Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I
Part 15
Rimaneva ai Francesi per compir l'opera che s'impadronissero del colle di Tenda, sommo apice dell'Alpi Marittime; nè s'indugiarono a quest'impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regj, e del favore della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità, assaltarono i Piemontesi, che facevano le viste di voler difendere il colle. Prima di arrivare alle falde di questo monte, la strettura, nel cui fondo serpeggiano la strada di Nizza e il torrente della Roja, s'apre improvvisamente, e si allarga in una grande ampiezza. Quest'ampiezza è chiusa dal colle di Tenda, tanto largo quanto è l'ampiezza medesima il quale appresentandosi a guisa di tenda a chi venendo da Nizza se ne va verso il Piemonte, ha dato il nome al monte. Ma questo monte, quantunque assai ripido, essendo molto largo, e pieno quà e là, massime verso i fianchi, di facili eminenze, dà comodità al nemico che vuol salire, di pigliar posto in numerosi luoghi successivamente; il che, dando diversi riguardi a chi sta sulla sommità a difenderlo, rende più difficile la difesa, massime se l'assalitore, trovandosi in numero grosso, può occupare l'uno dopo l'altro i posti eminenti sulla faccia del colle. Ciò fecero con molta audacia e perizia i Francesi: per questo ancora, dopo debole difesa, i Piemontesi, abbandonata quella cresta in balìa del nemico, si ritirarono a Limone, terra posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.
La conquista di Saorgio e del colle di Tenda diede in mano dei repubblicani tutti i mezzi della guerra Alpigiana, ed altri fondamenti non restarono alla sicurezza degli stati del re posti verso Italia, che le fortezze situate alle sboccature delle valli. Per questo cambiossi del tutto la condizione della guerra; perchè i repubblicani stavano superiormente in atto d'assalitori, i regj pel contrario in atto di difensori, ed i vantaggi che questi avevano acquistato sul principiar della guerra di quest'anno, caddero in mano di quelli. Tanto fu l'effetto dell'impeto dei Francesi, e dello aver preso il passo pei territorj della repubblica Genovese.
Tutte queste fazioni molto perniziose allo stato del re, tanto maggior terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte le male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo stato da uomini condotti da illusioni funeste ma che niun mezzo avevano di arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri si giudicò più rimessamente; moderazione degna di grandissima lode in mezzo a tanti sdegni, ed a tanti terrori. Tanto erano commendabili per la consuetudine, sebbene imperfetti per le forme, gli ordini giudiziali di quel regno, e tanto integri i magistrati, dappoichè Vittorio Amedeo secondo, moderata la potenza della nobiltà, aveva ridotto le cose ad uno stato più tollerabile di giustizia, e di equalità civile.
Vittorio, perduta la metà degli stati, e le principali difese dell'Alpi, faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema rovina. Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque grado o condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a procurarsi armi e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni quattro, e si tenessero pronti a marciare al primo tocco di campana a martello; fossero retti, e divisi in isquadroni da ufficiali di sperimentata capacità; se la spedizione più di quattro giorni durasse, somministrassersi munizioni dalle armerìe, e viveri dai magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi ne fornissero a chi ne mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie degli accorsi, ove ne abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il caso della mossa arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi coloro, che meglio avessero combattuto pel re, e per la patria.
Questo stormo, a guisa di tutte le masse di simil natura, non poteva esser di molto momento alla vittoria; che anzi avrebbe piuttosto potuto nuocere che giovare, se non fosse stato secondato da forti squadre di gente stanziale usa alle guerre, ed ai pericoli. Per la qual cosa si provvedevano di nuove reclute i reggimenti sì stabili che provinciali; ma questi rimedj non bastavano alla salute del regno, perchè i limiti dello stato essendo oramai molto ristretti, e le precedenti leve avendo diradato la gioventù atta all'armi, non si sperava molto frutto. Laonde instantemente si ricercarono i generali Austriaci, che fatti uscire dalle stanze invernali i soldati loro, prontamente verso il Piemonte, che pericolava, gl'indirizzassero. Il conte Oliviero Wallis, tenente maresciallo, preposto dall'imperatore a tutte le genti che avevano le stanze nel ducato di Milano, conformandosi alle richieste, mandò in Piemonte sollecitamente nel mese d'aprile tutte quelle, che avevano svernato in Pavia, Lodi, Codogno, Cremona, Bozzolo, Casalmaggiore, Mantova, Como, e Milano, e che unite componevano un esercito di ventimila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con queste l'audacia dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino a tanto che un esercito ancor più forte accorresse di Germania in Piemonte a norma del trattato di Valenziana. Inoltre muniva il re di genti e di provvisioni fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva, Cuneo, ed Alessandria. Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno non mancassero le armi e le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarj supplire, ordinava, che si raccogliesse il salnitro in tutte le case di Torino, e si portassero alla zecca ed all'arsenale le campane non necessarie al culto. Pure il terrore era grande. I ricchi, massime i nobili, non quelli che militando seguitavano le insegne reali, ma gli oziosi ed i cortigiani, si apparecchiavano, certo con poco generoso consiglio verso la patria loro, ad andarsene in paesi stranieri, con se le cose più preziose trasportando. Per andar all'incontro delle ignominiose fughe, mandava fuori il re una legge, che sotto pena di confiscazione di beni le proibiva, con questo altresì, che i beni confiscati s'incorporassero alla corona.
Fu anche giudicato, che per prevenir le congiure, fosse necessario il soffocarne i semi, e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava, che fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed anche i casini; la qual ultima condizione, posta o da vero, o solo per non dar cagione alle classi inferiori di lamentarsi, accennava ad una congrega particolare, che faceva la nobiltà di Torino. Così in quell'estremo frangente si preparavano le armi, si spartivano i cittadini perchè non giurassero, si univano perchè combattessero.
Le fazioni tanto favorevoli ai Francesi diedero molto a pensare ai governi Italiani, che prevedevano, che se i repubblicani vincendo compiutamente, occupassero l'Italia, sarebbe nato un sovvertimento totale per tutti; e se l'Austria ed il Piemonte vincevano, sarebbero stati, se non preda del tutto, certamente in balìa ed in soggezione loro. Laonde il re di Napoli si risolveva a fare maggiori sforzi in favore dei confederati, sì per por argine contro quella piena che minacciava l'Italia, e sì ancora per aver parte, se la fortuna si mostrasse favorevole, nei premj della vittoria. Indirizzava alla volta della Lombardìa, parte per terra parte per mare, diciottomila soldati tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega. Per bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti richiedevano, aveva comandato, pagassero i baroni, i nobili, ed i ricchi centoventimila ducati al mese; il restante, per non aggravar i popoli dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario: pagassero i beni ecclesiastici una tassa del sette per centinajo; portassersi alla zecca gli ori e gli argenti delle chiese, che non fossero necessarj al culto, obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo per centinajo del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero; il patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.
Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si scoperse la congiurazione di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama, a cambiare il governo regio, ed a fare una rivoluzione nel regno. Questo fatto grave in se stesso, e reso ancor più grave dalle menti accendibili, e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe, preponendo il governo la salute propria a quella d'altrui. Si aggiunse che i corsari sì Francesi che Algerini infestavano i littorali del regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta a volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per far peggio eziandìo che rubare.
Anche il pontefice, che fra tutti i principi era forse quello che procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose sui luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini, ospedali, e nuove regole per la milizia. Essendosi poscia condotto, siccome usava ogni anno, non interrotto il consueto pensiero dalle cure moleste della guerra, e dai terrori che correvano, a visitare le paludi Pontine, andò rivedendo i posti militari sulle coste per inspirare con la gravità dell'aspetto fedeltà, e con le esortazioni coraggio ai soldati. In questi suoi pensieri dello armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per un fatto enorme accaduto in Roma sull'entrar dell'anno precedente; imperciocchè un Basseville, segretario della legazione di Francia, o per imprudenza propria, come alcuni stimano, nel voler promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo, di cui era infatuato, o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione dell'odio che portavano ai repubblicani, come altri credono, fu crudelmente ammazzato a furia di popolo, con alcuni altri individui della medesima nazione. Fu incesa anche nel medesimo fatto parte dei palazzi dell'Accademia di Francia, e del console Francese. Quantunque il governo pontificio non vi avesse colpa, e che anzi avesse fatto in quel subito accidente quanto per lui si era potuto per frenare la rabbia di chi voleva contaminar Roma con un sì grave misfatto, importava ai repubblicani che glielo imputassero, e da lui alla ferocia del Romano governo argomentando, protestavano di volerne fare condegna vendetta.
Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei repubblicani sull'Alpi, e del loro ingresso nel territorio Genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti contrarie, e quella che insisteva perchè la repubblica si armasse, e quella che credeva più pericoloso l'armarsi, che il fidarsi. Sorse di nuovo in senato il procurator Pesaro, al quale s'aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, con efficacissime parole dimostrando, essere semplicità non comportevole il prestar fede al soave parlare di Francia, il governo della quale, se chiamando la repubblica di Venezia sua primogenita sorella, operava gl'incantamenti delle sirene, coi fatti poi ne avrebbe imitato il costume; che già le Alpi erano superate, che già Italia udiva il rimbombo delle artiglierìe barbare, che già le armi vacillavano in mano ai Piemontesi ed ai Tedeschi; ch'era oggimai tempo di svegliarsi dall'imbelle sonno, e di non restar più disarmati a discrezione altrui.
Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccarìa Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando tutti, che l'armarsi non era possibile, perchè l'erario era esausto, non a tempo, perchè prima le genti forestiere sarebbero sui territorj della repubblica, che i soldati, e l'armi pronte; inutile, perchè la massa sarebbe di gente fresca ed inesperta, più atta a crescere disordine, che ad allontanarlo; non aversi per la lunga pace capi di sperimentato valore, nè potersi sperare di ottenerne dagli esteri, perchè tutti in guerra; aversi la repubblica a ridurre in non piccole angustie, se consentisse a discostarsi dalle prese deliberazioni. Dopo molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiecinove voti favorevoli, e sessantasette contrarj. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piede che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la Terraferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in Istria si levassero, le leve in Terraferma per riempire i reggimenti Italiani si facessero, le compagnìe dalle quarantotto alle cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato, che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo infestato da corsari Africani e Francesi. A questo modo aveva il senato prudentemente, e fortemente deliberato. Ma i savj del consiglio, ai quali apparteneva la esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di settemila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, e continuamente accusando tanto in pubblico quanto in privato l'improvvidenza degli uomini, ed il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta ed infelice patria.
Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica mandato a Basilea il conte Rocco San Fermo, acciò spiasse, e mandasse quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finittima di Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e nemici di ogni sorte. San Fermo, o che fosse spaventato egli, o che volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia; che un certo Gorani (questi è quel Gorani che scrisse i monitorj in forma di lettere a tutti i re d'Europa) era destinato dal governo di Francia ad essere stromento a far rivoluzione in Italia; che aveva con se sei satelliti, pronti a fare quello, e peggio ch'ei volesse; che già questo Gorani aveva sollevato la Polonia, e solleverebbe anche l'Italia; ch'egli era stato cagione della congiura di Napoli; che parimente insidiava a tutti i governi d'Italia; badassero bene a questo Gorani, ch'era uomo da far gran cose. Aggiungeva San Fermo non so che ciance di un Bacher, segretario della legazione Francese in Basilea; poi, che un certo Guistendoerffer gli riferiva da Parigi, essendo stato con Robespierre, Couthon, e quegli altri della salute pubblica, che la Francia faceva grandissimi disegni sull'Italia; che volevano andarvi per trovarvi grani e ricchezze; che dal Reno marcerebbero soldati all'Alpi; che per mezzo dei loro fidati, e dell'oro sparso avevano intelligenze da per tutto; che già aveva costato, nel novanta tre, l'Italia undici milioni di franchi, Venezia sola trecento cinquanta mila; che costerebbe due volte tanto nel novanta quattro, per modo che già erano a loro obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni dei destinati dal governo a sopravvedere, ed a scoprire le trame di Francia; che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica a cagione del non aver voluto accettare l'ambasciadore Noel, e dell'aver accomodato i confederati di armi, munizioni, vettovaglie e passo; che di più si accusava la repubblica di aver fatto carcerare il conte Apostoli, partigiano dei Francesi, ed addetto alla legazione loro in Venezia; che si accagionava oltre a tutto questo Venezia di sofferire, che i fuorusciti di Francia facessero sul suo territorio insulti, e superchierìe ai repubblicani. Queste novelle, che avrebbero incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molli, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in quei tempi difficili sentissero meglio di debolezza, che di prudenza.
Accrebbe la difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza, fratello di Luigi decimosesto re di Francia, fuggendo il furore dei nemici della sua casa, condotto a Torino, dove accolto cordialmente, e con tutti i termini dovuti al suo grado ed alla sua disgrazia dal re Vittorio Amedeo suo suocero, se ne viveva quietamente, aspettando che la fortuna più favorevole aprisse qualche adito alla salute della Francia, e di tutti i suoi. Ma essendo i repubblicani tanto avidi del suo sangue, comparsi, prima sulle cime dell'Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccevole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi nell'integrità del senato Veneziano, a cercar asilo sulle terre di una repubblica, giacchè alcuni fra i più potenti principi d'Europa non lo volevano raccorre nelle proprie. Seguitavano il conte di Provenza, che sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di Francia, tra i quali principalmente si notavano il duca di Avaray, ed il conte d'Entraigues. Il senato Veneziano pietosamente risguardando ad un tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che gliene sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente ne' suoi stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con pratiche, ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderj del senato Veneziano si conformarono le intenzioni del conte di Provenza, il quale in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, dai quali potessero seguir danno, o pericolo agl'interessi altrui. Volle egli far la sua dimora in Verona; dal quale desiderio essendo fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù, e la sventura da cui era combattuto; riconoscesse anche in lui nei colloqui privati l'altezza del grado, ma pubblicamente si astenesse di usare verso di lui di quegli atti, coi quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di Francia di querelarsi; il che però, siccome suole avvenire, che i forti usano la vessazione, come i deboli il sospetto, non impedì punto le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del Robespierriano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. Insomma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode debbongli riconoscere i posteri, quanto esso era anche pericoloso. Qual frutto ne abbiano conseguito, conosceranno coloro, che leggeranno il progresso di queste storie.
La Veneziana repubblica non era ancor giunta agli affanni estremi. Era stato destinato dalla congregazione della salute pubblica con titolo d'inviato a Venezia Lallemand, per lo innanzi console di Francia a Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e molto dissimile dai tempi, al serenissimo principe il dì tredici novembre, manifestava che per l'elezione del Lallemand cessava il suo mandato. Furono in questo proposito molti e varj i dispareri nelle consulte Veneziane, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri d'Austria e d'Inghilterra, acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.
Adunque introdotto Lallemand al cospetto dei padri orava con lungo discorso, e pieno di graziose offerte, e promesse, sincere, credo, quanto a lui che buona e leale persona era, ma quanto a coloro che lo mandavano, più fallaci che vere.
A questo introito del Lallemand rispose gravemente il senato, piacergli la persona sua già accetta pei graziosi uffizj fatti in altri luoghi verso i Veneziani; piacergli l'amicizia della nazione Francese, conserverebbela, per quanto stesse in lui, sincera e perpetua; userebbersi verso l'inviato tutti i riguardi che la qualità d'autorità sua richiedevano; serberebbonsi protetti ed immuni da offesa i Francesi, si veramente che anch'essi le leggi del paese, come si conveniva, osservassero: assicurasse pure il suo governo, che alle parole sarebbero conformi i fatti, e che Venezia tanto più fedele quanto più rispettata, sarebbe amica a tutti, nemica a nissuno, piena ed intiera la sua neutralità conservando.
Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il Piemontese, riceveva maggiori molestie del Genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità, o costanza. Già abbiamo narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti al governo Inglese. Fu risposto per i generali. Intanto non essendo ancora racconcia la ferita data alla repubblica dal fatto della Modesta, ne successe un altro, il quale, sebbene non mescolato col sangue, offese nondimeno anche più direttamente la dignità, e l'independenza dello stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porto di Genova. Richiedeva l'Inglese, rompesse la repubblica ogni comunicazione con Francia; scacciasse da' suoi dominj gli agenti di lei, promettesse di non accettarne, finchè la guerra durasse. Aggiungeva parole superbe: non poter più i confederati tollerare una neutralità fomentatrice di una guerra più violenta, e più pregiudiziale agli interessi loro, che la guerra aperta non sarebbe. Lo Spagnuolo eccedeva anche di vantaggio, dando in termini più esorbitanti: consegnassegli la repubblica tutti i bastimenti carichi di vettovaglie che nel porto si trovavano, e che o fossero destinati per Marsiglia, od appartenessero ai Marsigliesi. Intimavano poi entrambi, che se la repubblica non consentisse, l'avrebbero per nemica, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni suo commercio con Francia, e coi paesi occupati da Francia.
Questa prepotenza Inglese, dico Inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le rimostranze dei Genovesi, se n'era ritirato, dimostrò come la libertà di dentro non impedisce la tirannide di fuori. Nè si vide che fra gli atti scorretti, di cui i tempi posteriori abbondarono pur troppo, alcuno sia che più di questo si possa riputare insolente: perciocchè non s'era mai veduto un governo comandare forzatamente ad un altro, che niuna nave di lui in nissun tempo, in nissun posto di un paese vastissimo, e qualunque fosse il suo carico, potesse approdare. Che se i Genovesi, popolo independente, e non servo dell'Inghilterra, nè in guerra con Francia, portavano ai Francesi vettovaglie, con qual ragione potevano gl'Inglesi proibirlo? e se altro modo non avevano essi di nuocere a Francia, che un attentato degno di biasimo, che stavano facendo che non se n'andassero dal Mediterraneo, lasciando Piemontesi, Austriaci, Francesi, Genovesi a far tra di loro guerra, o pace, o neutralità, come la intendevano, e come portavano i diritti delle genti? che venivano a fare le navi d'Inghilterra nel Mediterraneo? forse a fare guerra con loro? forse ad opprimere i deboli? che val la forza senza la giustizia?