempo in mezzo, Hotham mandava le due navi il Bedford ed il Capitano ad assaltarle, avvisandosi, che o le rapirebbe, o i repubblicani, per salvarle, sarebbero venuti ad una battaglia giusta. Contrastarono le due navi Francesi con tanto valore, che gl'Inglesi non poterono venire così tosto a capo del disegno loro. Chiamarono in soccorso l'Illustre ed il Coraggioso; ma furono anche queste tanto lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane, che la prima, non più abile a governarsi, fu arsa, la seconda andò per forza a ritirarsi nel porto di Livorno. Continuavano nientedimeno il Bedford ed il Capitano a fulminare le due navi della repubblica, che fortemente danneggiate negli alberi, nelle sarte, e nelle vele, nè potendo pel silenzio dei venti il grosso dell'armata accorrere in ajuto loro, calata la tenda, si arrenderono. Avevano gl'Inglesi il benefizio del vento; finalmente, essendosi messa una brezza leggiera anche pei Francesi, se ne prevalsero, non già per riconquistare le due navi perdute, che intieramente disgiunte dalla flotta loro per la presenza dell'Inglese, che s'era posta in mezzo, non avevano più rimedio, ma bensì per ritirarsi con minor danno che possibil fosse, da quel campo di battaglia oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì poco ordinata, nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; perchè il vascello il Duquesne, che era il capofila, al quale tutti gli altri avrebbero dovuto accostarsi per fronteggiar l'inimico con una non interrotta squadra, o non avendo inteso i comandamenti del capitano generale, o contraffacendo manifestamente al medesimi, passò a sopravvento degl'Inglesi. Fu seguitato dai due vascelli la Vittoria ed il Tonante, per modo che l'armata repubblicana divisa in due, e tramezzata dall'Inglese, non poteva più nè uniformare i pensieri, nè operare di concerto. Ma un cattivo consiglio fu compensato da un valore inestimabile; perchè il Duquesne, la Vittoria, ed il Tonante bersagliarono, nel passare, con tanto furore la fila Inglese, che ne fu mezzo sperperata; gl'Inglesi medesimi, sebbene in quei tempi non giusti estimatori del valore dei Francesi, ne restarono maravigliati. Questo accidente fece anche di modo che Hotham, pensando meglio a risarcire le navi guaste, che a perseguitar l'inimico, andò a porre nel porto della Spezia. Poco tempo dopo passando pel mar Tirreno, si condusse a San Fiorenzo di Corsica, per sopravvedere da luogo più vicino ciò che potesse sorgere da Tolone. Assicurò per allora questa vittoria le cose di Corsica a favor degl'Inglesi. Si ricoverarono i repubblicani dopo la battaglia al golfo di Juan, poscia all'isole Iere, e finalmente nel porto di Tolone.
Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da ambe le parti il valore, ma maggiore dalla parte degl'Inglesi la perizia, e la ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai Francesi l'impresa di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del Mediterraneo, le province meridionali di Francia penuriarono vieppiù di vettovaglie, i repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali strette ridotti, che se si mostrarono mirabili nel vincere i pericoli della guerra, più ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli della fame, sì efficace raffrenatrice del bene, sì potente instigatrice del male.
In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la repubblica Francese, e il re di Prussia, accidente gravissimo, e che diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione, come per la diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare, che l'imperator d'Allemagna ed il re di Sardegna non rimanessero in costanza; anzi cominciando a manifestarsi gli effetti in Piemonte del trattato di Valenziana, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano arrivati, malgrado dell'alienazione della Prussia, alzarono la mente a più importanti pensieri, nutrendosi della speranza di cacciar del tutto i repubblicani dalla riviera di Genova. Per la qual cosa, avviate le genti loro verso il Cairo, dal quale i Francesi si erano ritirati, ed occupata la sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto memorabile. Erano in tale modo ordinati i confederati, che l'ala loro sinistra guidata dal generale Wallis, e più vicina a Savona, faceva sembiante di volersene impadronire, e di assaltare i Francesi che si erano fortificati al ponte di Vado: il mezzo, dov'era presente il generalissimo Devins, e che era il nervo principale, minacciava di voltarsi al cammino dei siti molto importanti di San Giacomo, e di Melogno: la destra, che obbediva al generale Argenteau, movendosi dalle vicinanze di Ceva, dava a dubitare che con impeto improvviso avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di cavallerìa Piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi, o gli Apennini, ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria. Corpi sufficienti di truppe, massime Piemontesi, munivano le valli di Stura, di Susa, e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come gli chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia, nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermi e più precipitosi delle Nizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine e moderazione fra di loro, bastavano per frenare appetiti così smoderati, e così disumani. Certamente questi Barbetti, se si possono lodare, non dirò dell'intenzione, che pur troppo era rea, ma della cagione che pretendevano ai fatti loro, debbono biasimarsi pei modi che usarono, perchè fecero degenerare la guerra delle battaglie, in assalti fraudolenti e crudeli di strade.
Dall'altra parte i Francesi governati dal Kellerman erano molto intenti alle provvisioni per resistere ai confederati, quantunque l'esercito loro non pareggiasse di numero quel della lega. La loro ala diritta, sotto l'imperio di Massena, stanziava coll'estremità sua a Vado, e distendendosi pei monti di San Giacomo, di San Pantaleone, di Melogno, di Bardinetto, del San Bernardo, e della sommità della Pianeta, arrivava insino alla valle del Tanaro. Quivi incominciava la parte mezzana, che pel colle di Tenda andava a congiungersi sul Gabbione con la sinistra, che muniva i colli di Raus e delle Finestre, e le valli della Vesubia e della Tinea.
Era Savona sito di molta importanza, sì per l'opportunità del porto, sì pel suo castello munitissimo. L'una parte e l'altra, non portando rispetto alla neutralità di Genova, desideravano d'impadronirsene o per insidia, o per una battaglia di mano. Fuvvi sotto le sue mura un'abbaruffata fra i repubblicani che vi erano venuti, e i confederati che gli volevano pigliare: rifulse in questo fatto la virtù del governatore Spinola, che serbò la neutralità, e la piazza, costringendo le due parti a levarsene.
A questa incomposta avvisaglia successero assai tosto battaglie grossissime. Vedevano i confederati essere per loro di somma importanza lo scacciare i repubblicani dalla riviera di Genova, perchè, se a ciò non riuscissero, la Lombardìa Austriaca sarebbe sempre stata in grave pericolo, e la difesa del re di Sardegna, non che difficile, quasi impossibile. Nè stettero lungo tempo dubbj del modo, col quale e' dovevano combattere. Assai lunga era la fronte dell'esercito Francese, poichè si distendeva sui monti Liguri da Vado insino al colle di Tenda. Il romperla in mezzo era un vincerla tutta. Pure importava, giacchè gl'Inglesi avevano l'imperio del mare, e potevano ad ogni ora provvedere gli alleati di viveri e di munizioni, fare lo sforzo contro la fronte Francese non troppo lontano dal lido, affinchè le armi marittime e terrestri potessero cooperare al medesimo fine. Si risolvettero adunque a fare impeto principalmente contro i monti di San Giacomo e di Melogno, onde riuscisse loro di tagliar fuori l'ala diritta dei Francesi dalle due altre parti. Pensarono altresì ad assaltare fortemente il luogo di Vado, dove i repubblicani si erano molto fortificati, affinchè quel presidio non potesse mandar gente in ajuto di San Giacomo e di Melogno, e forse perchè speravano che la fortuna sarebbe stata per loro propizia anche a Vado; il che avrebbe allargato subitamente lo spazio, dove gl'Inglesi potevano approdare. Tuttavìa gli assalti principali erano quello di San Giacomo, che signoreggia il Savonese, e quello di Melogno, che domina Vado, e più dentro penetrava nelle viscere dell'esercito di Francia. Pertanto gli Austriaci assalirono con grandissimo valore il posto di Vado, già inclinando verso il suo fine il mese di giugno; risposero con uguale virtù i Francesi guidati da Laharpe. Tanto fecero i repubblicani, che quantunque urtati più volte con molto impeto, e con numero superiore di genti, non si piegarono punto, anzi ributtarono valorosamente il nemico, che già spintosi avanti con una ostinazione incredibile, si era impadronito del ponte, che dà l'adito dalla sinistra alla destra riva del fiume, che scorre presso alle mura di Vado. Questo fu uno dei fatti della presente guerra, per cui si debbono accrescere le laudi dei Francesi pel valor dimostrato, e per la perizia del saper prendere i luoghi, e dell'usar le occasioni. Ma non con pari fortuna combatterono sui monti di San Giacomo e di Melogno; perchè una grossa schiera di Austriaci condotti da Devins assaltava impetuosissimamente tutti i posti, che munivano le alture del primo: varj furono gli assalti, varie le difese, molti i morti, molti i feriti da ambe le parti: durò ben sette ore la battaglia, nè ben si poteva prevedere, quale avesse a prevalere, o la costanza Austriaca, o la vivacità Francese, avvegnachè quegli alpestri gioghi già fossero contaminati di cadaveri, e di sangue. Finalmente declinò la fortuna dei Francesi; gli Austriaci, che prevedevano che da quella fazione dipendeva tutto l'evento della Ligustica guerra, fatto un estremo sforzo, riuscirono, cacciatone di viva forza gli avversarj, sulla sommità del monte. Con pari disavvantaggio procedevano le cose dei Francesi a Melogno, sebbene non sia stato tanto ostinato, nè tanto lungo lo scontro della battaglia che gli fu data. Era questo sito, nel quale era ridotta tutta la somma della guerra in altre parti, per una omissione inesplicabile del generale Francese, custodito solamente da due battaglioni, inabili certamente, per la pochezza delle genti, ad un grosso sforzo. Lo attaccava Argenteau con cinque mila soldati fioritissimi, e dopo breve contrasto facilmente se lo recava in mano. Il quale accidente mandò in manifesta declinazione la battaglia pei Francesi, e rendè loro impossibile lo starsene più lungamente nelle posizioni che avevano occupato. Per la qual cosa, come prima ebbe Kellerman avviso della perdita di Melogno, mandava Massena con un grosso di quattro battaglioni valentissimi a far opera di ricuperarlo; il che era, non di somma, ma di estrema importanza. Usarono i soldati di Massena molto opportunamente il benefizio di una nebbia assai folta, ed approssimatisi all'improvviso sulle prime guardie, misero in loro tanto spavento, che andarono, senza aspettar altro, in fuga; per poco stette, che non disordinassero le compagnìe, che custodivano le trincee fatte sulla sommità del monte. Ma tanti furono i conforti dei capitani accorsi a far provvisione a questo disordine, che i soldati, ripreso animo, ributtarono valorosamente con le artiglierìe e con le bajonette il nemico, che già si era avvicinato, e faceva le viste di voler saltar dentro i ripari. Ritiraronsi i Francesi, non senza aver perduto buon numero di valenti soldati. Questo rincalzo non tolse loro tanto di speranza, che non tentassero di acquistare con un secondo assalto quello, che non avevano potuto acquistare col primo. Massena medesimo al solito rischievole guidatore di qualunque più difficile impresa, reggeva i passi loro, ed avendogli divisi in tre colonne, comandava alle due estreme, ferissero l'inimico sui due fianchi, alla mezzana, percuotesse di fronte l'altura pericolosa. Marciavano molto confidenti della vittoria; ma la nebbia, che aveva tanto favoreggiato il primo sforzo, fu cagione, che succedesse sinistramente, fin dal principio, il secondo; perchè le due colonne laterali, non bene discernendo i luoghi per cui dovevano passare, in vece di andar al cammin loro, ed operare spartitamente dalla mezzana, si accozzarono a questa per modo, che invece di tre assalti che avrebbero tenuto in sospetto gli Austriaci su tutte le bande, massime sulle laterali più deboli, si ridussero a darne un solo sulla fronte. Questo cangiò del tutto la condizione della battaglia, perchè gl'imperiali combattendo per diretto da quei ripari sicuri con tutte le artiglierìe loro, obbligarono prestamente i repubblicani a ritirarsi, non senza strage, a' luoghi dond'erano venuti. S'aggiunse a questo, che gli Austriaci s'impadronirono del passo dello Spinardo, altro sito importante, che dava loro maggior facoltà di rompere e spartire in due l'esercito di Francia. Occupato san Giacomo e Melogno, salirono gl'imperiali facilmente sui monti che stanno imminenti a Vado, donde poterono bersagliare i Francesi, che tuttavìa vi avevano le stanze. Perlochè questi, disperati pei sinistri occorsi, di poter conservar questo luogo, chiodati ventidue cannoni e due obici, che non potevano trasportare, si ritirarono. Entrarono tosto in Vado gli Austriaci; poservi di presidio il reggimento di Alvinzi.
Mentre tutte queste cose si facevano sulla riviera di Genova, succedevano parecchie battaglie su tutte le creste degli Apennini e dell'Alpi, con vario evento; imperciocchè ed i Francesi s'impadronirono del colle del Monte, per cui potevano aprirsi il passo nel più interno della valle d'Aosta, e si combattè al monte Ginevra molto valorosamente per ambe le parti, e con lo stesso valore al colle di Tenda, ed a San Martino di Lantosca; volevano e Francesi e Piemontesi ajutare con questi assalti lontani le maggiori battaglie del Genovesato.
Kellerman, veduto che per l'occupazione fatta dagli alleati dei siti più importanti verso Savona, le sue stanze in quei luoghi non erano più sicure, e che la sua ala dritta correva pericolo di esser tagliata fuori dalle altre, pensò a tirarla indietro, restringendo in tal modo tutta la fronte de' suoi, che siccome troppo lunga dal piccolo San Bernardo sino ai confini di Vado, era più debole al resistere ad un nemico superiore di numero. Perlochè tirandola con molta prudenza e singolare arte indietro, l'andava a porre a Borghetto, donde salendo per Ceriale, Balestrino, e Zuccarello, e piegando pei monti, dai quali sorge il Tanaro, andava a congiungersi con la schiera che muniva il colle di Tenda, e quindi con tutta la fronte dell'esercito. Per tal modo Finale e Loano, abbandonati dai repubblicani, vennero in poter degl'imperiali.