Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 52

Chapter 523,669 wordsPublic domain

E oramai era arrivato il tempo di risolvere queste grandi questioni. Allʼalba del dì 22 gennaio la Camera deʼ Comuni era affollata di rappresentanti delle Contee e deʼ borghi. Sui banchi vedevansi molti visi ben noti in quel luogo sotto il regno di Carlo II, ma che non vi sʼerano più veduti sotto il suo successore. Molti di quegli scudieri Tory, e di queʼ bisognosi dipendenti dalla Corte i quali erano stati eletti deputati al Parlamento del 1685, avevano dato luogo ad uomini dello antico partito patriottico, a coloro che avevano strappato di mano alla Cabala il potere, votato lʼAtto dellʼ_Habeas Corpus_, e mandato alla Camera deʼ Lordi la Legge dʼEsclusione. Fra essi era Powle, uomo profondamente versato nella storia e nelle leggi del Parlamento, e dotato di quella specie di eloquenza che si richiede ogni qualvolta gravi questioni si agitano dinanzi a un Senato; e Sir Tommaso Littleton, versato nella politica europea e dotato di forte e sottile logica, con la quale sovente, dopo una lunga seduta, accesi i lumi, aveva ridesta la stanca camera, e deciso dellʼesito della discussione. Eravi anco Guglielmo Sacheverell, oratore, la cui somma abilità parlamentare molti anni dipoi era tema prediletto ai discorsi di quei vecchi che vissero tanto da vedere i conflitti di Walpole e di Pulteney.[636] Con questi illustri uomini vedevasi Sir Roberto Clayton, il più ricco mercatante di Londra, il cui palazzo nel Ghetto Vecchio vinceva per magnificenza le magioni aristocratiche di Lincolnʼs Inn Fields e di Covent Garden, la cui villa sorgente tra i colli di Surrey veniva descritta come un Eden, i cui banchetti gareggiavano con quelli deʼ Re, e la cui giudiciosa munificenza, della quale fanno tuttora testimonio molti pubblici monumenti, lo avevano reso degno di occupare negli annali della Città un posto secondo solamente a quello di Gresham. Nel Parlamento che nel 1681 si tenne in Oxford, Clayton, come rappresentante la metropoli e ad istanza deʼ suoi elettori, aveva chiesto licenza di presentare la Legge dʼEsclusione, ed era stato secondato da Lord Russell.

Nel 1685, la Città privata delle sue franchigie e governata dalle creature della Corte, aveva eletto quattro rappresentanti Tory. Ma ora le erano stati resi i perduti privilegi, ed aveva nuovamente eletto Clayton per acclamazione.[637] Nè deve tacersi di Giovanni Birch. Aveva incominciata la vita facendo il carrettiere, ma nelle guerre civili, lasciato il suo baroccio, si era fatto soldato, e inalzato al grado di Colonnello nello esercito della repubblica, aveva in alti uffici fiscali mostrato grande ingegno per gli affari, e comechè serbasse fino allo estremo suo dì i ruvidi modi del dialetto plebeo della sua giovinezza, mercè il suo vigoroso buon senso e il suo naturale acume, erasi acquistato tanta reputazione nella Camera deʼ Comuni da essere considerato qual formidabile avversario daʼ più compiti oratori del suo tempo.[638] Questi erano i più cospicui fraʼ veterani, i quali dopo un lungo ritiro ritornavano alla vita pubblica. Ma tosto furono vinti da due giovani Whig, i quali in cotesto solenne giorno sedevano per la prima volta nella Camera; inalzaronsi poi ai più alti onori dello Stato, fecero fronte alle più feroci procelle delle fazioni, ed avendo per lungo tempo goduta somma rinomanza di statisti, dʼoratori, e di magnifici protettori deglʼingegni e del sapere, morirono nello spazio di pochi mesi, tosto dopo che la Casa di Brunswick ascese al trono dʼInghilterra. Costoro chiamavansi Carlo Montague e Giovanni Somers.

È dʼuopo fare menzione dʼun altro nome, dʼun nome allora noto a un piccolo drappello di filosofi, ma adesso pronunciato di là dal Gange e dal Mississipì con riverenza maggiore di quella che il mondo tributa alla memoria dei grandissimi guerrieri e regnatori. Fra la folla dei rappresentanti che stavansi in silenzio vedevasi la maestosa e pensosa fronte dʼIsacco Newton. La famosa Università sulla quale il genio di lui aveva già incominciato ad imprimere un carattere peculiare, tuttora chiaramente visibile dopo lo spazio di centosessanta anni, lo aveva mandato suo rappresentante alla Convenzione; ed egli vi sedeva nella sua modesta grandezza, discreto ma incrollabile amico della libertà civile e religiosa.

XXXIV. Il primo atto della Convenzione fu quello di eleggere un Presidente; e la elezione da essa fatta indicò manifestissimamente la opinione che aveva rispetto alle grandi questioni che doveva risolvere. Fino alla vigilia dellʼapertura delle Camere era bene inteso che Seymour sarebbe chiamato al seggio presidenziale. Ei lo aveva già per vari anni occupato, aveva titoli insigni e diversi a quella onorificenza, nobiltà di sangue, opulenza, sapere, esperienza, facondia. Aveva da lunghi anni capitanato una potente schiera di rappresentanti delle Contee occidentali. Benchè fosse Tory, nellʼultimo Parlamento sʼera messo con notevole abilità e coraggio, a capo della opposizione contro il papismo e la tirannide. Era uno deʼ gentiluomini che primi accorsero al quartiere generale degli Olandesi in Exeter, e aveva formata quella lega, per vigore della quale i fautori del Principe sʼerano vicendevolmente vincolati a vincere o morire insieme. Ma poche ore innanzi lʼapertura delle Camere, corse la voce che Seymour era avverso a dichiarare vacante il trono. Appena, quindi, i banchi furono ripieni, il Conte di Wiltshire, che rappresentava la Contea di Hamp, levossi e propose Powle a presidente. Sir Vere Fane, rappresentante di Kent, secondò la proposta. Poteva farsi una ragionevole obiezione, perocchè si sapeva che una petizione doveva essere presentata contro la elezione di Powle; ma il grido generale della Camera lo chiamò al seggio; e i Tory reputarono prudente assentire.[639] Il bastone fu quindi posto sul banco; si lesse la lista deʼ rappresentanti, e i nomi di coloro che mancavano furono notati.

Intanto i Pari, in numero di circa cento, sʼerano adunati, avevano eletto Halifax a presidente, e nominato vari reputati giureconsulti a fare lʼufficio che negli ordinari Parlamenti spetta ai Giudici. Per tutto quel giorno vi fu frequente comunicazione tra le due Camere. Furono dʼaccordo a pregare il Principe seguitasse ad amministrare il governo finchè gli farebbero sapere le deliberazioni loro, a significargli la loro gratitudine dʼavere egli, con lʼaiuto di Dio, liberata la nazione, e a stabilire che il 31 gennaio si osservasse come giorno di ringraziamento per la liberazione.[640]

Fin qui non era differenza alcuna di opinione: ma ambedue le parti apparecchiavansi alla lotta. I Tory erano forti nella Camera Alta, e deboli nella Bassa; e sʼaccorgevano che in quella congiuntura la Camera che fosse prima a prendere una risoluzione avrebbe gran vantaggio sopra lʼaltra. Non vʼera la più lieve probabilità che i Comuni mandassero ai Lordi un voto a favore del disegno dʼistituire una Reggenza: ma ove tal voto dai Lordi fosse mandato ai Comuni, non era onninamente impossibile che molti rappresentanti, anco Whig, inchinassero ad assentire più presto che incorrere nella grave responsabilità di far nascere discordia e indugio in una crisi che richiedeva unione e prestezza. I Comuni avevano deliberato che lunedì 28 di gennaio prenderebbero in considerazione le condizioni del paese. I Lordi Tory, perciò, proposero di discutere, nel venerdì 25, intorno al grande affare pel quale erano stati convocati. Ma le cagioni che a ciò li movevano furono chiaramente conosciute, e la loro tattica frustrata da Halifax, il quale dopo il suo ritorno da Hungerford aveva sempre veduto che il governo poteva riordinarsi solo a seconda deʼ principii deʼ Whig, e però sʼera temporaneamente con costoro collegato. Devonshire propose che il martedì 29 fosse il giorno stabilito. «Allora» disse egli con più verità che discernimento «potrebbe venirci dalla Camera Bassa qualche lume che ci servisse di guida.» La proposta fu approvata: ma le sue parole vennero severamente censurate da alcuni deʼ suoi confratelli come offensive alla dignità dellʼordine loro.[641]

XXXV. Il dì 28 i Comuni si formarono in Comitato generale. Un rappresentante, il quale trenta e più anni innanzi era stato uno deʼ Lordi di Cromwell, voglio dire Riccardo Hampden figlio dello illustre condottiero delle Testerotonde e padre dello sventurato gentiluomo, il quale con dispendiosi donativi ed abiette sommissioni aveva a mala pena campata la vita dalla vendetta di Giacomo, fu posto nel seggio; e il grande dibattimento ebbe principio.

In breve ora si vide che da una immensa maggioranza Giacomo non era più considerato come Re. Gilberto Dolben, figlio dello Arcivescovo di York, fu il primo a dichiarare la propria opinione. Fu sostenuto da molti, e in ispecie dallo audace e virulento Wharton; da Sawyer, il quale, facendo vigorosa opposizione alla potestà di dispensare, aveva in alcun modo scontato le antiche colpe; da Maynard, la cui voce, quantunque fosse cotanto fievole per la età da non giungere ai banchi distanti, imponeva tuttavia riverenza a tutti i partiti, e da Somers, che nella Sala del Parlamento mostrò per la prima volta in quel giorno luminosa eloquenza e svariata erudizione. Sir Guglielmo Williams con la sua fronte di bronzo e la sua lingua volubile sosteneva la predetta opinione. Era già stato profondamente implicato in tutti gli eccessi dʼuna pessima opposizione e dʼun pessimo governo. Aveva perseguitati glʼinnocenti papisti e i protestanti innocenti; era stato protettore dʼOates e strumento di Petre. Il suo nome era associato con una sediziosa violenza che tutti i rispettabili Whig con rincrescimento e vergogna ricordavano, e con gli eccessi del dispotismo aborriti dai Tory rispettabili. Non è facile intendere in che modo gli uomini possano vivere sotto il pondo di cotanta infamia: ma anche tanta infamia non bastava ad opprimere Williams. Non arrossì di vituperare il caduto padrone, al quale erasi venduto per far cose tali che nessun uomo onesto del ceto legale avrebbe mai fatte, e dal quale dopo sei mesi aveva ricevuta la dignità di baronetto come ricompensa di servilità.

Tre soli si rischiarono di opporsi a quella che evidentemente era opinione universale di tutta lʼassemblea. Sir Cristoforo Musgrave, gentiluomo Tory di gran conto ed abilità, espresse alcuni dubbi. Heneage Finch si lasciò uscire di bocca alcune parole, le quali erano intese a insinuare si aprissero pratiche col Re. Questo suggerimento fu così male accolto, chʼegli fu costretto a spiegarsi. Protestò dʼessere stato franteso, esser convinto che sotto un tale Principe non sarebbero sicure la religione, la libertà, le sostanze; richiamare Re Giacomo e secolui trattare, essere un fatale provvedimento; ma molti che non consentivano chʼegli esercitasse la potestà regia, scrupoleggiare nel volerlo privare del regio titolo. Lʼunico espediente che poteva far cessare ogni difficoltà era lʼistituire una Reggenza. La proposta piacque sì poco che Finch non ebbe animo di chiedere si ponesse ai voti. Riccardo Fanshaw, Visconte Fanshaw del Regno dʼIrlanda, disse poche parole a favore di Giacomo e propose la discussione si aggiornasse; ma la proposta provocò universale riprovazione. I rappresentanti, lʼuno dopo lʼaltro, affaccendavansi a mostrare la importanza del far presto. Dicevano i momenti essere preziosi, intensa la pubblica ansietà, sospeso il commercio. La minoranza con tristo animo si sobbarcò, lasciando che il partito predominante procedesse per la intrapresa via.

XXXVI. Quale sarebbe stata questa via non si poteva chiaramente conoscere: avvegnachè la maggioranza si componesse di due classi dʼuomini. Gli uni erano ardenti e virulenti Whig, i quali ove fossero lasciati liberi dʼogni intoppo avrebbero dato ai procedimenti della Convenzione un carattere affatto rivoluzionario. Gli altri ammettevano la necessità dʼuna rivoluzione, ma la consideravano come un necessario male, e desideravano mascherarla, per quanto fosse possibile, con la sembianza della legittimità. I primi richiedevano si riconoscesse distintamente nei sudditi il diritto di detronizzare i principi; i secondi desideravano di liberare la patria da un cattivo principe senza promulgare alcun principio di cui si potesse fare abuso a fine di indebolire la giusta e salutare autorità deʼ futuri monarchi. Gli uni discorrevano principalmente del mal governo del Re; gli altri della sua fuga. Quegli lo consideravano come decaduto; questi pensavano chʼegli avesse abdicato. Non era agevole formulare un pensiero in modo da essere approvato da coloro il cui assenso era importante; ma in fine dei molti suggerimenti che si facevano da tutte le parti, formarono una deliberazione che riuscì a tutti soddisfacente. Fu proposto si dichiarasse, che il Re Giacomo II, intento a distruggere la Costituzione del Regno, rompendo il primitivo contratto tra Re e popolo, e pei consigli deʼ Gesuiti e di altri malvagi uomini avendo violato le leggi fondamentali, ed essendo fuggito dal Regno, aveva abdicato il governo, per la quale cosa il trono era divenuto vacante.

Questa deliberazione è stata spesso sottoposta a critica sottile e severa quanto non lo fu mai sentenza alcuna scritta dalla mano dellʼuomo: e forse non vi fu mai sentenza umana che sia meno meritevole di siffatta critica. Che un Re facendo grave abuso del proprio potere possa perderlo, è vero. Che un Re che fugga senza provvedere al Governo e lasci i suoi popoli in istato dʼanarchia, possa senza molta stiracchiatura di parole considerarsi come colui che ha abdicato anche il suo ufficio, è pur vero. Ma nessuno scrittore accurato affermerebbe che il tristo governo lungamente continuato e la diserzione, congiunti insieme, costituiscano un atto dʼabdicazione. È del pari evidente che il rammentare i Gesuiti e gli altri sinistri consiglieri di Giacomo indebolisce, invece di afforzare, il caso contro lui. Perciocchè certo eʼ si deve maggiore indulgenza ad un uomo traviato da perniciosi consigli, che ad un uomo il quale per semplice tendenza di sua indole commetta il male. Non importa ciò nonostante esaminare coteste memorande parole come esamineremmo un capitolo dʼAristotele o di Hobbes; esse vanno considerate non come parole, ma come fatti. Se producono ciò che devono, sono ragionevoli ancorchè possano sembrare contradittorie. Se falliscono al fine loro, sono assurde quando anche avessero la evidenza dʼuna dimostrazione. La logica non transige. La politica consiste essenzialmente nella transazione. Non è quindi cosa strana che alcuni deʼ più importanti e utili documenti del mondo si annoverino fra i componimenti più illogici che sieno stati mai scritti. Lo scopo di Somers, di Maynard e degli altri cospicui uomini che formularono quella celebre proposta, fu non di lasciare alla posterità un modello di definizione e di partizione, ma di rendere impossibile la ristaurazione dʼun tiranno, e porre sul trono un Sovrano sotto il quale le leggi e la libertà non pericolassero. Questo scopo conseguirono adoperando un linguaggio che in un trattato filosofico verrebbe equamente tacciato di inesattezza e confusione. Poco badavano se la maggiore concordasse con la conclusione, mentre lʼuna procacciava loro duecento voti, e la conclusione altrettanti. Infatti la sola bellezza di quella deliberazione consiste nella sua incoerenza. Conteneva una frase atta a satisfare ogni frazione della maggioranza. Il rammentare il primitivo contratto piaceva ai discepoli di Sidney. La parola abdicazione appagava i politici dʼuna più timida scuola. Erano senza dubbio molti fervidi protestanti i quali rimanevano soddisfatti della censura gettata suʼ Gesuiti. Pel vero uomo di Stato la sola clausula importante era quella che dichiarava vacante il trono; e ove ei potesse farla abbracciare, poco glʼimportava il preambolo. La forza che in tal modo trovossi raccolta rese disperata ogni resistenza. La proposta venne adottata senza voto dalla Commissione. Fu ordinato di farne in sullʼistante la relazione. Powle ritornò al seggio; il bastone fu posto sul banco: Hampden lesse, la Camera assentì alla relazione, e gli ordinò la portasse alla Camera deʼ Lordi.[642]

La dimane i Lordi ragunaronsi a buonʼora. I banchi deʼ Pari sì spirituali che secolari erano affollati. Hampden comparve alla sbarra e pose la deliberazione deʼ Comuni nelle mani di Halifax. La Camera Alta si formò in Comitato, e Danby fu fatto presidente.

La discussione fu poco dopo interrotta da Hampden che ritornava con un altro messaggio. La Camera riprese la seduta: fu annunziato che i Comuni avevano reputato incompatibile con la sicurezza e col bene di questa nazione protestante lʼessere governata da un Re papista. A questa deliberazione, evidentemente inconciliabile con la dottrina dello indestruttibile diritto ereditario, i Pari dettero immediato e unanime assenso. Questo principio in tal guisa affermato, da allora fino ad oggi è stato tenuto sacro da tutti gli statisti protestanti, e da tutti i cattolici ragionevoli non è stato creduto soggetto ad obiezioni. Se i nostri sovrani fossero al pari del presidente degli Stati Uniti, semplici ufficiali civili, non sarebbe facile difendere tale restrizione. Ma dacchè alla Corona inglese è annessa la qualità di capo della Chiesa Anglicana, non vʼè intolleranza nel dire che una Chiesa non dovrebbe essere soggetta ad un capo che la consideri come scismatica ed eretica.[643]

Dopo questa breve interruzione i Lordi nuovamente formaronsi in Comitato. I Tory insistevano perchè il loro disegno si discutesse prima che venisse preso in considerazione il voto dei Comuni che dichiarava vacante il trono. Ciò fu loro concesso; e fu posta la questione se una Reggenza, esercitando il regio potere, vita durante di Giacomo, ed in suo nome, sarebbe il migliore espediente a salvare le leggi e la libertà della nazione.

La disputa fu lunga ed animata. I principali propugnatori della Reggenza erano Rochester e Nottingham. Halifax e Danby difendevano la contraria opinione. Il Primate—strano a dirsi!—non comparve, quantunque i Tory vivamente lo importunassero perchè si ponesse a capo loro. La sua assenza gli provocò contro molte aspre censure; e gli stessi suoi apologisti non hanno potuto addurre alcuna ragione che lo purghi del biasimo.[644] Era egli lʼautore del disegno dʼistituire una Reggenza. Pochi giorni innanzi in un foglio scritto di sua mano aveva asserito quel disegno essere manifestamente il migliore che si potesse trovare. Le deliberazioni dei Lordi i quali lo sostenevano avevano avuto luogo in casa di lui. Era suo debito dichiarare in pubblico i propri intendimenti. Nessuno potrebbe tenerlo in sospetto di codardia o di volgare cupidigia. Eʼ fu probabilmente per paura di far male in cosa di tanto momento chʼegli non fece nulla; ma avrebbe dovuto sapere che un uomo nella sua posizione, non facendo nulla, faceva male. Un uomo che abbia scrupolo di assumere grave responsabilità in una solenne crisi, dovrebbe averlo parimenti ad accettare lʼufficio di primo ministro della Chiesa e primo Pari del Regno.

Non è strana cosa, nondimeno, che la mente di Sancroft non fosse tranquilla; imperocchè egli non poteva essere tanto cieco da non vedere che il disegno da lui agli amici suoi proposto era estremamente incompatibile con tutto ciò che egli e i suoi confratelli avevano per molti anni insegnato. Che il Re avesse diritto divino e indistruttibile al potere regio, e che al potere regio, anche quando ne venga fatto enorme abuso, non si potesse senza peccato opporre resistenza, era dottrina della quale la Chiesa Anglicana andava da lunghi anni orgogliosa. Questa dottrina significava ella in queʼ tempi che il Re aveva un divino e indistruttibile diritto ad avere la effigie e il nome suo intagliati sopra un sigillo, che doveva quotidianamente adoperarsi, suo malgrado, onde apprestare ai suoi nemici i mezzi di fargli la guerra, e mandare gli amici di lui alle forche come rei di avergli obbedito? Tutto il debito di un buon suddito consisteva egli nellʼusare il vocabolo Re? Così essendo, Fairfax in Naseby e Bradshau nellʼAlta Corte di Giustizia avevano adempito tutti i doveri di buoni sudditi: imperciocchè Carlo dai Generali che gli guerreggiavano contro, ed anche daʼ giudici che lo condannarono, veniva chiamato Re. Nulla nella condotta del Lungo Parlamento era stato più severamente biasimato dalla Chiesa che lʼingegnoso artificio di usare il nome di Carlo contro Carlo stesso. A ciascuno deʼ ministri della Chiesa era stato imposto di firmare una dichiarazione che condannava come proditoria la finzione onde lʼautorità del Sovrano veniva separata dalla sua persona.[645] Eppure cotesta proditoria finzione era adesso considerata dal Primate e daʼ suoi suffraganei come la sola base sopra la quale, in stretta uniformità ai principii del Cristianesimo, si potesse erigere un governo.

La distinzione che Sancroft aveva preso dalle Testerotonde della precedente generazione, sovvertiva dalle fondamenta il sistema politico che la Chiesa e le Università pretendevano avere imparato daʼ libri di San Paolo. Lo Spirito Santo—era stato le mille volte ridetto—aveva comandato ai Romani dʼobbedire a Nerone. Ed ora parea che tale precetto significasse che i Romani dovessero chiamare Nerone Augusto. Erano perfettamente liberi di cacciarlo oltre lʼEufrate, mandarlo a mendicare fraʼ Parti, opporgli la forza ove avesse tentato di ritornare, punire tutti coloro che osassero aiutarlo e tenere con lui corrispondenza, e concedere la potestà tribunizia e la consolare, la presidenza del Senato e il comando delle Legioni a Galba o a Vespasiano.

Lʼanalogia che lo Arcivescovo immaginò dʼavere scoperta tra il caso di un Re perverso e quello di un Re maniaco non è degna del più lieve esame. Era chiaro non trovarsi Giacomo in quello stato di mente in cui, ove egli fosse stato un gentiluomo rurale o un mercatante, qualunque tribunale lo avrebbe dichiarato inetto a fare un contratto o un testamento. Egli era dissennato nel modo che lo sono tutti i Re malvagi; come era Carlo I quando andò ad arrestare i cinque rappresentanti deʼ Comuni; Carlo II quando concluse il trattato di Dover. Se questa sorte dʼinfermità mentale non giustifica i sudditi che negano dʼobbedire ai principi, il disegno dʼistituire una Reggenza era evidentemente inammissibile; se giustifica i sudditi che negano dʼobbedire ai principi, la dottrina della non resistenza era pienamente rovesciata; e tutto ciò per cui ogni moderato Whig aveva lottato trovavasi pienamente ammesso.

Quanto al giuramento di fedeltà, pel quale Sancroft e i suoi discepoli provavano tanta ansietà, una cosa almeno è chiara, cioè che, chiunque avesse ragione, essi avevano torto. I Whig pensavano che nel giuramento dʼobbedienza erano sottintese certe condizioni, che il Re le aveva violate, e quindi il giuramento era divenuto nullo. Ma se la dottrina deʼ Whig era falsa, se il giuramento seguitava ad essere obbligatorio, potevano veramente credere gli uomini assennati che votando la Reggenza scanserebbero la colpa di spergiuri? Potevano essi affermare che rimanevano veramente fidi a Giacomo mentre, in onta alle proteste chʼegli faceva al cospetto di tutta Europa, essi davano ad altri la potestà di riscuotere la pubblica pecunia, convocare e prorogare il Parlamento, creare Duchi e Conti, nominare Vescovi e Giudici, graziare i rei, comandare le forze dello Stato, e concludere trattati con le Potenze straniere? Aveva egli il Pascal potuto trovare, in tutte le frenesie deʼ casisti gesuiti, un sofisma più spregevole di quello che adesso, a quanto parea, bastava a calmare le coscienze deʼ Padri della Chiesa Anglicana?