Part 53
Era evidentissimo che il disegno dʼinstituire una Reggenza non si poteva difendere che coi principii dei Whig. Tra i ragionatori che sostenevano quel disegno e la maggioranza della Camera deʼ Comuni non vi poteva essere disputa circa la questione del diritto. Eʼ non rimaneva altro che la questione dellʼutilità. E poteva un grave uomo di Stato pretendere essere utile costituire un governo con due capi, dando ad uno il regio potere senza la dignità regia, e allʼaltro la dignità regia senza il regio potere? Era chiaro che un simile ordinamento, anche reso necessario dalla infanzia o dalla demenza del Principe, recava seco gravissimi inconvenienti. Che i tempi di Reggenza fossero tempi di debolezza, di perturbamenti e di disastri, era verità provata dalla intera storia dʼInghilterra, di Francia, e di Scozia, ed era quasi divenuta proverbio. Pure, in un caso dʼinfanzia o di demenza, il Re per lo meno era passivo. Non poteva di fatto controbilanciare il Reggente. Ciò che ora proponevasi era che la Inghilterra avesse due primi magistrati dʼetà matura e di mente sana, che vicendevolmente si facessero implacabile guerra. Era assurdo discorrere di lasciare a Giacomo il nudo nome di Re e privarlo al tutto del potere regio; perocchè il nome era parte di quel potere; il vocabolo Re era parola di prestigio. Nella mente di molti Inglesi era congiunto con la idea di un carattere misterioso derivato dal cielo, e nella mente di quasi tutti glʼInglesi con la idea di autorità legittima e veneranda. Certo se il titolo aveva tanto potere, coloro i quali sostenevano che Giacomo dovesse essere privato dʼogni potere, non potevano negare chʼegli dovesse essere privato del titolo.
E fino a quando doveva egli durare lo strano governo proposto da Sancroft? Tutti gli argomenti che potevano addursi per istituirlo, si potevano con uguale forza addurre per mantenerlo sino alla fine deʼ secoli. Se il pargoletto trasportato in Francia era veramente nato dalla Regina, doveva ereditare il divino e inalienabile diritto di essere chiamato Re. Il medesimo diritto probabilmente sarebbe stato trasmesso di papista in papista per glʼinteri secoli decimottavo e decimonono. Ambo le Camere avevano ad unanimità deliberato non dovere la Inghilterra essere governata da un papista. Poteva quindi darsi che di generazione in generazione il governo seguitasse ad essere amministrato da Reggenti a nome di Re raminghi e mendicanti. Non era dubbio che i Reggenti dovessero essere eletti dal Parlamento. Lo effetto, dunque, di questo disegno, trovato a serbare intatto il sacro principio della monarchia ereditaria, sarebbe stato quello di rendere elettiva la monarchia.
Unʼaltra invincibile ragione fu addotta contro il disegno di Sancroft. Era nel libro degli Statuti una legge fatta tosto dopo la lunga e sanguinosa contesa tra la Casa di York e quella di Lancaster, a fine dʼevitare che si rinnovassero le calamità che le vicendevoli vittorie delle predette Case avevano cagionato ai Nobili e gentiluomini del reame. Questa legge provvedeva che niuno, aderendo al Re in possesso del trono, incorrerebbe nelle pene di tradigione. Allorquando i regicidi furono processati dopo la Restaurazione, taluni di loro insisterono per essere giudicati secondo quella legge. Dicevano dʼavere obbedito al governo esistente di fatto, e però non essere traditori. I giudici ammisero che tale difesa sarebbe stata buona ove gli accusati avessero agito sotto lʼautorità di un usurpatore, il quale, come Enrico IV e Riccardo III, portasse il titolo di Re, ma dichiararono che non poteva giovare ad uomini i quali accusarono, condannarono e giustiziarono uno che nellʼatto dellʼaccusa, della sentenza e della esecuzione, era designato col nome di Re. Ne seguiva quindi che chiunque sostenesse un Reggente in opposizione a Giacomo, correrebbe gran rischio di essere impiccato, trascinato e squartato, ove Giacomo ricuperasse il potere sovrano; ma nessuno, senza violare la legge in modo tale che forse nè anche Jeffreys si rischierebbe ad usare, potrebbe essere punito aderendo ad un Re che regnava, quantunque contro ogni diritto, in Whitehall contro un Re legittimo il quale era esule in Saint–Germain.[646]
Eʼ pare che i sopra esposti argomenti non ammettessero risposta; e furono energicamente addotti da Danby il quale aveva arte maravigliosa a rendere chiara alla più torpida mente ogni cosa chʼei prendeva a dimostrare, e da Halifax il quale per abbondanza di concetti e splendore di locuzione non era pareggiato da nessuno fra gli oratori di quella età. Nondimeno erano così potenti e numerosi i Tory nella Camera Alta, che, nonostante la debolezza della causa loro, la diserzione del loro capo, e lʼabilità deʼ loro oppositori, furono presso a trionfare in quel giorno. I votanti erano cento. Quarantanove votarono per la Reggenza, cinquantuno contro. Colla minoranza erano i figli naturali di Carlo, i cognati di Giacomo, i Duchi di Somerset e dʼOrmond, lo Arcivescovo di York e undici vescovi. Nessuno deʼ prelati, salvo Compton e Trelawney, votò con la maggioranza.[647]
Erano vicine le ore nove della sera quando fu levata la seduta nella Camera deʼ Lordi. Il dì che seguiva era il 30 gennaio, anniversario della morte di Carlo I. Il clero anglicano per molti anni aveva reputato debito sacro inculcare in quel giorno le dottrine della non resistenza e della obbedienza passiva. Ora i suoi vecchi sermoni giovavano poco; e molti teologi perfino dubitavano se potessero rischiarsi a leggere per intero la liturgia. La Camera Bassa aveva dichiarato vacante il trono. LʼAlta non aveva per anche espressa alcuna opinione. Non era quindi facile cosa decidere se si dovessero recitare le preci pel Sovrano. Ogni ministro nel compiere i divini uffici seguì il proprio talento. Nella più parte delle chiese della metropoli le preghiere per Giacomo furono omesse: ma in Santa Margherita, Sharp Decano di Norwich, richiesto di predicare dinanzi ai Comuni, non solo lesse in faccia a loro lʼintero servizio come era scritto nel libro, ma prima di incominciare il sermone invocò con sue proprie parole il cielo perchè benedicesse il Re, e verso la fine del suo discorso declamò contro la dottrina gesuitica che insegnava potere i principi essere legalmente detronizzati dai loro sudditi. Quel dì stesso il Presidente alla Camera mosse querela di tal affronto dicendo: «Voi un giorno votate un provvedimento, e il dì dopo viene contraddetto dal pulpito al cospetto vostro.» Sharp fu energicamente difeso dai Tory, e trovò amici anche fraʼ Whig: imperocchè rammentavano tuttavia chʼegli aveva corso gravissimo pericolo allorquando nei tristi tempi ebbe il coraggio, malgrado il divieto del Re, di predicare contro il papismo. Sir Cristoforo Musgrave ingegnosissimamente notò non avere la Camera ordinato la pubblicazione della deliberazione che dichiarava vacante il trono. Sharp adunque non solo non era tenuto a saperla, ma non ne avrebbe potuto parlare senza violare i privilegi parlamentari, pel quale attentato avrebbe corso rischio di essere chiamato alla sbarra e prostrato sulle proprie ginocchia sostenere una riprensione. La maggioranza conobbe non essere savio partito in quel momento attaccar lite col clero; e troncò la questione.[648]
Mentre i Comuni discutevano intorno al sermone di Sharp, i Lordi si erano di nuovo costituiti in Comitato per considerare le condizioni del paese, ed avevano ordinato che venisse paragrafo per paragrafo letta la deliberazione che dichiarava vacante il trono.
La prima espressione che fece nascere una disputa era dove si ammetteva il contratto originale tra Re e popolo. Non era da aspettarsi che i Pari Tory lasciassero passare una frase che conteneva la quintessenza delle opinioni deʼ Whig. Si venne ai voti; e risultò con cinquantatre favorevoli sopra quarantasei contrari che le controverse parole rimarrebbero.
Presero poscia in considerazione il severo biasimo che i Comuni avevano dato al governo di Giacomo e fu unanimemente approvato. Sorse qualche obiezione verbale contro la proposizione in cui si affermava che Giacomo aveva abdicato. Fu proposto si correggesse con dire chʼegli aveva abbandonato il Governo. Questa emenda fu abbracciata, a quanto sembra, quasi senza dibattimento nè votazione. Essendo già tardi, i Lordi aggiornarono la tornata.[649]
XXXVII. Fin qui la piccola schiera dei Pari, guidati da Danby, aveva agito dʼaccordo con Halifax e coi Whig. Tale unione aveva fatto sì che il disegno dʼinstituire una Reggenza era stato rigettato, ed abbracciata la dottrina del contratto originale. La proposizione che Giacomo aveva cessato dʼessere Re era stata il punto di congiunzione deʼ due partiti che formavano la maggioranza. Ma da quel punto lʼuno dallʼaltro divergeva. La questione che doveva poscia risolversi era, se il trono fosse da considerarsi vacante; questione non di semplici parole, ma di grave importanza pratica. Se il trono era vacante, gli Stati del reame potevano darlo a Guglielmo. Se non era vacante, ei poteva succedere soltanto dopo la sua consorte, la Principessa Anna e i discendenti di lei.
Secondo i seguaci di Danby era massima stabilita non potere la patria nostra nemmeno per un istante trovarsi senza legittimo Principe. Lʼuomo poteva morire; ma il magistrato era immortale. Lʼuomo poteva abdicare; ma il magistrato era irremovibile. Se noi—ragionavano essi—una volta ammettiamo il trono essere vacante, ammettiamo che la nostra monarchia è elettiva. Il monarca che vi poniamo diventa un Sovrano non secondo la forma dʼInghilterra, ma secondo quella di Polonia. Quando anche scegliessimo lʼindividuo stesso destinato a regnare per diritto di nascita, quellʼindividuo tuttavia regnerebbe non per diritto di nascita, ma per virtù della nostra elezione, e prenderebbe come dono ciò che dovrebbe considerarsi retaggio. La salutare riverenza tributata finora al sangue regio e allʼordine della primogenitura verrebbe grandemente scemata. Il male si farebbe anco maggiore se noi non solo dessimo il trono per elezione; ma lo dessimo a un principe il quale indubitatamente avesse i requisiti di un grande ed ottimo regnatore, e il quale ci avesse maravigliosamente liberati, ma non fosse primo e nè anco secondo nellʼordine della successione. Se una volta diciamo che il merito, ancorchè eminente, è un diritto per acquistare la Corona, distruggiamo i fondamenti del nostro ordinamento politico, e stabiliamo un esempio, del quale ogni guerriero o statista ambizioso che avesse reso grandi servigi al pubblico sarebbe tentato a giovarsi. Questo pericolo scansiamo seguendo logicamente i principii della Costituzione fino alle ultime conseguenze loro. Lo accesso alla Corona era aperto come alla morte del principe regnante: da quel momento medesimo il più prossimo erede diventò nostro legittimo Sovrano. Noi consideriamo la Principessa dʼOrange come la più prossima erede, sosteniamo quindi che si debba senza il minimo indugio proclamare, quale è difatto, nostra Regina.
I Whig rispondevano essere scempiezza applicare le regole ordinarie ad un paese in istato di rivoluzione, la gran questione non doversi decidere coi dettati deʼ pedanti curiali, e dovendosi a quel modo decidere, quei dettati potersi da ambe le parti addurre. Se era massima di legge che il trono non poteva essere giammai vacante, era parimente massima di legge che un uomo non poteva avere un erede, che, lui vivente, succeda. Giacomo era vivente. In che modo adunque la Principessa dʼOrange poteva ella succedergli? Vero era che le leggi dellʼInghilterra avevano pienamente provveduto alla successione nel caso in cui il potere dʼun sovrano e la sua vita naturale finissero ad un tempo, ma non avevano provveduto peʼ casi in cui il suo potere cessasse innanzi chʼegli finisse di vivere; e la Convenzione ora doveva risolvere uno di questi rarissimi casi. Che Giacomo non possedeva più il trono, ambedue le Camere avevano dichiarato. Nè il diritto comune nè gli statuti designavano individuo alcuno che avesse diritto ad ascendere sul trono nel tempo che intercedeva tra la decadenza del Re e la sua morte. Ne seguiva dunque che il trono era vacante, e che le Camere potevano invitare il Principe dʼOrange ad ascendervi. Chʼegli non fosse il più prossimo erede nellʼordine della discendenza, era vero: ma ciò non nuoceva punto, anzi era un positivo vantaggio. La monarchia ereditaria era una buona istituzione politica, ma non era in nulla più sacra delle altre buone istituzioni politiche. Sventuratamente i bacchettoni e servili teologi lʼavevano fatta diventare mistero religioso, imponente e incomprensibile quasi al pari della transustanzazione. Primissimo scopo degli statisti inglesi doveva essere quello di mantenere la istituzione e a un tempo distrigarla dalle abiette e malefiche superstizioni fra le quali dianzi era stata involta, sì che invece di essere un bene riusciva dannosa alla società; e a cotesto scopo si giungerebbe meglio, pria deviando alquanto e per un tempo dalla regola generale della discendenza, per poscia ritornarvi.
XXXVIII. Molti sforzi furono fatti per impedire ogni aperta rottura tra i partigiani dei Principe e quei della Principessa. Si tenne unʼadunanza in casa del Conte di Devonshire, e vi fu caldo contendere. Halifax era il precipuo propugnatore di Guglielmo, Danby lo era di Maria. Danby non conosceva punto lo intendimento di Maria. Da qualche tempo era aspettata in Londra, ma lʼavevano trattenuta in Olanda prima i massi di ghiaccio che impedivano il corso deʼ fiumi, e, strutto il ghiaccio, i venti che spiravano forte da ponente. Se ella fosse giunta più presto, la contesa probabilmente si sarebbe a un tratto calmata. Halifax dallʼaltro canto non aveva potestà di dire alcuna cosa in nome di Guglielmo. Il Principe, fedele alla promessa di lasciare alla Convenzione lʼincarico di riordinare il governo, sʼera tenuto in impenetrabile riserbo e non sʼera lasciato sfuggire parola, sguardo o gesto, che esprimesse satisfazione o dispiacere. Uno degli Olandesi fidatissimo del Principe, invitato allʼadunanza, fu dai Pari istantemente sollecitato desse loro qualche informazione. Ei si scusò lungamente. Infine cedè alle loro istanze sino a dire: «Io altro non posso che indovinare lo intendimento di Sua Altezza. Se desiderate sapere ciò che io ne indovino, credo che egli non amerà mai dʼessere il ciamberlano di sua moglie: del resto non so nulla.»—«E non per tanto adesso io ne so qualcosa» disse Danby, «ne so abbastanza, ne so molto.» Quindi si partì, e lʼassemblea si disciolse.[650]
Il dì 31 gennaio la disputa che privatamente era finita nella sopra narrata guisa, fu pubblicamente rinnovata nella Camera deʼ Pari. Quel giorno era stato stabilito come solennità di rendimento di grazie. Vari vescovi, fraʼ quali erano Ken e Sprat, avevano composta una forma di preghiera adatta alla circostanza. È al tutto libera dalla adulazione e dalla malignità onde spesso in quella età erano deturpati simili componimenti; e meglio di qualunque altra forma di preghiera fatta per occasione speciale nello spazio di due secoli, sostiene il paragone con quel gran modello di casta, alta e patetica eloquenza, cioè col Libro delle Preghiere Comuni. I Lordi la mattina si condussero allʼabadia di Westminster. I Comuni avevano desiderato che Burnet predicasse in Santa Margherita. Non era verosimile chʼegli cadesse nel medesimo errore che il dì precedente in quello stesso luogo altri aveva commesso. Non è dubbio che il suo vigoroso ed animato discorso ponesse in commovimento gli uditori. Non solo fu stampato per ordine della Camera, ma tradotto in francese per edificazione dei protestanti stranieri.[651] Il giorno si chiuse con le feste consuete in simili solennità. Tutta la città risplendeva con fuochi di gioia e luminarie: il rimbombo deʼ cannoni e il suono delle campane durò fino a notte inoltrata: ma innanzi che i lumi fossero spenti e le strade in silenzio, era seguito un evento che raffreddò la pubblica esultanza.
XXXIX. I Pari dallʼAbadia andati alla Camera avevano ripresa la discussione sopra le condizioni della nazione. Le ultime parole della deliberazione deʼ Comuni vennero prese in considerazione; e tosto chiaramente si vide che la maggioranza non era inchinevole ad approvarle. Ai circa cinquanta Lordi i quali sostenevano che il titolo di Re apparteneva sempre a Giacomo si aggiunsero altri sette o otto i quali dianzi volevano che fosse già devoluto a Maria. I Whig vedendosi vinti di numero, si provarono di venire a patti. Proposero di levare le parole che dichiaravano vacante il trono, e di semplicemente proclamare Re e Regina il Principe e la Principessa. Era evidente che tale dichiarazione comprendeva, benchè non lo affermasse espressamente, tutto ciò che i Tory repugnavano a concedere: imperocchè nessuno poteva pretendere che Guglielmo fosse succeduto alla dignità regia per diritto di nascita. Approvare quindi una deliberazione che lo riconoscesse era un atto dʼelezione; e in che guisa poteva esservi elezione senza vacanza? La proposta deʼ Lordi Whig fu rigettata con cinquantadue voti contro quarantasette. Allora posero la questione se il trono fosse vacante. Gli approvanti furono quarantuno, i neganti cinquantacinque. Della minoranza trentasei protestarono.[652]
XL. Nei due giorni susseguenti Londra era piena di ansietà e inquietudine. I Tory cominciarono a sperare di potere nuovamente con migliore esito mettere innanzi il loro prediletto disegno dʼinstituire una Reggenza. Forse lo stesso Principe, vedendo perduta ogni speranza di acquistare la Corona, preferirebbe il progetto di Sancroft a quello di Danby. Certo era meglio essere Re che Reggente; ma era anche meglio essere Reggente che Ciamberlano. Dallʼaltro canto la più bassa e feroce classe deʼ Whig, i vecchi emissari di Shaftesbury, e i vecchi complici di College, cominciarono ad affaccendarsi nella città. Si videro turbe affollarsi in Palace Yard, e prorompere in parole di minacce. Lord Lovelace il quale era in sospetto di avere suscitato il tafferuglio, annunziò ai Pari chʼegli aveva lo incarico di presentare una petizione nella quale si domandava che in sullʼistante il Principe e la Principessa dʼOrange venissero dichiarati Re e Regina. Gli fu domandato chi fossero coloro che avevano firmata la petizione. «Nessuno finora vi ha posto la mano» rispose egli, «ma quando ve la porterò, vi saranno mani tante che bastino.» Tale minaccia impaurì e disgustò il suo proprio partito. E veramente i più cospicui Whig avevano, anche più deʼ Tory, bramosia che le deliberazioni della Convenzione fossero perfettamente libere, e che nessuno dei fautori di Giacomo potesse allegare che alcuna delle Camere fosse stata costretta dalla forza. Una petizione simile a quella affidata a Lovelace fu presentata alla Camera dei Comuni, ma venne sprezzantemente respinta. Maynard fu primo a protestare contro la canaglia delle strade che tentava dʼintimorire gli Stati del reame. Guglielmo chiamò a sè Lovelace, lo rimproverò severamente, e ordinò che i magistrati agissero con vigore contro glʼilleciti assembramenti.[653] Non è cosa nella storia della nostra rivoluzione che meriti dʼessere ammirata e tolta ad esempio, quanto il modo onde i due partiti della Convenzione, nel momento in cui più fervevano le loro contese, si congiunsero come un solo uomo per resistere alla dittatura della plebaglia di Londra.
XLI. Ma quantunque i Whig fossero pienamente deliberati di mantenere lʼordine e rispettare la libertà deʼ dibattimenti, erano parimente determinati di non fare alcuna concessione. Il sabato, 2 febbraio, i Comuni senza votazione decisero di starsi fermi nella forma primitiva della loro deliberazione. Giacomo, come sempre, venne in aiuto deʼ suoi nemici. Era pur allora arrivata a Londra una lettera di lui diretta alla Convenzione. Era stata trasmessa a Preston dallo apostata Melfort, il quale era grandemente favorito in Saint–Germain. Il nome di Melfort era in abominio ad ogni Anglicano. Lʼessere egli ministro confidente di Giacomo bastava a dimostrare che la costui demenza ed ostinatezza erano infermità incurabili. Nessun membro dellʼuna o dellʼaltra Camera si rischiò a proporre la lettura di un foglio che veniva da quelle cotali mani. Non per tanto il contenuto era ben noto alla città tutta. La Maestà Sua esortava i Lordi e i Comuni a non disperare della sua clemenza, e benevolmente prometteva di perdonare coloro che lo avevano tradito, tranne pochi chʼegli non nominava. Come era egli possibile fare alcuna cosa a pro dʼun Principe, il quale, vinto, abbandonato, bandito, vivente di limosine, diceva a coloro che erano arbitri delle sue sorti, che ove lo ponessero nuovamente sul trono, non impiccherebbe che pochi di loro?
XLII. La contesa tra le due Camere durò alcuni altri giorni. Il lunedì 4 di febbraio i Pari deliberarono dʼinsistere sulle loro modificazioni: ma fu messa nel processo verbale una proteste firmata da trentanove membri.[654]
Il giorno dopo i Tory pensarono di far prova della forza loro nella Camera Bassa; vi concorsero assai numerosi, e fecero la proposta di assentire alle modificazioni deʼ Lordi. Coloro che erano pel progetto di Sancroft e coloro che erano pel progetto di Danby votarono insieme: ma furono vinti da duecentottantadue voti contro centocinquantuno. La Camera allora deliberò di avere un libero colloquio coi Lordi.[655]
Nello stesso tempo potenti sforzi facevansi fuori le mura del Parlamento affine che la contesa fra le due Camere cessasse. Burnet si reputò dalla importanza della crisi giustificato a divulgare le mire secrete confidategli dalla Principessa. Disse sapere dalle labbra di lei, chʼera da lungo tempo pienamente deliberata, anche se il trono le venisse pel corso regolare della discendenza, a porre il potere, assenziente il Parlamento, nelle mani del suo consorte. Danby ricevè da lei una viva e quasi sdegnosa riprensione. Gli scrisse chʼella era la moglie del Principe, che altro non desiderava, se non essere a lui sottoposta; la più crudele ingiuria che le si potesse fare era il controporta a lui come competitrice; e chiunque ciò facesse non verrebbe mai considerato da lei come vero amico.[656]