Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 9

Chapter 93,669 wordsPublic domain

L. Gli umori della nazione, a dir vero, erano tali da renderlo esitante. Per alcuni mesi, il malcontento era venuto grandemente e con rapidità crescendo. Il Parlamento da lungo tempo aveva inibita la celebrazione del culto cattolico romano. Pel corso di varie generazioni, nessun prete cattolico romano aveva osato mostrarsi in pubblico con le insegne del proprio ufficio. Contro il clero regolare, e contro glʼirrequieti e sottili Gesuiti, erano state fatte molte leggi rigorose. Ogni Gesuita che avesse posto piede nel Regno, era soggetto ad essere impiccato, strascinato e squartato. Coloro che lo avessero scoperto, ricevevano un premio. Non godeva nè anche il beneficio della regola generale, che gli uomini non sono tenuti ad accusare sè stessi. Chiunque fosse in sospetto di essere Gesuita, poteva essere interrogato; e ricusando di rispondere, incarcerato a vita.[103] Tali leggi, benchè non fossero state poste rigorosamente in esecuzione, tranne in tempi di speciale pericolo, e benchè non avessero mai impedito i Gesuiti di venire in Inghilterra, avevano reso necessario il travestirsi. Ma adesso ogni travestimento fu messo da parte. Alcuni insani uomini appartenenti alla religione del Re, incoraggiati da lui, ebbero lʼorgoglio di sfidare leggi che senza verun dubbio erano ancor valide, e sentimenti abbarbicati nel cuore del popolo come non lo erano stati mai nei tempi trascorsi. Sorsero in ogni dove, per tutto il paese, cappelle cattoliche romane. Cocolle, cordoni e rosari vedevansi di continuo per le vie, e rendevano attonita una popolazione di cui lʼuomo più vecchio non aveva mai veduto, tranne sulla scena, un abito monacale. Un convento fu innalzato in Clerkenwell, nel luogo dellʼantico chiostro di San Giovanni. I Francescani occuparono un edificio in Lincolnʼs Inn Fields. I Carmelitani furono acquartierati nella Città. Una congrega di Benedettini ebbe alloggio nel Palazzo di San Giacomo. Nel Savoy fu edificata ai Gesuiti una vasta casa, con una chiesa e una scuola.[104] Lʼarte e la cura onde cotesti padri avevano, per parecchie generazioni, educata la gioventù, avevano strappate le lodi alle labbra ripugnanti deʼ Protestanti più savi. Bacone aveva detto, che il metodo dʼistruzione adoperato nei collegi deʼ Gesuiti, era il migliore che fino allora si conoscesse nel mondo, ed aveva mostrato amaro rincrescimento pensando che un sistema cotanto ammirevole di disciplina intellettuale e morale dovesse servire agli interessi dʼuna religione cotanto corrotta.[105] Non era improbabile che il nuovo collegio nel Savoy, sotto la protezione del Re, sarebbe diventato formidabile rivale delle grandi scuole di Eaton, di Westminster e di Winchester. Poco dopo aperta, la scuola contava quattrocento fanciulli, metà circa deʼ quali erano Protestanti. Costoro non erano tenuti ad assistere alla Messa; ma non poteva esservi dubbio che la influenza di esperti precettori appartenenti alla Chiesa Cattolica Romana, e versati in tutte le arti che valgono a conseguire la fiducia e lʼaffetto della gioventù, non avrebbe fatto molti proseliti.

LI. Siffatte cose produssero sommo eccitamento fra il basso popolo, il quale sempre è mosso da ciò che tocca i sensi, più presto che da ciò che si dirige alla ragione. Migliaia di rozze e ignoranti persone, per le quali la potestà di dispensare e la Commissione Ecclesiastica erano parole vuote di senso, videro con indignazione e terrore un collegio di Gesuiti sorgere sulle rive del Tamigi, frati in sottana e cappuccio passeggiare nello Strand, i devoti accorrere in folla alle porte deʼ tempii dove adoravansi le sculte immagini. In parecchi luoghi del paese scoppiarono tumulti. In Coventry e in Worcester, il culto cattolico romano fu violentemente interrotto.[106] In Bristol la marmaglia, spalleggiata, secondo fu detto, dai magistrati, dètte un profano ed indecente spettacolo, in cui la Vergine Maria era rappresentata da un buffone, e unʼostia finta era portata in processione. Il presidio fu chiamato a reprimere la plebaglia. Questa, che sempre era stata lì più che in altro luogo del Regno ferocissima, oppose resistenza. Seguirono da ambe le parti percosse e ferite.[107] Grande era lʼagitazione nella capitale, e maggiore nella Città propriamente detta, che in Westminster. Imperocchè il popolo era avvezzo a vedere le cappelle private degli Ambasciatori Cattolici Romani; ma la Città, a memoria dʼuomo vivente, non era stata mai profanata da cerimonie idolatriche. Nondimeno, lʼinviato dellʼElettore Palatino, incoraggiato dal Re, eresse una cappella in Lime Street. I capi del municipio, quantunque fossero uomini posti in quellʼufficio perchè riconosciuti come Tory, protestarono contro questo fatto, che, dicevano essi, i più dotti gentiluomini in abito lungo consideravano illegale. Il Lord Gonfaloniere ricevè ordine di presentarsi dinanzi al Consiglio Privato. «Badate a quel che fate» disse il Re, «obbeditemi; e non vʼimpacciate con gentiluomini in abito lungo, o in abito corto.» Il Cancelliere tosto cominciò ad inveire contro il malarrivato magistrato, con quella stessa eloquenza che soleva adoperare in Old Bailey. La cappella fu aperta. Tutto il vicinato si pose subito in movimento. Gran torme di popolo accorsero a Cheapside per aggredire la nuova chiesa. I sacerdoti furono insultati. Un crocifisso fu strappato dal luogo, e posto sopra il pozzo della parrocchia. Il Lord Gonfaloniere uscì fuori a quietare il tumulto, ma fu accolto col grido di «Non vogliamo Dio di legno.» La milizia civica ebbe comandamento di sgominare la folla; ma partecipava al sentimento del popolo; e voci corsero per le file che dicevano: «Noi non possiamo in coscienza combattere a pro del papismo.»[108]

Lo Elettore Palatino era, come Giacomo, sincero e zelante Cattolico, e imperava, al pari di lui, sopra una popolazione protestante; ma i due principi si somigliavano poco per indole e per intendimento. Lo Elettore aveva promesso di rispettare i diritti della Chiesa chʼegli trovò stabilita neʼ suoi domini. Aveva rigorosamente mantenuta la promessa, e non sʼera lasciato trascinare a nessun atto di violenza dai predicatori, i quali abborrendo dalla sua credenza, dimenticavano di quando in quando il rispetto che gli dovevano.[109] Seppe, e gliene increbbe, che lʼatto imprudente del suo rappresentante aveva grandemente offeso il popolo di Londra; e, a suo sommo onore, dichiarò chʼegli avrebbe rinunziato al privilegio al quale, come principe straniero, aveva diritto, anzi che mettere a rischio la tranquillità dʼuna grande metropoli. «Anchʼio» scrisse egli a Giacomo «ho sudditi protestanti; e so con quanta cautela e destrezza debba agire un principe Cattolico posto in cosiffatte condizioni.» Giacomo, invece di sentire gratitudine per questa mite e savia condotta, mise la lettera in canzone avanti ai ministri stranieri; e deliberò che lo Elettore, volesse o non volesse, avrebbe una cappella nella Città; e qualora la milizia cittadina avesse ricusato di fare il debito proprio, si sarebbero chiamate le guardie.[110]

LII. Lo effetto che cotesti perturbamenti produssero sul commercio, fu assai grave. Il ministro olandese scrisse agli Stati Generali, che gli affari alla Borsa erano arrestati. I Commissari delle Dogane riferirono al Re, come nel mese che seguì lʼapertura della Cappella in Lime Street, glʼincassi del porto del Tamigi fossero scemati dʼalcune migliaia di lire sterline.[111] Vari Aldermanni, i quali, comecchè fossero realisti zelanti, nominati in ufficio sotto il nuovo statuto municipale, avevano molto interesse alla prosperità commerciale della città loro, e non amavano nè il papismo nè la legge marziale, dettero la loro rinunzia. Ma il Re era risoluto a non cedere. Formò un campo militare in Hounslow Heath, dove, in una circonferenza di circa due miglia e mezzo, raccolse quattordici battaglioni di fanteria, e trentadue squadroni di cavalleria, che insieme facevano unʼarmata di tredici mila combattenti. Ventisei pezzi dʼartiglieria, e molti carriaggi carichi dʼarmi e di munizioni, furono trascinati dalla Torre, traverso alla città, a Hounslow.[112] I Londrini, vedendo ragunarsi queste grandi forze militari nei dintorni della terra, sentirono un terrore, che in breve scemò collʼavvezzarvisi. Visitare Hounslow neʼ giorni festivi divenne un sollazzo. Il campo offriva lo aspetto dʼuna vasta fiera. Confusa coi moschettieri e coi dragoni, una moltitudine di lindi gentiluomini e dame di Soho Square, di borsaiuoli e di sgualdrine di Whitefriars coʼ visi imbellettati, dʼinfermi in portantine, di frati in cappucci e sottane, di servitori coperti di ricche livree, di merciaiuoli ambulanti, di fruttaiuole, di impertinenti garzoni di bottega e di stupefatti villani, passava di continuo e ripassava fra mezzo alle lunghe file delle tende. In alcuni padiglioni udivasi il baccano dei beoni, in altri le bestemmie deʼ giocatori. E davvero, il luogo pareva un allegro suburbio della metropoli. Il Re, come ben si conobbe due anni dopo, aveva commesso un grande errore. Aveva dimenticato che la vicinanza agisce in più modi. Aveva sperato che lo esercito avrebbe atterrita Londra; ma lo effetto di questo provvedimento fu, che i sentimenti e le opinioni deʼ cittadini di Londra invasero pienamente lʼesercito.[113]

Erano appena formati gli accampamenti, allorquando corse voce di litigi tra i soldati protestanti e i papisti.[114] Un breve scritto intitolato: Indirizzo a tutti glʼInglesi protestanti dellʼarmata,—era stato con attività distribuito nel campo. Lo scrittore con veementi parole esortava le truppe a pugnare in difesa, non del Messale, ma della Bibbia, della _Magna Charta_ e della Petizione deʼ Diritti. Il Governo lo vedeva di mal occhio. Era uomo notevole per carattere, e la cui storia può riuscire istruttiva.

LIII. Aveva nome Samuele Johnson, era prete della Chiesa Anglicana, e già stato cappellano di Lord Russell. Johnson era uno di quelli uomini mortalmente odiati daʼ loro oppositori, e meno amati che rispettati daʼ loro colleghi. La sua morale era pura, fervido il sentimento religioso che gli stava nel cuore, non ispregevoli la dottrina e le doti dello ingegno, debole il giudicio, e lʼindole acre, torbida e invincibilmente ostinata. Per la sua professione, egli era venuto in odio agli zelanti sostenitori della monarchia; perocchè un repubblicano con gli ordini sacri appariva un ente strano, e quasi contro natura. Mentre Carlo regnava, Johnson aveva pubblicato un libro col titolo di Giuliano Apostata. Era suo scopo mostrare, che i Cristiani del quarto secolo non ammettevano la dottrina della non–resistenza. Era agevole addurre passi di Crisostomo e di Girolamo, scritti con uno spirito assai diverso da quello deʼ teologi anglicani che predicavano contro la Legge dʼEsclusione. Johnson, nulladimeno, trascorse anche più oltre. Tentò di richiamare a vita lʼodioso addebito che, per manifestissime ragioni, Libanio aveva gettato sopra i soldati cristiani di Giuliano; ed affermò che il dardo che uccise lʼimperiale rinnegato, partì non daglʼinimici, ma da qualche Rumbold o Ferguson delle legioni romane. Ne seguì caldissima controversia. I disputatori Whig e Tory lottarono accanitamente intorno ad un passo oscuro, nel quale Gregorio Nazianzeno loda un pio vescovo che andava ad infliggere la fustigazione ad alcuno. I Whig sostenevano che lʼuomo santo andasse a fustigare lo imperatore; i Tory, che egli volesse fustigare, a tutto dire, un capitano delle Guardie. Johnson compose una risposta ai suoi avversarii, nella quale fece un elaborato paragone tra Giuliano e Giacomo, allora Duca di York. Giuliano per molti anni aveva fatto sembiante di aborrire la idolatria, mentre in cuor suo era idolatra. Giuliano aveva, per giungere a certi suoi fini, in alcune occasioni simulato di rispettare i diritti della coscienza. Giuliano aveva punite le città che erano zelanti per la vera religione, spogliandole deʼ loro privilegii municipali. Giuliano daʼ suoi adulatori era stato chiamato il Giusto. Giacomo si sentì provocato a segno, da non poterlo patire. Johnson fu accusato di calunnia, convinto reo, e condannato ad una multa che egli non aveva mezzi di pagare. Fu quindi gettato in un carcere; e sembrava probabile che vi dovesse rimanere per tutta la vita.[115]

LIV. Sopra la stanza chʼegli occupava nella prigione del Banco del Re, era rinchiuso un altro condannato, il cui carattere è degno di studio. Chiamavasi Ugo Speke, edera giovane di buona famiglia, ma di singolarmente bassa e depravata indole. In lui la passione del mal fare e di giungere per vie torte ai suoi fini, era quasi frenesia. Arruffare senza essere scoperto, era a lui occupazione e diletto; ed aveva grande arte di giovarsi degli onesti entusiasti come di strumenti della sua fredda malignità. Aveva tentato, per mezzo di uno deʼ suoi fantocci, di spingere Carlo e Giacomo ad assassinare Essex nella Torre. Scopertosi lui essere stato lo istigatore a quel delitto, quantunque gli fosse riuscito gettare in gran parte la colpa sullʼuomo da lui sedotto, non gli era venuto fatto di sottrarsi al castigo. Adesso era in carcere; ma col danaro potè procacciarsi i comodi che ai più poveri prigioni mancavano, ed era tenuto con tanto poco rigore, da comunicare di continuo con uno deʼ suoi colleghi che dirigeva una tipografia clandestina.

LV. Johnson era lʼuomo adatto ai fini di Speke. Era zelante ed intrepido, dotto ed esperto disputatore, ma semplice come un fanciullo. Una stretta amicizia nacque fraʼ due compagni di prigione. Johnson scriveva diversi acri e virulenti trattati, che Speke faceva giungere allo stampatore. Allorquando formossi il campo militare in Hounslow, Speke incitò Johnson a comporre un indirizzo per istigare le truppe al disordine. Detto, fatto. Ne furono tirate molte migliaia di copie e portate alla stanza di Speke, da dove furono sparse per tutto il paese, e in ispecie fraʼ soldati. Un Governo più mite di quello che allora reggeva lʼInghilterra si sarebbe risentito a simigliante provocazione. Si fecero rigorose ricerche. Un agente subordinato, di cui eransi serviti per distribuire lʼindirizzo, salvò sè, tradendo Johnson; e Johnson non era uomo da salvarsi tradendo Speke. Se ne fece processo, e lo scrittore fu dichiarato reo. Giuliano Johnson, come comunemente lo chiamavano, fu condannato ad essere tre volte posto alla berlina, e fustigato da Newgate a Tyburn. Il giudice, Sir Francesco Withins, disse al condannato di dovere rendere grazie al Procuratore Generale, che aveva mostrata moderazione, là dove poteva considerare il delitto come crimenlese. «Io non gli debbo punto ringraziamenti» rispose intrepidamente Johnson. «Debbo io, il cui solo delitto è quello di avere difeso la Chiesa e le leggi, mostrarmi grato dʼessere flagellato a guisa dʼun cane, mentre gli scrivacchiatori papisti si lasciano ogni giorno impunemente insultare la Chiesa e violare le leggi?» La energia con che egli favellò fu tale, che i giudici e i legali della Corona stimarono necessario difendersi, e protestarono di non saper nulla di pubblicazioni papiste, a cui il prigione alludeva. Il quale immantinente si trasse di tasca alcuni libri o ninnoli cattolici romani, che allora vendevansi liberamente sotto la regia protezione; lesse ad alta voce i titoli di queʼ libri, e gettò un rosario sul banco agli Avvocati del Re; e forte gridando, disse: «Io presento questa prova dinanzi a Dio, a questo tribunale ed al popolo inglese. Ora vedremo se il Signor Procuratore Generale farà il proprio dovere.»

Fu deliberato che innanzi di mandare ad esecuzione la sentenza, Johnson fosse degradato della dignità sacerdotale. I prelati ai quali dalla Commissione Ecclesiastica era stata affidata la cura della diocesi di Londra, lo citarono dinanzi a loro nelle stanze del Capitolo della Cattedrale di San Paolo. Il modo onde egli subì la ceremonia, fece profonda impressione nellʼanimo di molti. Mentre lo spogliavano degli abiti sacerdotali, esclamò: «Voi mi private dellʼabito sacro, perchè mi sono studiato di tenervi addosso il vostro.» Lʼunica formalità che parve contristarlo, fu lʼavergli strappato dalle mani la Bibbia. Lottò debolmente perchè non gliela togliessero, la baciò e diede in uno scoppio di pianto. «Voi non potete» disse egli «privarmi delle speranze che io debbo a quel libro santo.» Tentossi di ottenere che gli fosse perdonata la fustigazione. Un sacerdote cattolico romano, a cui fu fatta la promessa di duecento lire sterline, sʼofferse dʼintercedere per lui. Fu fatta una colletta, e raccolta la somma; e il prete fece ogni possibile sforzo, ma invano. «Il signore Johnson» rispose il Re «ha lo spirito dʼun martire; ed è giusto che divenga tale.» Guglielmo III, pochi anni dopo, disse dʼuno deʼ più arrabbiati e imperterriti Giacomiti: «Egli sʼè fitta in cuore la voglia dʼessere martire, ed io mi son fitto in capo di privarlo della gloria del martirio.» Questi due detti basterebbero soli a spiegare lo differentissime sorti di quei due Principi.

Giunse il dì stabilito per la fustigazione. Fu adoperato un flagello di nove funi. Trecento diciassette furono i colpi; ma il paziente non feʼ motto. Dopo, confessò che il tormento era stato crudele; ma mentre ci veniva trascinato, richiamava al pensiero la pazienza con che il Salvatore aveva portata la croce al Golgota; e ne ebbe tanto conforto, che se non fosse stato impedito dal timore dʼincorrere nella taccia di vanaglorioso, avrebbe cantato un salmo con la voce ferma e lieta con che avrebbe adorato Dio nella congregazione. E fu eroismo da farci desiderare che fosse meno macchiato dʼintemperanza e dʼintolleranza.[116]

LVI. Fra il clero anglicano, Johnson non trovò compatimento. Aveva tentato di giustificare la ribellione; aveva anche accennato di approvare il regicidio; e i preti della Chiesa dʼInghilterra, malgrado tanta provocazione, sostenevano tenacemente la dottrina della non–resistenza. Ma inquieti e impauriti vedevano il progresso di quella che essi consideravano dannosa superstizione; e mentre aborrivano dal pensiero di difendere la propria religione con la spada, battagliavano con armi di specie diversa. Il predicare contro gli errori del papismo, adesso era da loro considerato come dovere e punto dʼonore. Il clero di Londra, il quale per meriti ed influenza primeggiava fra lʼordine sacerdotale, porse un esempio che intrepidamente seguirono i suoi confratelli in tutto il Regno. Se pochi spiriti audaci avessero osato tanto, sarebbero stati probabilmente riconvenuti dinanzi alla Commissione Ecclesiastica; ma era quasi impossibile punire un fallo che veniva commesso ogni Domenica da migliaia di teologi, da Berwick fino a Penzance. Le tipografie della metropoli, dʼOxford e di Cambridge, erano in continuo moto. La legge che sottoponeva la stampa alla censura, non impediva gli sforzi deʼ controversisti protestanti; perocchè conteneva una clausula a favore delle due Università, ed autorizzava la pubblicazione delle opere teologiche approvate dallo Arcivescovo di Canterbury. Non era, quindi, in potestà del Governo lo imporre silenzio ai difensori della religione dello Stato. Erano una numerosa, imperterrita e ben formata legione di combattenti. Comprendeva eloquenti favellatori, esperti dialettici, dotti profondamente versati nella lettura degli scritti deʼ Santi Padri, ed in ogni ramo di storia ecclesiastica. Alcuni di loro, tempo dopo, rivolsero vicendevolmente gli uni contro gli altri le armi formidabili, da essi già impugnate contro il nemico comune; e a cagione delle feroci contese e delle insolenti vittorie loro, recarono biasimo alla Chiesa che avevano salvata. Ma adesso erano una falange unita. Stava nel vanguardo una fila di fermi ed esperti veterani; Tillotson, Stillingfleet, Sherlock, Prideaux, Whitby, Patrick, Tenison, Wake. Il retroguardo era composto dai più insigni baccellieri, che studiavano per conseguire il diaconato. Predistinto fra le reclute che Cambridge mandava al campo di battaglia, era uno scolare del gran Newton. Aveva nome Enrico Wharton, e pochi mesi prima era stato capo disputatore, ossia principe della sua classe: la sua morte poco appresso fu compianta dagli uomini di ogni partito, qual perdita irreparabile per le lettere.[117] Oxford anchʼessa sʼinorgogliva dʼun giovane, le cui grandi doti intellettuali, che facevano il primo esperimento in questo conflitto, turbarono poscia per quaranta anni la Chiesa e lo Stato; voglio dire di Francesco Atterbury. Da tali ingegni venivano discusse tutte le questioni tra papisti e protestanti, ora in istile sì popolare che potessero intendere i fanciulli e le donne, ora con estremo acume di logica, ed ora con immenso corredo di dottrina. Le pretese della Santa Sede, lʼautorità della tradizione, il purgatorio, la transustanziazione, il sacrificio della Messa, lʼadorazione dellʼostia, il negare il calice ai laici, la confessione, la penitenza, le indulgenze, lʼestrema unzione, la invocazione dei santi, lʼadorazione delle immagini, il celibato del clero, i voti monastici, lʼuso di celebrare il culto pubblico in una lingua ignota al popolo, la corruttela della Corte di Roma, la storia della Riforma, i caratteri deʼ principali riformatori, venivano copiosamente discussi. Gran numero di assurde leggende di miracoli fatti daʼ santi e dalle reliquie furono tradotte dallʼitaliano, e pubblicate come esempi delle arti pretine che avevano ingannata gran parte della Cristianità. Molti degli scritti pubblicati dai teologi anglicani nel breve regno di Giacomo II, probabilmente perirono. Coloro che possono anche oggi trovarsi nelle nostre grandi biblioteche, formano una congerie di circa ventimila pagine.[118]

LVII. I Cattolici Romani non cessero senza lottare. Uno di loro, chiamato Enrico Hills, era stato nominato stampatore della casa e cappella reale, e posto dal Re a capo dʼun grande ufficio in Londra, dal quale uscivano a centinaia libri e libercoli teologici. Non meno operosi in Oxford erano i torchi dʼObadia Walker. Ma, salvo qualche cattiva traduzione degli ammirevoli scritti di Bossuet, quelle tipografie non pubblicarono cosa alcuna che avesse il minimo pregio. Nessun savio e sincero Cattolico Romano poteva negare che i campioni della sua Chiesa, e per ingegno e per dottrina, erano di gran lunga inferiori ai loro avversari. Il più grande degli scrittori cattolici sarebbe stato reputato di terzo ordine. Molti di loro, anche qualvolta avessero qualche cosa da dire, non sapevano come dirla. La loro religione gli aveva esclusi dalle scuole e università inglesi; nè fino al tempo in cui Giacomo ascese al trono, essi avevano reputata lʼInghilterra gradita o nè anche sicura residenza. Avevano però spesa la più gran parte della loro vita sul continente, e quasi disimparata la lingua materna. Quando predicavano, il loro accento mezzo forestiero moveva a riso lʼuditorio. Pronunziavano le parole a moʼ di vetturini. La loro locuzione era deturpata da frasi straniere; e quando intendevano essere eloquenti, imitavano, come meglio potevano, quello che consideravasi come bello stile in quelle accademie italiane dove la rettorica, a queʼ tempi, era caduta nella più gran corruzione. Disputatori impacciati da tutti cotesti svantaggi, non avrebbero potuto, anche qualora il vero fosse stato dalla loro parte, far fronte ad uomini, lo stile deʼ quali rifulge mirabilmente di purità e di grazia.[119]

Le condizioni in cui la Inghilterra trovatasi nel 1686, non possono esser meglio descritte che con le parole dello Ambasciatore Francese. «Il malcontento» dice egli «è grande e universale; ma il timore di cadere in mali maggiori trattiene tutti coloro che hanno qualche cosa da perdere. Il Re apertamente manifesta la gioia che prova trovandosi in condizione da potere menare arditissimi colpi. Egli ama vedere che altri se ne congratuli con lui. Me ne ha parlato, assicurandomi che non vorrà indietreggiare.»[120]