Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I

Part 11

Chapter 113,745 wordsPublic domain

Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli, si conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti ed Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo stato e castigar i ribelli. Mandarono al general Lacombe Saint-Michel, anch'esso rappresentante, come dicevano, del popolo, adunasse prestamente quanti soldati stanziali, quante guardie nazionali, quante genti d'armi, e quanti marinari abili all'armi potesse, e marciasse contro i ribelli. Obbediva agli ordini Lacombe; nel medesimo tempo i commissarj del consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli, e contro coloro che a lui si aderivano, gli chiamavano uomini vili, traditori della patria, prezzolati dall'avara Inghilterra; invitavano le popolazioni a conservarsi in fede, ad accorrere con le armi per assicurare a se non quella contaminata libertà antica, ma la nuova, la sola, la vera, quella che fondata era sui diritti dell'uomo; questa non poter dare, anzi a lei esser nemica l'Inghilterra; sola la Francia difenditrice dei dritti eterni, poterla dare; si ricordassero del dolce dominio col quale la Francia le aveva sempre rette, della fratellanza nata, degl'interessi fatti comuni; conoscere loro la Francia, e sapere con quali termini si potesse vivere con lei; non conoscere l'Inghilterra, anzi conoscerla troppo bene, e sapere esser sempre venditrice così del bene, come del male; quei mercanti superbi, vantatori essere di una libertà dubbia in casa loro, mantenitori aperti di una tirannide certa in casa altrui; non sopportassero di diventar fautori della tirannide universale, alla quale mirava l'Inghilterra; fossero Francesi, fossero Corsi, non fossero Inglesi; si ricordassero, che una nuova via e non mai più udita era aperta al mondo per arrivare alla felicità, e questa tenere la generosa Francia. Aggiungevano a queste esortazioni parole terribili e gonfie, secondo il solito, minacciando castigo inevitabile, e prigioni, e confische, e morti a chi contrastasse. Alcuni mossi dall'amore nè del bene nè del male, ma solo dall'amor delle parti, che e per antica consuetudine, e per natura tenace dei popoli sono sempre e vive e perpetue nelle isole, seguitavano le insegne Francesi. Altri si conducevano alla medesima deliberazione per desiderio di libertà, credendo, che là fosse dove non era, ed altri finalmente per cupidità di commetter male in mezzo alle turbazioni.

Raggranellati questi Corsi, ed adunati, come meglio potè, i suoi soldati, Lacombe era uscito dai forti; dall'altra parte insisteva Paoli con le sue genti collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra minuta e feroce, nella quale morivano molti, accusandosi, come suol avvenire nelle guerre civili, le due parti di crudeltà orribili, parte vere, parte esagerate. Prevalevano ne' giusti incontri le genti disciplinate di Lacombe, ma nella guerra sparsa avevano il vantaggio le genti di Paoli, le quali avendo le popolazioni amiche, e conoscendo i tragetti, tendevano insidie e facevano sorprese. Non ostante, il generale Francese s'avanzava; già Nusa e Dolmetta erano venute in poter suo, e già il forte di Farinuolo era stato preso d'assalto; già parecchi cantoni più vicini a Calvi, ed agli altri luoghi che si tenevano per Paoli, o vinti per forza o spaventati dall'apparenza arresisi, imploravano la generosità del vincitore; e se non pareva che fosse possibile, che i Francesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Francesi forti per disciplina e per artiglierìe, nelle pianure e nelle terre che occupavano sul lido.

Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi Inglesi da guerra le quali facevano opera per intraprendere quelle che si avviavano all'isola. Poscia appoco appoco accostatesi al lido, infestavano con bombe e con palle i luoghi, che Paoli assaltava dalla parte di terra; poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le schiere di Paoli, rendevano molto difficile la difesa ai Francesi. Per la qual cosa Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul principiar di maggio. Rimanevano in mano dei Francesi Bastìa, Calvi e San Fiorenzo; ma non soprastettero ad entrar sotto la divozione del vincitore. Così tutta la Corsica dopo di aver obbedito al freno di Francia lo spazio di venticinque anni, venne, non so se mi debba dire in potestà propria, od in potestà dell'Inghilterra.

Cacciati i Francesi dall'isola, vi fu creato un governo per modo di provvisione, che intieramente dipendeva da Paoli, e dalla parte contraria alla Francia; l'autorità dei municipj fu ordinata secondo le forme antiche. Paoli s'accorgeva che questa condizione, siccome transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora per metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina e sì potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le medesime ragioni, e per avere un piè fermo nell'isola tanto opportuna a' suoi traffichi, a' suoi arsenali, ed alla sua potenza, che si venisse ad un partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a sollecitare il re della Gran Brettagna, acciocchè ordinato un governo libero in Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli assalti della Francia; gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo seguitarono gli accidenti, che racconteremo nel seguente libro. Luttuosa condizione de' tempi, che un Paoli non abbia saputo o potuto trovare altro rimedio di sottrarre la sua patria dal giogo della Francia, se non col darla in preda all'Inghilterra; il che dimostra o che Paoli vecchio non aveva più i medesimi spiriti di Paoli giovane, o che la lunga famigliarità cogl'Inglesi non gli aveva lasciato l'animo intero, o finalmente che la sua parte in Corsica non era tale, che potesse di per se stessa resistere a quella che seguitava il nome di Francia.

La guerra sorta coll'Inghilterra e con la Spagna, e le loro armate, che o già erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano occasione di molesti pensieri ai Francesi, che occupavano la contea di Nizza; poichè essendo i Piemontesi signori dei sommi gioghi dell'Alpi, potevano con evidente vantaggio calare, e sboccare a danno loro nei luoghi più bassi, ed unitisi improvvisamente con qualche forza di gente Spagnuola od Inglese scesa a terra, cagionar loro qualche notabile pregiudizio. Perchè Brunet che governava a quei tempi l'esercito di Nizza, si risolvette a tentar qualche impresa di momento prima che i confederati si fossero fatti forti nel mari vicini. Il fine di questo moto era di cacciare i Piemontesi dalle sommità, e prender per se quel vantaggio, che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi adunque sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso i monti. E siccome l'esercito Piemontese era padrone di tutte le creste, così gli fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti. Dava il governo della dritta al generale Dumorbion per assaltare il campo posto sul monte Peruzzo, e quel della stanca al generale Serrurier per impadronirsi del colle di Raus, fazione più importante, e più difficile delle altre; ma per battere nel medesimo tempo i campi intermezzi di Liniere, del Molinetto, e del monte Fogasso, comandava al generale Mioskoski che si sforzasse di guadagnar quei gioghi aspri e montuosi. Erano i Piemontesi sotto la condotta dei generali Colli, e Dellera; siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne stavano apparecchiati per ributtarlo. Adunque preparati gli uomini e le armi dall'una parte e dall'altra, andavano il dì otto giugno i Francesi all'assalto con un valore, e con una furia incredibile; nè la difficoltà dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato, nè la tempesta di palle, che fioccavano loro addosso, non gli poterono rattenere, che non giungessero fin sotto le trincee, con le quali sul sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con un'audacia inestimabile fin sotto le bocche dell'artiglierìe Italiane; ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi, e con gravissimo danno dei Francesi, i quali rinfrescando continuamente con nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro. Ma in questo punto i capi regj, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono al capitano Zin, piantasse le artiglierìe in un giogo vicino, e di là lo fulminasse sul fianco. Il qual consiglio opportuno per se, fu con tanta arte, e con sì gran valore eseguito da Zin, che, percossi i repubblicani di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono precipitosamente l'impresa, ritirandosi, e lasciando i fianchi di quelle montagne miseramente cospersi dei cadaveri dei compagni loro. In questo fatto mostrarono i Francesi il solito valore impetuoso, e sconsiderato; i Piemontesi, massimamente gli artiglieri, ed il reggimento provinciale d'Acqui, che difendeva le trincee di Raus, arte, e costanza. Perdettero i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti, feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo giorno, circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata circa trecento con due cannoni, e molti arnesi da guerra. Ma tale era l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottitisi all'infelice successo della battaglia degli otto, lo assaltarono di nuovo il dì dodeci dello stesso mese con ben dodeci mila soldati risolutissimi a voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro poterono operar tanto, che non fossero una seconda volta con gravissima perdita risospinti. Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte posto di Raus, dal quale intieramente pendevano gli accidenti della guerra in quelle parti. Imperciocchè quel colle soprastava alla estremità del corno sinistro del nemico, per mezzo della quale si congiungeva con l'estrema destra dell'esercito dell'Alpi, e pei passi del Viletto accennava alla Bolena; la qual cosa agevolava agl'Italiani l'adito di calarsi verso il Varo, e di mettersi in mezzo tra l'esercito dell'Alpi Marittime, e quello dell'Alpi superiori.

La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato l'audacia dei repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar l'animo a più alte imprese. Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si argomentava che la fuga di Savoia e di Nizza dalla mala condotta dei capi, non da mancanza di valore nei soldati si doveva riconoscere.

Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento. Kellerman, avute le novelle dei fatti avversi accaduti nell'Alpi Marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per mettere in opera quei rimedj, che i tempi richiedessero. Il pericolo maggiore era quello, che l'esercito alleato facendo punta verso il Varo, si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto fe' munire accuratamente i posti, che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra dell'esercito dell'Alpi Marittime, con porvi nove battaglioni grossi, tra i quali uno di granatieri, ed alcune compagnie di soldati armati alla leggiera. Guernivano i primi Lantosca, Bolena, e Belvedere lungo la Vesubia, le seconde San Dalmazzo e Duplano, su quei monti che separano la valle della Tinea da quella della Vesubia. Il fine che il generale Francese si proponeva con munire questi luoghi, era di tener aperte le strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus, per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla valle di Stura per qualche passo dei gioghi sommi, che coronano le Alpi da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il varco è molto più agevole. Gli dava molto sospetto un corpo grosso di truppe Sarde ed Austriache, che si era adunato nei contorni di Saluzzo, e poteva in due alloggiamenti condursi sulle alture, che dividono le acque della Stura da quelle della Tinea, ed in tal modo tentare con forze preponderanti qualche fatto grave in pregiudizio delle armi Francesi.

A rincontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio, e munito di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime sino al forte di Saorgio avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di conseguire qualche onorata vittoria: non che volessero cimentare le sorti non ancora mature, ma intendevano con difendere i luoghi commessi alla fede loro, dar tempo a quei disegni importanti, che si maturavano nelle consulte dei confederati.

L'arrivo delle armate Inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli stati d'Italia, che già si erano dichiarati, diede anche occasione di manifestarsi a coloro, che più per timore, che per desiderio di neutralità, se n'erano stati fino allora inoperosi ad osservare. Per la qual cosa il re di Napoli scoprendosi intieramente, chiudeva i porti ai Francesi, e si obbligava a fornire alla lega sei mila soldati, con grosse navi da guerra, e molte minori. Il papa medesimamente che aveva causa particolare di temere dei Francesi a motivo delle faccende religiose, armava, e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi per farle venire ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i negoziati politici: mostrarono in questi trattati massimamente con Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un saggio, e potè prendere augurio di quello, che le preparavano Inglesi, Tedeschi, e Francesi, cupidissimi tutti di mescolarsi in lei, e di averne il dominio, come se per altri fosse creata, e non per se medesima.

Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Serristori, ministro del gran duca, sapere tutta l'Europa le querele ch'egli aveva fatte per la parzialità mostrata dal gran duca a favore della Francia; avere fatto quanto era in poter suo per isvelare a Sua Altezza i pericoli, che le sovrastavano per aver tuttavia comunicazione con una nazione di regicidj, nemica di ogni legge e governo, con una nazione che distruggeva la religione, che si bruttava le mani nel sangue del suo re, del clero, dei nobili, e di tutti coloro che erano fedeli al re; non ostante avere prevalso presso il gran duca i cattivi consiglj, e le pericolose massime dei malvagi; volere pertanto lui venirne a determinazioni vigorose; sapesse adunque il gran duca, che l'ammiraglio Hood aveva comandato, che un'armata Inglese con una parte dell'armata Spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello, che Sua Altezza volesse farsi; sapesse inoltre Sua Altezza, e ciò l'Harvey dichiarare per bocca dell'ammiraglio Hood, e in nome del re suo signore, che se nel termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi stati de La-Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene Sua Altezza a quello che si facesse, poichè il solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra era di eseguire puntualmente, e subito quanto ora le si domandava, cioè cacciasse La-Flotte, rompesse col consesso nazionale, e con quel governo di Francia, facesse causa comune con gli alleati.

Tali furono le minacce del ministro Inglese al gran duca di Toscana: nel qual favellare si vedono due grandissime insolenze; la prima si è quel superbo favellare medesimo ad un sovrano indipendente, ad un principe di casa Austriaca; la seconda quel rimproverare, che fa ad altrui un Inglese di aver ucciso un re.

Rispose assai rimessamente Serristori, che il gran duca aveva dato ordine, che La-Flotte, ed i suoi aderenti, che erano, fra gli altri, due marchesi molto inclinati alle novità dei tempi, Chauvelin, e Fougere, se ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si scoprì quanto all'accostarsi alla lega, ed al romper guerra alla Francia. E come disse, così fece; poichè La-Flotte, e Chauvelin, cacciati di Firenze, se ne andarono nello stato Veneto per la via di Ferrara; La Fougere si ritrasse a Genova.

Le stesse minacce furono fatte, e nel medesimo tempo dal ministro Inglese Drake ai Genovesi: assai e pur troppo aver tollerato, che un Tilly ministro di Francia spargesse semi di discordia e di anarchìa tanto nel Genovesato, quanto nei paesi circonvicini; doversi finalmente por fine a tanto scandalo; però ei ricercava espressamente la repubblica o accettasse l'amicizia dell'Inghilterra, cacciasse Tilly ed i suoi aderenti, desse ricovero alle armate del re nel porto di Genova, ed in tutto si risolvesse ad ajutare la lega, o altrimenti l'Inghilterra avrebbe trattato, come nemica, la repubblica.

A queste minacciose ed inconvenienti parole s'aggiunsero fatti più minacciosi, e più inconvenienti ancora; imperciocchè trovandosi la fregata Francese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu improvvisamente assalita da due navi Inglesi, che le si erano a questo fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marinari, che vi si trovarono a bordo.

Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se prima si temevano le insolenze Francesi in uno stato così vicino, ora vieppiù si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto si ebbe a Nizza notizia di questo attentato, che i rappresentanti del popolo Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono sdegnosamente uno scritto, dicendo, che il patto sociale di tutte le nazioni era stato in modo troppo indecente violato, che l'atroce fatto commesso nel porto di Genova verso i membri della repubblica Francese da uomini, che si qualificavano sudditi del monarca d'Inghilterra, aveva ed i diritti delle nazioni oltraggiato, e messo in pericolo l'essere dell'umana generazione; che tali fatti detestabili importavano a tutti i popoli, principalmente a quel di Genova, che aveva veduto sotto agli occhi suoi questo crimenlese contro la società; che il castigo ne doveva essere tanto pronto, quanto terribile; e però Genova si risolvesse incontanente a voler essere o amica degli amici, o nemica dei nemici della società oltraggiata nelle persone dei repubblicani Francesi; protestavano poscia al popolo Genovese, che se il senato tardasse a risolversi, ed a punire con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel suo porto, e sotto le bocche delle sue artiglierìe, sarebbe stimato ostilità, e la repubblica avrebbe di per se fatto quanto crederebbe necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.

Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore contro Genova favellando alla tribuna del consesso nazionale.

Il governo di Genova trovandosi stretto da due necessità, non sapeva a qual partito appigliarsi. Pure siccome il non risolversi era peggio che risolversi, e considerando dall'un dei lati, che i Francesi difficilmente sarebbero venuti dalle minacce ai fatti finchè l'Inghilterra avrebbe avuto la signorìa de' mari, a cagione che le coste della Provenza non potevano trarre le vettovaglie da altri luoghi che dal Genovesato, e finchè ancora gli Austro-Sardi starebbero forti ai fianchi; dall'altro e quanto all'Inghilterra, che l'assaltar le riviere era per lei di poco momento, e l'assaltar Genova difficile, e che di più rompere la neutralità di Genova era un gettarla in grembo ai Francesi, ed un aprir loro l'adito nel cuor del Piemonte, il senato deliberò di starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne stette sui generali. Così Genova posta in pericoloso frangente non satisfece dell'effetto nè agli uni, nè agli altri, e persistette in quello stato, che certo era di maggiore utilità alla Francia che alla lega; perciò Drake riempiva di querele tutta Italia contro i Genovesi, chiamando la prudenza loro timidità Italiana, ed infezione Francese. Ma alla deliberazione del senato diede anche favore il pensare, che forse il popolo non avrebbe tollerato senza risentirsi la rottura della pace a cagione dei profitti grandissimi, che per lui nascevano dalla neutralità.

Il senato Veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era residente in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliere Worsley, personaggio non tanto rotto quanto Harvey e Drake, ma pure intentissimo a procurare gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura sua più temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto a Venezia più potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, rappresentò modestamente al senato, favellando piuttosto per modo di consiglio che di richiesta, considerasse molto bene la repubblica di quanto danno fosse l'avere i Francesi un'ambascerìa a Venezia, fonte e mezzo di trame pericolose ad ogni buon governo; che per lei passavano i corrieri e le lettere dirette a turbare l'Oriente; sapersi, che un d'Enin, già stato inviato a Venezia, ed ora condottosi a Costantinopoli, vi usava ogni sforzo con persuasioni lusinghevoli e con offerte di denaro, per concitare la Porta Ottomana contro l'Austria e la Russia, acciocchè non potessero correre con tanto apparato di forze contro la Francia; che d'Enin medesimo si proponeva, ove non riuscisse a guadagnarsi il Divano, di concitar tumulti ed ingiurie sui confini, massime per mezzo dei Ragusei corrotti per danaro, affinchè la Porta risentendosi movesse le armi contro la repubblica; che in ciò sperava d'Enin, che assaltata la repubblica da nemico sì poderoso, chiamasse, in virtù del trattati, in ajuto l'imperator di Germania, e che per questo si diminuirebbero le forze della lega contro la Francia; che quella medesima ambascerìa in Venezia intratteneva male pratiche coi Grigioni, esacerbandoli continuamente per dar loro occasione di muoversi, con ricordare l'esclusione data loro dai Veneziani, e la dissoluzione della lega nel 1766; che là passavano i corrieri portatori dei semi pestiferi, là covavano i seminatori degli scandali, là concorrevano gli scapestrati di Francia, ed ogni bandito dalla patria per opere ree, o per malvage opinioni politiche; che l'ambascerìa era un fomite continuo d'incendio per gli stati Veneti stessi: perchè là venivano a rinvergare come a centro comune le lettere, i giornali, e gli uomini perversi tanto di Francia, quanto d'Italia. Pregava pertanto, ed esortava caldamente il senato, che fosse contento di allontanare da Venezia quella occasione di scandali, quella sentina di mali, quella radice di corruttele. Concludeva, che se il senato consentisse a licenziare l'ambascerìa, e se vietasse ai Francesi le tratte d'armi e di vettovaglie dagli stati della repubblica, sarebbero gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e che in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero gli stati con tutte le forze della lega; che già fin d'allora gli si offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinato di modo che ne fossero preservati da ogni insulto. Queste parole, terminò dicendo, porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che gliene comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt; porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le Russie, dell'imperator d'Austria, e del re di Prussia. Si riscuotesse adunque, e prendesse quelle deliberazioni, che a tempi tanto pericolosi, a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose, ed alla salute stessa della repubblica si convenivano.