Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 55

Chapter 553,541 wordsPublic domain

Ambedue le Camere si appressarono inchinandosi. Guglielmo e Maria si fecero innanzi di pochi passi. Halifax a diritta e Powle a sinistra avanzatisi, Halifax favellò. Disse la Convenzione avere fatta una deliberazione chʼegli pregava le Altezze Loro dʼascoltare. Quelle fecero cenno dʼassentimento, e il Cancelliere lesse ad alta voce la Dichiarazione dei Diritti. E come egli ebbe finito, Halifax in nome di tutti gli Stati del Reame, pregò il Principe e la Principessa dʼaccettare la Corona.

LII. Guglielmo a nome suo e della moglie rispose che essi tenevano in maggior pregio la Corona perchè era loro offerta come pegno della fiducia della nazione. «Pieni di gratitudine noi accettiamo» disse egli «il dono che ci avete offerto.» Poi, quanto a sè, gli assicurò che le leggi della Inghilterra da lui ora rivendicate, sarebbero norma della sua condotta; che egli si studierebbe di promuovere il bene del Regno, e quanto ai mezzi di farlo, chiederebbe sempre consiglio alle Camere, volendosi più volentieri fidare del giudicio loro che del suo.[671] Queste parole furono accolte con uno scoppio di gioiose grida alle quali in un baleno risposero dalle vie gli evviva di molte migliaia. I Lordi e i Comuni quindi rispettosamente uscirono dalla Sala del banchetto e andarono in processione alla maggior porta di Whitehall, dove li attendevano gli Araldi coperti deʼ loro sontuosi mantelli. Tutto quello spazio fino a Charing Cros rendeva immagine di un mare di teste. I timpani suonarono, squillarono le trombe, e il Re dʼArmi ad alta voce proclamò il Principe e la Principessa dʼOrange Re e Regina dʼInghilterra, intimò a tutti glʼInglesi dʼessere, dʼallora innanzi, sinceramente fedeli e ligi ai nuovi sovrani, e supplicò Dio, il quale aveva con sì segnalato modo liberata la nostra Chiesa e la nostra Nazione, benedicesse Guglielmo e Maria, concedendo loro lungo e felice regno.[672]

LIII. In questa guisa fu consumata la Rivoluzione inglese. Ogni qual volta la paragoniamo con quelle, che, negli ultimi sessanta anni, hanno rovesciato tanti vetusti governi, non possiamo a meno di rimanere maravigliati dellʼindole speciale di quella. Perchè la sua indole fosse così speciale è bastevolmente chiaro, e non per tanto eʼ sembra che non sia stata sempre intesa da coloro che lʼhanno commendata nè da coloro che lʼhanno biasimata.

Le rivoluzioni del Continente successe nei secoli decimottavo e decimonono ebbero luogo in paesi dove da lungo tempo più non rimaneva vestigio della monarchia temperata del medio evo. Il diritto che aveva il Principe di fare leggi, e imporre tasse, era rimasto per molte generazioni incontrastato. Il suo trono era difeso da un grande esercito stanziale. Il suo governo non poteva senza estremo pericolo essere biasimato nè anche con moderatissime parole. I suoi sudditi non godevano la libertà personale che a libito del Principe. Non restava neppure una istituzione, a memoria deʼ più vecchi, la quale prestasse al suddito sufficiente protezione contro le enormezze della tirannide. Quelle grandi congreghe che un tempo avevano domata la potestà regia erano cadute in oblio. La struttura e i privilegi loro erano noti ai soli antiquari. Non possiamo quindi maravigliarci che allorquando ad uomini siffattamente governati venne fatto di strappare il supremo potere dalle mani di un governo che in cuor loro da lungo tempo aborrivano, eglino fossero corrivi a demolire e inetti a riedificare; che rimanessero sedotti da ogni novità, proscrivessero ogni titolo, cerimonia, e frase che richiamava alla mente la idea del vecchio sistema, e dilungandosi con disgusto dalle nazionali tradizioni frugassero nei volumi deʼ politici filosofanti a trovarvi principii di governo, o con ridicola e stolta affettazione scimmiottassero i patriotti di Atene e di Roma. Non possiamo medesimamente maravigliarci che la violenta azione dello spirito rivoluzionario fosse seguita da una reazione al pari violenta, e che la confusione, poco dopo, generasse un dispotismo più severo di quello donde essa era nata.

Se noi ci fossimo trovati nella medesima situazione; se a Strafford fosse riuscito di mandare ad effetto la sua prediletta idea del _Compiuto_, di formare un esercito numeroso e bene disciplinato, come quello che, pochi anni dopo, Cromwell creò; se parecchie decisioni giudiciali simili a quella che fu profferita dalla Camera dello Scacchiere nel caso della imposta marittima, avessero trasferito nella Corona il diritto di gravare il popolo di balzelli; se la Camera Stellata e lʼAlta Commissione Ecclesiastica avessero seguitato a multare, mutilare e porre in carcere chiunque osava alzare la voce contro il Governo; se la stampa fosse stata pienamente inceppata come in Vienna e in Napoli; se i nostri Re avessero gradatamente recato alle loro mani tutto il potere legislativo; se pel corso di sei generazioni non avessimo avuta nè anche una sessione di Parlamento; e se alla perfine in qualche istante di fiero concitamento fossimo insorti contro i nostri padroni; quale scoppio di furore popolare ne sarebbe seguito! Con che fracasso, udito e sentito sino ai confini del mondo, il vasto edificio sociale sarebbe caduto a terra! Quante migliaia dʼesuli, un tempo i più felici e culti membri di questa grande cittadinanza, sarebbero andati mendicando il pane loro per le terre del Continente, o avrebbero cercato ricovero neʼ rozzi tugurii fra mezzo alle foreste dellʼAmerica! Quante volte avremmo veduto sossopra i lastricati di Londra per asserragliare le strade, crivellate di palle le case, spumanti di sangue i rigagnoli! Quante volte saremmo furiosamente corsi da un estremo allʼaltro, dallʼanarchia cercando rifugio nel dispotismo, e a liberarci dal dispotismo ricadendo nellʼanarchia! Quanti anni di sangue e di confusione ci sarebbe costato lo imparare i rudimenti primi della sapienza politica! Da quante fanciullesche teorie saremmo stati ingannati! Quante informi e mal ponderate Costituzioni avremmo inalzate solo per vederle nuovamente cadere! Sarebbe stata insigne ventura per noi se mezzo secolo di rigida disciplina fosse stato sufficiente a educarci a godere della vera libertà.

Tali sciagure la nostra Rivoluzione scansava. Era vigorosamente difensiva ed aveva seco prescrizione e legittimità. Tra noi, e solo tra noi, una monarchia temperata dal secolo decimoterzo sʼera serbata intatta fino al decimosettimo. Le nostre istituzioni parlamentari erano in pieno vigore; eccellenti i più essenziali principii del Governo; non formalmente nè esattamente compresi in un solo documento scritto, ma sparsi nei nostri antichi e nobili statuti, e—cosa di somma importanza—impressi da quattrocento anni in cuore a tutti glʼInglesi. Che senza il consenso deʼ rappresentanti della Nazione non si potesse fare atti legislativi, imporre tasse, mantenere esercito stanziale, imprigionare nessuno nè anche per un giorno ad arbitrio del Sovrano; che nessun satellite del Governo potesse allegare un ordine del Re come scusa per violare qual si fosse diritto dellʼinfimo suddito; tutte queste cose erano considerate tanto daʼ Whig che dai Tory quali leggi fondamentali del reame. Un Regno in cui erano siffatte leggi fondamentali non aveva mestieri dʼuna nuova Costituzione.

Ma comechè non vi fosse cotesto bisogno, era chiara la necessità di riforme. Il pessimo governo degli Stuardi, e le perturbazioni da quello suscitate, bastevolmente provavano che il nostro ordinamento politico in alcuna sua parte difettava; ed era debito della Convenzione indagare e supplire a tale difetto.

Varie questioni di grave momento lasciavano tuttavia aperto il campo alle dispute. La nostra Costituzione era nata in tempi nei quali gli uomini di Stato non erano cotanto assuefatti a fare definizioni esatte. Ne erano quindi impercettibilmente surte anomalie incompatibili con la Costituzione e pericolose alla sua stessa esistenza, e non avendo nel corso di anni molti cagionato gravi inconvenienti, avevano a poco a poco acquistato forza di prescrizione. Rimedio a questi mali era il riconfermare i diritti del popolo con parole tali che eliminassero ogni controversia, e dichiarare che nessuno esempio valesse a giustificare qual si fosse violazione di questi diritti.

Ciò fatto, eʼ sarebbe stato impossibile ai nostri principi male intendere la legge; ma non facendosi alcunʼaltra cosa di più, non era al tutto improbabile che essi la potessero violare. Sventuratamente la Chiesa aveva da lungo tempo insegnato alla Nazione che la monarchia ereditaria, sola tra tutte le nostre istituzioni, era divina e inviolabile; che il diritto che ha la Camera dei Comuni di partecipare al potere legislativo, era semplicemente diritto umano, ma quello che ha il Re alla obbedienza passiva del popolo era derivato dal Cielo; che la _Magna Charta_ era uno statuto il quale poteva revocarsi da coloro che lo avevano fatto, ma il principio, per virtù del quale i principi di sangue regio venivano chiamati al trono per ordine di successione, era dʼorigine divina, ed ogni atto parlamentare incompatibile con quello era nullo. Egli è evidente che in una società nella quale tali superstizioni prevalgono, la libertà costituzionale è dʼuopo sia mal sicura. Una potestà che è considerata come ordinamento dellʼuomo non vale ad infrenare una potestà che è creduta ordinamento di Dio. È vano sperare che le leggi, per quanto siano eccellenti, infrenino durevolmente un Re, il quale secondo chʼegli stesso e la maggior parte deʼ suoi popoli credono, ha una autorità infinitamente più alta di quella che spetta alle leggi. Privare la dignità regia di cotali misteriosi attributi, e stabilire il principio che i Re regnino in forza dʼun diritto che in nulla differisca da quello onde i liberi possidenti eleggono i rappresentanti delle Contee, o dal diritto onde i Giudici concedono un ordine di _Habeas Corpus_, era assolutamente necessario alla sicurezza delle libertà nostre.

La Convenzione, dunque, aveva due grandi doveri da adempiere: distrigare, cioè, da ogni ambiguità le leggi fondamentali del reame; e sradicare dalle menti dei governanti e dei governati la falsa e perniciosa idea che la regia prerogativa era più sublime, e più sacra delle predette leggi fondamentali. Al primo scopo si giunse con la esposizione solenne e la rivendicazione con che incomincia la Dichiarazione dei Diritti; al secondo con la risoluzione onde il trono fu giudicato vacante, e Guglielmo e Maria furono invitati ad ascendervi.

Il mutamento sembra lieve. La Corona non fu privata nè anche dʼuno deʼ suoi fiori; nessun nuovo diritto concesso al popolo. Le leggi inglesi in tutto e per tutto, secondo il giudicio deʼ più grandi giureconsulti, di Holt e di Treby, di Maynard e di Somers, dopo la Rivoluzione rimasero le stesse di prima. Alcuni punti controversi furono risoluti secondo la opinione deʼ migliori giuristi; e solo si deviò alquanto dallʼordinaria linea di successione. Ciò fu tutto; e bastava.

Perchè la nostra Rivoluzione fu una rivendicazione degli antichi diritti, fu condotta rigorosamente osservando le antiche formalità. Quasi in ogni atto e in ogni parola manifesto si vede un profondo rispetto pel passato. Gli Stati del reame deliberarono nelle vecchie sale e giusta le vecchie regole. Powle fu condotto al seggio nella consueta forma fra colui che lo aveva proposto e colui che aveva secondata la proposta. Lʼusciere con la sua mazza guidò i messaggieri dei Lordi al banco dei Comuni: e le tre riverenze furono debitamente fatte. La conferenza dʼambedue le Camere ebbe luogo con tutte le antiche cerimonie. Da un lato della tavola, nella Sala Dipinta, i Commissari deʼ Lordi sedevano col capo coperto e vestiti dʼermellino e dʼoro. Dallʼaltro lato i Commissari deʼ Comuni stavansi in piedi e a capo scoperto. I discorsi fattivi paiono un contrapposto pressochè ridicolo della eloquenza rivoluzionaria dʼogni altro paese. Ambidue i partiti mostrarono la medesima riverenza verso le antiche tradizioni costituzionali dello Stato. Solo disputavano in che senso quelle tradizioni erano da intendersi. I propugnatori della libertà non fecero pur motto dellʼuguaglianza naturale degli uomini e della inalienabile sovranità del popolo, di Armodio o di Timoleone, di Bruto primo o di Bruto secondo. Allorquando fu detto che in forza della legge della Inghilterra la Corona rimaneva essenzialmente devoluta al più prossimo erede, risposero che in forza della legge della Inghilterra, un uomo ancora in vita non poteva avere erede. Allorquando fu detto non esservi esempio a dichiarare vacante il trono, mostrarono una pergamena, scritta circa trecento anni innanzi in bizzarro carattere e in barbaro latino, e tratta dagli Archivi della Torre, nella quale facevasi ricordo come gli Stati del reame avessero dichiarato vacante il trono dʼun Plantageneto perfido e tiranno. In fine, composta ogni disputa, i nuovi Sovrani vennero proclamati con lʼantica pompa. Vi fu tutto il bizzarro apparato araldico: Clarencieux e Norroy, Portcullis, e Rouge Dragon, le trombe, le bandiere, e le grottesche sopravvesti ricamate a lioni e a gigli. Il titolo di Re di Francia preso dal vincitore di Cressy non fu omesso nella lista dei titoli regi. A noi che siamo vissuti nel 1848 parrà forse un abuso di vocabolo chiamare col terribile nome di Rivoluzione un fatto consumato con tanta riflessione, con tanta moderazione, e con tanto scrupolosa osservanza delle forme prescritte.

E nulladimeno questa Rivoluzione, fra tutte la meno violenta, di tutte la più benefica, sciolse diffinitivamente la grande questione di sapere se lo elemento popolare, il quale fino dalla età di Fitzwalter e di De Montfort era sempre esistito nellʼordinamento politico della Inghilterra, verrebbe distrutto dallo elemento monarchico, o si lascerebbe sviluppare liberamente e divenire predominante. La lotta traʼ due principii era stata lunga, accanita, e dubbia. Era durata per quattro regni. Aveva prodotto sedizioni, accuse, ribellioni, battaglie, assedii, proscrizioni, stragi giudiciali. Tal volta la libertà, tal altra il principato parvero sul punto di spegnersi. Per molti anni la energia di metà della Inghilterra sʼera sforzata di frustrare la energia dellʼaltra metà. Il potere esecutivo e il legislativo sʼerano lʼun lʼaltro tanto efficacemente contrastati da rimanerne entrambi impotenti, al segno che lo Stato era divenuto nulla nel sistema politico dellʼEuropa. Il Re dʼArmi allorchè innanzi la porta di Whitehall proclamò Guglielmo e Maria, annunziava finita la gran lotta; perfetta lʼunione fra il trono e il Parlamento; la Inghilterra da lungo tempo dipendente e caduta in abiezione, ridivenuta Potenza di primo ordine; le antiche leggi che vincolavano la regia prerogativa sarebbero per lo avvenire tenute sacre come la prerogativa stessa, e produrrebbero tutti gli effetti loro; il potere esecutivo verrebbe amministrato secondo il voto dei rappresentanti del popolo; qualunque riforma proposta dopo matura deliberazione dalle due Camere, non sarebbe ostinatamente avversata dal Sovrano. La Dichiarazione dei Diritti, comechè non rendesse legge ciò che per lo innanzi legge non era, conteneva i germi della legge che dètte la libertà religiosa ai Dissenzienti, della legge che assicurò la indipendenza deʼ giudici; della legge che limitò la durata deʼ Parlamenti, della legge che pose la libertà della stampa sotto la protezione dei Giurati, della legge che vietò il traffico degli schiavi, della legge che abolì il giuramento religioso, della legge che liberò i Cattolici Romani dalle incapacità civili, della legge che riformò il sistema rappresentativo, dʼogni buona legge che è stata promulgata nello spazio di centosessanta anni, dʼogni buona legge in fine che quinci innanzi verrà reputata necessaria a promuovere il bene pubblico, e a soddisfare alle richieste della pubblica opinione.

Il più grande encomio che possa farsi della Rivoluzione del 1688 sta nel dire che essa fu lʼultima delle nostre rivoluzioni. Ormai sono trascorse varie generazioni senza che nessuno Inglese assennato e animato di spirito patrio abbia fatto pensiero di resistere al Governo stabilito. Ogni onesto e savio uomo è profondamente convinto—convinzione ogni giorno riconfermata dalla esperienza—che i mezzi di ottenere qual si voglia miglioramento richiesto dalla Costituzione, si possano trovare nella Costituzione stessa.

Ora, o giammai, dovremmo estimare di quale importanza sia la resistenza degli antichi nostri fatta alla Casa Stuarda. Dintorno a noi tutto il mondo è travagliato dal travaglio delle grandi nazioni. Governi che dianzi pareva dovessero durare deʼ secoli, sono stati, in un subito, scossi e rovesciati. Le più orgogliose metropoli della Europa occidentale sono state inondate di sangue cittadino. Tutte le sinistre passioni, cupidigia di guadagno, sete di vendetta, vicendevole aborrimento di classi, vicendevole aborrimento di razze, hanno rotto il freno delle leggi divine e delle umane. Timore e ansietà hanno annuvolato lo aspetto e contristato il cuore a milioni dʼuomini. Sospeso il commercio; paralizzata la industria; diventato povero il ricco, poverissimo il povero; predicate dalla tribuna e difese con la spada dottrine ostili alle scienze, alle arti, alla industria, alla carità di famiglia; dottrine tali che, se potessero mandarsi ad effetto, disfarebbero, in trenta anni, tutto ciò che trenta secoli hanno fatto a bene della umanità, e renderebbero le più belle province di Francia e di Germania selvagge come il Congo e la Patagonia; la Europa è stata minacciata di giogo da barbari, al paragone dei quali i barbari seguaci dʼAttila e Alboino erano culti ed umani. I veri amici del popolo con profondo dolore hanno confessato trovarsi in grave pericolo interessi più preziosi di qualsiasi privilegio politico, ed essere necessario sacrificare fino la libertà onde salvare lo incivilimento. Frattanto nellʼisola nostra il corso regolare del Governo non è stato mai interrotto nè anche per un giorno. I pochi facinorosi arsi da libidine di licenza e di saccheggio, non hanno avuto lʼanimo dʼaffrontare la forza dʼuna nazione leale, schierata in ferma attitudine intorno a un trono paterno. E ove si chieda la ragione onde le sorti nostre sono state tanto diverse dalle altrui, è da rispondersi che noi non abbiamo mai perduto ciò che gli altri, ciechi e forsennati, si studiano di riacquistare. Perchè noi avemmo una rivoluzione conservatrice nel secolo decimosettimo, non ne abbiamo avuta una distruggitrice nel decimonono. Perchè serbammo la libertà fra mezzo al servaggio, noi abbiamo lʼordine fra mezzo allʼanarchia. Per lʼautorità delle leggi, la sicurezza degli averi, la pace delle strade, la felicità delle famiglie, noi dobbiamo essere grati, dopo Colui che a suo arbitrio esalta ed umilia le nazioni, al Lungo Parlamento, alla Convenzione, ed a Guglielmo dʼOrange.

FINE.

NOTE:

[1] Avaus, _Neg._, 6–16 agosto 1685; Dispaccio di Citters e deʼ suoi colleghi, nel quale è incluso il trattato, 14–24 agosto; Luigi a Barillon, 14–24 e 20–30 agosto.

[2] Avvertimenti intitolati: _Per mio figlio il Principe di Galles_; nelle carte degli Stuardi.

[3] «Lʼ_Habeas Corpus_» diceva Johnson, che era il più bacchettone deʼ Tory, a Boswell, «è il solo pregio che il nostro Governo abbia sopra quelli degli altri paesi.»

[4] Vedi i _Ricordi Storici deʼ Reggimenti_, pubblicati sotto la revisione dellʼAiutante Generale.

[5] Barillon, 3–13 dicembre 1685. Egli aveva studiato molto la materia: «_Cʼest un détail_, diceva, _dont jʼai connoissance_.» Daʼ libri del Tesoro si raccoglie, che la spesa dellʼarmata per lʼanno 1687, fu stabilita il dì primo di gennaio a 623,104 lire sterline, 9 scellini e undici soldi.

[6] Burnet, I, 447.

[7] Tillotson, _Sermone_ detto innanzi alla Camera deʼ Comuni, il dì 5 di novembre 1685.

[8] Locke, _Lettera prima intorno alla Tolleranza_.

[9] _Libro del Consiglio_. La destituzione di Halifax è in data del 21 ottobre 1685. Halifax a Chesterfield; Barillon, 19–29 ottobre.

[10] Barillon, 26 ottobre–5 novembre 1685; Luigi a Barillon, 27 ottobre–6 novembre; 6–16 novembre.

[11] Vi è un notevole racconto deʼ primi segni del malcontento fraʼ Tory, in una lettera di Halifax a Chesterfield, scritta nellʼottobre del 1685; Burnet, I, 684.

[12] Gli scritti di quel tempo, trattanti in varie lingue di cotesta persecuzione, sono innumerevoli. Una narrazione chiara, tersa, vivace, trovasi nel libro di Voltaire: _Siècle de Louis XIV_.

[13] «_Misionarios embotados_,» dice Ronquillo. «_Apostoli Armati_» li chiama Innocenzo. Nella Collezione di Mackintosh vi è una notevole lettera di Ronquillo intorno a questo subbietto, in data del 26 marzo–5 aprile 1687. Vedi Venier, _Relazione di Francia_, 1689, citata dal Professore Ranke nella sua _Storia del Papato_, libro VIII.

[14] «Mi dicono che tutti questi parlamentarii ne hanno voluto copia; il che assolutamente avrà causate pessime impressioni.»—Adda, 9–19 Novembre 1685. Vedi Evelyn, _Diario_, 3 novembre.

[15] _Giornali deʼ Lordi_, 9 novembre 1685. «Vengo assicurato (dice Adda) che S. M. stessa abbia composto il discorso.»—Dispaccio del 16–26 novembre 1685.

[16] _Giornali deʼ Comuni_; Bramston, _Memorie_; Giacomo Von Leeuwen agli Stati Generali, 10–20 novembre 1685. Leeuwen era segretario dellʼAmbasciata Olandese, e nellʼassenza di Citters mantenne il carteggio col proprio Governo. Intorno a Clarges. Vedi Burnet, I, 98.

[17] Barillon, 16–26 novembre, 1685.

[18] Dodd, _Storia della Chiesa_; Leeuven, 17–27 novembre 1685; Barillon, 24 Dicembre 1685. Barillon dice intorno ad Adda: “_On lʼavoit fait prévenir que la sûreté et lʼavantage des Catholiques consistoient dans une réunìon entière de sa Majesté Britannique et de son Parlement_.” Lettere dʼInnocenzio a Giacomo, in data del 27 luglio–6 agosto, e del 23 settembre–3 ottobre 1685, Dispacci dʼAdda, 8–19 e 16–26 novembre 1685. Lʼinteressantissimo Carteggio dʼAdda, copiato dagli archivi papali, trovasi nel Museo Britannico; Mss. aggiunti, Mº 15395.

[19] Questo notevolissimo dispaccio ha la data del 9–19 novembre 1685, ed è compreso nellʼAppendice alla _Storia_ di Fox.

[20] _Giornali deʼ Comuni_, 12 novembre 1685; Leeuwen, 13–23 novembre; Barillon 16–26 novembre: Sir Giovanni Bramston, _Memorie_. La migliore relazione delle discussioni deʼ Comuni nel Novembre 1685, è una di quelle la cui storia è alquanto curiosa. Ve ne sono due copie manoscritte nel Museo Brittannico, Ms. Harl, 7187; Ms. Lans, 253. In queste copie, i nomi deʼ Presidenti sono interamente scritti. Lʼautore della _Vita di Giacomo_, pubblicata nel 1702, ricopiò questa relazione, ma diede solo le iniziali deʼ nomi deʼ Presidenti. Gli editori deʼ _Dibattimenti_ di Chandler, e della _Storia Parlamentare_, si provarono dʼindovinare i nomi da coteste iniziali, e talvolta non sʼapposero al vero. Essi attribuiscono a Waller un pregevolissimo discorso, di cui parlerò tra poco, e che fu certamente fatto da Windham, rappresentante di Salisbury. Mi rincresce di vedermi forzato a smentire che le ultime parole profferite in pubblico da Waller, fossero così onorevoli per lui.

[21] _Giornali deʼ Comuni_, 13 novembre 1685; Bramston, _Memorie_; Barillon, 16–26 novembre; Leeuwen, 12–23 novembre; _Memorie_ di Sir Stefano Fox, 1717; _La causa della Chiesa dʼInghilterra schiettamente dichiarata_; Burnet, I, 666, e lʼannotazione del Presidente Onslow.

[22] _Giornali deʼ Comuni_, novembre 1685; Ms. Harl, 7187; Ms. Lans, 253.