Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I
Part 12
Il senato Veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e capace di fare qualche grande sbocco in Italia, volendo altresì conservar salvi i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbar intera la neutralità, non poter risolversi a licenziare l'incaricato d'affari di Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbe incaricato della nazione Francese, non della repubblica.
Worsley non fece altra dimostrazione, e continuò a starsene in Venezia; dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al gran duca, ed a Genova.
La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra non essendo più raffrenata dal timore dei Francesi a cagione dell'intervento degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di manifestare più apertamente quello, che già da lungo tempo sentiva rispetto agli affari di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò esortatore il re di Napoli, aveva comandato, che tutti gli agenti Francesi se ne uscissero dall'isola, e che i porti fossero chiusi a qualunque nave Francese sì pubblica che privata, finchè durasse la presente guerra. Avendo poi udito, che un d'Eymar mandato dal governo di Francia a risedere quale incaricato d'affari a Malta in iscambio del cavaliere Caumont, che continuava a starvi in nome del re Luigi, pubblicò, che non sarebbe mai per accettare nè d'Eymar, nè altra persona che a lui si mandasse da quella repubblica, ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.
In cotal modo, essendo sorta la guerra tra la Francia, e l'Inghilterra, e comparse le armate Inglesi nel Mediterraneo, si ravvivavano le speranze dell'Austria e della Sardegna in Italia, furono serrati ai Francesi tutti i porti del Mediterraneo e dell'Adriatico, salvo i Veneziani, ed i Genovesi; s'aggiunsero alle forze della lega quelle della chiesa e di Napoli, e l'aspettazione degli uomini divenne tanto maggiore, quanto più vedevano, che se dall'un de' lati si era cresciuta nuova forza ai confederati, dall'altro cresceva a proporzione la concitazione ed il furore in Francia.
Oggimai si aprivano le occasioni agli accidenti importanti, ai quali da lungo tempo tendevano i consigli dei confederati rispetto alle provincie meridionali della Francia. La cacciata fatta dal consesso nazionale, e la proscrizione della setta girondina, come la chiamavano, diè cagione a coloro che la seguitavano, ed a coloro che od amavano la libertà, conculcata dagli sfrenati giacobini, o s'intendevano con gli alleati per rinstaurare il governo regio, di collegarsi, di correre all'armi, e di far tumulti e sollevazioni. Già le città di Bordeaux, di Monpellieri e di Nimes tumultuando mostravano con quanto sdegno avessero ricevuto le novelle del cacciamento dei deputati loro: ma l'importanza del fatto consisteva nella grossa città di Lione, che era stata la mira di tutte le pratiche segrete tenute già da qualche tempo tra i capi della lega a Torino, ed i capi degli scontenti. Congiuntisi nelle sue mura Biroteau, ed alcuni altri capi dei girondini di minor nome, con Precy, commossero all'armi tutta la città, e pubblicarono manifesti contro la tirannide del consesso nazionale. Nè valsero le esortazioni e le minacce dei rappresentanti del popolo e dei generali repubblicani a fare che i Lionesi, oramai disposti a volerne venire agli estremi, si ritraessero dalla determinazione loro. Che anzi moltiplicando ogni giorno più negli sdegni, ed armandosi di tutta possa, più s'infierivano, quanto più erano o lusingati, o minacciati. Nella quale deliberazione vieppiù si confermavano, perchè avevano speranza che prima che i soldati del consesso si fossero raccolti per combattergli, gli Austriaci ed i Piemontesi sarebbero arrivati in ajuto loro. Confidavano poi eziandìo che i Marsigliesi, che sapevano essersi mossi nel medesimo tempo, sarebbero accorsi, siccome ne avrebbero dato intenzione. Nè dubitavano che per viaggio eglino avrebbero tirate a se tutte le popolazioni, per guisa che e Lionesi, e Provenzali, e Piemontesi, raccolta insieme tutta la gioventù loro, avrebbero fatto un grande sforzo, a rovina ed a conculcazione degli uomini scelerati, che allora reggevano la Francia. E siccome anche nella Linguadoca e nella Guienna covavano umori contrarj al consesso, così pareva certa la caduta della repubblica. Quest'erano le speranze dei nemici del consesso da lungo tempo fomentate dagli alleati, ed ora giunte al colmo per l'esorbitanze dei giacobini, per l'accostamento dell'Inghilterra e della Spagna alla lega, e massimamente per l'arrivo dell'armate Inglese e Spagnuola sulle coste della Provenza. Acciocchè poi non si urtasse troppo con le opinioni, che correvano anche fra coloro che secondavano tutto questo moto, tanto era forte l'invasazione degli spiriti operata dalle nuove dottrine, si pubblicava dagli scontenti, voler loro solamente resistere alla tirannide di Parigi, dagli alleati, volere solamente ridurre le cose alle riforme dell'ottantanove. Così mettendo avanti un proposito men odioso, e velando con protestazioni moderate il vero fine loro con tutto quel fondo di male, che porterebbe necessariamente con se una tanta mutazione di stato in una nazione stimata ribelle, speravano di trovar minor resistenza, e maggior favore nei popoli.
Non è proposito nostro il narrare particolarmente l'oppugnazione di Lione, che poco tempo dopo seguì, e che fu uno dei fatti più memorabili di quest'anno, sì pel valore e la ostinazione d'ambe le parti, e sì per la immanità dei vincitori. Ma come prima i Lionesi erano insorti contro l'autorità di chi reggeva, i Marsigliesi si erano levati ancor essi a romore. Impazienti di starsene chiusi fra le mura, e raccolti sotto le insegne in numero assai notabile, si dirizzarono al soccorso di Lione. Non avevano i Lionesi trovato nei popoli circonvicini quell'aderenza, che avevano sperato. La Savoja parteggiava pel governo nuovo; il Delfinato, massime Grenoble, città capitale, non solo parteggiava pel governo medesimo molto caldamente, ma era anche avversa per gelosìe antiche a Lione. Intanto i Marsigliesi si vantavano di esser capaci da se soli di vincer l'impresa e di salvar Lione. In fatti già avevano varcato il fiume Duranza, e con ischiamazzo infinito erano entrati in Avignone. Quivi commesso ogni male, già si avviavano verso le regioni superiori del Rodano. A tanto moto si commossero ancora le popolazioni della bassa Linguadoca; già gl'insorti dei due dipartimenti dell'Arauro e del Gardo si erano fatti padroni della cittadella di Santo Spirito, luogo molto importante a cagione del passo del Rodano.
Nel tempo medesimo s'incominciavano a colorire i disegni degli alleati. I Piemontesi congiunti con qualche nervo di Austriaci erano calati grossi dal monte Cenisio, e dal piccolo San Bernardo a fine d'invadere la Morienna e la Tarantasia; anzi una parte di quelli che scendevano dall'ultimo dei detti monti, avuto il passo per le terre del Vallese, si dirizzavano ad occupare il Faussigny col pensiero di fare spalla all'impresa di Tarantasia, e di rannodarsi verso la terra di Conflans per quindi marciare, se la fortuna si mostrasse a tale segno favorevole, sino a Lione. Tutte queste genti militavano sotto il governo del duca di Monferrato, figliuolo del re, principe ottimo per mente e per costume, e molto amato dai popoli per la natura sua facile e mansueta.
Dall'altra parte il re di Sardegna si era condotto col grosso dell'esercito nella contea di Nizza, molto confidente di avere a conseguir presto, con ricuperar un paese amato sopra tutti, e che gli era stato occupato da un nemico odiatissimo, una piena e gloriosa vittoria. Era suo intendimento di calarsi per le sponde del Varo a fine di obbligare i Francesi ad evacuar la contea, o di tagliargli fuori dalla Provenza, se non l'evacuassero. Aveva il re compagno a questa impresa il duca d'Aosta, suo figliuolo secondogenito, principe molto ardente in queste bisogne contro chi allora signoreggiava la Francia, e che sempre aveva dimostrato pensieri alieni dalla pace. Questo era il principale sforzo che i confederati volevano fare, sì perchè il re, come già abbiamo narrato, non volle mai udire che si voltassero le forze più grosse contro la Savoja per la impresa di Lione, sì perchè speravano trovare, siccome il re medesimo si era persuaso, maggior aderenza nei popoli, e sì finalmente perchè le armate confederate che correvano i mari vicini, potevano dar polso alle cose che si tentavano. Così quel nembo, che poco innanzi pareva dovesse tutto scagliarsi contro l'Italia dalla Francia, ora si rivoltava contro la Francia dall'Italia.
Udite tutte queste cose, Kellerman accorreva prestamente in Savoja, dove venuto al campo dei suoi, posto all'Ospedale presso Conflans, alloggio principalissimo in quelle circostanze, ebbe con la sua presenza e con le sue esortazioni tanto inanimato i soldati, che si mostrarono prontissimi a mettersi a qualunque pericolo anzichè abbandonare il luogo commesso alla fede loro. Nel tempo medesimo fe' venire dal campo di Tornus una grossa schiera, tra la quale si osservavano principalmente un battaglione intero di granatieri, e tre di volontarj, buona ed audace gente; e stantechè il pericolo era oltre ogni dire grave, perchè se l'esercito Italiano si congiungeva coi Lionesi, la signorìa del consesso nazionale sarebbe giunta al suo fine in quelle parti, aveva, costretto dall'estrema necessità, chiamato dal campo di Lione un'altra squadra, e mandata nel Faussigny, che si trovava del tutto privo di difensori. A questo si aggiunse, ch'ei fece la chiamata alle guardie nazionali della Savoja, e del dipartimento vicino dell'Isero, acciocchè facendo un po' di retroguardo agli stanziali, dessero loro coraggio, e potessero in caso d'infortunio ristorar la fortuna della guerra. Per maggior sicurezza ordinava, che si facessero trincee al passo di Barreaux, molto importante alla sicurtà del Delfinato, e che si munissero d'artiglierìe, avvisando, che con quel sospetto da fianco, gl'Italiani non si sarebbero arditi di correre fino a Lione. Egli poi a motivo di poter sopravvedere bene le cose, si venne a porre al castello delle Marcie, luogo centrale, a cui accennavano le tre divisioni delle sue genti.
Nè in tale fortunoso accidente mancarono a se medesimi coloro, che in Savoja più si erano chiariti in favore dello stato nuovo; imperciocchè con le parole e con gli scritti animando i compatrioti loro a difendersi, facevano grandissimi frutti. In cotal modo arrestarono i capi Francesi il corso della fortuna contraria in Savoja, e diedero speranza di poter conservare alla Francia quella provincia tanto affetta al suo nome per lingua, per costume, e per sito: non ostante si aspettavano ancora le battaglie, che avrebbero definito, se i preparamenti fatti erano per rispondere al fine che le due parti si erano proposto.
Dall'altro lato e più sotto, Kellerman aveva spedito con tutta celerità il generale Carteau con un buon nervo di gente, ordinandogli, riacquistasse il passo di Santo Spirito, cacciasse i Marsigliesi da Avignone, gli rincacciasse sulla riva sinistra della Duranza, non passasse il fiume, solo attendesse a proibire al nemico lo scorazzare sulla destra. Ma Carteau spinto da un Albitte, rappresentante del popolo, giovane pur troppo risentito nelle faccende dei tempi, varcava, e si sarebbe trovato in gravissimo pericolo, se i Marsigliesi fossero stati tanto pronti coi fatti, quanto erano con le parole. Ma nacque appunto la salute donde si aspettava la ruina; imperciocchè i Marsigliesi, udito che Carteau aveva varcato, in vece di assaltarlo e buttarlo nel fiume, il che sarebbe riuscito loro agevolmente, si diedero disordinatamente alla fuga, e con quella medesima celerità si disperdettero, con la quale si erano adunati. Carteau, usando la occasione, voltossi con tutte le sue forze contro di Aix, di cui s'impadronì; poi senza frappor tempo in mezzo, marciò contro Marsiglia, capo e fomite principale di quella guerra. E tanto fu il terrore concetto dai Marsigliesi, che fatta niuna difesa della città loro, la diedero in mano del vincitore. L'infelice Marsiglia, pagando troppo fiero scotto della sua imprudenza, fu posta miserabilmente a sacco, e vi furono commesse opere al tutto degne di quei tempi ferocissimi.
La presa di Marsiglia nocque ai Lionesi, che per questa cagione si trovarono soli esposti a tutto lo sforzo dei repubblicani; ma le immanità commessevi giovarono ai disegni della lega in Provenza. Molti Marsigliesi, fuggendo il furore dei repubblicani, si erano ritirati a Tolone, dove coi racconti e con le grida miserabili riempirono ognuno di spavento. A così orribile caso commossi i Tolonesi, e risolutisi a volere ogni altro termine di disgrazia incontrare piuttosto che accettar nelle loro mura soldati bruttati di tanto sangue cittadino, udirono con maggiore inclinazione le proposte che venivano loro fatte dagli alleati. Diedero la città ed il porto in mano dell'ammiraglio d'Inghilterra Hood, desiderando, che l'autorità del re Luigi si restituisse, e la constituzione dell'ottantanove si accettasse.
I repubblicani già tanto feroci vieppiù s'inferocirono all'accidente di Tolone. Esortazioni ardenti, minacce precipitose posero in opera per far correre i popoli al riscatto. Nè fu l'effetto minore dell'intento; perchè, tra soldati bene ordinati e gente tumultuaria, s'adunò tosto intorno alle mura di Tolone un esercito giusto di circa quaranta mila soldati. Dalla parte loro gli alleati vollero confermar con la forza quello, che la fortuna aveva loro conceduto. Spagnuoli, Napolitani e Piemontesi furono portati a presidiare i forti di Tolone; gli altri potentati d'Italia gli fornivano di vettovaglie; il papa stesso somministrava armi e munizioni. Così con grandissimo ardore si combatteva sotto le mura di Lione e di Tolone, nelle montagne della Savoja e di Nizza.
Non indugiò molto spazio la fortuna a mostrare a qual parte volesse inclinare. I Piemontesi calati dal Cenisio e dal San Bernardo, si erano fatti padroni delle valli superiori della Morienna, della Tarantasia, e del Faussigny: San Giovanni, Moutiers e Bonneville già obbedivano all'imperio loro. I Francesi cacciati dai luoghi più alti si erano ridotti a pigliar campo alla sboccatura delle valli, a Aigue-Belle, ed a Conflans, incerti se vi si potessero mantenere, perchè l'inimico ingrossava ogni giorno. Già Ciamberì pericolava: già poco spazio separava Lione dall'esercito Italiano, e se i Piemontesi si fossero spinti avanti con quella celerità che i tempi richiedevano, avrebbero acquistato, come pare, una compiuta vittoria. Ma non so per qual ragione, se ne stettero a soprastare: l'indugio diè comodità agli avversarj di rannodarsi, ed ai popoli di ajutargli. Giunto Kellerman a Ciamberì si deliberò di assaltar l'inimico, e stantechè era molto forte in Morienna, pensò di assalirlo con principale sforzo in Faussigny ed in Tarantasia, munendo però Aigue-Belle con una squadra numerosa di soldati eletti. I repubblicani secondati con ardore incredibile dalle guardie nazionali del Montebianco, appoco appoco cacciarono, non senza però grave contrasto, dai luoghi bassi del Faussigny e della Tarantasia i Piemontesi; fuvvi una feroce battaglia a San Germano, perchè i regj vollero dar tempo agli sviati ed alle artiglierìe di condursi a salvamento: infine si ritirarono al San Bernardo, donde un mese prima erano discesi con tanta speranza di vittoria.
Rimaneva pei repubblicani, che i regj si cacciassero dalla Morienna. Comandò Kellerman, che un corpo delle genti vittoriose della Tarantasia, passato il monte d'Encombe, marciasse contro Termignone, luogo situato alle radici del Cenisio; che il generale le Doyen si spignesse avanti di fronte per la Morienna, e che l'ajutante generale Pressy, che aveva testè acquistato Valmenie, si dirizzasse contro il fianco sinistro, ed alle spalle dei Piemontesi. Tutte queste mosse riuscirono a quel fine che il generale si era proposto; perchè l'esercito del re pressato da ogni banda, si ritirò ordinatamente al Cenisio: i repubblicani occuparono nuovamente Termignone.
Tale fu l'esito dell'assalto dato alla Savoja dalle genti del re di Sardegna nell'autunno del 1793, e per tale modo fu esclusa la lega dalle sue speranze in queste parti: nel che si può considerare, che se l'esercito Piemontese fosse stato così grosso come voleva Devins, o condotto con quella celerità che sogliono usare i Francesi in tulle le fazioni loro, è da credersi che la fortuna avrebbe favorito il disegno dei confederati, e che Lione sarebbe stato liberato, con totale mutazione delle cose d'Europa.
I miseri Lionesi, udita la ritirata dell'esercito, e privi di quest'ultima speranza, furono costretti a rimettersi in potere dei repubblicani. Il mondo sa con quale immanità sia stata trattata quella città sì nobile, e sì generosa.
Dall'altra parte, e nel medesimo tempo in cui i Piemontesi assaltavano la Savoja, si erano mossi con forte apparato contro Nizza. Da principio la fortuna si dimostrava loro favorevole; poichè, cacciati i nemici da tutti i luoghi superiori, già avevano speranza di calarsi per le sponde del Varo sino al mare, avvenimento, che ed avrebbe dato loro Nizza, ed aperto la strada a far risolvere l'oppugnazione di Tolone. Ma arrivati a Giletta, ed assaltato il dì diciotto ottobre con grandissimo impeto il ponte, furono duramente risospinti, e con perdita sì grave, che questo fatto, giunto alle sinistre novelle che si ebbero in quel punto di Savoja e di Lione, terminò la guerra di quest'anno in quelle parti. In cotal modo con un ignobile fatto di un piccolo ponte fu posto fine ad uno sforzo, che preparato con tanta cura e cominciato con tanta speranza, pareva che dovesse fra breve ricuperare al nome della casa di Savoja tutta la provincia di Nizza.
Intanto sempre più si stringeva l'oppugnazione di Tolone, alla quale era concorso l'esercito vincitore di Lione, e la guernigione di Valenziana, piazza forte in Fiandra, che gli alleati avevano espugnato. Già al monte Farone, sull'eminenza Reinier, al capo Bron, e sulle alture del Baleguier parecchie onorate fazioni si erano combattute con varia fortuna, nelle quali mostrarono ambe le parti, quanto potesse il valore congiunto con l'odio, e quanto a ciascuna premesse il conservare, o l'acquistare una piazza di tanto rilievo. Eransi posti gl'Inglesi a presidiare i forti rizzati sulla stanca, massime quello, che chiamano il Malbousquet, i Piemontesi stavano a guardia sulla dritta, e munivano principalmente il forte, e la montagna Farone.
Gli oppugnatori si erano accampati per modo, che Dugommier, generalissimo, avesse carico di far forza verso occidente dal forte Malbousquet sino al promontorio, che chiude l'estremità di quel piccolo seno di mare, Lapoype assaltasse verso levante tutte le difese che si distendono dalla montagna Farone, che sta a sopraccapo alla città verso tramontana sino al capo Bron, ed al forte Lamalgue, che sta a difesa del seno grande. Parte di queste genti stanziando principalmente alla Valletta, andavano a congiungersi con trincee, e batterìe non interrotte alla costa meridionale del seno grande, ed ai forti Lamalgue, e Margherita. Così una corona di schiere armate e di cannoni cingeva Tolone tutto all'intorno. L'importanza della difesa dal canto degli alleati consisteva nel forte Malbousquet fidato alla guardia degl'Inglesi. Per maggior sicurezza avevano fatto, e munito di grosse artiglierìe un gran ridotto vicino al forte. Ma i Francesi con memorabile valore combattendo già si erano impadroniti delle eminenze opposte al forte medesimo, ed al ridotto Inglese; e condottivi numerose artiglierìe continuamente infestavano gl'Inglesi. Avevano anche preso per assalto il forte dei Pommets, che signoreggia tutte le alture a tramontana. La qual vittoria diè loro facoltà di porre un campo sulla montagna delle Arene, e chiuse il passo del rivo Laz dall'una parte all'altra della città.
Ohara, generalissimo d'Inghilterra, veduto che il nemico dal suo posto sopraeminente al Malbousquet non solo infestava il forte, ma poste le artiglierìe in luogo molto opportuno, per opera massimamente del luogotenente colonnello d'artiglierìe Buonaparte, giovane di virile spirito, arrivava coi tiri insino all'arsenale; e prevedendo che se non si cacciavano da quel nido i Francesi, bisognava pensar ad altro che a stare a Tolone, si deliberò di dar loro l'assalto. Per la qual cosa seimila soldati della lega, la più parte Inglesi, uscirono il tre novembre, e, passato il Laz, si spartirono in due colonne; l'una si scagliò contro il monte delle Arene, l'altra sulle batterìe, che bersagliavano il forte Malbousquet. La fortuna fu loro sul primo incominciare seconda. Sorpresi i Francesi da quell'impeto improvviso, cedettero il luogo; gl'Inglesi giunti al monte delle Arene vi presero, e chiodarono le artiglierìe. L'altra colonna s'era insignorìta dei posti, e delle batterìe, che munivano le strette d'Olioulles, e già, credendo essere in possessione della vittoria, faceva le viste d'impadronirsi del grosso di tutte le artiglierìe, che ivi era posto.
All'avviso di tanto sinistro Dugommier accorso, inanimiva i suoi con la voce e con l'esempio, e chiamando gente dagli altri posti fe' un grosso di soldati agguerritissimi, e gli condusse con ordine, e con ardire mirabile contro il nemico, che già trionfava; nè fu l'esito non conforme a tanto valore. Gl'Inglesi assaliti, pressati, urtati da ogni banda cederono prima ordinati, poscia con fuga manifesta, lasciando in poter degli assalitori tutti i luoghi conquistati, massime quello sì importante del monte delle Arene. Tanta fu la foga dei vincitori, che non si arrestarono, se non se alle palizzate del forte Malbousquet, e stette per poco, che non vi entrassero alla mescolata coi vinti. Fu in questo incontro gravemente ferito, e fatto prigioniero Ohara, che era accorso per rannodare i suoi.
Questa fazione tanto sanguinosa diè molto a pensare agli alleati, non gli lasciando senza timore sull'esito della guerra accesa sotto le mura di Tolone. Tanta variazione avevano fatto le cose da quei primi apparati, che nel possesso di quella sola città già vicina a cadere, eransi ridotte le speranze di conquistare con Lione mezza la Francia.
I repubblicani, preso nuovo animo, si mostravano pronti a mettersi ad ogni più grave pericolo per riconquistar Tolone: si risolveva Dugommier a dar l'assalto da tutte le bande. L'importanza del fatto consisteva in un grosso ridotto, che gl'Inglesi avevano construtto sul promontorio, dal quale scoprivano dall'un lato e dall'altro i due seni, dove stanziavano le armate confederate. Se il ridotto ed il promontorio fossero venuti in potestà dei francesi, le armate sarebbero state condotte all'ultimo sterminio, se presto non fossero fuggite. Il generale di Francia pose principalmente l'animo ad assaltar il ridotto, e per procedere con arte militare in un'opera di tanta difficoltà, divise le veci degli assaltatori per modo che una schiera facesse le viste di assaltarlo di fronte, mentre le due altre girando, e salendo per sentieri scoscesi ed aspri, gli riuscivano a' fianchi, ed alle spalle.
Nel tempo medesimo per tentar la fortuna anche in altre parti, e perchè i confederati, avendo a risguardarsi da ogni lato, non potessero mandar soccorsi al ridotto, il generale repubblicano ordinava un assalto su tutta la frontiera dei posti tenuti dal nemico. Così a destra Dugommier medesimo guidava i più valenti soldati contro il gran ridotto Inglese, Mouret assaltava quello del forte Malbousquet, Garnier quelli dei forti, che dominano il rivo Laz. A sinistra Lapoype faceva uno sforzo contro il monte Farone, e Laharpe contro le batterìe, che dal capo Bron fulminavano l'entrata del seno.