Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I

Part 13

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Adunque essendo in tal modo ogni cosa in pronto, il dì quattordici decembre i Francesi si avviavano all'assalto. Gli alleati, che sapevano che da quel fatto doveva risultare non solo la conservazione, o la perdita di Tolone, ma ancora la riputazione dell'armi e l'acquisto d'Italia, con grandissimo ardire gli aspettavano. Feroce fu l'assalto, feroce anche la difesa; la fortuna si mescolò spesso col valore; ora prevaleva la furia al coraggio, ora il coraggio alla furia; ora la sicurtà dei luoghi faceva inclinare le sorti a favor degli assaltati, ora l'audacia per verità non credibile, se non fosse vera, le voltava a favor degli assaltatori: stette un pezzo dubbia la battaglia; già le difese erano lacere dall'un canto, già dall'altro i gioghi dei monti, ed i parapetti delle batterìe Inglesi apparivano cospersi di cadaveri Francesi, e non ostante non cessava l'ostinazione delle parti; che anzi i sangui, che ribollivano, rendevano gli uomini più accaniti, e continuamente si dava mano al tuonare, al ributtare, al ferire da presso e da lontano. Prevalse la fortuna di Francia. Mouret e Garnier si facevano a viva forza strada nei due forti di Sant'Antonio, e di Malbousquet, cacciatine gli alleati, che si ritirarono frettolosamente. Lapoype impadronissi del monte e del forte Farone; il che fu cagione, che il nemico, vuotò incontanente i forti inferiori di Lartigue, e di Santa Caterina, esposti alla furia delle cannonate del forte Farone. Finalmente Laharpe, dopo un durissimo incontro di cinque ore, cacciò di forza gli avversarj dal capo Bron, e gli costrinse a fuggire nel forte Lamalgue.

Al ridotto del promontorio, dal cui conquisto dipendeva tutto l'esito del fatto, si combatteva tuttavìa asprissimamente. Nè la difficoltà de' luoghi, nè la spessezza dei tiri del nemico non poterono tanto impedire i Francesi, che non salissero sino al sito erto, in cui era posto. Tre volte entrarono per le cannoniere fulminanti, tre volte ne furono, pel bersaglio di un piccolo ridotto interno munito d'artiglierìe, con grandissima strage loro risospinti. Finalmente alla quarta entrati per le cannoniere medesime, e superato anche col medesimo impeto il piccolo ridotto, riuscirono vincitori di quel fondamento principalissimo di tutti i disegni. I difensori, la più parte uccisi; i superstiti si ritirarono a mala pena laceri e sanguinosi chi alla città, e chi alle navi.

La espugnazione dei forti, massimamente quella del ridotto, rendeva impossibile agli alleati il tenere più lungamente Tolone; conciossiachè i repubblicani potevano fulminarvi dentro, e spazzando i due seni sperperare all'estremo le flotte confederate. Deliberaronsi a vuotare; ma prima vollero fare tutto quel maggior male che poterono. Posto mano adunque alle faci appiccarono il fuoco alle navi che non potevano trasportar con loro, ed a tutte le opere preziose di marinerìa, di cui Tolone abbondava. In questo Sidney Smith, uomo più atto alle imprese rischievoli, che alle grandi, con molta industria ed attività si adoperava. Ardevano le navi, ardevano le armerìe, ardevano gli arsenali; nella città medesima le case ardevano. Breve ora distruggeva opere, cui l'industria umana aveva penato lungo tempo a compire. In tanta confusione traevano continuamente le artiglierìe repubblicane sì da palla che da bomba con orribile fracasso, ed accrescevano terrore ad una catastrofe già per se stessa tanto terribile.

Ma compassionevole spettacolo era quello dei Tolonesi, i quali costretti ad abbandonare la patria loro per non cader nelle mani di gente sdegnata, accorrevano in tutta fretta alle navi, conducendo con esso loro le donne, i fanciulli, e le suppellettili più preziose, che in tanto precipizio avevano potuto raccorre. Tra questi alcuni annegavano per la fretta, altri erano straziati dalle artiglierìe dei loro compatriotti, o da quelle degli Inglesi. Così tra il fuoco, il fumo, il tuonare, lo scompiglio delle navi, che andavano e venivano, le minacce dei soldati da terra che fuggivano, lo strepito dei soldati da mare, che volevano metter ordine e regola dov'era disordine e confusione, le grida disperate di coloro che si spatriavano, era un dolore, un terrore, una miseria, che si possono meglio con la mente immaginare, che con le parole descrivere. Dieci mila Tolonesi disperando della pietà del vincitore, accettato l'esiglio, si ricoveravano alle navi, non sapendo nè dove, nè quando avessero a terminarsi le miserie loro. Tre giorni e tre notti durò la lagrimevole tragedia. Finalmente le flotte confederate, sotto la tutela del forte Lamalgue, nel quale avevano lasciato presidio per proteggere la ritirata, tirandosi dietro le navi rapite di Francia i giorni diciotto e diecinove decembre, si ricoverarono nelle vicine isole Iere, che sono le antiche Stecadi. Il giorno venti poi, e poichè tutti si erano ridotti a salvamento, vuotato anche il forte Lamalgue, lasciarono la misera terra intieramente a discrezione dei repubblicani: entraronvi fieri, e minacciosi.

Arsero nell'incendio Tolonese acceso dagl'Inglesi quindeci navi grosse di fila, il Tuonante, il Fortunato, il Centauro, il Commercio di Bordeaux, il Destino, il Giglio, l'Eroe, il Temistocle, il Duguai-Trouvin, il Trionfante, il Sufficiente, il Mercurio, la Corona, il Conquistatore, il Dittatore. Arsero sei fregate, la Seria, la Coraggiosa, l'Ifigenìa, l'Alerta, l'Iride, il Montereale, con molti altri legni minori. Rapirono, e s'appropriarono gl'Inglesi la grossissima nave di centoventi cannoni chiamata il Commercio di Marsiglia, col Pompeo, ed il Potente, l'uno e l'altro di settantaquattro, e con le fregate la Perla, l'Aretusa, l'Aurora, il Topazzo, e non pochi altri legni minori.

I Sardi se ne portarono la fregata l'Alceste, i Napolitani il brigantino l'Imbroglio, gli Spagnuoli la piccola Aurora, esile preda a comparazione di quella d'Inghilterra.

Queste furono le spoglie di Tolone rapite dagli alleati. E non era poco per l'Inghilterra l'aver distrutto il navilio di una nazione emola, che ai tempi floridi aveva combattuto con lei dell'imperio del mari, e che tuttavìa avrebbe potuto tener in pendente la fortuna del Mediterraneo. Così perì Tolone, città nobile, e ricca, e sede principale della marinerìa Francese. A tali strette conducono le discordie civili, e gli ajuti forestieri. Ma in queste cose l'esperienza non è fruttuosa, perchè elle si giudicano con lo spirito di parte, che sempre inganna, non con l'amore della verità, che solo conduce alle opere vantaggiose.

Rimasero nel porto o perchè non fossero capaci al mareggiare, o perchè la paura in quel tramestìo di fuga abbia superato nei vinti il desiderio della rapina, e della distruzione, le navi il Delfino reale di centoventi cannoni, la Linguadoca di ottanta, il Generoso, il Censore, il Guerriero, il Sovrano, tutte di settantaquattro.

I rappresentanti del popolo Barras, Freron, Robespierre giovane, e Saliceti scrissero il dì ventuno decembre al consesso nazionale, essere Tolone in potestà della repubblica.

LIBRO QUARTO

SOMMARIO

Partiti presi dagli alleati pei fatti di Lione e di Tolone. Trattato concluso a Valenziana il dì ventitre maggio 1794 fra l'imperatore d'Alemagna, e il re di Sardegna. Assalti dati dai Francesi a tutte le cime delle Alpi, ed invasione per essi della riviera di Ponente. Prosperi successi delle loro armi. Tutti i passi, ed il forte di Saorgio vengono in lor potere. Congiure in Piemonte; lodi dei magistrati di questo paese. Deliberazioni del re per ovviare ai pericoli presenti. Preparamenti guerrieri, e congiure di Napoli. Anche il pontefice si mette sull'armi. Deliberazioni di Venezia per l'invasione del Genovesato. Il conte Rocco San Fermo mandato dai Veneziani a Basilea, e con qual fine. Il conte di Provenza, sotto nome di conte di Lilla, arriva a Verona. Sua condotta, e procedere dei Veneziani verso di lui. Lallemand ministro di Francia a Venezia. Genova bloccata dagl'Inglesi. Costituzione politica data dagl'Inglesi alla Corsica. I Corsi coi loro corsari fanno un danno inestimabile ai Genovesi. Querele dei danneggiati, e deliberazioni dell'Inghilterra in questo proposito. Battaglia del Dego combattuta il dì ventuno settembre 1794.

L'infelice riuscita delle due imprese di Lione, e di Tolone, la cattiva prova fatta dai Marsigliesi e la poca dipendenza che trovavano nelle regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai confederati quanto fosse fallace l'opinione loro di avere nei movimenti delle popolazioni, e nell'efficacia del nome reale un principale appoggio ai disegni, che si avevano posto in mente di voler mandare ad esecuzione. Però si persuasero facilmente, che non nelle parole, ma nei fatti, non nelle armi altrui, ma nelle proprie dovevano fondare le loro speranze. Tal era diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi erano le menti stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era cagione una volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior rabbia, ed a maggiore disubbidienza gli concitasse. E siccome era divenuto necessario, che si cambiassero i mezzi di far loro guerra, così ancora si vedeva, che si dovevano cambiar i fini della medesima: poichè se gridare il nome del re, in vece di giovare, nuoceva, era vano il conquistar le terre in nome di lui. Ciò diè maggior incentivo all'appetito di conquistar per se, e di farsi proprio quello d'altrui. Pareva necessario torre per la risecazione di territorj forza ad una nazione potente per se stessa, potentissima per concitazione. Questi pensieri si rivolgevano per la mente i confederati, i quali finalmente vennero in questa risoluzione, che quello che in Francia si conquistasse, con certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che prima era solamente politica, cambiava di natura, diventando guerra politica e territoriale. Non appartiene alla materia di queste storie il raccontare ciò, che i principi si deliberassero rispetto alle provincie orientali, e settentrionali della Francia; bensì diremo quanto l'imperatore d'Austria, ed il re di Sardegna accordassero fra di loro per fare, che non per un nome, che era oggimai vano, ma per una sostanza in utile loro combattessero. Eransi, già fin da quando si era combattuto così infelicemente in Provenza e nel Lionese per le armi regie ed imperiali, introdotte alcune pratiche molto segrete, il cui fine era di trattare un accordo, per cui si venisse a definire, quali parti dovessero cadere in potestà dell'uno o dell'altro, delle province conquistate in Francia. Perciò dopo molti e lunghi negoziati fu concluso in Valenziana il dì ventitrè di maggio del presente anno tra il barone di Thugut per parte dell'Austria, ed il marchese di Albarey per parte della Sardegna un trattato, in virtù del quale si convenne, come principio irrevocabile, che tutte le conquiste, che dalla parte dell'Italia si facessero dalle armi imperiali e regie sulla Francia, e che alla pace si conservassero, in due parti uguali si dividessero, e che la valuta di quella che toccasse all'imperatore, si compensasse per la restituzione, che a lui farebbe il re di una parte proporzionata dei distretti successivamente smembrati dal Milanese; ovvero, se una tale condizione non piacesse, che ogni conquista qualsivoglia, senza eccettuarne veruna, che dalla parte medesima d'Italia si facesse a' danni della Francia, alla pace le si restituisse, ed in tal caso ella si obbligasse a pagare una somma proporzionata di denaro in compenso delle spese della guerra fatta dalla parte d'Italia, e che tal somma per ugual porzione fra le due corti si spartisse; che al finire d'agosto, al più tardi, le due corti si risolvessero per l'uno, o per l'altro membro dell'alternativa sopraddetta, dichiarando amendue volere aver più ferma e rata la parte che fosse scelta, e che inoltre nel tempo medesimo un modo giusto, ed un temperamento buono e leale si trovasse, per valutare le conquiste da farsi e da serbarsi, a fine di proporzionar loro le restituzioni da eseguirsi dal re dal lato del Milanese: prometteva il re di fare ogni maggiore sforzo, e dal canto suo prometteva l'imperatore di mandare in Italia il più gran numero di genti che potesse, oltre le ausiliarie, che fin dal principio della guerra aveva mandato a congiungersi con l'esercito reale in Piemonte; che i due eserciti unitamente, e coi medesimi consigli combattessero; che quello del re intendesse specialmente alla difesa dei monti e dei passi, tanto verso la Savoja quanto verso il contado di Nizza; che le genti imperiali non si spartissero in piccole schiere, ma stessero congiunte in un grosso corpo, sempre pronto ad operare fortemente, e ad assaltare, congiuntosi con l'esercito regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco in Piemonte; e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse mano, per prima cosa, e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad arrestar il nemico sulla riviera di Genova, a fine di guarentire ed assicurare il Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di questo corpo di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in Piemonte; avesse l'arciduca, governator generale della Lombardìa Austriaca, facoltà di trattare, ed accordare immediatamente tutto quanto all'esecuzione del presente trattato si appartenesse, e di spiegare ogni cosa, e di rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare l'impresa.

I Francesi, i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli alleati. Sapevano, che era grande il timore messo nei nemici loro dalle tanto gagliarde espugnazioni di Lione e di Tolone, e si risolvettero ad approfittarsene, mentre n'era fresca la impressione. Potevano inoltre prevalersi dell'esercito vittorioso di Tolone, che su quelle prime caldezze si credeva capace di conquistare il mondo, non che il Piemonte e l'Italia. Non ignoravano altresì che gli alleati, non s'aspettando quel terribile rincalzo di Tolone, anzi promettendo a se medesimi da quell'impresa frutti maravigliosi, non avevano ragunato forze sufficienti a poter resistere all'impeto ajutato dalla fama. Nè era loro nascosto, che il re di Sardegna, con memorabile semplicità consigliandosi, e credendo che i Francesi portassero più rispetto alla neutralità di Genova di quanto glien'avessero portato gl'Inglesi, andava compiacendosi nel pensiero, che essi non avrebbono preso passo nel Genovesato per assaltar i suoi stati. Per questo, se formidabili erano e gli apparati, e le munizioni militari dalla parte della Savoja, e verso le strade che accennano da Nizza al colle di Tenda, si trovavano, se non aperti del tutto, certamente non sufficientemente muniti i passi, che dal Genovesato tendono al cuore del Piemonte. Per la qual cosa la fazione dell'occupare le terre della riviera di Ponente si appresentava alla mente dei Francesi tanto facile quanto utile, sì per pascere l'esercito nel paese altrui, sì per far muovere i popoli Italiani con più vicine suggestioni, e sì finalmente per aprirsi l'adito negli stati del re. Era parimente noto ai capi Francesi, che finchè durava la stagione aspra, che allora correva, e che rendeva più precipitosi e più difficili i passi dei monti a cagione delle nevi e dei ghiaccj che gl'ingombravano, se ne vivevano i confederati a molta sicurtà in Piemonte, non potendo recarsi nell'animo, che un nemico audacissimo tanto fosse audace, che volesse affrontare in un cogli ostacoli posti dagli uomini anche quelli della natura. Laonde i Francesi facilmente si persuasero di poter acquistare una subita vittoria, passando per luoghi, cui la neutralità pareva render sicuri, e prevenendo un nemico, che a tempo sì inusitato non gli aspettava. Fine poi principalissimo dei generali della repubblica era quello di occupare con questo subito impeto le cime dei monti, e torre in tal modo al nemico quel vantaggio ch'egli aveva, del poter combattere da luoghi alti e sicuri contro chi veniva da luoghi più bassi.

Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il nemico si fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto quelli che reggevano le genti adunate nella Savoja e nel Delfinato, quanto quelli che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di fare uno sforzo contemporaneo contro i luoghi occupati dai regj su tutta la fronte, principiando dal piccolo San Bernardo insino alla costiera del Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati assalire i posti occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio di una potenza neutrale, così là usarono le armi, e quà le persuasioni; le une e le altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro. Abbiamo già raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal governo Francese le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro i Francesi nel porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe, non solamente contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il governo Genovese per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era composta per questo fatto in quattro milioni di tornesi, pagabili per metà nell'erario nazionale a Parigi, e per l'altra metà nella cassa dell'esercito d'Italia. Così sedate le ire, e restituita la buona amicizia fra le due repubbliche, volendo i Francesi usare la opportunità del territorio Genovese per assaltare gli stati del re, cercarono di coonestare il disegno loro con un adeguato manifesto. Scrivevano da Nizza i rappresentanti del popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti il dì trenta marzo, sapere il popolo Francese, che i tiranni suoi nemici avevano deliberato d'impossessarsi degli stati di Genova per mettergli sotto il dominio del despoto del Piemonte, perché avesse passo ad assaltare il territorio della repubblica; essere pertanto obbligato per rispetto alla propria salute, e per prevenire i disegni del nemico, di passare con l'esercito sulle terre del Genovesato; nonostante non voler i Francesi imitare i vili Inglesi, uccisori di gente inerme nel porto di Genova; voler anzi portar rispetto ad ogni cosa, e serbare in tutto le obbligazioni della neutralità; vivessero pur sicuri i Genovesi dai repubblicani soldati; la continenza loro farebbe fede, che il passare era per essi necessità, non abuso di forza.

A queste benigne parole succedevano bentosto apparati terribili. Erano i Francesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del generale Dumorbion, verso il principio d'aprile, nel territorio di Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine del Genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i disegni loro, mandarono la notte del sei dello stesso mese il generale Arena a Ventimiglia, dicendo al governatore, che la Francia chiedeva, che le si consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già si avvicinava, che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A queste intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando della violata neutralità, ma vano era il protestare contro una risoluzione irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il dì sei aprile sul territorio Italiano l'esercito repubblicano di Francia in aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo, e quale si conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva dietro col retroguardo il generale Massena, destinato dai cieli a sollevarsi dai più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a divenir uno dei più periti e famosi capitani, che abbiano acquistato nome nelle storie. Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani per viemmeglio assicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto, essendo piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del passo, caldamente, ma invano s'era opposto il governatore Genovese: ma avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre e Saliceti, ritirossene il presidio Francese, lasciando di nuovo il castello in potestà dei Genovesi.

Intanto proseguendo i Francesi la impresa loro, una parte voltatasi a sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone un piccolo presidio Piemontese che vi stava a guardia, l'altra marciando sul littorale s'incamminava alla volta di San Remo col pensiero di andar ad occupare Oneglia; il che era il principal fine di questa fazione. Al tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo per quei monti alti e dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle delle Forche, ed anche occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le quali si apre una strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso Saorgio. Nè contenti a questo i Francesi, muovendosi sulla stanca di Nizza, si erano fatti padroni di tutti i posti fin oltre Breglio, i quali erano come i primi propugnacoli a guarentire l'importante fortezza di Saorgio. Lo stesso colle di Raus, dove le genti regie avevano, non era ancora scorso un anno, combattendo con molto valore acquistato una gloriosa vittoria, veniva in poter dei vincitori, per modo che Saorgio, perdute tutte le difese esteriori, si trovava esposto ad essere assalito da vicino. Non ostante, essendo forte per natura e per arte, assai ardua fatica sarebbe riuscita ai repubblicani quella d'impadronirsene per oppugnazione con assaltarlo da fronte.