Part 43
Seymour, accorto uomo politico, per la sua lunga esperienza nella tattica delle fazioni, tosto conobbe che il partito che sʼandava raccogliendo sotto il vessillo del Principe aveva mestieri dʼessere organizzato. Lo chiamava una corda di sabbia: non vʼera scopo comune o formalmente determinato; nessuno sʼera impegnato a nulla. Appena si sciolse lʼassemblea tenuta da Guglielmo nel Decanato, Seymour fece chiamare Burnet, e gli suggerì il pensiero di formare unʼassociazione, e dʼobbligare tutti glʼInglesi aderenti al Principe ad apporre le loro firme ad un documento, in cui si dichiarassero fedeli al loro condottiero e si vincolassero vicendevolmente. Burnet riferì la cosa al Principe ed a Shrewsbury, i quali lʼassentirono. Fu convocata unʼadunanza nella Cattedrale, dove fu letto, approvato, e firmato un breve documento scritto da Burnet. I soscrittori promettevano di eseguire concordemente le cose contenute nel Manifesto di Guglielmo; difendere lui, ed a vicenda difendersi; fare segnalata vendetta di chi attentasse alla vita di lui, ed anche, ove siffatto attentato sventuratamente avesse effetto, persistere nella impresa finchè le libertà e la religione del paese fossero pienamente assicurate.[530]
Verso quel tempo arrivò ad Exeter un messaggiero del Conte di Bath, il quale aveva il comando di Plymouth. Bath poneva sè, le sue truppe e la fortezza da lui governata a disposizione del Principe. Glʼinvasori quindi non avevano più un solo nemico alle spalle.[531]
LVII. Mentre le contrade occidentali in tal guisa insorgevano ad affrontare il Re, le settentrionali gli divampavano dietro. Il dì 16, Delamere corse alle armi nella Contea di Chester. Convocò i suoi fittajuoli, gli esortò a seguirlo, promise loro che, ove cadessero in battaglia, ei rinnoverebbe il fitto ai loro figli, ed ammonì chiunque avesse un buon cavallo di andare al campo, o mandarvi altri in sua vece.[532] Comparve a Manchester con cinquanta armati a cavallo, il quale numero si triplicò innanzi chʼegli giungesse a Boaden Downs.
Le circostanti contrade erano in somma agitazione. Era stato provveduto che Danby prendesse York, e Devonshire si mostrasse in Nottingham. Quivi non si temeva alcuna resistenza. Ma in York trovavasi un piccolo presidio sotto il comando di Sir Giovanni Reresby. Danby agì con rara destrezza. Era stata convocata pel dì 22 novembre una ragunanza deʼ gentiluomini e deʼ possidenti della Contea di York per fare un indirizzo al Re sullo stato delle cose. Tutti i Luogotenenti deputati dei tre Ridings, vari nobili, e una folla di ricchi scudieri e di pingui possidenti erano andati alla capitale della provincia. Quattro distaccamenti di milizia civica erano sotto le armi per mantenere la pubblica tranquillità. Il palazzo comunitativo era pieno di liberi possidenti, ed era appena cominciata la discussione, allorquando levossi repentinamente il grido che i Papisti, corsi alle armi, facevano strage deʼ protestanti. I Papisti di York più verisimilmente studiavansi a cercare dove nascondersi che ad aggredire i nemici, i quali per numero li superavano in proporzione di cento ad uno. Ma in quel tempo non vi era storiella orrenda o maravigliosa delle atrocità dei Papisti, alle quali il popolo non prestasse fede. La ragunanza sgomentata si disciolse. La intera città fu in iscompiglio. In quel mentre Danby con circa cento uomini a cavallo corse dinanzi alla milizia civica gridando: «Giù il Papismo! Viva il libero Parlamento! Viva la religione protestante!» Le milizie risposero al grido. Sorpresero tosto e disarmarono il presidio. Il governatore venne arrestato; le porte furono chiuse, e in ogni dove poste sentinelle. Lasciarono che la infuriata plebe atterrasse una cappella cattolica, ma pare che non seguisse altro danno. Il dì seguente il palazzo comunitativo era pieno deʼ più notabili gentiluomini della Contea, e dei principali magistrati della città. Il Lord Gonfaloniere teneva il seggio. Danby propose di scrivere una dichiarazione nella quale fossero espresse le ragioni che inducevano gli amici della Costituzione e della religione protestante a correre alle armi. Questa dichiarazione fu calorosamente approvata, e in poche ore munita delle firme di sei Pari, di cinque baronetti, di sei cavalieri, e di molti gentiluomini di gran conto.[533]
Infrattanto Devonshire, capitanando una grossa legione di amici e dipendenti suoi, partitosi dal palagio chʼegli stava erigendo in Chatsworth, comparve armato in Derby. Quivi consegnò formalmente alle autorità municipali uno scritto in cui erano esposte le ragioni che lo avevano spinto alla impresa. Ne andò quindi a Nottingham, che tosto divenne il centro della insurrezione delle contrade settentrionali. Promulgò un proclama scritto con forti e ardite parole. Vi si diceva che il vocabolo ribellione era uno spauracchio che non poteva spaventare alcun uomo ragionevole. Era ella ribellione difendere quelle leggi e quella religione che ogni Re dʼInghilterra era tenuto per sacramento a tutelare? In che modo siffatto giuramento fosse stato osservato, era questione la quale, come speravasi, un libero Parlamento tra breve scioglierebbe. Nel tempo stesso glʼinsorti dichiaravano di non considerare qual ribellione, ma quale legittima difesa, il resistere ad un tiranno, che, tranne la propria volontà, non conosceva legge veruna. La insurrezione del paese settentrionale diventava ogni giorno più formidabile. Quattro potenti e ricchi Conti, cioè Manchester, Stamford, Rutland, Chesterfield giunsero a Nottingham, e furono seguiti da Lord Cholmondley e da Lord Grey di Ruthyn.[534]
Intanto le due armate nel mezzogiorno facevansi lʼuna allʼaltra sempre più presso. Il Principe dʼOrange, saputo lo arrivo del Re a Salisbury, pensò essere tempo di partirsi da Exeter. Pose la città e il paese circostante sotto il governo di Sir Eduardo Seymour, e il mercoledì 21 novembre, scortato da molti deʼ più notevoli gentiluomini delle contrade occidentali, si avviò ad Axminster, dove rimase vari giorni.
Il Re ardeva di venire alle mani; ed era naturale chʼegli così bramasse. Ogni ora che passava, scemava le sue forze, ed accresceva quelle del nemico. Inoltre era importantissimo che le sue truppe venissero allo spargimento del sangue: imperciochè una grande battaglia, qualunque ne fosse lʼesito, non poteva altro che nuocere alla popolarità del Principe. Guglielmo intendeva profondamente tutto ciò, ed era deliberato di evitare, quanto più potesse, un combattimento. Dicesi che quando a Schomberg fu riferito che i nemici si appressavano deliberatissimi a combattere, rispondesse col contegno di capitano espertissimo nellʼarte sua: «Sarà come vorremo noi.» Era, nondimeno, impossibile scansare qualunque scaramuccia tra le vanguardie dei due eserciti. Guglielmo desiderava che in siffatte piccole fazioni non accadesse nulla che potesse offendere lʼorgoglio o destare il sentimento di vendetta della nazione di cui sʼera fatto liberatore. E però con ammirevole prudenza pose i suoi reggimenti inglesi in quei luoghi dove maggiore era il rischio dʼuna collisione. E perchè gli avamposti dellʼarmata regia erano Irlandesi, nei piccoli combattimenti di questa breve campagna glʼinvasori avevano seco la cordiale simpatia di tutti glʼInglesi.
LVIII. Il primo di cotesti scontri ebbe luogo in Wincanton. Il reggimento di Mackay, composto di soldati inglesi, era presso a un corpo di regie truppe irlandesi, capitanate dal valoroso Sarsfield loro concittadino. Mackay mandò un piccolo drappello deʼ suoi sotto il comando dʼun luogotenente chiamato Campbell, in cerca di cavalli pel bagaglio. Campbell li trovò in Wincanton, e già allontanavasi dalla città per ritornare al campo, allorquando vide avvicinarsi un forte distaccamento delle truppe di Sarsfield. GlʼIrlandesi erano in proporzione di quattro contro uno: ma Campbell deliberò di combattere fino allʼultimo sangue. Con una mano di coraggiosissimi uomini si appostò sul cammino. Gli altri suoi soldati si posero lungo le siepi che fiancheggiavano da ambe le parti lo stradale. Giunti glʼinimici, Campbell gridò: «Alto! Per chi siete voi?»—«Io sono pel re Giacomo,» rispose il condottiero delle milizie regie. «Ed io pel Principe dʼOrange,» esclamò Campbell. «E noi vʼ_imprinciperemo_ bene,» rispose imprecando lʼIrlandese. «Fuoco!» gridò Campbell: ed una grandine di fuoco piovve allʼistante da ambe le siepi. I soldati del Re riceverono tre bene aggiustate scariche innanzi che potessero far fuoco. In fine venne loro fatto di superare una delle siepi, ed avrebbero oppressa la piccola banda deglʼinimici, se i campagnuoli che portavano odio mortale aglʼIrlandesi non avessero sparsa la falsa nuova dello appressarsi dʼaltre truppe del Principe. Sarsfield suonò a raccolta e ritirossi; Campbell seguitò il cammino senza molestia, seco recando i cavalli da bagaglio. Questo fatto, onorevole, senza dubbio, al valore ed alla disciplina dellʼarmata del Principe, fu dalla voce pubblica esagerato come una vittoria che i protestanti inglesi avevano riportata contro un numero grandemente maggiore di barbari papisti, venuti da Connaught ad opprimere lʼisola nostra.[535]
Poche ore dopo la narrata scaramuccia seguì un evento che pose fine ad ogni pericolo di più grave conflitto tra i due eserciti. Churchill ed alcuni deʼ suoi principali complici erano in Salisbury. Due deʼ congiurati, cioè Kirke e Trelawney, se nʼerano andati a Warminster dove i reggimenti loro stanziavano. Tutto era maturo per eseguire la lungamente meditata tradigione.
Churchill consigliò il Re a visitare Warminster, onde ispezionarvi le truppe. Giacomo assentì; ed il suo cocchio stavasi alla porta del palagio vescovile, quando ei cominciò a versare abbondantemente sangue dalle narici. Fu quindi costretto a differire la sua gita, e porsi in mano deʼ medici. La emorragia non gli cessò se non dopo tre giorni; e intanto gli giungevano funestissime nuove.
Non era possibile che una congiura la quale aveva sì sparse le fila come quella di cui Churchill era capo, si tenesse strettamente secreta. Non vʼera prova che potesse farlo tradurre dinanzi ai Giurati o ad una corte marziale: ma strani bisbigli correvano per tutto il campo. Feversham, il quale era comandante supremo, riferì che regnavano sinistri umori nellʼarmata. Fu fatto intendere al Re che alcuni i quali gli stavano da presso non gli erano amici, e che sarebbe stata saggia cautela mandare Churchill e Grafton sotto buona guardia a Portsmouth. Giacomo respinse il consiglio; dacchè fra i suoi vizi non era la inclinazione a sospettare. A vero dire la fiducia chʼegli poneva nelle proteste di fedeltà e dʼaffetto, era quanta ne avrebbe potuto avere più presto un fanciullo di buon cuore e privo dʼesperienza, che un politico molto provetto negli anni, il quale aveva praticato assai il mondo, aveva molto sofferto dalle arti degli scellerati, e il cui carattere non faceva punto onore alla specie umana. Sarebbe difficile additare un altro uomo, il quale, così poco scrupoloso a rompere la fede, fosse così restio a credere che altri volesse contro di lui tradirla. Nondimeno le nuove ricevute intorno le condizioni della sua armata lo conturbarono molto. Adesso non più mostravasi impaziente di venire a battaglia: pensava anzi di ritirarsi. Nella sera del sabato 24 novembre convocò un consiglio di guerra. Alla ragunanza convennero quegli ufficiali contro cui era stato caldamente ammonito a tenersi cauto. Feversham opinò per la ritirata. Churchill manifestò contrario parere. Il consiglio durò fino a mezza notte. Finalmente il Re dichiarò essere deliberato a ritirarsi. Churchill vide o sʼimmaginò dʼessere sospettato, e comunque sapesse perfettamente governare i moti dello animo, non valse a nascondere la propria inquietudine. Innanzi lʼalba, accompagnato da Grafton, fuggì al quartiere generale del Principe.[536]
LIX. Churchill, partendo, lasciò una lettera a spiegare il suo intendimento. Era scritta con quel decoro chʼegli non mancò mai di serbare fra mezzo alla colpa e al disonore. Riconobbe dʼandar debitore dʼogni sua cosa alla regia benevolenza. Lo interesse e la gratitudine, diceva egli, lo persuadevano a mantenersi fido al proprio Sovrano. Sotto nessun altro governo poteva sperare la grandezza e prosperità chʼegli allora godeva, ma tutti cotesti argomenti dovevano cedere al primissimo deʼ doveri. Egli era protestante, e non poteva in coscienza snudare la spada contro la causa del Protestantismo. Quanto al resto, era pronto a porre a repentaglio vita ed averi per difendere la sacra persona e i diritti del suo amatissimo signore.[537]
Alla dimane il campo era sossopra. Gli amici del Re percossi da spavento; i suoi nemici non potevano nascondere la gioia deʼ loro cuori. La costernazione di Giacomo sʼaccrebbe alle nuove che giunsero il dì medesimo da Warminster. Kirke che ivi comandava, aveva ricusato di obbedire ad ordini giunti da Salisbury. Non era più dubbio che anche egli fosse in lega col Principe dʼOrange. Dicevasi inoltre chʼegli fosse già passato con le sue milizie al campo del nemico; e tale voce, comechè falsa, fu per alcune ore pienamente creduta.[538] Un nuovo raggio di luce lampeggiò alla mente dello sciagurato Re. Gli parve dʼintendere il perchè pochi giorni innanzi era stato esortato a visitare Warminster. Ivi si sarebbe trovato privo di soccorso, in balìa deʼ congiurati, e presso agli avamposti nemici. Coloro che sarebbero stati disposti a difenderlo avrebbero agevolmente ceduto agli aggressori. Egli sarebbe stato condotto prigioniero al quartiere generale deglʼinvasori. Forse sarebbe stato commesso qualche più nero tradimento; imperocchè chi una volta ha posto il piede in una via di malvagità e di periglio non è più padrone di fermarsi, e spesso una fatalità, che gli è di giusta pena, lo spinge a delitti, dalla idea dei quali egli avrebbe dapprima rifuggito con raccapriccio. E davvero era visibile la mano di qualche Santo protettore in ciò, che un Re sì devoto alla Chiesa Cattolica, nel momento medesimo in cui correva a gran passi alla cattività, e forse alla morte, fosse stato improvvisamente impedito da quella chʼegli aveva giudicata pericolosa infermità.
LX. Tutte coteste cose raffermarono lʼanimo del Re nel pensiero chʼegli aveva fatto la sera antecedente. Ordinò una sùbita ritirata. Salisbury fu tutta in subuglio. Il campo levossi con tal confusione che rendeva immagine dʼuna fuga. Niuno sapeva di chi fidarsi, e a cui obbedire. La forza materiale dello esercito era di poco scemata; ma la morale non era più. Molti, che la vergogna frenava dal correre al quartiere generale del Principe, affrettaronsi a seguire lo esempio dal quale avrebbero ognora aborrito; e molti che avrebbero difeso il Re mentre pareva risolutamente correre incontro aglʼinvasori, non si sentirono inchinevoli a seguire un vessillo che fuggiva.[539]
Giacomo quel giorno giunse ad Andover. Lo accompagnavano il Principe Giorgio suo genero, e il Duca dʼOrmond. Entrambi erano fraʼ cospiratori, e avrebbero forse tenuto dietro a Churchill, ove questi, a cagione di ciò che seguì nel consiglio di guerra, non avesse reputato più utile partirsi allo improvviso. La impenetrabile stupidità del Principe Giorgio in questa occasione gli fu più utile di ciò che sarebbe stata lʼastuzia. Ogni qualvolta udiva alcun che di nuovo, egli aveva il vezzo di esclamare in francese: «_Est–il possible?_» Questo ritornello adesso gli fu di grande utilità. «_Est–il possible?_» gridò egli come seppe che Churchill e Grafton se nʼerano andati. Ed appena giunte le sinistre nuove di Warminster, esclamò nuovamente: «_Est–il possible?_»
LXI. Il Principe Giorgio ed Ormond in Andover furono invitati a cenare col Re. Tristissima cena! Il Re gemeva sotto la soma delle sue sciagure. Il suo genero gli teneva stupidissima compagnia. «Io ho saggiato il Principe Giorgio mentre era sobrio,» diceva Carlo II, «e lʼho saggiato mentre era ubriaco; e o briaco o sobrio non val nulla.»[540] Ormond, che per indole era timido e taciturno, non era verosimile che fosse dʼallegro umore in quel momento. Alla perfine la cena terminò. Il Re si ritrasse a riposare. Il Principe ed Ormond, appena Giacomo sorse da mensa, montando sui cavalli che erano lì pronti, partironsi, accompagnati dal Conte di Drumlanrig, figlio primogenito del Duca di Queensberry. La defezione di questo giovine Nobile non era cosa di poca importanza; imperocchè Queensberry era il capo dei protestanti episcopali di Scozia, setta al cui paragone i più esagerati Tory inglesi potevano considerarsi pressochè Whig; e lo stesso Drumlanrig era luogotenente colonnello del reggimento di Dundee, banda dai Whig detestata più degli Agnelli di Kirke. La mattina appresso fu recato al Re lo annunzio di questa nuova sciagura, e se ne mostrò meno dolente di quel che si sarebbe supposto. Il colpo da lui ricevuto ventiquattro ore innanzi lo aveva apparecchiato quasi a qualunque disastro, e non poteva seriamente adirarsi del Principe Giorgio,—il quale era uomo da non farsene nessun conto,—per avere ceduto alle arti dʼun tentatore quale era Churchill. «E che! _Est–il possible_ se ne è andato anche egli?» disse Giacomo. «Al postutto sarebbe stata maggiore la perdita di un buon soldato.»[541] Per dir vero, eʼ sembra che in quel tempo tutta la collera del Re fosse accentrata, e non senza cagione, sopra un solo uomo. Prese la via di Londra, ardendo di vendetta contro Churchill, ed appena giuntovi seppe che lʼarcingannatore aveva commesso un nuovo delitto. La Principessa Anna da parecchie ore era sparita.
LXII. Anna, la quale altra volontà non aveva che quella dei Churchill, una settimana innanzi era stata da loro persuasa a scrivere di propria mano a Guglielmo, significandogli che approvava la impresa. Assicuravalo chʼella trovavasi interamente nelle mani deʼ suoi amici, e che sarebbe rimasta in palazzo o sarebbesi rifugiata nella Città a seconda del loro consiglio.[542] La domenica, 25 novembre, ella e coloro che per lei pensavano, trovaronsi nella necessità di prendere una improvvisa deliberazione. Nel pomeriggio di quel dì stesso un corriere da Salisbury recò la nuova che Churchill era scomparso, chʼera stato accompagnato da Grafton, che Kirke aveva tradito, e che le milizie regie frettolosamente ritiravansi. Quella sera le sale di Whitehall erano affollate da immenso numero di persone come usualmente avveniva quando una grave notizia buona o cattiva giungeva alla città. La curiosità e lʼansietà erano dipinte nel viso di ciascuno. La Regina proruppe naturalmente in parole di sdegno contro il capo deʼ traditori, e non risparmiò la sua troppo compiacente protettrice. Nella parte del palazzo abitata da Anna furono raddoppiate le sentinelle. La Principessa era atterrita. Tra poche ore il padre sarebbe giunto a Westminster. Non era verosimile che lʼavrebbe personalmente trattata con severità; ma non era da sperarsi chʼegli le permetterebbe di godere più a lungo della compagnia della sua diletta amica. Mal poteva dubitarsi che Sara verrebbe arrestata e sottoposta al rigoroso esame di astuti e crudi inquisitori. Le sue carte sarebbero sequestrate. Forse si scoprirebbe qualche documento che mettesse in pericolo la sua vita. Ed ove ciò fosse, vʼera da temere di peggio. La vendetta dello implacabile Re non conosceva distinzione di sesso. Per delitti molto più lievi di quelli che probabilmente verrebbero imputati a Lady Churchill, aveva mandate donne alle forche e al ceppo. La forza dello affetto infiammò lʼanimo debole della Principessa. Non vʼera vincolo chʼella non fosse pronta a rompere, non rischio a correre per lʼoggetto del suo immenso amore. «Mi getterò giù dalla finestra» gridò ella «piuttosto che lasciarmi trovare qui da mio padre.» Lady Churchill sʼincaricò di apparecchiare la fuga. Si pose frettolosamente in comunicazione con alcuni capi della congiura. In poche ore ogni cosa fu pronta. Quella sera Anna si ritrasse, secondo il consueto modo, alle sue stanze. Sul cadere della notte levossi, ed accompagnata dallʼamica Sara e da due altre donne discese per le secrete scale in veste da camera e in pianelle. Le fuggenti giunsero nella strada senza ostacolo, dove le attendeva una carrozza dʼaffitto, dinanzi al cui sportello stavano due uomini. Uno era Compton Vescovo di Londra, vecchio ajo della Principessa; lʼaltro era il magnifico e squisito Dorset, che vedendo la grandezza del pubblico pericolo erasi destato dal suo voluttuoso far niente. La carrozza tosto si diresse ad Aldersgate Street, dove allora sorgeva lʼabitazione di città deʼ Vescovi di Londra, accanto alla Cattedrale. Ivi la Principessa passò la notte. Il dì seguente partì per Epping Forest. In queʼ selvaggi luoghi Dorset possedeva una veneranda magione, oggimai da lungo tempo distrutta. Sotto il suo tetto ospitale che da molti anni era il favorito ritrovo deʼ begli spiriti e deʼ poeti, i fuggitivi fecero breve soggiorno. Non potevano sperare di giungere in sicurtà al campo di Guglielmo, perocchè il cammino era occupato dalle regie milizie. Fu quindi deliberato che Anna riparasse fra mezzo agli insorti delle contrade settentrionali. Compton per allora dismesse al tutto il suo carattere sacerdotale. Il pericolo e il conflitto gli avevano riacceso nel cuore tutto il fuoco guerriero onde era pieno ventotto anni innanzi, allorquando cavalcava fra le Guardie del Corpo. Ei precedeva il cocchio della Principessa, vestito dʼun giustacore di cuojo di bufalo, grandi stivali, spada a fianco, e pistole allʼarcione. Innanzi di giungere a Nottingham trovossi circondata da un drappello di gentiluomini che volontariamente erano corsi a scortarla. Costoro invitarono il Vescovo a farsi loro colonnello; ed egli vi consentì con alacrità tale da scandalizzarne i rigidi Anglicani, e da non acquistargli grande reputazione agli occhi deʼ Whig.[543]
LXIII. Allorquando la mattina del dì 26 lo appartamento di Anna fu trovato vuoto, nacque grande costernazione in Whitehall. Mentre le sue cameriste correvano su e giù peʼ cortili del palazzo strillando e torcendosi le mani, mentre Lord Craven comandante delle Guardie a piedi interrogava le sentinelle della galleria, mentre il Cancelliere poneva i suggelli alle carte deʼ Churchill, la nudrice della Principessa negli appartamenti del Re piangeva gridando che la sua diletta signora era stata assassinata dai papisti. La nuova volò a Westminster Hall. Ivi si disse che Sua Altezza era stata trascinata a forza e in qualche luogo imprigionata. Quando non fu più possibile negare che la sua fuga era stata volontaria, sʼinventarono mille ciarle a spiegarne la cagione. Era stata villanamente insultata e minacciata; anzi, quantunque si trovasse in quella condizione in cui la donna merita peculiarmente lʼaltrui tenerezza, era stata battuta dalla sua crudele madrigna. La plebe, da molti anni di pessimo governo resa sospettosa e irritabile, venne in tanto concitamento per queste calunnie, che la Regina non si teneva sicura. Molti Tory cattolici e alcuni protestanti, la cui lealtà era incrollabile, corsero alla reggia pronti a difenderla ove seguisse uno scoppio dʼira popolare. Fra mezzo a tanta perturbazione e a tanto terrore giunse la nuova della fuga del Principe Giorgio. Poco dopo verso sera arrivò il Re, al quale fu annunziato la sua figlia essere scomparsa. Dopo tanti patimenti questʼultima afflizione gli strappò dalle labbra un doloroso grido: «Dio mi soccorra, anche i miei figli mi hanno abbandonato!»[544]