Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 50

Chapter 503,613 wordsPublic domain

Ei sʼera accinto a non lieve impresa. Il Governo era onninamente sossopra. I Giudici di Pace avevano abbandonate le loro funzioni. Gli ufficiali della pubblica rendita avevano cessato di riscuotere le tasse. Lʼarmata disciolta da Feversham era ancora in confusione e pronta ad ammutinarsi. La flotta non era in meno tristi condizioni. Gli ufficiali militari e civili della Corona erano creditori di grosse somme per paghe arretrate; e nello Scacchiere altro non era che quarantamila lire sterline. Il Principe con somma energia si pose a rifare lʼordine. Pubblicò un proclama che esortava tutti i magistrati a continuare neʼ loro uffici, e un altro in cui ordinava la riscossione delle imposte.[618]

Il nuovo riordinamento dello esercito con rapidità procedeva. Molti deʼ Nobili e gentiluomini cui Giacomo aveva tolto il comando deʼ reggimenti inglesi furono richiamati. Fu trovato modo a impiegare le migliaia di soldati irlandesi da Giacomo fatti venire in Inghilterra. Non potevano in sicurtà rimanere in un paese dove essi erano segno alla animosità nazionale e religiosa. Non potevano con sicurtà mandarsi a casa loro per afforzare lʼarmata di Tyrconnel. Fu quindi provveduto di spedirli sul continente, dove, sotto il vessillo di Casa dʼAustria, potevano riuscire dʼindiretta ma efficace utilità alla causa della costituzione inglese e della religione protestante. Dartmouth fu destituito; e promettendo ad ogni marinaio prontamente la paga dovutagli, la flotta riconciliossi a Guglielmo. La città di Londra imprese ad appianargli le difficoltà di finanza. Il Consiglio Municipale, con voto unanime, sʼimpegnò a procurargli duecento mila lire sterline. E fu considerato come gran prova della opulenza e del patriottismo dei mercatanti della metropoli il trovare in quarantotto ore la intera somma senza altra guarentigia che la parola del Principe. Poche settimane innanzi Giacomo non aveva potuto procurarsi una somma assai minore, ancorchè avesse offerto di pagare frutti più alti, e dare in pegno beni di molto pregio.[619]

XXII. In pochissimi giorni lo sconvolgimento prodotto dalla invasione, dalla insurrezione, dalla fuga di Giacomo e dalla sospensione dʼogni regolare governo, era finito, e il paese aveva ripreso il consueto aspetto. Regnava universale sentimento di sicurezza. Anche le classi maggiormente esposte allʼodio pubblico, e che avevano maggiore ragione a temere una persecuzione, furono protette dalla accorta clemenza del vincitore. Individui profondamente implicati negli illegali atti dello antecedente regno, non solo passeggiavano sicuri per le vie, ma profferivansi candidati alla Convenzione. Mulgrave non fu accolto di mala grazia al palazzo di San Giacomo. A Feversham, sprigionato, fu permesso di riprendere lʼunico ufficio pel quale aveva i debiti requisiti, cioè quello di tenere la banca al giuoco della bassetta in casa della Regina vedova. Ma non vi fu classe del popolo che avesse tanta cagione di sentire gratitudine per Guglielmo al pari deʼ Cattolici Romani. Non sarebbe stato savio partito abrogare formalmente i severi provvedimenti fatti daʼ Pari contro i credenti dʼuna religione generalmente aborrita dalla nazione: ma tali provvedimenti vennero praticamente annullati mercè la prudenza ed umanità del Principe. Marciando da Torbay alla volta di Londra aveva dato ordine di non recar danno alle persone e alle abitazioni deʼ papisti. Adesso rinnovò tali ordini, e ingiunse a Burnet gli facesse rigorosamente eseguire. Non poteva fare migliore scelta, imperciocchè Burnet era uomo di tanta generosità e buona indole, che il suo cuore era sempre aperto aglʼinfelici; e nel tempo medesimo il suo ben noto odio contro il papismo era pei più fervidi protestanti sufficiente sicurtà che glʼinteressi della religione loro non correrebbero il minimo rischio nelle mani di lui. Ascoltava cortesemente le querele deʼ Cattolici Romani, procurava il passaporto a tutti coloro che amavano meglio andarsene di là dal mare, e si recò da sè a Newgate per visitare i prelati ivi rinchiusi. Ordinò che venissero trasferiti in più comode stanze, e serviti con ogni riguardo. Gli assicurò solennemente che non verrebbe loro torto un capello, ed appena il Principe fosse in condizione da agire secondo che desiderava, gli avrebbe posti in libertà. Il Ministro di Spagna riferì al proprio Governo, e per mezzo di questo al Papa, che nessun Cattolico poteva sentire scrupolo di coscienza a cagione della recente rivoluzione della Inghilterra; che deʼ pericoli, ai quali i credenti nella vera Chiesa trovavansi esposti, il solo Giacomo era responsabile, e che il solo Guglielmo li aveva salvati da una sanguinosa persecuzione.[620]

XXIII. E però con quasi piena soddisfazione i Principi della Casa dʼAustria e il Sommo Pontefice sentirono che il lungo vassallaggio della Inghilterra era finito. Come si seppe in Madrid che Guglielmo andava a vele gonfie nella sua intrapresa, un solo nel consiglio di Stato di Spagna osò esprimere il proprio rincrescimento al vedere come un fatto, che politicamente considerato era faustissimo, sarebbe stato dannoso aglʼinteressi della vera Chiesa.[621]

Ma la tollerante politica del Principe prestamente quietò tutti gli scrupoli, e il suo inalzamento non fu veduto con minore satisfazione dai bacchettoni Grandi di Spagna, che dai Whig inglesi.

Con assai diverso sentimento la nuova di questa grande rivoluzione fu accolta in Francia. In un solo giorno la politica dʼun regno lungo, pieno di vicissitudini e glorioso, restò sconcertata. Inghilterra era di nuovo la Inghilterra dʼElisabetta e di Cromwell; e le relazioni di tutti gli Stati della Cristianità furono pienamente cangiate dalla repentina intromissione di questo nuovo potentato nel sistema europeo. I Parigini non sapevano dʼaltro discorrere se non di ciò che seguiva in Londra. Il sentimento nazionale e religioso spingevali a parteggiare per Giacomo. Non sapevano un jota della costituzione inglese. Abbominavano la Chiesa Anglicana. La nostra rivoluzione pareva loro non il trionfo della libertà sopra la tirannide, ma una orrenda tragedia domestica, nella quale un venerabile e pio Servio veniva tratto giù dal trono da un Tarquinio, e schiacciato dalle ruote del cocchio dʼuna Tullia. Gridavano vergogna ai capitani traditori, esecravano le snaturate figliuole, e sentivano per Guglielmo profondo disgusto, comecchè temperato dal rispetto che il valore, la capacità, e i prosperi successi sogliono ispirare.[622] La Regina, sotto la sferza del notturno vento e della pioggia, stringendo al petto il parvolo erede di tre corone, il Re arrestato, derubato, e oltraggiato da uomini ribaldi, erano cose che destavano commiserazione e romanzesco interesse nel cuore di tutti i Francesi. Ma Luigi fu quegli che provò particolari emozioni vedendo le calamità della Casa Stuarda. Si sentì ridestare nellʼanima lo egoismo e la generosità tutta dellʼindole sua. Dopo molti anni di prosperità egli aveva finalmente dato in un grave inciampo. Aveva calcolato sopra lo aiuto o la neutralità della Inghilterra; e adesso non poteva altro da quella aspettarsi che energica e pertinace ostilità. Parecchi giorni innanzi avrebbe non senza ragione potuto sperare di soggiogare le Fiandre e dettare la legge alla Germania; e adesso si reputerebbe fortunato ove potesse difendere i confini del Regno contro una lega da lunghissimi anni non più veduta in Europa. Da questa cotanto nuova, impacciosa e pericolosa posizione, nullʼaltro che una controrivoluzione o una guerra civile nelle Isole britanniche poteva liberarlo. Per le quali cose ambizione e paura lo spingevano ad abbracciare la causa della caduta dinastia. Ed è giusto il dire che a ciò fare lo movevano anche sentimenti più nobili che lʼambizione e il timore non fossero. Il suo cuore era naturalmente compassionevole, e le sciagure di Giacomo erano tali da svegliare tutta la compassione di Luigi. Le circostanze in cui egli erasi trovato avevano impedito il libero corso ai suoi buoni sentimenti. La simpatia rade volte è vigorosa dove è grande ineguaglianza di condizioni; ed egli sʼera tanto alto levato sopra gli altri uomini, che le loro miserie gli destavano in cuore una tepida pietà, quale sarebbe quella che noi proviamo ai patimenti degli animali inferiori, dʼun pettirosso affamato o dʼun spedato cavallo da posta. La devastazione del Palatinato e la persecuzione degli Ugonotti non gli avevano quindi turbato lʼanimo in guisa, che tosto non glielo mettessero in calma lʼorgoglio e la bacchettoneria. Ma si sentì destare nellʼanima tutta la tenerezza di cui egli era capace, vedendo la miseria di un gran Re, che pochi giorni innanzi era stato servito in ginocchio da grandi Signori, e che adesso era esule e mendico. A questo sentimento di tenerezza era commista una vanità non ignobile. Voleva dare al mondo un esempio di munificenza e cortesia. Voleva mostrare allʼumanità quale dovrebbe essere il contegno di un perfetto gentiluomo in altissimo stato e in una solenne congiuntura; e, a vero dire, ei si condusse da uomo cavallerescamente urbano e generoso, sì che di altro esempio non si onoravano gli annali della Europa dal tempo in cui il Principe Nero si stette in piedi dietro la sedia del Re Giovanni a cena nel campo di Poitiers.

XXIV. Appena si seppe in Versailles che la Regina dʼInghilterra era approdata in Francia, le venne apparecchiato un palazzo. Furono spediti cocchi e compagnie di Guardie por istarsi agli ordini di lei. Perchè ella potesse comodamente viaggiare, si feʼ racconciare la strada di Calais. A Lauzun non solo fu, a riguardo di lei, concesso perdono delle colpe passate, ma egli ebbe lʼonore dʼuna lettera amichevole scritta di mano di Luigi. Maria faceva cammino alla volta della corte francese, allorquando giunse la nuova che il suo marito, dopo un procelloso viaggio, era sbarcato a salvamento presso il piccolo villaggio dʼAmbleteuse. Personaggi dʼalto grado furono tosto spediti da Versailles a compirlo e servirgli di scorta. Frattanto Luigi, accompagnato dalla sua famiglia e daʼ suoi Nobili, uscì in solenne corteo a ricevere lʼesule Regina. Il suo cocchio sontuoso era preceduto dagli alabardieri svizzeri. Lo fiancheggiava di qua o di là il corpo delle Guardie a cavallo sonando i cimbali e le trombe. Dietro il Re in cento carrozze, ciascuna tirata da sei cavalli, veniva la più splendida aristocrazia che fosse in Europa, tutta piume, nastri, gioie e ricami. La processione non aveva fatto molto cammino quando fu annunziato che Maria appressavasi. Luigi scese dal cocchio, e a piedi le andò incontro. Ella diede in uno scoppio di passionate espressioni di gratitudine. «Madama,» disse il Re di Francia «egli è un tristo servigio quello che oggi vi rendo. Spero che in futuro io possa rendervene di maggiori e più piacevoli.» Così dicendo, baciò il pargoletto Principe di Galles, e fece sedere alla sua destra la Regina nel cocchio reale. Allora la cavalcata si volse verso Saint–Germain.

Quivi nella estremità dʼuna foresta popolata di belve da caccia, e in cima a un colle che sovrasta al tortuoso corso della Senna, Francesco I aveva edificato un castello, ed Enrico IV una magnifica terrazza. Di tutte le magioni deʼ Re di Francia, in nessuna si respirava aria più salubre e godevasi un più ameno spettacolo. La grandezza e vetustà veneranda degli alberi, la beltà deʼ giardini, lʼabbondanza delle acque erano in gran fama. Ivi Luigi XIV era nato, e nei suoi giovani anni ivi avea tenuta la sua corte, aveva aggiunti vari padiglioni alla magione di Francesco, e finita la terrazza di Enrico. Nonostante, presto il Re provò inesplicabile disgusto pel luogo dove era nato. Ei lasciò Saint–Germain per trasferirsi a Versailles, e spese somme pressochè favolose nel vano sforzo di creare un paradiso in un luogo singolarmente sterile e insalubre, tutto sabbia e fango, senza boschi, senza acqua e senza caccia. Saint–Germain adunque fu scelto per abitazione della reale famiglia dʼInghilterra. Vi era stata in fretta trasportata sontuosa mobilia. Le stanze pel Principe di Galles erano state provvedute dʼogni cosa necessaria ai bisogni dʼun pargolo. Uno deʼ servi presentò alla Regina la chiave di un ricco scrigno che trovavasi nello appartamento di lei. Ella lo aprì, e vi trovò dentro seimila luigi dʼoro.

XXV. Il dì susseguente Giacomo arrivò a Saint–Germain. Vi era Luigi a riceverlo. Lo sventurato esule gli fece un sì profondo inchino che pareva volesse abbracciare le ginocchia del suo protettore. Luigi sollevatolo, abbracciollo con fraterna tenerezza. I due Re entrarono in camera della Regina. «Ecco qui un gentiluomo» le disse Luigi «che voi gradirete di vedere.» Quindi dopo avere pregato il suo ospite a volere pel dì prossimo visitare Versailles, e concedergli il piacere di mostrargli gli edificii, le pitture, e le piantagioni, prese commiato, senza cerimonie, quasi fossero vecchi amici.

Dopo poche ore agli sposi reali venne annunziato che per tutto il tempo chʼessi farebbero al Re di Francia il favore di accettarne lʼospitalità, verrebbe loro pagata dal suo tesoro lʼannua somma di quarantacinquemila lire sterline. Diecimila ne furono subito date loro per le spese dʼinstallazione.

La liberalità di Luigi fu non per tanto molto meno rara e ammirevole della squisita delicatezza con che ei si affaticò ad addolcire le amarezze deʼ suoi ospiti ed alleggiare il quasi intollerabile peso degli obblighi che addossava loro. Egli, che fino allora nelle questioni di precedenza era stato fastidioso, litigioso, insolente, che sʼera più volte mostrato pronto a gettare la Europa in guerra più presto che cedere nel più frivolo punto dʼ_etichetta_, adesso fu puntiglioso contro sè stesso, ma puntiglioso per i suoi sventurati amici. Ordinò che Maria fosse trattata con tutti i segni di rispetto onde era stata trattata la defunta sua moglie. Fu discusso se i Principi della Casa di Borbone avessero diritto di sedersi in presenza della Regina. Simiglianti inezie erano cose gravi nellʼantica Corte di Francia. Vʼerano esempi pro e contra: ma Luigi decise la questione contro il proprio sangue. Alcune dame dʼaltissimo grado trascurarono la cerimonia di baciare il lembo della veste di Maria. Luigi notò la omissione, e con voce tale e con tale sguardo, che tutte le dame di corte da quel giorno mostraronsi sempre pronte a baciarle il piede. Allorquando lʼEster, pur allora scritta da Racine, venne rappresentata in Saint–Cyr, Maria occupò il seggio dʼonore. Giacomo le sedeva a destra. Luigi modestamente le si assise a sinistra. Anzi ei consentì che nel suo proprio palazzo un esule, il quale viveva della sua generosità, assumesse il titolo di Re di Francia, e come Re di Francia inquartasse i gigli coʼ lioni inglesi, e come Re di Francia neʼ giorni in che la corte prendeva il lutto, vestisse abito di colore violetto.

Il contegno deʼ Nobili francesi in pubblico prendeva norma dal Sovrano, ma non era possibile impedire che essi liberamente pensassero ed esprimessero i loro pensieri nelle conversazioni private, con la pungente e delicata arguzia che forma il carattere della nazione e del ceto loro. Di Maria pensavano favorevolmente. La trovavano piacente di persona e dignitosa nel portamento. Ne veneravano il coraggio e lo affetto di madre, e ne commiseravano la sinistra fortuna. Ma per Giacomo sentivano estremo dispregio. Non potevano patire la sua insensibilità, il modo freddo onde egli discorreva con chi che si fosse della propria rovina, e il fanciullesco diletto che prendeva della pompa e del lusso di Versailles. Attribuivano questa strana apatia, non a filosofia o religione, ma a stupidità e abiettezza dʼanimo, e notarono come nessuno che aveva avuto lʼ onore dʼascoltare dalla bocca di Sua Maestà Britannica il racconto dello proprie vicissitudini si maravigliasse di vedere lui in Saint–Germain e il suo genero nel palazzo di San Giacomo.[623]

XXVI. Nelle Province Unite la commozione prodotta dalle nuove giunte dʼInghilterra era anche maggiore che in Francia. Era quello il tempo in cui la Batava Federazione era pervenuta al più alto fastigio di gloria e potenza. Dal giorno in cui la spedizione fece vela tutta la nazione olandese era stata in preda a somma ansietà. Le chiese non erano mai state come allora popolate di gente. I predicatori non avevano mai arringato con maggiore veemenza. Gli abitanti dellʼAja non poterono frenarsi dallo insultare Albeville. La sua casa era giorno e notte sì strettamente circondata dalla plebaglia, che nessuno rischiavasi a visitarlo; ed egli temeva non appiccassero fuoco alla sua cappella.[624] Ad ogni corriere che giungeva recando nuove dello avanzarsi del Principe, i suoi concittadini si sentivano rincuorati; e allorquando si seppe chʼegli, cedendo allo invito fattogli dai Lordi e dallʼAssemblea deʼ Comuni, aveva assunto il potere esecutivo, tutte le fazioni olandesi proruppero in un grido universale di gioia e dʼorgoglio. Sollecitamente fu spedita unʼambasceria straordinaria a recargli le congratulazioni della madre patria. Uno degli ambasciatori era Dykvelt, uomo in quella occasione di non poca utilità per la destrezza, e per la profonda scienza chʼegli aveva della politica inglese; e gli fu dato per collega Niccola Witsen, Borgomastro dʼAmsterdam, il quale sembra essere stato scelto a fine di provare a tutta Europa che la lunga contesa tra la Casa dʼOrange e la città principale della Olanda era cessata. Il dì 8 gennaio Dykwelt e Witsen si presentarono a Westminster. Guglielmo favellò loro con franchezza e cordialità tali che rare volte ei mostrava conversando con glʼInglesi. Le sue prime parole furono queste: «Bene! e che cosa dicono ora gli amici a casa nostra?» E veramente il solo plauso che parve forte commuovere la stoica indole di lui, fu quello della terra natia. Della immensa popolarità chʼegli godeva in Inghilterra, parlò con freddo sdegno, e predisse con troppa verità la reazione che ne sarebbe seguita. «Qui» disse egli «oggi dappertutto si grida _Osanna_, e forse domani si griderà _Crucifige_».[625]

XXVII. Il dì appresso furono eletti i primi membri della Convenzione. La città di Londra diede lo esempio, e senza contesa elesse quattro ricchi mercatanti caldissimi Whig. Il Re e i suoi fautori avevano sperato che molti ufficiali deʼ collegi elettorali considererebbero come nulla la lettera del Principe; ma fu vana speranza. Le elezioni procederono rapidamente e senza intoppo. Non vi fu quasi ombra di contesa: imperocchè la nazione per più dʼun anno aveva sempre aspettato lʼapertura delle Camere. I decreti di convocazione erano stati due volte emessi e due revocati. Alcuni collegi elettorali, per virtù di tali decreti, avevano già eletto i loro rappresentanti. Non vʼera Contea nella quale i gentiluomini e i borghesi non avessero, molti mesi prima, posto lʼocchio sopra candidati buoni protestanti, ad eleggere i quali dovevasi fare ogni sforzo in onta ai voleri del Re e ai raggiri del Lord Luogotenente; e questi candidati ora vennero generalmente eletti senza opposizione.

Il Principe diede rigorosi ordini che nessuno ufficiale pubblico in questa occasione adoperasse quelle arti che avevano recato tanto disonore al cessato Governo. Comandò in ispecie che nessun soldato osasse mostrarsi nelle città nelle quali facevansi le elezioni.[626] I suoi ammiratori poterono vantare, e i suoi nemici sembra non potessero negare, che gli elettori esprimessero liberamente la propria opinione. Vero è chʼegli rischiava poco. Il partito a lui bene affetto era trionfante e pieno dʼentusiasmo, di vita e dʼenergia. Quello da cui poteva aspettarsi seria opposizione era disunito e scorato, stizzito con sè stesso, e anco più stizzito col proprio capo. La maggior parte, quindi, delle Contee e deʼ borghi elessero rappresentanti Whig.

XXVIII. Eʼ non fu sopra la sola Inghilterra che Guglielmo estese la sua tutela. La Scozia era insorta contro i suoi tiranni. Tutti i soldati regolari, i quali lʼavevano lungamente tenuta in freno, erano stati richiamati da Giacomo per soccorrerlo contro glʼinvasori olandesi, tranne un piccolo presidio, che sotto il comando del Duca di Gordon, gran signore cattolico, stavasi nel castello dʼEdimburgo. Ogni corriere che era andato nelle contrade settentrionali nel mese di novembre, mese così pieno di vicende, aveva recato nuove che concitavano le passioni degli oppressi Scozzesi. Finchè era ancor dubbio lʼesito delle operazioni militari, in Edimburgo accaddero subugli e clamori che si fecero più minacciosi dopo la ritirata di Giacomo da Salisbury. Gran torme di gente ragunavansi primamente di notte, poi di giorno. Bruciavano le immagini del papa; chiedevano clamorosamente un libero Parlamento: si videro attaccati ai muri deʼ cartelli dove le teste deʼ ministri della Corona erano messe a prezzo. Fra costoro il più detestato era Perth, come colui chʼera Cancelliere, godeva altamente il regio favore, era apostata della fede riformata, e il primo che aveva nelle leggi penali della patria introdotto il ferreo strumento per macerare le dita. Era uomo privo di vigore, e dʼanimo abietto; e il solo coraggio chʼegli avesse era la sfrontatezza che sfida la infamia, e assiste senza commuoversi agli altrui tormenti. In quel tempo era capo del Consiglio; ma, venutogli meno lʼanimo, abbandonò il proprio posto, e a fuggire ogni pericolo,—secondo che giudicava dagli sguardi e dalle grida del feroce popolaccio,—di Edimburgo,—ritirossi a una sua villa che sorgeva non lontana dalla città. Si fece accompagnare a Castle Drummond da una numerosa guardia; ma, appena partito lui, la città insorse. Pochi soldati provaronsi di reprimere la insurrezione, ma furono vinti. Il palazzo di Holyrood, che era stato trasformato in seminario e tipografia cattolica romana, fu preso dʼassalto e saccheggiato. Libri papalini, rosari, crocifissi e pitture furono accatastati e arsi in High Street. Framezzo a tanta agitazione giunse la nuova della fuga del Re. I membri del Governo deposero ogni pensiero di contendere col furore popolare, e mutarono partito con quella prontezza allora comune fra i politici scozzesi. Il Consiglio Privato con un proclama ordinò il disarmo di tutti i papisti, e con un altro invitò i protestanti a collegarsi per la difesa della religione pura. La nazione non aveva aspettato lo invito. Città e campagna erano già in arme a favore del Principe dʼOrange. Nithisdale e Clydesdale erano le sole regioni in cui fosse ombra di speranza che i cattolici romani farebbero testa; ed entrambe furono occupate da bande di presbiteriani armati. Fra glʼinsorti erano alcuni cupi e feroci uomini, i quali, già stati infidi ad Argyle, ora erano egualmente pronti ad esserlo a Guglielmo. Dicevano Sua Altezza essere uomo maligno; non una parola della Convenzione nel suo Manifesto; gli Olandesi, gente con la quale nessun vero servo di Dio poteva concordare, essere in lega coʼ Luterani, e un Luterano, al pari dʼun Gesuita, essere figlio del demonio. Ma la voce universale di tutto il Regno vinse lo sconcio gracidare di cotesta odiata fazione.[627]