Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 8

Chapter 83,408 wordsPublic domain

Con non minore infamia si condusse Obadia Walker. Era vecchio prete della Chiesa Anglicana, e ben noto nella Università dʼOxford come uomo dotto. Sotto il regno di Carlo, era venuto in sospetto dʼinclinare al papismo, ma esteriormente erasi conformato alla religione stabilita, ed infine era stato eletto Maestro o Rettore del Collegio Universitario. Subito dopo che Giacomo ascese al trono, Walker deliberò di gettar via la maschera con che fino allora sʼera coperto. Si astenne dal culto anglicano, e con alcuni convittori e sottograduati da lui pervertiti, ascoltava giornalmente la Messa nel proprio appartamento. Uno deʼ primi atti del nuovo Avvocato Generale, fu di fare un decreto che autorizzava Walker e i suoi proseliti a ritenere i loro beneficii, non ostante la loro apostasia. Furono tosto chiamati deʼ muratori, perchè trasformassero in oratorio due file di stanze. In pochi giorni nel Collegio Universitario celebraronsi pubblicamente i riti cattolici romani. Vi fu posto a cappellano un Gesuita. Vi fu allogata una tipografia con licenza regia, per istampare i libri cattolici romani. Per lo spazio di due anni e mezzo, Walker seguitò a guerreggiare contro il protestantismo con tutto il rancore dʼun rinnegato: ma quando la fortuna mutò faccia, ei mostrò che gli mancava il coraggio dʼun martire. Fu tratto alla barra della Camera deʼ Comuni perchè rendesse ragione della propria condotta, e fu tanto vigliacco da protestare di non aver mai mutato religione, nè mai cordialmente approvate le dottrine della Chiesa di Roma, e di non essersi mai provato a convertire a quella nessun uomo. Non valeva lʼincomodo di violare gli obblighi più sacri della legge e della fede data per convertire uomini come Walker.[89]

XLIV. Dopo breve tempo, il Re fece un passo più innanzi. A Sclater e Walker era stato solamente permesso di tenere, dopo dʼessersi fatti papisti, i beneficii già loro concessi mentre si dicevano protestanti. Conferire unʼalta dignità nella Chiesa Anglicana ad un aperto nemico di quella, era un atto più audace che rompeva le leggi e la reale promessa. Ma non vʼera provvedimento che a Giacomo paresse ardito. Il decanato di Christchurch divenne vacante. Quellʼufficio, e per dignità e per emolumenti, era uno deʼ più considerevoli nella Università di Oxford. Al decano era affidato il governo di un maggior numero di giovani di cospicue parentele e di grandi speranze, che si potesse trovare in qualunque altro collegio. Egli era parimente il capo di una cattedrale. Con ambedue questi caratteri, era necessario chʼegli appartenesse alla Chiesa Anglicana. Nondimeno, Giovanni Massey, che manifestamente era membro della Chiesa di Roma, e che altro merito non aveva, tranne dʼesser membro di quella Chiesa, fu, per virtù della potestà di dispensare, nominato allʼufficio predetto; e tosto dentro le mura di Christchurch fu innalzato un altare, dove ogni giorno si celebrava la Messa.[90] Al Nunzio il Re disse, che come aveva fatto in Oxford, così tra breve farebbe in Cambrigde.[91]

XLV. Non pertanto, anche ciò era lieve male in paragone di quello che i Protestanti avevano buone ragioni a temere. Sembrava assai probabile che lʼintero governo della Chiesa Anglicana verrebbe, tra poco tempo, posto nelle mani deʼ suoi mortali nemici. Vʼerano tre insigni sedi vacanti; quella di York, quella di Chester e quella dʼOxford. Il vescovato dʼOxford fu dato a Samuele Parker, parassito; la cui religione, se pure egli aveva religione alcuna, era quella di Roma; e che si chiamava protestante, solo perchè aveva lʼimpaccio dʼuna moglie. «Io voleva» disse il Re ad Adda «nominare un aperto cattolico: ma il tempo non è ancora giunto. Parker è bene disposto per noi; sente come noi; ed a poco per volta convertirà tutto il suo clero.»[92] Il vescovato di Chester, vacante per la morte di Giovanni Pearson, uomo di grande rinomanza e come filologo e come teologo, fu conferito a Tommaso Cartwright, anche più abietto parassito di Parker. Lo arcivescovato di York rimase varii anni vacante. E non potendosi a ciò allegare nessuna buona ragione, sospettavasi che il Re differisse la nomina, finchè si potesse rischiare di porre quellʼinsigne mitra sul capo dʼun papista. E veramente, egli è molto probabile che il senno e la buona disposizione del Papa salvassero da tanto oltraggio la Chiesa Anglicana. Senza speciale dispensa del Papa, nessun Gesuita poteva divenire vescovo; e non vi fu mai modo dʼindurre Innocenzo ad accordarla a Petre.

XLVI. Giacomo nè anche dissimulò lo intendimento che aveva di giovarsi con vigore e sistematicamente di tutti i poteri che aveva come capo della Chiesa stabilita, per distruggerla. Disse con chiare parole, che per opera della divina Provvidenza, lʼAtto di Supremazia sarebbe stato il mezzo di richiudere la fatale ferita da esso inflitta nel corpo della Chiesa universale. Enrico ed Elisabetta avevano usurpato un dominio che di diritto apparteneva alla Sede. Tale dominio, nel corso della successione, era venuto nelle mani di un principe ortodosso, il quale lo terrebbe come deposito appartenente alla Santa Sede. La legge gli dava potestà di reprimere gli abusi spirituali: e il primo di quelli chʼegli intendeva reprimere, era la libertà con cui il clero anglicano difendeva la propria religione e combatteva contro le dottrine di Roma.[93]

XLVII. Ma incontrò un grande ostacolo. La supremazia ecclesiastica di che egli andava rivestito, non era punto la stessa alta e terribile prerogativa da Elisabetta, da Giacomo I e da Carlo I esercitata. Lʼatto che dava alla Corona una quasi infinita autorità visitatoria sopra la Chiesa, quantunque non fosse mai stato formalmente abrogato, aveva veramente perduto in gran parte il primitivo vigore. La legge in sostanza rimaneva, ma senza nessuna formidabile sanzione, e senza efficace sistema di procedura; ed era perciò poco più che una lettera morta.

Lo statuto che rese ad Elisabetta il dominio spirituale, assunto dal padre e deposto dalla sorella, conteneva una clausula che dava al Sovrano autorità di costituire un tribunale che poteva inchiedere e riformare, o punire i delitti ecclesiastici. Per virtù di tale clausula, fu creata la Corte dellʼAlta Commissione; Corte che per molti anni era stata terribile ai non–conformisti, e sotto la cruda amministrazione di Laud divenne argomento di timore e dʼodio, anche a coloro che amavano maggiormente la Chiesa stabilita. Adunatosi il Lungo Parlamento, lʼAlta Commissione venne generalmente giudicata come il più grave degli abusi che la nazione sosteneva. E però fu fatta alquanto frettolosamente una legge, la quale non solo privò la Corona della potestà di nominare visitatori per soprintendere alle faccende della Chiesa, ma abolì senza distinzione ogni specie di corti ecclesiastiche.

Dopo la Restaurazione, i Cavalieri, che erano numerosissimi nella Camera deʼ Comuni, per quanto fossero zelanti della prerogativa, rammentavano ancora con amarezza la tirannia dellʼAlta Commissione, e non erano punto disposti a richiamare a vita una cotanto odiosa istituzione. Pensavano, ad unʼora, e non senza ragione, che lo statuto il quale aveva distrutte tutte le corti cristiane del reame senza nulla sostituirvi, fosse soggetto a gravi obiezioni. E però lo revocarono, tranne nella parte che riferivasi allʼAlta Commissione. Così le Corti Arcidiaconali, le Concistoriali, quella dellʼArcivescovo di Canterbury, lʼaltra così detta deʼ Peculiari, e la Corte dei Delegati furono richiamate a vita; ma lʼatto per virtù del quale ad Elisabetta ed aʼ suoi successori era stata concessa la potestà di nominare Commissioni con autorità visitatoria sopra la Chiesa, non solo non fu rimesso in vigore, ma con parole estremamente forti fu dichiarato pienamente abrogato. È, dunque, chiaro, quanto può esserlo qualunque punto di diritto costituzionale, che Giacomo II non era competente a istituire una Commissione, con potestà di visitare e governare la Chiesa Anglicana.[94] Che se così fosse stato, poco valeva che lʼAtto di Supremazia, con parole alto sonanti, gli desse facoltà da correggere ciò che non era equo in quella Chiesa. Nullʼaltro, fuorchè una macchina formidabile come quella, chʼera stata distrutta dal Lungo Parlamento, poteva forzare il clero anglicano a divenire strumento del Re per la distruzione della dottrina e del culto anglicano. Egli, perciò, nellʼaprile del 1686, deliberò di creare una nuova Corte dʼAlta Commissione. Il disegno non fu mandato subitamente ad esecuzione. Fu avversato da tutti i ministri che non erano ligii alla Francia ed aʼ Gesuiti. I giureconsulti lo considerarono come oltraggiosa violazione della legge, e gli aderenti alla Chiesa Anglicana come unʼaggressione alla Chiesa loro. Forse la contesa sarebbe durata più a lungo, se non fosse accaduto un fatto che ferì lʼorgoglio e infiammò la collera del Re. Egli, come capo supremo ordinario, aveva dato ordini affinchè il clero anglicano si astenesse di toccare i punti controversi della dottrina. In tal guisa, mentre tutte le Domeniche e le festività dentro il ricinto deʼ reali palazzi recitavansi sermoni a difesa della religione cattolica romana, alla Chiesa dello Stato, alla Chiesa della grandissima parte della nazione era inibito di spiegare e difendere i propri principii. Lo spirito di tutto lʼordine clericale destossi contro cotesta ingiustizia. Guglielmo Sherlock, teologo insigne, che aveva scritto con asprezza contro i Whig e i Dissenzienti, e ne era stato rimunerato dal Governo collʼufficio di Maestro o Rettore del Tempio e con una pensione, fu uno deʼ primi a incorrere nello sdegno del Re. Gli fu sospesa la pensione, ed ei venne severamente redarguito.[95] Poco appresso Giovanni Sharp, Decano di Norwich e Rettore di Saint Giles–in–the–Fields, fece più grave offesa a Giacomo. Era uomo dotto e di fervida pietà, predicatore di gran fama, e prete esemplare. In politica, come tutti i suoi confratelli, era Tory, ed era pur allora stato fatto regio cappellano. Ricevè una lettera di un anonimo, il quale simulava venire da uno deʼ suoi parrocchiani che era stato vinto dagli argomenti deʼ teologi cattolici romani, ed agognava dʼimparare se la Chiesa Anglicana fosse parte della vera Chiesa di Cristo. Nessun teologo che non avesse perduto ogni senso deʼ religiosi doveri o dellʼonore del proprio ministero, poteva ricusare di rispondere. La Domenica prossima, Sharp fece un vigoroso discorso contro le alte pretese della Chiesa di Roma. Alcune delle sue espressioni vennero esagerate, scontorte, e recate dai ciarlieri a Whitehall. Fu falsamente riferito, chʼegli avesse vituperosamente parlato dello disquisizioni teologiche già trovate nella cassa forte di Carlo, e pubblicate da Giacomo. Compton, vescovo di Londra, ebbe da Sunderland ordini di sospendere Sharp, fino a tanto che il Re avesse altrimenti provveduto. Il vescovo si sentì grandemente perplesso. La sua recente condotta nella Camera dei Lordi aveva profondamente offesa la Corte. Il suo nome era già stato casso dalla lista deʼ Consiglieri Privati. Egli era già stato cacciato dallʼufficio che occupava nella cappella reale. Non voleva aggiungere nuove provocazioni; ma lʼatto che gli sʼimponeva era un atto giudiciale. Intese essere ingiusto, e i migliori consiglieri gli assicuravano essere illegale infliggere una pena senza che al supposto colpevole fosse dato modo a difendersi. E però, con umilissime parole, espose al Re le difficoltà ad eseguire lʼordine ricevuto, e avvertì privatamente Sharp a non mostrarsi per allora in pulpito. Per quanto ragionevoli fossero gli scrupoli di Compton, per quanto ossequiose le sue scuse, Giacomo montò in gran furore. Quale insolenza allegare o la giustizia naturale o la legge positiva in opposizione ad un espresso comandamento del Sovrano! Sharp fu dimenticato. Il vescovo divenne segno alla vendetta del Governo.[96]

XLVIII. Il Re sentì più penosamente che mai la mancanza di quella arme tremenda che un tempo aveva costretti i disobbedienti ecclesiastici a cedere. Probabilmente, sapeva che per poche acri parole profferite contro il governo di Carlo I, il vescovo Williams era stato dallʼAlta Commissione sospeso da tutte le dignità e funzioni ecclesiastiche. Il disegno di richiamare a vita quel formidabile tribunale, fu più che mai affrettato. Nel mese di luglio, Londra fu in commovimento per la nuova che il Re, sfidando direttamente due atti del Parlamento formulati in vigorosissimi termini, affidava lʼintero governo della Chiesa a sette Commissari.[97] Le parole con che la giurisdizione loro veniva significata, erano, come suoi dirsi, elastiche, e potevano essere stiracchiate per ogni verso. Tutti i collegi e le scuole di grammatica, anche quelli chʼerano stati istituiti dalla liberalità di benefattori privati, furono sottoposti alla autorità della nuova Commissione. Tutti coloro che per guadagnarsi il pane avevano mestieri dʼimpiego nella Chiosa o nelle istituzioni accademiche, dal Primate fino al più piccolo curato, dai vicecancellieri dʼOxford e di Cambridge fino al più umile pedagogo che insegnava il Corderio, rimasero in preda alle voglie del Re. Se qualcuno di quelle molte migliaia di uomini cadeva in sospetto di aver fatto o detto la minima cosa spiacevole al Governo, i Commissari potevano citarlo dinanzi al loro tribunale. Nel modo di contenersi con lui, non erano vincolati da alcun freno, come quelli che erano accusatori a un tempo e giudici. Allo accusato non davasi copia dellʼatto dʼaccusa. Era esaminato e riesaminato; ed ove le sue risposte non fossero soddisfacenti, poteva essere sospeso dallʼufficio, destituito, dichiarato incapace di occupare beneficio alcuno per lo avvenire. Sʼegli fosse stato contumace, poteva essere scomunicato, o, in altre parole, privato di tutti i diritti civili, e imprigionato a vita. Poteva anco, a discrezione della Corte, essere condannato a pagare le spese del processo che lo aveva ridotto ad accattare. Non vʼera appello. I Commissarii avevano ordine di eseguire lʼufficio loro, non ostante alcuna legge che fosse o paresse essere incompatibile con le norme ricevute. Da ultimo, perchè nessuno dubitasse essere stata intenzione del Governo ristabilire quella terribile Corte dalla quale il Lungo Parlamento aveva liberata la nazione, al nuovo tribunale fu ingiunto di usare un suggello in cui fosse il medesimo segno e la epigrafe medesima che erano nel suggello della vecchia Alta Commissione.[98]

Capo della Commissione era il Cancelliere. La presenza e lo assenso di lui erano necessarii ad ogni atto. Ciascuno ben conosceva con quanta ingiustizia, insolenza, e barbarie egli sʼera condotto nei tribunali, dove, fino ad un certo segno, era infrenato dalle leggi dellʼInghilterra. Non era quindi difficile prevedere come si sarebbe portato in una situazione in cui egli aveva pieno arbitrio di fare da sè forme di procedura o regole ad investigare i casi.

Degli altri sei Commissarii, tre erano prelati e tre laici. A capo della lista era il nome dello Arcivescovo Sancroft. Ma egli era pienamente convinto che la Corte era illegale, che tutti i suoi giudicii sarebbero stati nulli, e che sedendovici sarebbe incorso in grave responsabilità. Deliberò quindi di non accettare il regio mandato. Nulladimeno, non agì in questa occasione con quel coraggio e con quella sincerità chʼei mostrò allorchè, due anni dopo, si trovò ridotto agli estremi. Pregò lo scusassero, allegando gli affari e la mal ferma salute. Gli altri membri della Commissione, egli soggiunse, erano uomini di tanta abilità, da non avere mestieri del suo aiuto. Queste poco sincere scuse sedevano male sul labbro del Primate di tutta lʼInghilterra in quella occasione; nè valsero a salvarlo dalla collera del Re. Egli è vero che il nome di Sancroft non fu cancellato dalla lista deʼ Consiglieri Privali; ma, con amara mortificazione degli amici della Chiesa, non fu più chiamato neʼ giorni di sessione. «Se egli» disse il Re «è sì malato da non potere andare alla Commissione, è cortesia alleggiarlo dal carico di venire al Consiglio.[99]»

Il Governo non incontrò uguale difficoltà con Nataniele Crewe, Vescovo della grande e ricca diocesi di Durham, uomo di nobile stirpe, e nella sua professione salito tanto alto, che quasi non poteva desiderare di salire di più; ma abietto, vano e codardo. Era stato fatto decano della Cappella Reale, allorquando il vescovo di Londra fu cacciato di Palazzo. Lʼonore di sedere fra il numero deʼ Commissarii ecclesiastici toccò a Crewe. Nulla giovò che alcuni deʼ suoi amici gli mostrassero il rischio a cui egli si esponeva sedendo in un tribunale illegale. Non vergognò di rispondere, chʼei non poteva vivere privo del sorriso del Re, ed, esultando, significò la speranza che il suo nome sarebbe rimasto nella storia: speranza che non gli andò al tutto fallita.[100]

Tommaso Sprat, vescovo di Rochester, fu il terzo Commissario clericale. Era uomo, allo ingegno del quale la posterità non ha reso giustizia. Sventuratamente per la sua riputazione, i suoi versi sono stati stampati nelle raccolte deʼ Poeti Inglesi; e chi lo voglia giudicare daʼ suoi versi, è forza che lo consideri come un imitatore servile, che senza una scintilla dellʼammirevole genio di Cowley, scimmiottava ciò che nello stile di Cowley era meno commendevole: ma chi conosce le prose di Sprat, farà un diverso giudicio delle sue facoltà intellettuali. E veramente, era grande maestro della nostra lingua, e possedeva ad unʼora la eloquenza dellʼoratore, del controversista e dello storico. Il suo carattere morale avrebbe riportato poco biasimo, se egli fosse stato addetto ad una professione meno sacra; imperocchè il peggio che intorno a lui si possa dire, è dʼessere stato indolente, lussurioso e mondano; ma tali falli, quantunque nei secolari non sogliano comunemente considerarsi come bruttissimi, sono scandalosi in un prelato. Lo arcivescovato di York era vacante; Sprat sperava dʼottenerlo, e però accettò lʼufficio nella Commissione ecclesiastica: ma era uomo di sì buona indole, da non potersi condurre con durezza; ed aveva tanto buon senso, da vedere ohe avrebbe in futuro potuto essere chiamato a render conto di sè dinanzi al Parlamento. Per la qual cosa, benchè egli acconsentisse di accettare lʼufficio, si studiò di acquistare, quanto gli fu possibile, meno nemici.[101]

I tre altri Commissari furono il Lord Tesoriere, il Lord Presidente, e il Capo Giudice del Banco del Re. Rochester, disapprovando la cosa e brontolando, assentì a servire. Quantunque gli toccasse di soffrir molto alla Corte, non sapeva indursi ad abbandonarla. Quantunque molto amasse la Chiesa, non sapeva indursi a sacrificare per essa il suo bianco bastone, il potere di disporre deglʼimpieghi, la sua paga di ottomila lire sterline lʼanno, e gli assai più grossi emolumenti indiretti del suo ufficio. Scusò con gli altri la propria condotta, e forse con sè stesso, allegando che, come Commissario, avrebbe potuto impedire molti danni; ed ove egli avesse ricusato quel posto, sarebbe stato occupato da qualcun altro meno di lui devoto alla religione protestante. Sunderland rappresentava la cabala gesuitica. La sentenza di recente profferita da Herbert intorno alla questione della potestà di dispensare, era bastevole argomento a provare che non avrebbe abborrito di obbedire ciecamente a tutte le voglie di Giacomo.

XLIX. Appena apertasi la Commissione, il vescovo di Londra fu citato dinanzi al nuovo tribunale. Obbedì. «Io voglio da voi» disse Jeffreys «una risposta diretta e positiva. Perchè non avete sospeso il Dottor Sharp?»

Il vescovo chiese copia dellʼatto che istituiva la Commissione, per conoscere per virtù di quale autorità egli fosse così interrogato. «Se intendete» disse Jeffreys «contrastare allʼautorità nostra, userò altri mezzi con voi. In quanto allʼatto che chiedete, non dubito punto che lo abbiate veduto. In ogni caso, potreste vederlo per un soldo in qualunque bottega di caffè.» Eʼ pare che la insolente risposta del Cancelliere muovesse a sdegno gli altri Commissari, sì che gli fu forza di addurre qualche scusa contorta. Ritornò poi al punto dal quale erasi dilungato, dicendo: «Questa non è una Corte dove le accuse si mostrano in iscritto. La nostra procedura è sommaria, e verbale. La questione è chiarissima. Perchè non avete voi obbedito al Re?» Con qualche difficoltà Compton potè ottenere un breve indugio, e lʼassistenza dʼun avvocato. Udite le ragioni da lui allegate, fu manifesto a tutti che il vescovo aveva semplicemente fatto ciò chʼegli era tenuto a fare. Il Tesoriere, il Capo Giudice e Sprat opinarono di mandarlo assoluto. Il Re arse di sdegno. Eʼ pareva che la sua Commissione Ecclesiastica gli volesse anchʼella mancare, come gli aveva mancato il suo Parlamento Tory. A Rochester disse di eleggere tra il dichiarare colpevole il vescovo, o lasciare lʼufficio del Tesoro. Rochester fu sì vile, che si arrese. Compton fu sospeso dalle sue funzioni spirituali; il carico della sua grande diocesi fu commesso ai suoi giudici, Sprat e Crewe. Seguitò, non per tanto, a risedere nel proprio palazzo e ricevere le rendite; perocchè sapevasi che ove avessero tentato di privarlo deʼ suoi emolumenti temporali, ei si sarebbe posto sotto la protezione del diritto comune; e lo stesso Herbert dichiarò, che i tribunali di diritto comune avrebbero profferita sentenza contro la Corona. Ciò indusse il Re a star cheto. Solo alquanti giorni erano corsi dacchè egli aveva a suo modo raffazzonate le Corti di Westminster Hall, onde ottenere una sentenza favorevole alla sua potestà di dispensare; e adesso si accôrse che, ove non le avesse di nuovo raffazzonate, non avrebbe potuto ottenere una decisione in favore degli atti della sua Commissione Ecclesiastica. Deliberò, quindi, di differire per breve tempo la confisca deʼ beni liberi deʼ chierici disubbidienti.[102]