Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I
Part 16
Ma tornando là, donde un giustissimo sdegno ci ha allontanati, la prepotenza tanto era più odiosa, quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento, che ai comandamenti del suo governo. Bensì il governo errò di non aver castigato un suo agente dello aver fatto da se una deliberazione tanto importante e disonorevole al nome d'Inghilterra. Queste cose succedevano prima che i Francesi avessero posto piede sul territorio Genovese. Perciò servirono meglio d'incentivo che di freno dall'uno de' lati, dall'altro furono violenza, e non rappresaglia.
La signorìa di Genova, serbata la dignità, e non omesse le rimostranze, fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio, quanto lontane dal diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto traffico, e dell'independenza della nazione richiedendolo. Ma Drake, che meglio mirava o all'utile, o allo sdegno, che al giusto, o alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato, essere i porti Genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi, e poste al fisco.
Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le navi Genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle artiglierìe del molo, avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo vivace ed animoso, per modo che il nome Inglese vi era divenuto odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole, e minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di portare sui cappelli, più per vezzo che per disegno, la nappa nera, che è pure la insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'empito comune, stracciavano le nappe, e le schernivano con ogni strazio.
Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Francesi passati i confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica, crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia, vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I consigli pensarono ai rimedj. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa, essere seguita la invasione non solo senza alcuna partecipazione loro, ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in dubitazione, stessero pur confidenti, che la repubblica, sempre consentanea a se medesima, ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai per dipartirsi da quanto la sincera neutralità, e l'animo non inclinato nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale: munivano più acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.
Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori. Era, siccome abbiam narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi. Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli generale di Corsica, vollero temperare il dominio forestiero con qualche moderazione di leggi; modellarono una constituzione, mancava il consenso dei popoli; adunossi una dieta, o congresso generale nella città di Corte; appruovò la constituzione.
Essere, statuirono, la constituzione della Corsica monarcale: la potestà legislativa investita nel re, e nei rappresentanti del popolo; il corpo legislativo, composto del re e di rappresentanti, chiamarsi parlamento:
Non potere gli atti del parlamento avere forza di legge, se non fossero ratificati dal re:
Nissuna imposta, o tassa, o contribuzione, e dazio si potesse porre, se non col consenso del parlamento:
Avere il parlamento autorità di accusare in nome della nazione innanzi al tribunale straordinario ogni e qualunque agente del governo nei casi di prevaricazione, ed i casi dovessero essere definiti dalla legge:
Potere il re dissolvere il parlamento, ma doverne convocare un altro fra quaranta giorni:
Fosse in Corsica un vicerè rappresentante il re:
Avesse la nazione il diritto delle addomande:
I magistrati collegialmente, i particolari privatamente potessero fare le addomande:
Il governo delle cose militari tutto al re si appartenesse, e potesse intimar guerra, e fare pace:
Il re nominasse tutti i magistrati, ma il popolo i municipali:
Niuno della sua libertà, niuno della proprietà potesse essere privato, se non per sentenza giudiziale, se l'arresto fosse dichiarato non conforme alle leggi, l'arrestato avesse facoltà del richiamarsi dei danni ed interessi innanzi ai tribunali competenti:
I delitti che importassero pene corporali, o infamanti, si giudicassero dai giurati:
Fossevi libertà di stampa, ma la licenza frenata dalle leggi:
Fosse la bandiera di Corsica una testa di Moro con le armi del re:
Giorgio III, re della Gran Brettagna, fosse re sovrano di Corsica; i successori succedessero secondo l'ordine della successione statuito pel trono della Gran Brettagna.
Orava molto acconciamente Elliot, affermando, sperare che la congiunzione della Corsica e dell'Inghilterra sarebbe durevole e fortunata: a ciò concorrere la fede vicendevole, la somiglianza delle nature, la comunanza degl'interessi; tentativi di oppressione non temessero da un re, che chiaro per virtù, chiaro per temperanza d'animo, sempre aveva retto i suoi dominj secondo le leggi, e fatto fondamento al suo regal seggio della libertà, e della prosperità del suo popolo; ora essere i Corsi liberi, ora felici; serbassero le loro antiche virtù, il coraggio, il santo amore della patria: sì facendo, manterrebbero viva fra di loro, e perpetua la libertà, quella libertà, che ha per fine i civili diritti e la felicità delle genti, che non serve nè all'ambizione nè al vizio: che si congiunge con la religione, con le leggi, e con un sacro rispetto verso le proprietà di ciascuno; che abborrisce da ogni dispotismo e da ogni violenza.
L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le ingiurie fatte al Corsi dai Genovesi, la tirannide loro, quand'erano signori dell'isola, gli ajuti d'armi e di munizioni porti ai Francesi assediati in Bastìa ed in San Fiorenzo, l'incredibile parzialità loro verso la Francia disordinata e feroce, che la Corsica intimava la guerra a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero contro i bastimenti Genovesi; avessero gli armatori facoltà di appropriarsi, non solo le navi Genovesi, ma ancora, cosa certamente enorme le merci Genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi di premio per ogni capo di tali schiavi, che fosse condotto a Bastìa. Non è certo da maravigliare che Paoli nemicissimo per natura ai Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed umani uomini, gli abbiano tollerati e forse instillati, con lasciar anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e di schiavitù, nissuno non sarà per condannare. Adunque Algeri per mano dell'Inghilterra si trasportava in Corsica? Intanto arditissimi corsari Corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi quarti d'Inghilterra, e con patenti spedite da Elliot, facevano danni incredibili al commercio Genovese, e peggio ancora che il manifesto non portava.
Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica: ma insidiosa, e non piena fu la moderazione. Ordinava che l'assedio di Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari Corsi, autorizzati dai ministri Inglesi, avessero facoltà di predare i bastimenti Genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini, non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra, si arrestassero, secondo l'uso delle nazioni civili. Tornò Drake a Genova, forse credendo che una temperanza subdola equivalesse ad una giustizia sincera.
Pareva che la condizione di Genova con la Gran Brettagna fosse divenuta più tollerabile; al tempo stesso i termini, in cui viveva con la Francia, si miglioravano; perchè, morto Robespierre e venuta in Parigi la somma delle cose in balìa d'uomini più temperati, era stato richiamato Tilly. Mandavasi iscambio un Villard, che moderatamente procedendo diede speranza, che e la repubblica se ne potrebbe vivere più riposatamente, ed i vicini più securamente.
Ma la guerra non lasciava quietare la mal arrivata Genova. L'accidente seguito della occupazione di una parte della riviera di Ponente, ed i progressi dei Francesi insino a Finale, davano timore, che potessero per la via del Dego, e del Cairo, che era la più spedita di quante dalla Liguria portavano pei gioghi dell'Apennino in Piemonte, sboccare in questa provincia. Le genti Tedesche stipulate nel trattato di Valenziana non ancora erano giunte, nè era da sperarsi che quelle che già vi stanziavano, quantunque congiunte con gli eserciti Sardi, potessero cacciare un nemico ardente e poderoso dal territorio Ligure. Bensì si confidava di poter con loro preservare il Piemonte insino a tanto che il trattato di Valenziana avesse la sua esecuzione. A questo fine tutte le truppe Austriache, che già si erano chiamate dall'Italia inferiore verso la superiore, si adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui. Poscia, veduto che i Francesi s'ingrossavano verso Loano e Finale, si riducevano più vicino, occupando le terre delle Carcare, delle Mallare, d'Altare, di Millesimo, di Cosserìa, del Cairo. Sommavano a dodicimila combattenti, tra fanti e cavalli. Quest'erano le squadre della vanguardia, e del grosso dell'esercito; il retroguardo stanziava al Dego, terra posta sulla strada maestra tra Cairo, e Acqui. Ivi avevano le artiglierìe grosse, i magazzini, ed i forni ad uso di spianar pane per tutto l'esercito. In questi posti attendevano ad affortificarsi con trincee e ridotti, massimamente al monte di Santa Lucìa; ed a levante di Vermezzano sopra la strada del Cairo, e finalmente su certe eminenze che dominavano la Bormida sopra la pescaja del Mulino. Queste trincee e ridotti di Santa Lucia e del mulino rappresentavano il più forte sito, e la principale speranza della vittoria degli Austriaci in loro era posta. Così forti di sito e di artiglierìe, e stando a cavallo sulla strada per al Dego, speravano di fronteggiar con vantaggio il nemico. Oltre di ciò alcuni reggimenti Piemontesi, che alloggiavano in un campo a Morozzo, marciavano verso Millesimo col fine di congiungersi con gli Austriaci, che difendevano il paese del Cairo.
Dall'altra parte i Francesi, udito di questo moto, ed avendo anche presentito per alcune dimostrazioni fatte dall'esercito imperiale, ch'ei si volesse impadronire improvvisamente di Savona, deliberarono di prevenire l'uno e l'altro con assaltare gli Austriaci nel loro campo di Dego. Perlocchè l'esercito loro grosso di quindeci mila combattenti, fatto uno sforzo, aveva cacciato la vanguardia Austriaca dalle Mallare, dalle Carcare, da Millesimo, dal colle di San Giacomo delle Mallare, e dalle eminenze di San Giovanni di Murialdo, seguitandola fino sulle alture che stanno a sopraccapo al Cairo, le quali occuparono la notte dei venti settembre, principalmente quelle che signoreggiano il castello. La quale cosa vedutasi dai generali Austriaci Turcheim, e Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti loro verso il campo del Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno l'artiglierìa grossa, serbando con se la leggiera, ch'era fiorita e numerosa. In tutte queste azioni passavano gli Austriaci tratto tratto sul territorio Genovese. I magistrati, come già a Ventimiglia contro i Francesi, e con non miglior successo protestavano della violata neutralità.
Era il giorno vent'uno settembre imminente una battaglia, nella quale da una parte dovevano combattere un ardire inestimabile e l'incentivo di vittorie fresche, dall'altra una grande costanza, una stabilità pruovata negli ordini, i luoghi forti ed affortificati, un'artiglierìa elettissima. La mattina molto per tempo avevano i generali Austriaci ordinato le genti loro, partendole in due parti, delle quali una, che era l'antiguardo, occupava le alture del Colletto fino alla Bormida, seguitando pel Pianale sino a Montebrile sopra la valle di Carpezzo. Avanti al passo del Colletto, per cui si va a Rocchetta del Cairo, stavano, come guardia avanzata, una quadriglia di Ulani: il passo medesimo munivano due bocche da fuoco governate dai volontarj. Al piano, e verso il mezzo dell'antiguardo trentasei pezzi d'artiglierìa guardavano il passo, sei sul monte Lucìa, gli altri sulla ripa del fiume sopra il mulino. Il grosso della battaglia si distendeva dal monte del Bosco sopra Pollovero e le alture di Brovida. Un battaglione di Croati schierato sul monte Cerreto dava sicurezza all'ala sinistra; uno di cacciatori posto sul monte Vallaro alla destra.
Il generale Austriaco Wallis, a cui era commesso il governo supremo dell'esercito, arrivato al campo poco innanzi che incominciasse la battaglia, e dopo che le sue genti già erano schierate, considerato che i Francesi, siccome quelli che non avevano artiglierìe, e poca cavallerìa, avrebbero tentato di aprirsi il varco con una battaglia sparsa su pei luoghi alti e scoscesi per le ali del suo esercito, a fine di riuscirgli alle spalle, operò, che alcuni battaglioni dell'antiguardo venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il quale finchè fosse intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.
Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano i Francesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai generali Massena e Laharpe, e dal generale d'artiglierìa Buonaparte, ai quali si aggiungevano i rappresentanti del popolo Albitte e Saliceti, con Buonaroti, agente nazionale. Erano le genti loro divise in tre schiere: la prima seguitata da cinquecento soldati a cavallo, e passando per la strada alla Rocchetta del Cairo andava ad assaltare gli Austriaci posti al Colletto. La seconda passando pel convento di San Francesco del Cairo assaltava i cacciatori che difendevano il monte Vallaro; poi fatto un branco di se composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il colle di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza, radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta, riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera, che era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto la guardia avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con grandissimo furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad ora gli ordini degl'imperiali si rompevano; ma pel valore loro tosto si rannodavano: i due cannoni facevano grande strazio nei Francesi. La seconda colonna sforzato, non senza una valida resistenza degli Austriaci accorsi in ajuto del Pianale, il passo del Vignarolo, gli assaltava al monte Vallaro, e sulle alture della Bormida, ed al primo tratto gli disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre due squadre mandate dal Wallis, gli Austriaci con nuova vigorìa combattendo fin oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera, che costeggiava a sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che si era posto in agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che ricevette in quel punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa costretta a dare indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a favor degl'imperiali: ma l'importanza del fatto consisteva nel posto del Colletto assaltato, e difeso con mirabile costanza. Le fanterìe dei Francesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavallerìa si fece avanti, e diè per modo la carica alla cavallerìa Austriaca, ch'essa, non fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là dal Colletto, proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo seco i due cannoni. E' pare che l'intenzione degli Austriaci, superiori di cavallerìa, superiori di artiglierìe, sia stata, operato prima grande uccisione dell'esercito nemico, di allettare tanto la cavallerìa dei repubblicani, che condottasi nella valle di Pollovero potesse essere bersagliata con evidente vantaggio di fianco e di fronte dalle batterìe di Santa Lucìa e del Pianale. Ma i Francesi accortisi dell'insidia, e considerato che i fianchi della valle erano tutti occupati dagli Austriaci, per modo che e' potevano essere circondati da ogni parte, non si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto per forza, o abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritirarono grossi e minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucìa, e dell'argine del mulino. Scesero i Francesi dal Colletto nella pianura, e già si erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin presso ai Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterìe di Santa Lucìa, e del Pianale cominciarono a fulminargli con orribile fracasso. Dalla parte loro anch'essi facevano ogni sforzo per superar quei passi: nel tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme dell'uno e dell'altro esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e strage, se non quando, sopraggiunta la notte, i Francesi furono sforzati a ritornarsene oltre il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi dall'impeto dell'artiglierìe d'Austria, che non cessavano di trarre. Perdettero in questo fatto i Francesi meglio di seicento buoni soldati, gli Austriaci meglio di settecento, fra i quali alcuni ufficiali di nome.
Questa battaglia del Dego fu una fazione bene e valorosamente combattuta da ambe le parti, nè si potrebbe con parole descrivere l'ardore, per non dire il furore, col quale andarono i Francesi all'assalto, nè minor valore era richiesto, perchè potessero tener pari la bilancia, niuna artiglierìa avendo, cavallerìa debole, ed essendo gli Austriaci bene forniti dell'una e dell'altra, e di più trincerati in luoghi fortissimi. Dall'altro canto non si potrebbe lodare abbastanza l'arte dei generali Austriaci nel governar gli accidenti della fortuna in questo difficile ed importante fatto, nè la fermezza, e la longanimità delle genti loro.
Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a se la fama della vittoria, e dell'onore di questo giorno. Certo è, che gli Austriaci ebbero il vantaggio della somma del fatto, perchè non solamente obbligarono i Francesi a ritirarsi dal campo di battaglia, e serbarono tutti i posti loro, ma ancora nissun accidente, che dipendesse dal nemico, gli obbligava a ritirarsi. Ciò non ostante pel seguito delle cose fu per consentimento universale aggiudicata la palma ai Francesi; perciocchè gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dove erano le riposte dell'esercito, ovvero che, come da alcuni fu scritto, avessero avuto avviso che un corpo Francese partito di Savona, passando per la valle d'Erro, fosse per riuscir loro alle spalle, e per tale guisa mozzar loro la strada, la notte dei ventidue, abbandonate le forti posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie, e con le artiglierìe in Acqui. Nel che si dee notare la falsità degli avvisi che ricevevano gli Austriaci: perchè e nissun corpo Francese era a quei giorni in Savona, e tutti i Francesi eransi adunati per fare un grosso sforzo a Dego, e nissun'altra schiera notabile di loro si trovava da Nizza fino a Savona. Questa falsità di avvisi, o che procedesse dalla solita parsimonia Austriaca nello spendere, o dalla nimistà delle popolazioni, operò molto efficacemente in tutti i fatti della presente guerra, e fece rovinare molte imprese dell'armi imperiali.
Intanto i Francesi temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi a credere, che gli avversarj si fossero ritirati, dubitando anzi di essere assaliti in sul far del giorno, molto pesatamente, e con ogni cautela entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello, di che non potevano sospettare, era vero, vi si confermarono, e diedero mano a vuotare, e trasportare ai luoghi sicuri della Liguria i magazzini dell'esercito Tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del pubblico, diversamente da quello che in Oneglia avevano operato, infestarono quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per timore le avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni altra grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando le vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità considerabile di bestiame sì grosso che minuto, dimostrando insomma con ogni proceder loro, quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole, tristo presagio dei mali ancor più gravi, che si preparavano all'infelice Italia.
L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del Dego, si ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse dal campo di Morozzo, e pei tempi sinistri, sul Genovesato, dove si fortificava, principalmente a Vado, aspettando, che la stagione nuova gli facesse facoltà di tentare fazioni di maggior momento.
LIBRO QUINTO
SOMMARIO
Il re di Sardegna continua nella sua alleanza con l'Austria. Provvedimenti militari di queste due potenze dalla parte d'Italia. Il gran duca di Toscana fa un accordo con la repubblica Francese. Discorso del suo ministro Carletti al consesso nazionale, e risposta del presidente. Discorso del nobile Querini, inviato di Venezia, al medesimo consesso, e risposta del presidente. Battaglia navale tra i Francesi e gl'Inglesi al capo di Noli combattuta i dì tredeci, e quattordeci marzo del 1795. Pace della Prussia con la repubblica Francese. Guerra sulla riviera di Genova: vantaggi dei confederati. Congiure, sdegni, e rigori nel regno di Napoli. Gravi turbazioni nella Corsica contro gl'Inglesi. Paoli chiamato a Londra come sospetto. Qualità di questo Corso. Moti tumultuosi a Sassari di Sardegna. La Spagna conclude la pace con la Francia, ed offre la sua mediazione a fine di concordia al re di Sardegna. In qual modo Vittorio Amedeo riceva questa mediazione. Consiglio convocato in Torino per deliberare sulla proposizione della pace. Discorso del marchese Silva, che opina per gli accordi. Discorso del marchese d'Albarey, che gli dissuade. Si viene di nuovo all'armi. Battaglia di Loano succeduta addì ventitrè di novembre del 1795. Suoi importanti risultamenti.