Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I
Part 17
Erasi la fortuna, sul finire del precedente anno, mostrata favorevole alle armi dei repubblicani non solamente dalla parte d'Italia, ma eziandìo, e molto più verso la Spagna, i Paesi Bassi, e quella parte della Germania, che si distende sulla riva sinistra del Reno: che anzi in questi ultimi paesi tanta era stata la prosperità loro, che cacciati al tutto gli eserciti Inglesi, Olandesi, Prussiani, ed Austriaci, si erano fatti padroni del Brabante, dell'Olanda, e di tutta la Germania di quà dal Reno, sì fattamente che minacciando di varcar questo fiume, niuna cosa lasciavano sicura sulla sua destra sponda. Tante e così subite vittorie davano timore, che la confederazione si potesse scompigliare, e che alcuno fra gli alleati, disperando dell'esito finale della guerra, pensasse ad inclinar l'animo ai Francesi, e ad anteporre una pace, se non sicura, almeno manco pericolosa, ad una contesa, il cui fine era oramai divenuto, se non del tutto impossibile, certamente molto incerto a conseguirsi. A questo si aggiungeva, che il reggimento che si era introdotto in Francia dopo la morte di Robespierre, mostrava e più moderazione verso i cittadini, e maggior temperanza verso i forestieri. Dannava le immanità del governo precedente, dannava gl'incentivi o subdoli o superbi usati verso i sudditi, e verso i principi forestieri. Protestava voler vivere amico di tutti, e non consentire a turbar la pace altrui, se non quando altri turbasse la sua. Ogni cosa anzi inclinava ad un quieto e regolato vivere: solo dava fastidio quel nome di repubblica, al quale suono i principi d'Europa penavano ad avvezzare le orecchie, prevedendo, che questo nome solo, e con quest'allettamento della libertà, che i Francesi pretendevano negli scritti e nelle parole loro, e che con tanto maggior efficacia opera nella mente dei mortali, quanto ella è una immagine vaga e non bene definita, basterebbe col tempo, senza che necessaria fosse la forza, a partorir variazioni d'importanza, ed a cambiar l'ordine antico. Non ostante, essendosi le cose ridotte in Francia a maggior moderazione, si era il pericolo di presenti turbazioni allontanato, e si dubitava che cresciuto dall'un de' lati il terrore delle armi Francesi, diminuito dall'altro il pericolo delle forsennate suggestioni, prevalesse in alcun membro della lega la volontà di procurar i proprj vantaggi, con danno di tutti o di alcuno dei confederati. Massimamente non si stava senza apprensione che la Prussia facesse pensieri diversi dai comuni, sì pel desiderio della bassezza dell'Austria, sì per le antiche sue consuetudini con la Francia, e sì per timore della Russia, che continuamente stimolava e non mai ajutava. Di ciò se n'erano già veduti appropinquare alcuni effetti, perchè il re Federico Guglielmo, ora ritirava le sue genti dal campo di guerra, ora voleva mettere a prezzo la cooperazione loro, ed ora dannava le leve Germaniche per istormo. Insomma pareva a chi guardava dirittamente, che questo membro della lega avesse frappoco a separarsi dai consiglj comuni; il quale caso quanto peso fosse per arrecare nelle cose d'Europa, è facile vedersi da chi conosce e la sua potenza, e la sede de' suoi reami. Si temeva pertanto, che l'inverno, il quale acquetando l'operare risveglia il deliberare, potesse condurre qualche negoziato col fine di porre discordia nella lega, e che ove la stagione propizia al guerreggiare fosse tornata, le armi dei Francesi avessero a fare qualche grande impeto con insinuarsi nelle viscere di uno, o di più dei rimanenti alleati. Ma già avevano i Francesi verso Germania acquistato quanto desideravano; poichè signori dell'Olanda, signori delle province Germaniche poste di quà dal Reno, a loro non rimaneva altra cagione di condursi a far guerra sulla sponda destra di quel fiume, se non quella di sforzare con continuate vittorie l'imperator d'Alemagna a conoscere la repubblica loro, ed a concluder la pace con lei. Ma sarebbe stato il cammino lungo, e forse non sicuro; poichè l'Austria, sebbene sbattuta dalla fortuna, era tuttavìa formidabile, massime se si venissero a toccare gli stati ereditarj. Per lo che avvisavano, lei potersi assaltare con minor pericolo, e col medesimo frutto da un'altra parte.
Quanto alla Spagna, sebbene i Francesi si fossero aperta la strada nel cuore di quel regno coll'acquisto delle fortezze di Fontarabia, e di Figueras, non ponevano l'animo a volervi fare una invasione d'importanza; perciocchè e il paese era povero, e le opinioni contrarie, e la posizione tanto lontana dagli altri luoghi nei quali si combatteva, che non si poteva nè operare di concerto, nè secondare i casi prosperi, nè ajutare i sinistri. Nè si credeva che abbisognassero gli estremi sforzi, ad una inondazione totale di forze repubblicane per costringere la Spagna alla pace: anzi credevano i Francesi, che un romoreggiare in sui confini a ciò bastasse. Pareva poi anche loro una invasione di quel reame cosa troppo insolita da potersi tentare così alla prima, opinando che l'essersi sempre astenuti i loro maggiori dall'invadere quella provincia, non fosse senza gravi ed efficaci ragioni. Oltre a questo aveva forza nei consiglj di Spagna una condizione particolare; perchè salito pel favor della regina ad immoderata potenza il duca d'Acudia, avvisavano i Francesi, accortissimi nel pesare le condizioni delle corti straniere, che il duca pensasse piuttosto a solidare la sua autorità, allontanando con un accordo un pericolo gravissimo, che a mantenere l'integrità della fama del nome Spagnuolo, e quanto richiedeva in quella occorrenza tristissima di tempi la dignità della corona di Spagna.
Restava l'Italia, alla quale si prevedeva che si sarebbe piuttosto che in altro luogo voltato il corso delle armi Francesi: per questo avevano i repubblicani con infinito sforzo superate le cime delle Alpi e degli Apennini; per questo ordinato ai passi l'esercito vincitore di Tolone; per questo allettato con promesse e con lusinghe il re di Sardegna; per questo adulato Genova, addormentato Venezia, convinto Toscana, e turbato Napoli; per questo risarcivano a gran fretta i danni di Tolone con crearvi un navilio capace ad operare con forza sulle acque del Mediterraneo; per questo stillavano continuamente nei consigli loro, come, quando, per quale via, e con quali mezzi dovessero assaltar l'Italia. Era la penisola in questo anno la principal mira dei disegni loro, perchè speravano, per la debolezza e disunione de' suoi principi, poterla correre a posta loro, perchè malgrado delle funeste pruove fatte in ogni età, il correre questa provincia è sempre stato appetito principalissimo dei Francesi. Conculcate poi l'armi Austriache in lei, precorrendo la fama della conquista di una sì nobile regione, speravano che l'Austria spaventata calerebbe presto agli accordi.
Sì fatti disegni, non solamente non celati studiosamente, come si suol fare per l'ordinario, ma ancora manifestati espressamente, perchè meglio nascesse il timore, operavano in differenti guise nella mente dei principi Italiani. Il re di Sardegna ridotto in estremo pericolo, perduti oggimai i baloardi delle Alpi, e trovandosi con l'erario consumato da quell'abisso di guerra, aveva grandissima difficoltà del deliberare sì della pace che della guerra, se però non è più vero il dire, che posto in una necessità fatale, e portato del tutto da un destino inevitabile, altro scampo più non avesse che aperto gli fosse, se non di pruovare, se forse l'armi, che sempre sono soggette alla fortuna, avessero a portare nel prossimo anno accidenti per lui più favorevoli; imperciocchè aveva da una parte a fronte un nemico che egli stimava tanto infedele nella pace quanto era veramente terribile nella guerra, ed il paese suo era occupato da grossi battaglioni d'Austriaci, per modo che lo sbrigarsi dai medesimi sarebbe stata impresa difficilissima, ed anche pericolosa. Per la qual cosa o fosse elezione, o fosse necessità, deliberossi di non separare i suoi consiglj da quei de' confederati, e di continuare piuttosto nell'amicizia Austriaca già pruovata e consenziente alla natura del suo governo, che di darsi in braccio ad un'amicizia non pruovata e contraria ai principj della monarchìa. Gli pareva anche odioso ed indegno del suo nome il rompere gli accordi di Valenziana così freschi, e prima che si fosse sperimentato che valessero o non valessero alla salute del regno. Per verità l'Austria, commossa dal pericolo imminente, che i Francesi superate le Alpi, ed annientata la potenza Sarda inondassero l'Italia, non differiva le provvisioni per procurar l'esecuzione dei patti di Valenziana; perchè oramai non si trattava soltanto della salute di un alleato, ma bensì della propria, e quello che forse la fede non avrebbe fatto, il faceva la necessità; perlocchè si dimostravano dalla parte della Germania ogni dì più efficaci movimenti, le genti Tedesche ingrossavano in Piemonte, e già componevano un esercito giusto, e capace di tentare, unito al Piemontese, fazioni d'importanza. Così, sebbene già si vedesse in aria, che qualche alleato avesse a far variazioni dalle parti di Germania, dimostravano i confederati speranza grande di poter porre le cose d'Italia in tale stato, che per poco che la fortuna avesse a guardare con occhio più benigno le armi loro, si avrebbe potuto opporre un argine sufficiente contro quel fiume tanto impetuoso, e tanto formidabile. Adunque il re, posto dall'un de' lati ogni pensiero d'accordo con un nemico, che più odiava ancora che temesse, allestiva con ogni diligenza le armi, i soldati e le munizioni. Nè potendo lo stato, e scemato di territorio e conculcato dalla guerra, sopperire al dispendio straordinario coi mezzi ordinarj, e trovandosi oppressato dalla necessità di danari, si diede opera a vendere in virtù di una bolla pontificia, trenta milioni di beni della chiesa; venderonsi i beni degli ospedali con dar in iscambio luoghi di monti; posesi un accatto sforzato sulle professioni liberali; accrebbersi le gabelle del sale, del tabacco, e della polvere da schioppo, ed ordinossi un balzello per capi. Le quali imposte, che dimostravano l'estremità del frangente, rendevano i popoli scontenti; ma però gettando somme considerabili ajutavano l'erario a pagar soldati, esploratori, e Tedeschi. Così tra le gravi tasse, le provvisioni straordinarie, le leve sforzate, e il romore dell'armi sì patrie che straniere, sospesi i popoli tra la speranza ed il timore, aspettavano con grandissima ansietà i casi avvenire.
Le vittorie dei repubblicani sui monti, che davano probabilità ch'eglino avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il consiglio dei Savi in Venezia nella risoluzione presa di mantener la repubblica neutrale e poco armata, avevano indotto al tempo medesimo il gran duca di Toscana a far nuove deliberazioni, con trattar accordo con la repubblica Francese, e con tornarsene a quella condizione di neutralità, dalla quale sforzatamente, e solo coll'aver licenziato il ministro di Francia s'era allontanato. Aveva sempre il gran duca in mezzo a tutti quei bollori, conservato l'animo pacato, e lontano da quegli sdegni che oscuravano la mente degli altri sovrani rispetto alle cose di Francia; non già che egli appruovasse le esorbitanze commesse in quel paese, che anzi le abborriva, ma avvisava, che infino a tanto che i repubblicani si lacerassero fra di loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato quietare altrui, e che il combattergli sarebbe stato cagione, che si riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro, che essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua e pei cattivi consigli d'altri, i Francesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui, per modo che oramai quella sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazj di guerra, era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole che il gran duca s'accostasse a quelle deliberazioni, che i tempi richiedevano, e che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce, e sì agl'interessi della Toscana. Quello adunque che la natura ed una moderata consuetudine davano, volle il governo confermare col fatto: la memoria del buon Leopoldo operava in questo efficacemente. Oltre a ciò il porto di Livorno era divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia, di Genova e di Napoli, il principale emporio del commercio del Mediterraneo. Quivi concorrevano gl'Inglesi col loro numeroso navilio sì da guerra che da traffico; quivi i Francesi ed i Genovesi, o sotto nome proprio o sotto nome di neutri, a fare i traffichi loro, massimamente di fromenti, che trasportavano nelle province meridionali della Francia. Levavano gl'Inglesi grandissimi romori per cagione di questi ajuti procurati dalla neutralità di Livorno; ma il gran duca, preferendo gl'interessi proprj a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e sempre si dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai repubblicani. Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo, ordinava che fossero aperti i tribunali ai Francesi, e venisse fatta loro buona e sincera giustizia secondo il dritto e l'onesto. Avendo poi anche udito che alcuni falsavano la carta moneta di Francia, diede ordine acciò sì infame fraude cessasse, e fosserne castigati gli autori. La quale cosa non senza un singolar piacere dall'un de' lati, e sdegno dall'altro io narro vedendo, che in un principe Italiano, signore di un piccolo paese, ed esposto alle ingiurie di tanti potenti tanto abbia potuto l'amore del giusto, e di quanto havvi nella civiltà di più santo e di più sacro; ch'egli abbia impedito e dannato un'opera sì vituperosa, mentre appunto nel tempo medesimo uomini perversi in paesi ricchissimi e potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e forse per una sete ancor peggiore, la compivano, non nascostamente, ma apertamente, e se non per comandamento espresso del governo loro, certo con connivenza, od almeno con tolleranza scandalosa di lui. Così le mannaje uccidevano gli uomini a folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo stato incrudeliva in Napoli, così i falsarj contaminavano l'Inghilterra, mentre l'innocente Toscana, non guardando nè su i cappelli i colori, nè sulle bocche la favella, ministrava giustizia a tutti, nè si piegava più da una parte che dall'altra. Felice condizione, in cui nè il timore avviliva, nè la superbia gonfiava, nè l'appetito dello avere altrui precipitava a risoluzioni inique e pericolose!
Ma divenendo ogni ora più imminente il pericolo d'Italia, pensò il gran duca, che fosse oramai venuto il tempo di confessare apertamente quello, che già eseguiva con tacita moderazione, sperando di meglio stabilire in tale modo la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la qual cosa deliberossi al mandare un uomo a posta a Parigi, affinchè fra i due stati si rinnovasse quella pace, che più per forza, che per deliberazione volontaria era stata interrotta. E parendogli, siccome era verissimo, che si dovesse mandare chi fosse grato, diede questo carico al conte Carletti, che era sempre stato fautore, perchè i Francesi si proteggessero, e leale giustizia tanto nelle persone, quanto nelle proprietà avessero. Adunque fu fatto mandato al conte, andasse a Parigi, e col governo della repubblica la pace concludesse. Molte furono le querele che si fecero in quei tempi di questa risoluzione, e della scelta del Carletti. Coloro a cui più piaceva la guerra che la pace, chiamarono il conte giacobino, e per poco stette che non chiamassero giacobino anche il gran duca. Certo era un caso notabile, che nel mentre che solo si vedevano in Europa principi o cacciati dalle proprie sedi per la furia dei repubblicani di Francia, od a mala pena contrastanti contro la forza loro, un principe Austriaco fosse il primo ad accordarsi con una repubblica insolita, e minacciosa al nome dei re. Ma il tempo non tardò a scoprire, che quello che il gran duca ebbe fatto per solo amore dei sudditi, il fecero altri principi assai più potenti di lui o per consiglio di favoriti ambiziosi, o per gelosìa della grandezza altrui. Ma era fatale, che in quella volubilità di governi Francesi, quest'atto del gran duca non preservasse la Toscana dalle calamità comuni, perchè vennero tempi, in cui la forza e la mala fede ebbero il predominio: l'innocenza divenne allettamento, non scudo.
Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per acquistar miglior fama, e sì per allettar altri principi a negoziare con quel governo insolito, e terribile. Debole era il gran duca a comparazione di Francia; ma era pei Francesi di non poco momento, che un principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento, e concludesse un accordo con lui; perchè, superata quella prima ripugnanza, si doveva credere, che altre potenze, seguitando l'esempio di Toscana, si sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor esse. Perlocchè fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed appena introdotti i primi negoziati, fu concluso, il dì nove febbrajo, tra Francia e Toscana un trattato di pace e di amicizia, pel quale il gran duca rivocava ogni atto di adesione, consenso, od accessione, che avesse potuto fare con la lega armata contro la repubblica Francese, e la neutralità della Toscana fu restituita a quella condizione, in cui era il dì otto ottobre del novantatre.
Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato, si rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi per l'abbondanza dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza del gran duca Ferdinando, il quale non lasciatosi trasportare agli sdegni d'Europa, e solo alla felicità del sudditi mirando, aveva loro quieto vivere, e sicuro stato acquistato. Bandissi la pace pubblicamente con le solite forme, ma a suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata Inglese, che quivi aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando, non aver dovuto la Toscana ingerirsi nelle turbazioni d'Europa, nè l'integrità, o la salute sua fidare alla preponderanza di alcuno fra i principi in guerra, ma bensì al diritto delle genti, ed alla fede dei trattati; non aver mai dato a nissuno causa di offenderla; essere stata imparziale, essere stata neutrale giusta la legge fondamentale del gran ducato pubblicata nel settantotto dalla sapienza di Leopoldo; sapere Europa come, e quando il principe ne fosse stato violentemente, e per una estrema forza svolto, e con tutto ciò non altro aver tollerato, se non che il ministro di Francia si allontanasse dalle terre di Toscana; avere ciò conosciuto la nazione Francese; però essere stata la Toscana, con la conclusione del nuovo trattato, redintegrata di quei beni, che per forza le erano stati tolti; volere perciò, ed ordinare, che il trattato si eseguisse, e l'editto di neutralità del settantotto si osservasse. Perchè poi quello, che la sapienza aveva accordato, i buoni uffizj conservassero, chiamò Ferdinando il conte Carletti suo ministro plenipotenziario in Francia. Introdotto al cospetto del consesso nazionale, orava dicendo, che mandato dal gran duca in Francia a fine di ristabilire una neutralità preziosa al governo Toscano, aveva molto volentieri accettato il carico, siccome quello, ch'ei credeva molto onorevole ad uomo, qual egli era, amico dell'umanità, amico della patria, amico della Francia; fortunatissimo per lui riputare il giorno in cui aveva concluso la pace con la repubblica Francese; essersene rallegrata Toscana con segni di universale contento; pacifica essere Toscana, voler vivere in termini amichevoli con tutti; aver sempre avuto i Toscani, malgrado di tutti gli accidenti occorsi, in onore la potente nazione Francese; sforzerebbesi egli in ogni modo per fare, che l'amicizia fra i due stati fosse perpetua; desiderare che la pace conclusa tra Francia e Toscana fosse in felice augurio di altre tanto all'Europa necessarie: gissero adunque, continuassero nella temperanza testè mostrata; che sperava ben egli, che siccome ora gli vedeva coi capi cinti di lauro, così presto gli vedrebbe con le palme piene d'ulivo.
Rispondeva il presidente con magnifico discorso: il popolo Francese assalito da una lega potentissima, avere, malgrado suo, preso le armi, avere anche acquistato gloriose vittorie; ma non desiderare altra conquista, che quella della sua independenza; volere esser libero, ma rispettare i governi altrui; sarebbe temperato nella vittoria, come terribile nelle battaglie; piacergli la Toscana moderazione, piacergli le cure avute dei perseguitati, piacergli le dimostrazioni amichevoli di Ferdinando gran duca: perciò avere tosto accettato gli accordi, che Toscana era venuta offerendo; accettare con animo benevolo il presagio di altre concordie; non esser nati e fatti i popoli per odiarsi fra di loro, bensì per amarsi, bensì per travagliarsi concordevolmente a procacciare felicità vicendevole; tali essere i desiderj, tali le più instanti cure del Francese popolo in mezzo a così segnalate vittorie: esser pronto a far guerra, più pronto a far pace; vedere il consesso volentieri in cospetto suo un uomo noto per filosofia, noto per umanità, noto per servigj fatti a Francia: augurarne sincera e durabile concordia.
Infine, perchè non mancasse a queste lusinghevoli parole quel condimento dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi romorosamente l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i circostanti. Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così verificossi con nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioje corte e vane, dolori lunghi e veri.
Giacchè siamo entrati in questa lunga e nojosa briga di raccontare dolci parole e tristi fatti, non vogliamo passar sotto silenzio le dimostrazioni non dissimili, con le quali si procedette col nobile Querini, destinato dalla repubblica Veneziana ad inviato appresso al consesso nazionale di Francia. Avevano coloro, che nei consigli di Venezia prevalevano, sperato di sollidar vieppiù lo stato della repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza, acciocchè con la presenza e con la destrezza dimostrasse, esser vera e sincera a determinazione del senato di volersene star neutrale. Perlochè, adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non so se fosse maggiore o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o l'amore verso la sua patria; che certo tutte queste cose erano in lui grandissime.
Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al consesso nazionale, e vicino al seggio del presidente postosi, con bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica da tempi antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari, e pel desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una repubblica, che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue vittorie. Qual cosa infatti poter essere a lui più lusinghiera, quale più gioconda di quella di comparire in cospetto del nazionale consesso di Francia, a fine di confermar l'amicizia, che il senato e la repubblica di Venezia alla repubblica Francese portavano? sperare la conservazione di quest'antica amicizia sperarla, desiderarla, volerla con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se al mandato della sua cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede, e se conceduto gli fosse di vedere, che il consesso medesimo fatto maggiore di se, e benignamente agli strazj dell'umanità risguardando, con generoso consiglio dimostrasse, aver più cura della pace che della guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di tutti.