Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 7

Chapter 73,619 wordsPublic domain

La storia di questo stranissimo intrigo sarebbe incompiuta, ove non aggiungessi che esiste tuttora una meditazione religiosa, scritta di mano propria dal Lord Tesoriere, nel giorno stesso in cui la notizia chʼegli si provava di governare il suo signore per mezzo dʼuna concubina, fu trasmessa da Bonrepaux a Versailles. Nessun componimento di Ken o di Leighton è imbevuto di spirito più fervido e di pietà più esaltata, che questa religiosa effusione. Non può tenersi in sospetto dʼipocrisia; imperocchè manifesto si conosce che quello scritto doveva solo servire per uso privato dello scrittore, e non fu pubblicato se non cento e più anni dopo chʼegli giaceva cenere ed ossa dentro il sepolcro. Fino a tal segno la storia supera in istranezza la finzione! ed è pur troppo vero che la natura ha capricci che lʼarte non osa imitare. Un poeta drammatico mal si rischierebbe a porre sulla scena un principe severo, nel verno degli anni, pronto a sacrificare la corona per giovare la propria religione, instancabile nel fare proseliti, che ad unʼora abbandonava ed insultava la moglie giovine e bella, per vaghezza d1 una druda che non aveva nè giovinezza nè beltà. Anche meno, se pure è possibile, un drammaturgo ardirebbe immaginare un uomo di Stato che si abbassi al vergognoso mestiere di mezzano dʼamore, e chiami la propria moglie ad aiutarlo in quel disonorevole ufficio; e nulladimanco, nei momenti dʼozio, ridottosi nel domestico ritiro, innalzi lʼanima a Dio, spargendo lacrime di penitenza e recitando devote giaculatorie.[69]

XXXVIII. Il Tesoriere presto sʼaccôrse che servendosi di mezzi scandalosi per giungere ad un laudevole fine, aveva commesso non solo un delitto ma uno sbaglio. Adesso la Regina gli era divenuta nemica. Ella fece sembiante, a dir vero, di ascoltare con cortesia le parole con che gli Hydes tentarono di scusare, come meglio poterono, la propria condotta; e in alcune occasioni mostrò di usare la sua influenza a favor loro: ma avrebbe dovuto essere o da più o da meno che non è una donna, se avesse veramente dimenticata la congiura ordinata dalla famiglia della prima moglie di Giacomo contro la sua dignità e felicità domestica. I Gesuiti, con rigorose parole, dimostrarono al Re il pericolo dal quale era, quasi per miracolo, campato, dicendo come la riputazione, la pace e lʼanima di lui fossero state poste a repentaglio per le trame del suo primo ministro. Il Nunzio, che volentieri avrebbe frustrato la influenza del partito violento, e cooperato cogli uomini moderati del Gabinetto, non potè onestamente e decentemente dividersi in questa occasione da Padre Petre. Lo stesso Giacomo, dopo che il mare lo ebbe partito dalle malìe onde era stato sì fortemente affascinato, non potè non sentire ira e dispregio verso coloro i quali sʼerano studiati di governarlo per mezzo deʼ suoi vizi. Le cose successe era mestieri che gli facessero maggiormente stimare la sua Chiesa, e disistimare quella dʼInghilterra. I Gesuiti che, come correva la moda, erano chiamati i più pericolosi deʼ consiglieri spirituali, sofisti che sovvertivano tutto il sistema della morale evangelica, adulatori che andavano debitori del proprio potere principalmente alla indulgenza con cui trattavano i peccati deʼ grandi, lo avevano ritratto da una vita colpevole con rimproveri acri ed arditi, come quelli che Natan fece a David, o Giovanni Battista ad Erode. Dallʼaltra parte, i fervidi Protestanti, che parlavano sempre della rilassatezza deʼ casisti papali, e della malvagità di operare il male perchè se ne potesse conseguire il bene, avevano tentato di procurare il bene della propria Chiesa per una via considerata da ogni cristiano come gravemente criminosa. La vittoria della cabala deʼ pessimi consiglieri fu quindi compiuta. Il Re trattò freddamente Rochester. I cortigiani e i ministri stranieri tosto si accôrsero che il Lord Tesoriere era primo ministro solamente di nome. Seguitò a dare consigli ogni giorno, ed ebbe lʼonta di vederli ogni giorno rigettati. Nulladimeno, non sapeva indursi ad abbandonare quellʼapparenza di potere, e gli emolumenti che direttamente e indirettamente ei ricavava dal suo alto ufficio. Fece quindi quanto potè per nascondere agli occhi del pubblico lʼamarezza dellʼanima sua. Ma le sue violenti passioni e le sue intemperanti abitudini non gli concedevano di sostenere la parte di simulatore. Il suo conturbato aspetto, sempre che egli usciva dalla sala del Consiglio, mostrava che non erano stati lieti i momenti ivi passati; e quando il bicchiere gli scaldava il cervello, gli fuggivano di bocca parole che manifestamente rivelavano la inquietudine dellʼanimo.[70]

E aveva ragione dʼessere inquieto. Glʼindiscreti e impopolari provvedimenti si succedevano rapidamente lʼun lʼaltro. Ogni pensiero di ritornare alla politica della Triplice Alleanza era abbandonato. Il Re esplicitamente confessò ai ministri di queʼ potentati continentali, coi quali già aveva avuto intendimento di collegarsi, che aveva affatto mutato pensiero, e che lʼInghilterra doveva seguitare ad essere, come era stata sotto lʼavo, il padre e il fratello suoi, di nessun conto in Europa. «Non sono in condizioni» ei disse allo Ambasciatore Spagnuolo «dʼimpacciarmi di ciò che accade fuori deʼ miei Stati. Sono risoluto di lasciare che le faccende straniere piglino il loro corso, di consolidare lʼautorità mia nel mio Regno, e di fare qualche cosa a pro della mia religione.» Pochi giorni dipoi manifestò i medesimi intendimenti agli Stati Generali.[71] Da quel tempo sino alla fine del suo ignominioso regno, non fece alcuno positivo sforzo a trarsi di vassallaggio, quantunque non potesse mai, senza dare in furore, sentirsi chiamare vassallo.

I due fatti onde il pubblico si accôrse che Sunderland e il suo partito avevano vinto, furono la proroga del Parlamento dal febbraio al maggio, e la partenza di Castelmaine per Roma, col grado dʼambasciatore di primissima classe.[72]

Fino allora tutti gli affari del Governo Inglese alla Corte Papale erano stati affidati a Giovanni Caryl. Questo gentiluomo era noto ai suoi coetanei come persona ricca e educata, e come autore di due opere drammatiche applaudite; cioè dʼuna tragedia in versi rimati, che era stata resa popolare dallʼinsigne attore Betterton; e di una commedia, che dʼogni suo pregio va debitrice alle scene rubate a Molière. Questi componimenti sono da lungo tempo caduti in oblio; ma ciò che Caryl non valse a fare a suo pro, è stato fatto per lui da un più possente ingegno. Un mezzo verso nel Riccio Rapito ha reso immortale il suo nome.

XXXIX. Caryl, il quale al pari di tutti gli altri rispettabili Cattolici Romani era nemico alle misure violente, aveva con buon senso e buon animo adempiuto il suo delicato incarico a Roma. La commissione affidatagli ei compì lodevolmente; ma non aveva carattere officiale, e studiosamente schivò ogni dimostrazione. E però i suoi servigi furono quasi di nessuna spesa al Governo, e non provocarono mormorazioni. Al suo ufficio venne adesso sostituita una dispendiosa e pomposa ambasciata, che offese grandissimamente il popolo inglese, mentre non piacque punto alla Corte di Roma. Castelmaine ebbe lo incarico di domandare un cappello cardinalizio pel suo alleato Padre Petre.

Verso il medesimo tempo, il Re cominciò a mostrare, in modo non equivoco, ciò che veramente sentiva verso gli esuli Ugonotti. Mentre sperava di sedurre il Parlamento a mostrarsi sommesso, e intendeva di farsi capo della coalizzazione europea contro la Francia, aveva simulato di biasimare la revoca dello editto di Nantes, e commiserare quegli infelici dalla persecuzione cacciati lungi dalle patrie contrade. Aveva fatto annunziare che in ogni chiesa del Regno si sarebbe fatta, con la sua approvazione, una colletta a beneficio loro. Un apposito proclama era stato compilato con parole che avrebbero ferito lʼorgoglio di un sovrano meno irritabile e vanaglorioso di Luigi. Ma adesso tutto mutò dʼaspetto. I principii del trattato di Dover diventarono di nuovo i fondamenti della politica estera dellʼInghilterra. Si fecero quindi ampie apologie per la scortesia con cui il Governo Inglese aveva agito verso la Francia mostrando favore ai fuorusciti francesi. Il proclama che era spiaciuto a Luigi, fu revocato.[73] I ministri Ugonotti furono avvertiti di parlare con riverenza del loro oppressore neʼ loro pubblici discorsi; se no, avrebbero corso pericolo. Giacomo non solo cessò di manifestare commiserazione per queʼ malarrivati, ma dichiarò di credere che essi covassero perfidissimi disegni, e confessò di avere errato proteggendoli. Giovanni Claude, uno deʼ più illustri fuorusciti, aveva pubblicato nel continente un piccolo volume, nel quale dipingeva con tinte vigorose i patimenti deʼ suoi confratelli. Barillon chiese che il libro venisse solennemente vituperato. Giacomo assentì, e in pieno Consiglio dichiarò, come fosse suo piacere che il libello di Claude venisse bruciato dinanzi la Borsa Reale per mano del boia. Anche Jeffreys ne rimase attonito, e provossi di mostrare che siffatto procedimento era senza esempio; che il libro era scritto in lingua straniera; che era stato stampato in una tipografia straniera; che si riferiva interamente a fatti successi in un paese straniero; e che nessun Governo inglese sʼera mai impacciato di tali opere. Giacomo non patì che la questione venisse discussa. «La mia deliberazione» disse egli «è fatta. Oramai è nata lʼusanza di trattare i Re con poco rispetto, ed è mestieri che tutti vicendevolmente si difendano. Un Re dovrebbe essere sempre il sostegno dellʼaltro; ed io ho ragioni particolari per rendere al Re di Francia questo atto di rispetto.» I consiglieri stettero muti. Lʼordine fu emanato; e il libro di Claude fu dato alle fiamme, non senza alte mormorazioni di molti che erano stati ognora riputati fermi realisti.[74]

La colletta, già promessa, fu per lungo tempo per vari pretesti differita. Il Re volentieri avrebbe mancato alla sua parola; ma lʼaveva così solennemente data, che non poteva, senza somma vergogna, ritirarla.[75] Non per tanto, nulla fu omesso che potesse intiepidire lo zelo delle congregazioni. Aspettavasi che, secondo la costumanza solita in simili casi, il popolo venisse esortato dai pulpiti. Ma Giacomo era determinato di non tollerare declamazioni contro la religione e lʼalleato suo. Lo arcivescovo di Canterbury ebbe, perciò, ordine di far sapere al clero, che si doveva semplicemente leggere il regio proclama, senza presumere di predicare intorno ai patimenti deʼ protestanti francesi.[76] Nondimeno, le offerte furono in tanta copia, che, fatta ogni deduzione, la somma di quaranta mila lire sterline venne depositata nella Camera di Londra. Forse non vʼè stata nellʼetà nostra colletta così generosa in proporzione deʼ mezzi della nazione.[77]

Il Re rimase amaramente mortificato da sì generosa colletta, fattasi in ubbidienza al suo invito. Sapeva bene, disse egli, che cosa significava tale liberalità. Era un puro dispetto che i Whig avevano inteso di fare a lui ed alla sua religione;[78] ed aveva già deciso che la somma raccolta non servisse per coloro che i donatori volevano beneficare. Era stato per parecchie settimane in istretta comunicazione intorno a questo negozio con la Legazione. Francese; ed approvante la Corte Francese, si appigliò ad un partito che non può di leggieri conciliarsi coʼ principii di tolleranza chʼegli poscia pretese di professare. I fuorusciti erano zelanti del culto e della disciplina deʼ Calvinisti. Giacomo, quindi, fece comandamento che a niuno fosse dato un tozzo di pane o una cesta di carbone, se prima non avesse prestato il giuramento a seconda del rituale anglicano.[79] È cosa strana che questo inospitale provvedimento fosse stato immaginato da un principe, il quale considerava lʼAtto di Prova come un oltraggio fatto ai diritti della coscienza: imperocchè, per quanto ingiusto possa essere lʼimporre un Atto di Prova con sacramento onde chiarirsi se gli uomini meritino occupare gli uffici civili e militari, è senza alcun dubbio assai più ingiusto imporre il detto sacramento per conoscere se essi, nella estrema miseria, meritino carità. Nè Giacomo aveva la scusa che potrebbe allegarsi a scemare la colpa da tutti quasi i persecutori; perocchè la religione chʼegli imponeva ai fuorusciti, a pena di lasciarli morire di fame, non era la religione chʼegli professava. La sua condotta, adunque, verso loro era meno scusabile di quella di Luigi: poichè costui gli oppressava sperando di ricondurli da una dannevole eresia alla vera Chiesa; Giacomo gli opprimeva solo onde costringerli ad apostatare da una dannevole eresia, ed abbracciarne unʼaltra.

Una Commissione, nella quale era il Cancelliere, fu istituita a distribuire le pubbliche limosine. Nella prima adunanza, Jeffreys manifestò la volontà del Re. Disse che i fuorusciti erano troppo generalmente nemici della monarchia e dello episcopato. Se volevano ottenere qualche sussidio, era mestieri che si convertissero alla Chiesa Anglicana, e prestassero il giuramento nelle mani del suo cappellano. Molti esuli che erano andati pieni di gratitudine e di speranza a chiedere qualche soccorso, udirono la propria sentenza, e con la disperazione nel cuore partironsi.[80]

XL. Si appressava il mese di maggio, mese stabilito per la ragunanza delle Camere; ma furono di nuovo prorogate sino a novembre.[81] Non era strano che il Re aborrisse di vederle adunate; imperciocchè era risoluto di abbracciare una politica che egli sapeva bene essere da loro detestata. Daʼ suoi predecessori aveva ereditate due prerogative, i confini delle quali non sono stati rigorosamente definiti, e che, esercitate illimitatamente, basterebbero a sovvertire tutto lʼordinamento politico dello Stato e della Chiesa. Erano il potere di dispensare e la supremazia ecclesiastica. Per virtù dellʼuno, il Re propose di ammettere i Cattolici Romani, non solo agli uffici civili e militari, ma anche agli spirituali. Per virtù dellʼaltra, sperava di rendere il clero anglicano strumento della distruzione della loro propria Chiesa.

Questo disegno si venne gradatamente esplicando da sè. Non si stimò sicuro cominciare concedendo allo intero corpo deʼ Cattolici Romani dispensa dagli statuti che imponevano pene e giuramenti; perciocchè non vʼera cosa che fosse così pienamente stabilita come la illegalità di una tale dispensa. La Cabala nel 1672 aveva promulgata una dichiarazione generale dʼIndulgenza. I Comuni, appena adunatisi, protestarono contro. Carlo II aveva ordinato che fosse cassata in sua presenza, ed aveva di propria bocca e con un messaggio scritto data assicurazione alle Camere, che lʼatto che aveva cagionato tanto lamento, non sarebbe stato mai considerato come esempio precedente. Sarebbe stato difficile trovare in tutti i collegi dʼavvocati un giureconsulto di qualche riputazione, che avesse voluto difendere una prerogativa, alla quale il Sovrano, assiso sul trono in pieno Parlamento, aveva solennemente pochi anni innanzi rinunziato. E però, il primo fine che Giacomo si prefissse, fu quello dʼottenere che le Corti di Diritto Comune riconoscessero chʼegli, almeno fino a questo segno, possedeva la potestà di dispensare.

XLI. Ma, quantunque le sue pretese fossero modiche in agguaglio di quelle che manifestò pochi mesi dopo, si accôrse tosto che gli stava contro lʼopinione di quasi tutta Westminster Hall. Quattro deʼ giudici gli fecero intendere, che in questa occasione non potevano secondare il suo proponimento; ed è da notarsi che tutti e quattro erano Tory violenti, e fra essi vʼerano uomini che avevano accompagnato Jeffreys nella sua missione di sangue, e che avevano assentito alla morte di Cornish e dʼElisabetta Gaunt. Jones, Capo Giudice deʼ Piati Comuni, uomo che non sʼera mai prima ricusato a nessuna bassa azione, comunque crudele e servile, adesso parlò nel gabinetto regio con parole che sarebbero state convenevoli alle labbra deʼ magistrati più integerrimi di cui faccia ricordo la storia nostra. Gli fu detto chiaramente, o di smettere la propria opinione, o lasciare lʼimpiego. «In quanto al mio impiego» rispose, «poco mi curo. Ormai son vecchio, e mi son logorata la vita in servizio della Corona; ma rimango mortificato nel vedere che Vostra Maestà mi stimi capace di dare un giudicio che nessuno, tranne un uomo stolto e disonesto, potrebbe dare.»—«Ho risoluto» disse il Re «di avere dodici giudici i quali la pensino come me in questo negozio.»—«La Maestà Vostra» rispose Jones «potrebbe trovare dodici giudici che la pensino come Voi, ma non dodici giurisperiti.»[82] Fu destituito, con Montague, Capo Barone dello Scacchiere; e due altri giudici inferiori, Neville e Charlton. Uno deʼ nuovi giudici era Cristoforo Milton, fratello minore del gran poeta. Poco si sa di Cristoforo, salvo che a tempo della guerra civile era stato realista, e che adesso, giunto alla vecchiezza, pendeva verso il papismo. Non pare che si convertisse mai formalmente alla Chiesa di Roma; ma certo scrupoleggiava a comunicare con la Chiesa dʼInghilterra, ed aveva quindi un forte interesse a difendere la potestà di dispensare.[83]

Il Re trovò i suoi consiglieri giuristi disubbidienti quanto i giudici. Il primo che seppe di dovere difendere la potestà di dispensare, fu lʼAvvocato Generale Heneage Finch. Senza tanti andirivieni, ricusò di farlo, e il dì dopo fu destituito dallʼufficio.[84] Al Procuratore Generale Sawyer fu ingiunto di rilasciare ordini per autorizzare i membri della Chiesa di Roma ad occupare i beneficii pertinenti a quella dʼInghilterra. Sawyer era stato profondamente implicato nelle più crude e inique persecuzioni di quel tempo, ed era daʼ Whig abborrito come uomo che aveva le mani imbrattate del sangue di Russell e di Sidney; ma in questa occasione non mostrò difetto dʼonestà e di fermezza. «Sire,» disse egli «questo non importa dispensare semplicemente da uno statuto; ma vale il medesimo che annullare lʼintero Diritto Statutario, da Elisabetta fino a noi. Io non oso porvi mano; e scongiuro la Maestà Vostra a considerare se una tanta aggressione ai diritti della Chiesa sia dʼaccordo con le ultime promesse che avete generosamente fatte.»[85] Sawyer sarebbe stato come Finch destituito, se il Governo avesse potuto trovargli un successore: ma ciò non era cosa di poco momento. Era necessario, a proteggere i diritti della Corona, che uno almeno deʼ legali della Corona fosse uomo dotto, abile ed esperto; e non era da trovarsi un tale uomo che difendesse la potestà di dispensare. Al Procuratore Generale fu, dunque, per pochi mesi lasciato lʼimpiego. Tommaso Powis, uomo da nulla, che non aveva altri requisiti, dalla servilità allʼinfuori, per occupare qualche alto ufficio, fu nominato Avvocato Generale.

XLII. Gli apparecchi preliminari erano ormai compiti. Vʼerano un Avvocato Generale per difendere la potestà di dispensare, e dodici giudici per decidere a favore di quella. La questione, adunque, fu sollecitamente messa in campo. Sir Eduardo Hales, gentiluomo di Kent, erasi convertito al papismo in tempi neʼ quali niuno poteva impunemente dichiararsi papista. Aveva tenuta secreta la propria conversione, e tutte le volte che ne veniva richiesto, affermava dʼessere Protestante con solennità tale, da dare poco credito ai suoi principii. Come Giacomo ascese al trono, non vi fu mestieri di simulazione. Sir Eduardo apostatò pubblicamente, e ne ebbe in ricompensa il comando dʼun reggimento di fanteria. Lo aveva tenuto per più di tre mesi senza prestare il giuramento. Era quindi soggetto alla pena di cinquecento lire sterline, che chi lo avesse accusato poteva ricuperare per via dʼazione di debito. Un uomo di condizione servile fu adoperato a portare lʼazione nella Corte del Banco del Re. Sir Eduardo non negò i fatti allegati contro lui, ma disse di possedere lettere patenti, che lo autorizzavano a tenere il suo ufficio, malgrado lʼAtto di Prova. Lo accusatore ammise che le ragioni di Sir Eduardo erano vere in fatto, ma negò che quella fosse una soddisfacente risposta. Così fu fatta una semplice questione di diritto da decidersi dalla Corte. Un avvocato che era notissimo strumento del Governo, comparve per il simulato accusatore, e fece alcune lievi obiezioni alle ragioni allegate dallʼaccusato. Il nuovo Avvocato Generale rispose. Il Procuratore Generale non prese parte al giudicio. Il Lord Capo Giudice, Sir Eduardo Herbert, profferì la sentenza. Annunziò dʼavere esposta la questione a tutti i dodici giudici, e che undici di loro opinavano che il Re potesse legittimamente dispensare dagli statuti penali nei casi particolari, e per ragioni di grave importanza. Il Barone Street, lʼunico che dètte il voto contrario, non fu destituito dallʼufficio. Era uomo così immorale, che era abborrito perfino dai suoi stessi parenti, e che il Principe dʼOrange, a tempo della Rivoluzione, fu avvertito di non ammetterlo al suo cospetto. Il carattere di Street rende impossibile il credere che egli avesse voluto mostrarsi più scrupoloso deʼ suoi colleghi. Il carattere di Giacomo rende impossibile il credere che un Barone dello Scacchiere, mostratosi disubbidiente, fosse stato lasciato nellʼimpiego. Non può esservi alcun dubbio ragionevole che il giudice dissenziente, come lʼaccusatore e il costui difensore, non avessero agito dʼaccordo. Importava assai che vi fosse grande preponderanza dʼautorità a favore della potestà di dispensare; ed era al pari importante che il Banco, che era stato studiosamente ricomposto per quella circostanza, avesse lʼapparenza dʼessere indipendente. Ad un giudice, quindi, che era il meno rispettabile deʼ dodici, fu permesso, e più probabilmente comandato, di votare contro la prerogativa.[86]

La potestà in tal modo riconosciuta dalle Corti di Legge, non fu lasciata inoperosa. Un mese dopo la sentenza proferita dal Banco del Re, quattro Lordi cattolici romani furono chiamati al Consiglio Privato. Due di loro, Powis e Bellasyse, appartenevano al partito moderato, e probabilmente accettarono lʼufficio con repugnanza e con molti tristi presentimenti. Gli altri due, Arundell e Dover, non avevano cosiffatti presentimenti.[87]

XLIII. La potestà di dispensare fu, nel medesimo tempo, adoperata a rendere i Cattolici Romani atti ad occupare i beneficii ecclesiastici. Il nuovo Avvocato Generale prontamente emanò i decreti che Sawyer aveva ricusato di fare. Uno di questi decreti fu in favore dʼuno sciagurato che aveva nome Eduardo Sclater, e che possedendo due beneficii, voleva tenerli a qualunque costo, e in tutte le vicissitudini. La domenica delle Palme del 1686, egli amministrò la comunione ai suoi parrocchiani secondo il rito della Chiesa Anglicana. Nella seguente domenica della Pasqua, celebrò la Messa. La regia dispensa lo autorizzò a fruire degli emolumenti deʼ suoi beneficii. Alle rimostranze deʼ patroni che gli avevano conferiti, rispose con insolenti parole di provocazione; e mentre alla causa deʼ Cattolici Romani spirava prospero il vento, ei pubblicò un assurdo trattato in difesa della propria apostasia. Ma pochi giorni dopo la Rivoluzione, una gran folla convenne nel tempio di Santa Maria nel Savoy, per vederlo rientrare nel grembo della religione da lui abbandonata. Leggendo lʼabjura, le lacrime gli scendevano copiose giù per le guance, e profferì unʼacre invettiva contro i preti papisti, dalle arti deʼ quali era stato sedotto.[88]