Part 46
In queste circostanze Giacomo pose gli occhi sopra un gentiluomo francese il quale allora dimorava in Londra, cioè Antonio Conte di Lauzun. È stato detto che la vita di costui fosse più strana dʼun sogno. Neʼ suoi giovani anni era stato intimo collega di Luigi, ed aveva avuta speranza deʼ più alti impieghi sotto la Corona francese. Poi la fortuna volse la sua ruota. Luigi aveva con amari rimproveri allontanato da sè lo amico della sua giovinezza, e, dicesi, poco mancò non lo schiaffeggiasse. Il caduto cortigiano era stato rinchiuso in una fortezza: ma ne era uscito, aveva riacquistata la grazia del suo signore, ed acceso il cuore ad una delle più grandi dame dʼEuropa, cioè Anna Maria, figlia di Gastone Duca dʼOrleans, nipote del Re Enrico IV, ed erede delle immense possessioni della Casa di Monpensier. I due amanti si volevano congiungere in matrimonio, che fu assentito dal Re. Per poche ore Lauzun fu considerato in Corte come membro adottivo della famiglia Borbone. La dote della Principessa poteva essere ambita anche da un Sovrano: tre grandi ducati, un principato indipendente con zecca e tribunali, ed una rendita superiore a quella del Regno di Scozia. Ma tanto splendido apparato in un istante svanì. Gli sponsali furono rotti. Lo amante per molti anni visse rinchiuso in un castello sulle Alpi. In fine Luigi divenne più mite. A Lauzun fu inibito di comparire al cospetto del Re, ma gli venne data libertà, lontano dalla Corte. Visitò la Inghilterra, e fu bene accolto da Giacomo e dal ceto elegante di Londra: imperciocchè in quel tempo i gentiluomini francesi venivano reputati per tutta Europa modelli di squisita educazione: e molti Cavalieri e Visconti, i quali non erano mai stati ammessi al cerchio di Versailles, erano oggetto di curiosità e di ammirazione in Whitehall. Lauzun quindi nelle presenti circostanze era lʼuomo opportuno. Aveva animo e sentimento dʼonore, era assuefatto a strane avventure, e con lʼacutezza di mente e lo ironico dileggio dʼun compìto uomo di mondo aveva forte propensione a farla da cavaliere errante. Lo amore di patria e i propri interessi lo persuadevano a addossarsi una commissione, dalla quale tutti i più fedeli sudditi della Corona inglese parevano aborrire. Come custode, in un pericoloso momento, della Regina della Gran Bretagna e del Principe di Galles, poteva onorevolmente ritornare al paese natio; e forse verrebbe nuovamente ammesso a vedere Luigi vestirsi e desinare, e dopo tante vicende, nel volgere degli anni suoi, si rimetterebbe forse in via di riacquistare con istrana guisa il regio favore.
Spinto da tali sentimenti Lauzun con ardore accettò lʼalto incarico propostogli. Gli apparecchi per la fuga si fecero sollecitamente: fu ordinato che una nave stesse pronta a Gravesend: ma giungere a Gravesend non era agevole cosa. La città era in estremo concitamento. La minima cagione bastava a fare ragunare il popolo. Nessun forestiero poteva mostrarsi per le vie senza timore dʼessere fermato, interrogato, e condotto dinanzi a un magistrato come fosse gesuita travestito. Era quindi necessario prendere la via lungo la sponda meridionale del Tamigi. Non fu trascurata nessuna cautela a evitare ogni sospetto. Il Re e la Regina, secondo il consueto modo, ritiraronsi per riposare. Quando per qualche tempo fu quiete universale in palazzo, Giacomo levatosi chiamò uno deʼ suoi servitori dicendogli; «Troverete un uomo alla porta dellʼanticamera; conducetelo a me.» Il servo obbedì, e Lauzun fu introdotto nella stanza del regio talamo. «Affido a voi» disse Giacomo «la Regina e mio figlio; bisogna porre a rischio ogni cosa per condurli in Francia.» Lauzun con ispirito veramente cavalleresco rese grazie del pericoloso onore che Giacomo gli faceva, e chiese licenza di giovarsi dello aiuto del suo amico Saint–Victor gentiluomo provenzale, che aveva dato numerose prove di coraggio e di fede. Il Re accettò volentieri i servigi di un tanto uomo. Lauzun porse la mano a Maria; Saint–Victor inviluppò nel suo caldo pastrano lo sventurato erede di tanti Re: e scesi giù per una scala secreta, sʼimbarcarono in una gondola scoperta. Ed era pur miserabile viaggio. La notte era nera; pioveva a dirotto; il vento mugghiava; le onde accavallavansi: alla perfine la barchetta giunse a Lambeth; e i fuggenti sbarcarono presso a una locanda dove stava ad aspettarli una carrozza. Corse qualche tempo innanzi di attaccare i cavalli. Maria, temendo dʼessere riconosciuta, non volle entrare nella locanda, ma si rimase col figliuolo nelle braccia sotto la torre della Chiesa di Lambeth per ricoverarsi dalla tempesta, tremando ogni volta che il mozzo di stalla le si avvicinava con la lanterna. Era accompagnata da due donne, lʼuna delle quali aveva lʼufficio di allattare il Principe, lʼaltra quello di vegliarlo alla culla; ma potevano essere di poca utilità alla loro signora, come quelle che erano straniere, mal potevano parlare lʼinglese, e tremavano sotto la rigida sferza del clima dʼInghilterra. Lʼunica consolazione fu quella che lo infante era di buona salute e non pianse punto. La carrozza finalmente si mosse. Saint–Victor la seguiva a cavallo. I fuggenti giunsero sani e salvi a Gravesend, e sʼimbarcarono nella nave che li aspettava. Vi trovarono Lord Powis con sua moglie. Vʼerano anco tre ufficiali irlandesi. Costoro erano stati spediti colà, onde, nascendo un caso disperato, soccorressero Lauzun; poichè non reputavasi punto impossibile che il capitano della nave si scoprisse infido: ed erano stati dati ordini di pugnalarlo al minimo sospetto di tradigione. Nulladimeno non fu necessario appigliarsi ad alcun violento partito. La nave, spinta da prospero vento, scese giù pel fiume; e Saint–Victor, avendola veduta far vela, ritornò spronando il cavallo per recare la lieta nuova a Whitehall.
La mattina del lunedì, 10 dicembre, il Re seppe che la moglie ed il figliuolo avevano intrapreso il loro viaggio con molta probabilità di giungere al luogo dove erano diretti. Verso quel tempo arrivò a Whitehall un messo con dispacci da Hungerford. Se Giacomo avesse avuto un poco più di discernimento, e un poco meno di ostinazione, queʼ dispacci lo avrebbero indotto a considerare nuovamente i propri disegni. I Commissari mandavano lettere piene di speranza. I patti proposti dal vincitore erano stranamente liberali. Il Re stesso non potè frenarsi dal dire che erano più favorevoli di quel che si sarebbe aspettato. Certo egli avrebbe potuto non senza ragione sospettare che fossero stati fatti con intendimento non amichevole: ma ciò non importava nulla; imperocchè, sia che fossero offerti con la speranza che accettandoli egli ponesse i fondamenti dʼuna felice riconciliazione, sia, come è più probabile, con la speranza che rigettandoli sarebbe comparso alla nazione estremamente irragionevole e incorreggibile, il modo di condursi era al pari evidente. In entrambi i casi la sua politica era quella di accettarli senza il menomo indugio e fedelmente osservarli.[571]
LXXIV. Ma tosto fu chiaro che Guglielmo aveva profondamente conosciuta lʼindole dellʼuomo col quale egli aveva da fare, e nellʼoffrire queʼ patti che i Whig in Hungerford avevano biasimati come troppo indulgenti, non aveva rischiato nulla. La solenne commedia, onde il pubblico era stato tenuto a bada fino dalla ritirata dello esercito regio da Salisbury, fu prolungata anche per poche ore. Tutti i Lordi che trovavansi ancora nella metropoli furono invitati al palazzo per udire in che stato erano le pratiche aperte per loro consiglio. Fu stabilita unʼaltra ragunanza di Pari pel dì susseguente. Al Lord Gonfaloniere e agli Sceriffi di Londra fu anche intimato di recarsi presso il Re. Gli esortò ad adempiere con energia i loro doveri, e confessò come egli avesse creduto utile mandare la moglie e il figlio fuori del paese, ma gli assicurò chʼei rimarrebbe al suo posto. Mentre egli profferiva questa menzogna indegna dʼun uomo e dʼun Re, rimaneva fermissimo nel proposito di partirsi innanzi lʼalba del prossimo giorno. E difatti aveva già affidati i più preziosi deʼ suoi arredi a vari ambasciatori stranieri. Le sue più importanti scritture erano state depositate nelle mani del Ministro Toscano. Ma innanzi dʼaccingersi alla fuga rimaneva anco qualche altra cosa a farsi. Il tiranno gioiva del pensiero di vendicarsi dʼun popolo aborrente dal dispotismo, rovesciandogli sul capo tutti i mali dellʼanarchia. Comandò che il Gran Sigillo e i decreti per la convocazione del Parlamento fossero recati alle sue stanze. Tutti i decreti che potè avere in mano egli gettò nel fuoco. Quelli chʼerano stati spediti annullò con una scrittura stesa in forma legale. A Feversham scrisse una lettera, che aveva sembianza di comando, ingiungendogli di sciogliere lo esercito. Non ostante il Re seguitava a nascondere anche ai suoi principali ministri la intenzione di fuggire. Sul punto di ritirarsi esortò Jeffreys a trovarsi la dimane a buonʼora nel gabinetto; e mentre stava per entrare a letto susurrò allʼorecchio di Mulgrave dicendo che le nuove giunte da Hungerford erano sodisfacenti. Ciascuno si ritirò, tranne il duca di Northumberland. Questo giovane, figlio naturale di Carlo II, partoritogli dalla Duchessa di Cleveland, comandava una compagnia di Guardie del Corpo, ed era Lord Ciamberlano. Eʼ pare essere costumanza di Corte che, assente la Regina, un Ciamberlano dormisse in un lettuccio nella camera del Re; e quella sera ciò toccava a Northumberland.
LXXV. Alle ore tre della mattina, martedì 11 dicembre, Giacomo levossi, prese in mano il Gran Sigillo, fece comandamento a Northumberland di non aprire lʼuscio avanti lʼora consueta, e disparve per un andito secreto, probabilmente lo stesso pel quale Huddleston era stato introdotto al letto del moribondo Carlo. Sir Eduardo Hales stavasi ad aspettare con una carrozza dʼaffitto. Giacomo fu condotto a Millbank, dove traversò con un navicello il Tamigi. Presso Lambeth gettò nelle onde il Gran Sigillo, che molti mesi dopo venne per avventura tratto fuori da un pescatore che trovollo nella sua rete.
Sbarcò a Wauxhall, dove era pronto un cocchio, e immediatamente prese la via di Sheerness, dove una barca della dogana aveva ordine di aspettare il suo arrivo.[572]
CAPITOLO DECIMO.
SOMMARIO.
I. Si sparge la nuova della fuga di Giacomo; grande agitazione.—II. I Lordi si radunano in Guildhall—III. Tumulti in Londra.—IV. La casa dello Ambasciatore di Spagna è saccheggiala.—V. Arresto di Jeffreys.—VI. La Notte Irlandese—VII. Il Re è arrestato presso Sheerness.—VIII. I Lordi ordinano che sia posto in libertà.—IX. Imbarazzo di Guglielmo.—X. Arresto di Feversham; arrivo di Giacomo a Londra.—XI. Consulta tenuta in Windsor.—XII. Le truppe olandesi occupano Whitehall.—XIII. Messaggio del Principe a Giacomo.—XIV. Giacomo parte per Rochester.—XV. Arrivo di Guglielmo al Palazzo San Giacomo.—XVI. Lo consigliano ad assumere la Corona per diritto di conquista.—XVII. Egli convoca i Lordi e i Membri deʼ Parlamenti di Carlo II.—XVIII. Giacomo fugge da Rochester.—XIX. Discussioni e determinazioni deʼ Lordi.—XX. Discussioni e determinazioni deʼ Comuni convocati dal Principe.—XXI. Si convoca una Convenzione; sforzi del Principe per ristabilire lʼordine.—XXII. Sua politica tollerante.—XXIII. Satisfazione deʼ potentati cattolici romani; pubblica opinione in Francia.—XXIV. Accoglienze fatte alla Regina dʼInghilterra in Francia.—XXV. Arrivo di Giacomo a Saint–Germain.—XXVI. Pubblica opinione nelle Province Unite—XXVII. Elezione dei Membri della Convenzione.—XXVIII. Affari di Scozia.—XXIX. Partiti in Inghilterra.—XXX. Disegno di Sherlock—XXXI. Disegno di Sancroft.—XXXII. Disegno di Danby.—XXXIII. Disegno dei Whig. La Convenzione si aduna; membri principali della Camera dei Comuni.—XXXIV. Elezione del Presidente—XXXV. Discussione sopra le condizioni della nazione.—XXXVI. Deliberazione che dichiara vacante il trono. È spedita alla Camera dei Lordi; Discussione nella Camera dei Lordi intorno al disegno di nominare una reggenza.—XXXVII. Scisma tra i Whig e i seguaci di Danby.—XXXVIII. Adunanza in casa del Conte di Devonshire.—XXXIX. Discussione nella Camera deʼ Lordi intorno alla questione se il trono debba considerarsi come vacante. La maggioranza nega.—XL. Agitazione in Londra.—XLI. Lettera di Giacomo alla Convenzione.—XLII. Discussioni; Negoziati; Lettera del Principe dʼOrange a Danby.—XLIII. La principessa Anna aderisce al disegno deʼ Whig.—XLIV. Guglielmo manifesta i proprii pensieri.—XLV. Conferenza delle due Camere.—XLVI. I Lordi cedono.—XLVII. Proposta di nuove Leggi per la sicurezza della Libertà.—XLVIII. Dispute e Concordia.—XLIX. La Dichiarazione dei Diritti.—L. Arrivo di Maria.—LI. Offerta ed accettazione della Corona.—LII. Guglielmo e Maria vengono proclamati.—LIII. Indole speciale della Rivoluzione inglese.
I. Northumberland ubbidì fedelmente al comando, e non aprì lʼuscio del regio appartamento se non a giorno chiaro. Lʼanticamera era piena di cortigiani venuti a complire il Re allʼalzarsi da letto, e di Lordi chiamati a consiglio. La nuova della fuga di Giacomo in un istante volò dalla reggia alle strade, e tutta la metropoli ne rimase commossa.
Eʼ fu un terribile momento. Il Re se nʼera andato; il Principe non ancora giunto; non era stata istituita una Reggenza; il Gran Sigillo, essenziale allʼamministrazione della ordinaria giustizia, era scomparso. Presto si seppe che Feversham, ricevuta la lettera del Re, aveva subitamente disciolto lo esercito. Quale rispetto per le leggi e la proprietà potevano avere i soldati in armi e raccolti, senza il freno della disciplina militare, e privi delle cose necessaria alla vita? Dallʼaltro canto la plebe di Londra da parecchi giorni mostravasi fortemente inchinevole al tumulto ed alla rapina. La urgenza del caso congiunse per breve tempo tutti coloro ai quali importava la pubblica quiete. Rochester aveva fino a quel giorno fermamente aderito alla causa regia. Adesso conobbe non esservi che una sola via per evitare lo universale scompiglio. «Congregate le vostre guardie» disse egli a Northumberland, «e dichiaratevi pel Principe dʼOrange.» Northumberland seguì prontamente il consiglio. I precipui ufficiali dello esercito che allora trovavansi in Londra convennero a Whitehall, e deliberarono di sottoporsi alle autorità di Guglielmo, e finchè conoscessero la volontà di lui, tenere sotto disciplina i loro soldati, ed assistere la potestà civile onde mantenere lʼordine.[573]
II. I Pari recaronsi a Guildhall, e dai magistrati della città vi furono ricevuti con tutti gli onori. A rigore di legge i Pari non avevano maggior diritto che ogni altra classe di persone ad assumere il potere esecutivo. Ma egli era alla pubblica salvezza necessario un governo provvisorio; e gli occhi di tutti naturalmente volgevansi ai magnati ereditari del Regno. La gravità del pericolo trasse Sancroft fuori dal suo palazzo. Occupò il seggio; e, lui presidente, il nuovo Arcivescovo di York, cinque Vescovi, e ventidue Lordi secolari, deliberarono di comporre, sottoscrivere e pubblicare un Manifesto. In questo documento dichiararono di aderire fermamente alla religione e alla costituzione del paese; aggiunsero che avevano vagheggiata la speranza di vedere raddrizzati i torti e ristabilita la pubblica quiete dal Parlamento pur allora convocato dal Re; ma tale speranza rimaneva distrutta dalla sua fuga. Per lo che avevano deliberato di congiungersi col Principe dʼOrange onde rivendicare le patrie libertà, assicurare i diritti della Chiesa, accordare una giusta libertà di coscienza ai dissenzienti e rafforzare in tutto il mondo glʼinteressi del protestantismo. Fino allo arrivo di Sua Altezza essi erano pronti ad assumere la responsabilità di prendere i provvedimenti necessari alla conservazione dellʼordine. Sullʼistante fu spedita una deputazione a presentare il predetto Manifesto al Principe, ed annunziargli chʼegli era impazientemente aspettato a Londra.[574]
I Lordi quindi si posero a pensare intorno ai modi di prevenire ogni tumulto. Fecero chiamare i due Segretari di Stato. Middleton ricusò di ubbidire a quella chʼegli considerava autorità usurpata: ma Preston, ancora attonito per la fuga del suo signore, e non sapendo che cosa aspettarsi, obbedì alla chiamata. Un messaggio fu mandato a Skelton Luogotenente della Torre, perchè si presentasse in Guildhall. Andatovi, gli fu detto non esservi più oltre mestieri deʼ suoi servigi, e però consegnasse immediatamente le chiavi. Gli fu sostituito Lord Lucas. Nel tempo stesso i Pari ordinarono che si scrivesse a Darthmouth ingiungendogli dʼastenersi da ogni atto ostile contro la flotta olandese, e di licenziare tutti gli ufficiali papisti a lui sottoposti.[575]
La parte che in cotesti procedimenti ebbero Sancroft ed altri che fino a quel giorno si erano mantenuti strettamente fedeli al principio della obbedienza passiva, è degna di speciale considerazione. Usurpare il comando delle forze militari e navali dello Stato, destituire gli ufficiali preposti dal Re al comando deʼ suoi castelli e navigli, e inibire allo ammiraglio di dare battaglia ai nemici di lui, erano niente meno che atti di ribellione. E nonostante vari Tory abili ed onesti, seguaci della scuola di Filmer, erano persuasi di poter fare tutte le sopra dette cose senza incorrere nella colpa di resistere al loro Sovrano. Il loro argomentare era per lo meno ingegnoso. Dicevano, il Governo essere ordinato da Dio, e la monarchia ereditaria eminentemente ordinata da Dio. Finchè il Re comanda ciò che è legittimo, noi siamo tenuti a prestargli obbedienza attiva; comandando ciò che è illegittimo, obbedienza passiva. Non vi è caso estremo che ne possa giustificare ad opporci a lui con la forza. Ma ove a lui piaccia di deporre il suo ufficio, egli perde ogni diritto sopra di noi. Finchè ci governa, quantunque ci governi male, siamo obbligati a chinare la fronte; ma ricusando egli di governarci in veruna maniera, non siamo tenuti a rimanere perpetuamente privi di governo. Lʼanarchia non è ordinamento di Dio; nè egli ci ascriverà a peccato se nel caso che un principe, il quale in onta a gravissime provocazioni non abbiamo cessato mai di onorare e obbedire, si parta senza che noi sappiamo dove, non lasciando un suo vicario, ci apprendiamo al solo partito che ci rimanga a impedire la dissoluzione della società. Se il nostro Sovrano fosse rimasto fra noi, noi saremmo pronti, per quanto poco egli meritasse il nostro affetto, a morire ai suoi piedi. Se, lasciandoci, avesse nominato una reggenza per governarci con autorità delegatale durante la sua assenza, noi ci saremmo rivolti a tale reggenza soltanto. Ma egli è scomparso senza lasciare nessun provvedimento per la conservazione dellʼordine o per lʼamministrazione della giustizia. Con lui e col suo Gran Sigillo è sparita tutta la macchina per mezzo della quale si possa punire un assassino, decidere del diritto di proprietà, distribuire ai creditori i beni dʼun fallito. Il suo ultimo atto è stato di sciogliere migliaia dʼuomini armati dal freno della disciplina militare, e porli in condizioni o di saccheggiare o di morire di fame. Fra poche ore ciascun uomo sʼarmerà contro il suo prossimo. La vita, gli averi, lʼonore delle donne saranno in balìa di ogni uomo sfrenato. Noi adesso ci troviamo in quello stato di natura intorno al quale i filosofi hanno scritto cotanto; nel quale stato siamo posti non per colpa nostra, ma per volontario abbandono di colui che avrebbe dovuto essere nostro protettore. Il suo abbandono può dirittamente chiamarsi volontario: imperocchè nè la vita nè la libertà sue erano in periglio. I suoi nemici già avevano consentito ad aprire pratiche dʼaccordo sopra una base proposta da lui stesso, ed eransi offerti a sospendere immediatamente le ostilità a patti che egli non negava essere liberali. In tali circostanze egli ha disertato il suo posto. Noi non facciamo la minima ritrattazione; non siamo in cosa alcuna incoerenti. Ci manteniamo tuttavia fermi senza modificazione nelle nostre vecchie dottrine. Seguitiamo a credere che in qualunque caso è peccato resistere al magistrato; ma affermiamo che adesso non vi è verun magistrato cui resistere. Colui che era magistrato, dopo dʼavere per lungo tempo fatto abuso della propria potestà, ha abdicato da sè. Lo abuso non ci dava diritto a deporlo: ma lʼabdicazione ci dà diritto a provvedere al miglior modo di supplire al suo ufficio.