Part 51
Il concitamento in breve giunse fino alle vicinanze di Castle Drummond. Perth conobbe di non essere sicuro nè anche fraʼ suoi propri servi e fittajuoli. Si abbandonò a quel disperato dolore in cui la sua cruda tirannia aveva spesso gettato uomini migliori di lui. Si provò di cercare conforto neʼ riti della sua novella Chiesa. Importunava i preti a confortarlo, pregava, si confessava, si comunicava: ma la sua fede era sì debole chʼegli affermò che, malgrado tutte le sue divozioni, era straziato dal terrore della morte. Intanto seppe che potea fuggire sopra un vascello che stavasi di faccia a Brentisland. Travestitosi come meglio potè, dopo un lungo e difficile cammino per non frequentati sentieri su per i monti dʼOchill, che allora erano coperti di neve, gli venne fatto dʼimbarcarsi: ma, non ostante tutte le sue cautele, era stato riconosciuto, e il grido della scoperta sʼera in un baleno propalato. Come si seppe che il crudo rinnegato era in mare ed aveva seco dellʼoro, taluni incitati dallʼodio e dalla cupidigia si posero ad inseguirlo. Un legno comandato da un antico cacciatore di buoi raggiunse il fuggente vascello e lo prese allʼabbordaggio. Perth travestito da donna dal fondo in cui sʼera nascosto fu tratto sul ponte, dove fu spogliato, frugato e saccheggiato. Gli aggressori appuntarongli le baionette al petto. E mentre ei con abiette strida supplicava gli lasciassero la vita, fu condotto a terra e gettato nella prigione comune di Kirkaldy. Di là, per ordine del Consiglio da lui dianzi presieduto, e che era composto dʼuomini partecipi delle sue colpe, fu trasferito al Castello di Stirling. Era giorno di domenica, e lʼora degli uffici divini, allorquando egli, cinto da guardie, fu menato alla sua prigione; ma perfino i rigidi Puritani dimenticarono la santità del giorno e del servizio. La gente erompeva fuori dalle chiese per vedere passare quel carnefice, e il frastuono delle minacce, maledizioni e urli dʼira lo accompagnò fino alla porta del carcere.[628]
Vari egregi Scozzesi trovavansi in Londra quando vi arrivò il Principe; e molti altri vi accorsero a corteggiarlo. Il dì 7 gennaio li chiamò a Whitehall. La congrega fu grande e rispettabile: al Duca di Hamilton e al Conte di Arran suo primogenito, capi dʼuna casa quasi regale, tenevano dietro trenta Lordi e circa ottanta gentiluomini di gran conto. Guglielmo gli esortò a consultare fra loro, e fargli sapere il miglior modo di promuovere il bene del loro paese. Quindi ritirossi perchè deliberassero liberamente senza lo impaccio della presenza di lui. Andati alla sala del Consiglio, posero Hamilton sul seggio. Ancorchè sembri che ci fosse poca differenza dʼopinione, le discussioni loro durarono tre giorni, fatto che si spiega pensando che Sir Patrizio Hume era uno degli oratori. Arran rischiossi a proporre sʼaprissero col Re pratiche dʼaccordo. Ma tale proposta, male accolta da suo padre e dalla intera assemblea, non trovò nessuno che la secondasse. Alla perfine vennero a deliberazioni strettamente somiglievoli a quelle che, pochi giorni innanzi, i Lordi e i Comuni dʼInghilterra avevano presentate al Principe. Lo pregavano di convocare una Convenzione degli Stati di Scozia, stabilire il dì 14 marzo per giorno dellʼAdunanza, e fino a quel giorno assumersi egli lʼamministrazione civile e militare. Il Principe assentì alla richiesta; e quindi il governo di tutta lʼisola si ridusse nelle sue mani.[629]
XXIX. Avvicinavasi il momento decisivo, e si accrebbe lʼagitazione nel pubblico. In ogni dove vedevansi gli uomini politici far capannelli e discutere. Le botteghe da caffè fervevano; le tipografie della metropoli lavoravano senza posa. Deʼ fogli stampati a quel tempo, anche oggi se ne possono raccogliere tanti da formare vari volumi; e non è difficile, leggendo tali scritture, farsi una idea delle condizioni in cui trovavansi i partiti.
Era una piccolissima fazione che voleva richiamare Giacomo senza alcuna stipulazione. Altra fazione anchʼessa piccolissima voleva istituire una repubblica, e affidare il governo ad un Consiglio di Stato sotto la presidenza del Principe dʼOrange. Ma entrambe queste estreme opinioni erano a tutti in aborrimento. Diciannove ventesimi della nazione erano gente in cui lo affetto alla monarchia ereditaria era congiunto, benchè ove più ove meno, con lo affetto alla libertà costituzionale, e che era egualmente avversa allʼabolizione della dignità regia e alla restaurazione incondizionata del Re.
Ma nel vasto spazio che divideva i bacchettoni che seguitavano ad attenersi alle dottrine di Filmer, dagli entusiasti che tuttavia sognavano i sogni di Harrington, vʼera luogo per molte varietà dʼopinioni. Se poniamo da parte le minute suddivisioni, vedremo che la massima parte della nazione e della Convenzione era partita in quattro corpi: tre erano Tory, il quarto era Whig.
Lʼaccordo tra i Whig e i Tory non era rimaso superstite al pericolo che lʼaveva fatto nascere. In varie occasioni mentre che il Principe marciava alla volta di Londra, la dissensione era scoppiata fraʼ suoi fautori. Mentre era ancor dubbio lʼesito della impresa, egli con isquisito accorgimento aveva di leggieri chetato ogni dissenso. Ma dal dì in cui egli entrò trionfante nel palazzo di San Giacomo, ogni suo accorgimento tornò inefficace. La vittoria, liberando la nazione dalla paura della tirannide papale, gli aveva rapita di mano mezza la sua influenza. Vecchie antipatie, che sedaronsi mentre i Vescovi erano nella Torre, i Gesuiti in consiglio, i leali ecclesiastici a torme privati del loro pane, i leali gentiluomini a centinaia scacciati dalle Commissioni di pace, si ridestarono forti ed operose. Il realista raccapricciava pensando di trovarsi in lega con coloro chʼegli fino dalla sua giovinezza mortalmente odiava, coi vecchi capitani parlamentari che gli avevano devastate le ville, coi vecchi commissari parlamentari che gli avevano sequestrati i beni, con uomini che avevano in Rye House tramato il macello e capitanata la insurrezione delle contrade occidentali. Inoltre quella diletta Chiesa, per amore della quale egli, dopo una penosa lotta, aveva rotto il suo debito dʼobbedienza verso il trono, era ella veramente salva? O lʼaveva egli redenta da un nemico perchè rimanesse in preda ad un altro? I preti papisti, a dir vero, erano in esilio, nascosti, o imprigionati. Nessun Gesuita o Benedettino che avesse cara la vita osava mostrarsi vestito degli abiti dellʼordine suo. Ma i dottori presbiteriani e glʼIndipendenti andavano in processione a riverire il capo del governo, e venivano da lui accolti di buona grazia come i veri successori degli apostoli. Alcuni scismatici apertamente dicevano sperare che tosto sarebbe tolto via ogni ostacolo che gli escludeva daʼ beneficii ecclesiastici; che gli Articoli verrebbero mitigati, riformata la liturgia; non più festa il dì di Natale, non più digiuno il venerdì santo; canonici consacrati dal Vescovo, senza le bianche vestimenta, ministrerebbero nei cori delle cattedrali il pane e il vino eucaristico ai fedeli comodamente assisi neʼ loro banchi. Il Principe certamente non era presbiteriano fanatico; ma per lo meno era Latitudinario: non aveva scrupolo di comunicarsi secondo il rito anglicano; ma non si dava pensiero intorno alla forma secondo la quale altri si comunicava. Era anco da temersi che la moglie fosse troppo imbevuta deʼ principii di lui. La coscienza della Principessa era diretta da Burnet. Ella aveva ascoltato predicatori appartenenti a diverse sètte protestanti. Aveva dianzi detto di non discernere differenza veruna tra la Chiesa anglicana e le altre Chiese riformate.[630] Era quindi necessario che i Cavalieri in cosiffatte circostanze seguissero lo esempio dato nel 1641 dai padri loro, si separassero dalle Testerotonde e dai settarii, e, nonostante tutti i falli del monarca ereditario, sostenessero la causa della ereditaria monarchia.
La parte animata da questi sentimenti era numerosa e rispettabile. Comprendeva circa mezza la Camera deʼ Lordi, circa un terzo di quella deʼ Comuni, la maggior parte deʼ gentiluomini rurali, e almeno nove decimi del clero; ma era lacerata dalle dissensioni, e per ogni lato cinta di ostacoli.
XXX. Una frazione di questo gran partito, frazione che era specialmente forte fra gli ecclesiastici, e della quale Sherlock era lʼorgano principale, voleva si aprissero pratiche dʼaccordo con Giacomo, che fosse invitato a ritornare a Whitehall a condizioni tali che pienamente rimanesse assicurata la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno.[631] Egli è evidente che questo disegno, benchè fosse vigorosamente propugnato dal clero, era al tutto incompatibile con le dottrine per lunghi anni da esso insegnate. Veramente era un tentativo di aprire una via di mezzo dove non era spazio ad aprirla, di effettuare una concordia tra due cose che concordia non ammettevano, cioè tra la resistenza e la non resistenza. I Tory dapprima sʼerano appoggiati al principio della non resistenza; ma la più parte di loro avevano abbandonato quel principio e non inchinavano a riabbracciarlo. I Cavalieri dʼInghilterra, come classe, erano stati così, direttamente o indirettamente, implicati nella ultima insurrezione contro il Re, che non potevano per vergogna parlare del sacro debito di obbedire a Nerone; nè volevano richiamare il Principe sotto il cui pessimo governo avevano cotanto sofferto, senza esigere da lui condizioni tali da rendergli impossibile ogni abuso di potere. Trovavansi quindi in falsa posizione. La loro antica teoria, vera o falsa che fosse, almeno era completa e coerente. Se era vera, dovevano immediatamente invitare il Re a tornare indietro e permettergli, ove così gli piacesse, di punire nel capo come rei di crimenlese Seymour e Danby, il Vescovo di Londra e quello di Bristol, ristabilire la Commissione ecclesiastica, riempiere la Chiesa di dignitari papisti, e porre lo esercito sotto il comando di ufficiali papisti. Ma se, come gli stessi Tory allora sembravano confessare, quella teoria era falsa, a che aprire pratiche dʼaccordo col Re? Se ammettevano chʼegli potesse legalmente essere privato del trono finchè non desse soddisfacenti guarentigie per la sicurtà della costituzione della Chiesa e dello Stato, non era agevole negare chʼegli potesse legalmente esserne privato per sempre. Imperocchè quale soddisfacente guarentigia poteva egli dare? Come era possibile formulare un Atto di Parlamento in termini più chiari di quelli in che erano espressi gli atti parlamentari, i quali ingiungevano che il Decano della Chiesa di Cristo fosse un protestante? Come era egli possibile esprimere una qualunque promessa con parole più energiche di quelle con le quali Giacomo aveva più volte dichiarato di rigorosamente rispettare i diritti del Clero Anglicano? Se legge od onore fossero stati bastevoli a vincolarlo, ei non sarebbe mai stato costretto a fuggire dal suo Regno. E non valendo onore o legge a vincolarlo, era savio provvedimento permettergli che ritornasse.
XXXI. È possibile, non pertanto, che, malgrado i predetti argomenti, una proposta di aprire pratiche con Giacomo sarebbe stata fatta nella Convenzione e sostenuta daʼ Tory, ove egli in questa, come in qualsivoglia altra occasione, non fosse stato il peggiore nemico di sè stesso. Ogni corriere postale che giungeva a Londra da Saint–Germain, recava nuove tali da intiepidire lo ardore deʼ suoi partigiani. Ei non credeva valesse lo incomodo simulare rincrescimento deʼ passati errori o promessa di emendarsi. Pubblicò un Manifesto, nel quale diceva avere sempre posto ogni cura a governare con giustizia e moderazione i suoi popoli, e che essi ingannati da immaginari aggravi erano corsi da sè alla rovina.[632] La sua demenza ed ostinazione fece sì che coloro i quali più ardentemente desideravano riporlo sul trono ad eque condizioni, comprendessero che, proponendo in quel momento dʼaprire pratiche con lui, danneggerebbero la causa che volevano propugnare. Deliberarono quindi di collegarsi con unʼaltra fazione di Tory capitanata da Sancroft. Questi credè avere trovato modo di provvedere al governo del paese senza richiamare Giacomo, non privandolo ad un tempo della sua Corona. Questo modo altro non era che istituire una Reggenza. I più ostinati di queʼ teologi che avevano inculcata la dottrina della obbedienza passiva non avevano mai sostenuto che siffatta obbedienza si dovesse prestare ad un bambino o a un demente. Era universalmente riconosciuto che, quando il legittimo Sovrano fosse intellettualmente incapace di esercitare il proprio ufficio, poteva deputarsi alcuno ad agire in sua vece, e che chiunque resistesse a cotesto deputato, e per iscusa allegasse il comando di un principe in fasce o demente, incorrerebbe giustamente nelle pene della ribellione. La stupidità, lʼostinatezza, e la superstizione—in questa guisa ragionava il Primate—avevano reso Giacomo inetto a reggere i propri dominii come un fanciullo in fasce, o un pazzo che nel Manicomio di Bedlam si giaccia sulla paglia digrignando i denti e dicendo scempie parole. Era dunque mestieri appigliarsi al provvedimento preso allorchè Enrico VI era infante, e una seconda volta abbracciato allorchè fu colpito da letargia. Giacomo non poteva esercitare lʼufficio di Re; ma doveva seguitare ad avere sembianza di Re. I decreti dovevano portare il suo nome, le monete e il Gran Sigillo essere segnati della immagine ed epigrafe di lui; gli Atti del Parlamento portare gli anni del suo regno. Ma il potere esecutivo doveva essergli tolto, ed affidato a un Reggente eletto dagli Stati del Reame. In questa guisa, sosteneva con gravità Sancroft, il popolo non mancherebbe al proprio debito, strettamente manterrebbe il giuramento di fedeltà prestato al suo Re; e i più ortodossi anglicani, senza il minimo scrupolo di coscienza, potrebbero esercitare gli uffici sotto il Reggente.[633]
La opinione di Sancroft era di gran peso nel partito Tory e segnatamente nel clero. Una settimana innanzi il giorno stabilito al ragunarsi della Convenzione, una congrega di gravissimi uomini nel palazzo Lambeth, assistè alle preci nella cappella, desinò col Primate, e finalmente si strinse a consulta intorno alle pubbliche faccende. Vʼerano presenti cinque suffraganei dello Arcivescovo, i quali nella decorsa estate avevano secolui diviso i perigli e la gloria. I Conti di Clarendon e di Ailesbury rappresentavano i Tory secolari. Parve che unanimemente lʼassemblea opinasse che coloro i quali avevano prestato a Giacomo il giuramento di fedeltà, potevano lecitamente negargli obbedienza; ma non potevano con sicurtà di coscienza chiamare chiunque altri si fosse col nome di Re.[634]
XXXII. In tal modo due frazioni del partito Tory, lʼuna che desiderava un accomodamento con Giacomo, lʼaltra che avversava tale accomodamento, concordarono a propugnare il disegno dʼinstituire una Reggenza. Ma una terza frazione, la quale comechè non fosse numerosa aveva gran peso e influenza, proponeva un assai diverso provvedimento. I capi di questa piccola schiera erano Danby e il Vescovo di Londra nella Camera deʼ Lordi, e Sir Roberto Sawyer in quella deʼ Comuni. Crederono dʼavere trovato modo di fare una compiuta rivoluzione sotto forme rigorosamente legali. Dicevano essere contrario ad ogni principio che il Re venisse detronizzato daʼ suoi sudditi; nè vʼera necessità di farlo. Fuggendo, egli aveva abdicato il suo potere e la sua dignità. Il trono doveva considerarsi come vacante; e tutti i giureconsulti costituzionali sostenevano che il trono dʼInghilterra non poteva esserlo nè anche un momento. E però il più prossimo erede era da reputarsi Sovrano. Ma chi era cotesto prossimo erede? Quanto al pargolo che era stato condotto in Francia, la sua venuta al mondo era accompagnata da molti sospetti. Era dovere verso gli altri membri della regale famiglia e verso la nazione che si rimovesse ogni dubbio. Guglielmo, a nome della Principessa dʼOrange sua consorte, aveva solennemente dimandata una inchiesta, la quale sarebbe stata instituita se gli accusati di frode non si fossero appigliati ad un partito, che in qualunque caso ordinario sarebbe stato considerato come prova decisiva della colpa. Senza aspettare lʼesito di un solenne processo parlamentare, se nʼerano fuggiti in paese straniero, secoloro conducendo lo infante, e le cameriste francesi e italiane, le quali, ove ci fosse stato frode, avrebbero dovuto saperla, e quindi sarebbero state sottoposte a rigoroso contro–esame. Era impossibile ammettere il diritto del fanciullo senza avere compita la inchiesta; e coloro che si dicevano suoi genitori avevano resa ogni inchiesta impossibile. Era quindi mestieri reputarlo condannato in contumacia. Se ei pativa ingiustizia, ne avea colpa non la nazione, ma coloro la cui strana condotta al tempo della nascita di lui aveva giustificato la nazione a domandare una inchiesta, alla quale si sottrassero con la fuga. Per le quali cose poteva a buon diritto considerarsi come pretendente; e in tal modo la Corona rimaneva devoluta alla Principessa dʼOrange. Essa era adunque di fatto Regina regnante. Alle Camere altro non rimaneva a fare che proclamarla. Ella poteva, se così le piacesse, nominare primo ministro il marito, e anche, assenziente il Parlamento, conferirgli il titolo di Re.
Coloro, che preferivano questo disegno a qualunque altro, erano pochi; ed era sicuro che verrebbe avversato da tutti quei che tuttavia serbavano qualche affetto per Giacomo, e da tutti i partigiani di Guglielmo. Pure Danby, fidando nella pratica chʼegli aveva della tattica parlamentare, e sapendo quanto possa, ogniqualvolta i grandi partiti trovinsi a un dipresso bilanciati, una piccola schiera di dissenzienti, non disperava di tenere sospeso il resultato della contesa, finchè entrambi, Whig e Tory, non avendo più speranza di piena vittoria, e tementi gli effetti dello indugiare, lo lasciassero agire come arbitro. E non era impossibile che gli riuscisse, se i suoi sforzi fossero stati secondati, anzi non fossero stati frustrati da colei chʼegli desiderava inalzare al fastigio della umana grandezza. Per quanto egli avesse occhio veggente e pratica negli affari, ignorava affatto la indole di Maria e lo affetto chʼella nutriva pel suo consorte; nè Compton antico precettore di lei era meglio informato. Guglielmo aveva modi secchi e freddi, inferma salute, indole punto blanda; non era uomo da fare supporre che potesse ispirare una violenta passione ad una giovane di ventisei anni. Sapevasi chʼegli non era stato sempre rigorosamente fedele alla propria moglie; e i ciarlieri andavano dicendo chʼella non menava felice la vita in compagnia di lui. I più sottili politici, perciò, non sospettarono mai che con tutti i suoi falli egli regnasse sul cuore di lei con un impero che non ottennero mai sul cuore di nessuna donna principi rinomatissimi pei loro successi nelle faccende dʼamore, come a modo dʼesempio Francesco I ed Enrico IV, Luigi XIV e Carlo II, e che i tre regni aviti non fossero principalmente dʼalcun valore agli occhi di lei, se non perchè, nel concederli allo sposo, poteva provargli quanto intenso e disinteressato era lo affetto chʼella gli portava. Danby, affatto ignaro di coteste cose, le assicurò che egli avrebbe difesi i diritti di lei, e che, ove ella lo secondasse, sperava di porla sola sul trono.[635]
XXXIII. La condotta deʼ Whig era semplice e ragionevole. Professavano il principio che il nostro Governo era essenzialmente un contratto formato per una parte dal giuramento di fedeltà, e per unʼaltra dal giuramento della incoronazione, e che i doveri imposti da tale contratto erano scambievoli. Credevano che un Sovrano il quale abusasse gravemente deʼ propri poteri, potesse essere legittimamente avversato dal suo popolo e privato del trono. Ciò posto, nessuno negava che Giacomo avesse fatto grave abuso del proprio potere; e tutto il partito Whig era pronto a dichiararlo decaduto. Se il Principe di Galles fosse o non fosse legittimo, non era subietto meritevole dʼessere discusso. Per escluderlo dal trono ora esistevano ragioni più forti di quelle che si potessero dedurre dalla qualità di sua nascita. Un bambino introdotto di soppiatto nel regio talamo poteva forse riuscire buon Re dʼInghilterra. Ma non era possibile sperarlo trattandosi dʼun bambino cresciuto e educato da un padre chʼera il più stupido ed ostinato dei tiranni, in un paese straniero, sede del dispotismo e della superstizione; in un paese dove gli ultimi vestigi della libertà erano scomparsi; dove gli Stati Generali avevano cessato di ragunarsi; dove i Parlamenti da lungo tempo registravano senza la più lieve rimostranza i più oppressivi editti del Sovrano; dove il valore, lo ingegno, la dottrina sembravano esistere solamente a fine dʼingrandire un solo uomo; dove lʼadulazione era precipuo subietto alla stampa, al pulpito, alla scena; e dove uno deʼ precipui subietti della adulazione era la barbara persecuzione della Chiesa Riformata. Era egli verosimile che sotto cosiffatta tutela e in quella cotale situazione il fanciullo imparasse rispetto verso le istituzioni della sua terra natia? Poteva egli dubitarsi che crescerebbe per essere lo schiavo deʼ Gesuiti e deʼ Borboni, che avrebbe più sinistri pregiudicii—se pure ciò era possibile—che qualunque altro deʼ precedenti Stuardi contro le leggi della Inghilterra?
I Whig inoltre non pensavano, che, avuto riguardo alle attuali condizioni della patria, fosse opera in sè stessa inconvenevole dipartirsi dalla ordinaria regola della successione. Opinavano che finchè tale regola rimaneva in vigore, le dottrine dellʼindestruttibile diritto ereditario e della obbedienza passiva piacerebbero alla Corte, verrebbero inculcate dal clero, e rimarrebbero abbarbicate nelle menti del popolo. Seguiterebbe a prevalere la idea che la dignità regia è ordinamento di Dio con significato diverso da quello che sʼintende dicendo ogni altra specie di Governo essere ordinamento di Dio. Era chiaro che finchè questa superstizione non fosse spenta, la Costituzione non avrebbe mai sicurtà: imperocchè una monarchia veramente limitata non può lungo tempo durare in una società che consideri la monarchia come cosa divina, e le limitazioni come trovati umani. Perchè il principato esista in perfetta armonia con le libertà nostre, è mestieri che esso non possa mostrare un titolo più alto e venerando di quello onde noi possediamo le nostre libertà. Il Re va quinci innanzi considerato come magistrato, alto magistrato, a dir vero, e degno di somma onoranza, ma, al pari di tutti gli altri magistrati, soggetto alla legge, e derivante la potestà sua dal cielo in senso non diverso da quello che potrebbe intendersi dicendo che le Camere deʼ Lordi e dei Comuni derivano la potestà loro dal cielo. Il modo migliore a conseguire un così salutare cangiamento sarebbe quello dʼinterrompere il corso della successione. Sotto sovrani i quali reputassero a un dipresso alto tradimento il predicare la non resistenza e la teoria del governo patriarcale, sotto sovrani la cui autorità derivando dalle deliberazioni delle due Camere non sʼinalzasse di sopra alla sua sorgente, vi sarebbe poco pericolo di patire oppressione simile a quella che aveva per due generazioni costretti glʼInglesi a correre alle armi contro gli Stuardi. Per cotali ragionamenti i Whig erano apparecchiati a dichiarare vacante il trono, a provvedervi per mezzo della elezione, e imporre al Principe da loro scelto condizioni tali che fermamente tutelassero il paese contro il pessimo Governo.