Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 34

Chapter 343,704 wordsPublic domain

Eʼ non era solo per mezzo degli argomenti tratti dalla lettera delle Sante Scritture che i teologi anglicani, negli anni che immediatamente seguirono alla Restaurazione, si studiavano di provare la loro prediletta dottrina. Aveano tentato dimostrare, che, quando anche la rivelazione non avesse parlato, la ragione avrebbe insegnato ai savi uomini essere iniqua e insana ogni resistenza al Governo stabilito. Universalmente ammettevasi che cosiffatta resistenza, tranne nei casi estremi, non era giustificabile. Ma chi avrebbe osato stabilire il confine fra i casi estremi e gli ordinari? Vʼera egli governo al mondo sotto cui non fossero malcontenti e faziosi i quali potessero dire, e forse pensare, che le loro doglianze costituissero un caso estremo? Se fosse stato possibile stabilire una regola chiara ed esatta che inibisse agli uomini di ribellarsi contro Trajano, e ad un tempo desse loro libertà di ribellarsi contro Caligola, tale regola sarebbe stata sommamente benefica. Ma siffatta regola non vʼè stata nè vi sarà mai. Dire che la ribellione fosse legittima, date certe circostanze, senza esattamente definirle, era come si dicesse che a ciascuno era lecito ribellarsi tutte le volte che lo reputasse opportuno; ed una società nella quale ciascuno potesse ribellarsi ogni qual volta lo reputasse opportuno, sarebbe più infelice dʼuna società governata dal più crudele e sfrenato despota. Era quindi mestieri di mantenere in tutta la sua interezza il gran principio della non–resistenza. Forse potevano addursi casi peculiari neʼ quali la resistenza tornasse utile ad un popolo: ma generalmente era meglio che un popolo tollerasse con pazienza un cattivo governo, anzi che alleggiarsi violando una legge dalla quale dipendeva la sicurtà dʼogni governo.

Cotesti ragionamenti di leggieri potevano persuadere un partito dominante e felice, ma non potevano sostenere lo esame di cervelli fortemente concitati dalla ingiustizia e ingratitudine del principe. Egli è vero che è impossibile stabilire lo esatto confine fra la resistenza legittima e la illegittima: ma tale impossibilità sorge dalla natura stessa del diritto e del torto, e si trova pressochè in ciascuna parte della Scienza Morale. Una buona azione non è distinta da una cattiva coi segni chiari che distinguono una figura esagona da una quadra. Vʼè un punto in cui la virtù e il vizio si confondono insieme. E chi ha potuto mai additare con esattezza il limite tra il coraggio e la temerità, tra la prudenza e la codardia, tra la liberalità e la prodigalità? Chi ha potuto mai dire fino a che punto debba giungere la mercè verso gli offensori, e quando cessi di meritare tal nome e diventi perniciosa debolezza? Quale casista o legislatore ha potuto mai rettamente definire i confini del diritto della propria difesa? Tutti i nostri giureconsulti sostengono che una certa misura di pericolo di vita o di perdita di membra giustifica un uomo ad uccidere lʼaggressore: ma hanno disperato di poter descrivere con precisi vocaboli, quanta e quale debba essere la misura del pericolo. Dicono soltanto che non debba essere lieve pericolo; ma un pericolo tale che dia grave timore ad un uomo di spirito fermo; e chi oserebbe dire quale sia questo timore che meriti dʼessere chiamato grave, o qual sia la precisa tempra dello spirito che meriti il nome di fermo? Senza dubbio è cosa increscevole che lʼindole deʼ vocaboli e quella delle cose non ammettano leggi più accurate: nè è da negarsi che male possono operare gli uomini qualvolta sono giudici in causa propria, e procedere con subito impeto alla esecuzione del proprio giudicio. E nulladimeno chi per ciò interdirebbe la propria difesa? Il diritto che ha un popolo di resistere ad un cattivo governo, ha stretta analogia col diritto che un individuo, privo di protezione legale, ha ad uccidere lo aggressore. In ambi i casi il male deve essere grave. In ambi i casi ogni regolare e pacifico modo di difesa deve essere esaurito pria che la parte offesa si appigli ad un partito estremo. In ambi i casi sʼincorre in terribile responsabilità. In ambi i casi la prova grava sulla coscienza di colui che sʼappiglia ad uno espediente sì disperato; ed ove non riesca a difendersi, va giustamente soggetto alla più severe pene. Ma in nessun caso potremmo assolutamente negare la esistenza del diritto. Un uomo aggredito dagli assassini, non è tenuto a lasciarsi torturare o scannare senza far uso delle proprie armi per la ragione che nessuno ha mai potuto con precisione definire la misura del pericolo che giustifica lʼomicidio. Nè una società è tenuta a sopportare passivamente gli eccessi della tirannide per la ragione che nessuno ha mai potuto precisamente definire la misura del mal governo che giustifica la ribellione.

Ma poteva ella la resistenza degli Inglesi ad un principe quale era Giacomo chiamarsi propriamente ribellione? Egli è vero che i migliori discepoli di Filmer sostenevano non esservi differenza veruna tra lʼordinamento politico della patria nostra e quello della Turchia, e che se il Re non confiscava il contenuto di tutte le casse che erano in Lombard–Street, e non mandava i muti a recare il capestro a Sancroft e ad Halifax, ciò era solo perchè egli era sì benigno da non usare tutta la potestà datagli da Dio. Ma la maggior parte deʼ Tory, quantunque nel fervore del conflitto potessero adoperare parole che sembrassero approvare coteste enormi dottrine, abborrivano cordialmente il dispotismo. Agli occhi loro il governo inglese era una monarchia limitata. E come potrebbe chiamarsi limitata una monarchia ove non si possa mai, nè anche come unico ed estremo mezzo, adoperare la forza a fine di mantenere tali limitazioni? In Moscovia, dove per virtù della costituzione dello Stato il sovrano era assoluto, poteva con qualche apparenza di vero sostenersi che, per qualunque eccesso egli commettesse, aveva diritto, giusta i principii della religione cristiana, ad essere obbedito daʼ suoi sudditi. Ma tra noi principe e popolo erano vicendevolmente vincolati dalle leggi. Giacomo adunque era colui il quale rendevasi meritevole del castigo minacciato a coloro che insultassero la potestà costituita. Giacomo era colui che resisteva ai comandamenti di Dio; che ricalcitrava contro lʼautorità legittima, alla quale doveva sottoporsi, non solo per timore, ma per coscienza, e che, secondo il vero senso delle parole di Cristo, non rendeva a Cesare ciò che era di Cesare.

Mossi da simiglianti considerazioni, i più illustri e savi fra i Tory incominciarono ad accorgersi dʼavere troppo stiracchiata la dottrina della obbedienza passiva. La differenza fra costoro e i Whig rispetto agli obblighi vicendevoli del Re e dei sudditi cessò allora dʼessere una differenza di principio. Certo rimanevano per anche molte storielle controversie tra il partito che da lungo tempo aveva propugnato la legalità della resistenza e i nuovi convertiti. La memoria del Martire beato seguitava ad essere quanto mai riverita da queʼ vecchi Cavalieri, i quali erano pronti a impugnare le armi contro il degenere figlio, e seguitavano ad abborrire il Lungo Parlamento, la Congiura di Rye House, e la insurrezione delle contrade Occidentali. Ma non ostante i loro pensamenti intorno al passato, il modo onde ravvisavano il presente era identico a quello deʼ Whig: imperocchè ammettevano che la estrema oppressione potesse giustificare la resistenza, ed affermavano che la oppressione, sotto la quale la nazione allora gemeva, era estrema.[411]

Nulladimeno non è da supporsi che tutti i Tory, anche in quelle circostanze, abbandonassero un domma che fino da fanciulli avevano imparato a considerare come parte essenziale della dottrina cristiana, che avevano per molti anni con veemente ostentazione professato, e tentato di propagare per mezzo della persecuzione. Molti manteneva fermi nei principii loro la coscienza, e molti il rossore. Ma la maggior parte, anche di coloro che seguitavano tuttavia a credere illegale ogni resistenza al sovrano, inchinavano, nel caso dʼun conflitto civile, a tenersi neutrali. Nessuna provocazione gli avrebbe tratti a ribellare: ma ove la ribellione scoppiasse, non sembra che si reputassero tenuti a combattere per Giacomo II come avevano combattuto per Carlo I. Ai Cristiani di Roma San Paolo aveva inibito di fare resistenza al governo di Nerone: ma non vʼera ragione a credere che lo Apostolo, se fosse stato vivo allorquando le legioni e il Senato insorsero contro quel malvagio imperatore, avrebbe comandato aʼ suoi confratelli di correre in armi a difesa della tirannide. Il dovere della Chiesa perseguitata era manifesto: soffrire con pazienza e porre la propria causa nelle mani di Dio. Ma se a Dio, la cui provvidenza suscita perpetuamente il bene dal male, piacesse, come soventi volte gli era piaciuto, di rimediare ai danni per mezzo di tali le cui tristi passioni la Chiesa coʼ suoi ammonimenti non aveva potuto mansuefare, essa poteva con gratitudine accettare da Dio la liberazione, che a lei, secondo le sue dottrine, non era concesso di compiere da sè. E però molti deʼ Tory, i quali tuttavia abborrivano da ogni pensiero di aggredire il Governo, non erano minimamente inchinevoli a difenderlo, e forse, mentre gloriavansi deʼ loro scrupoli, in cuor loro godevano che altri non fosse come essi scrupoloso.

I Whig sʼaccôrsero che il tempo per loro era arrivato. La questione se dovessero snudare la spada contro il governo era stata per sei o sette anni pretta questione di prudenza; e adesso la prudenza stessa glʼincitava ad appigliarsi a più audaci partiti.

II. Nel maggio, innanzi al nascimento del Principe di Galles, e mentre era tuttavia incerto se la Dichiarazione dʼIndulgenza sarebbe o non sarebbe letta nelle chiese, Eduardo Russell era andato allʼAja. Aveva con vivi colori rappresentato al principe lo stato del pubblico sentire, e lo aveva consigliato a mostrarsi in Inghilterra capo dʼuna forte schiera di soldati, e chiamare il popolo alle armi.

Guglielmo ad un solo sguardo conobbe la importanza della crisi. «O adesso o mai,» disse in latino a Dikwelt.[412] Con Russell tenne parole più misurate, riconobbe i mali dello Stato essere tali da richiedere straordinario rimedio, ma parlò calorosamente del caso dʼun esito sinistro, e delle calamità che da ciò ne verrebbero alla Gran Brettagna e alla Europa. Sapeva bene che coloro i quali parlavano con sonanti paroloni di sacrificare vita e roba pel bene della patria esiterebbero ove si presentasse alle loro menti lo spettacolo dʼun altro Tribunale di Sangue. Per la qual cosa a lui bisognavano non vaghe proteste di buon volere, ma inviti chiari e promesse esplicite di appoggio, munite della firma di potenti e cospicui uomini. Russell gli fece notare come fosse pericoloso affidare il disegno a un gran numero di persone. Guglielmo ne convenne, e disse bastargli poche firme, purchè fossero dʼuomini di Stato rappresentanti di grandi interessi.[413]

III. Con tale risposta Russell fece ritorno a Londra dove trovò il pubblico concitamento maggiore e sempre crescente. La carcerazione deʼ vescovi e il parto della Regina resero lʼopera di lui più agevole di quello chʼegli aveva presupposto. Non perdè tempo a raccogliere i voti deʼ capi della opposizione, avendo a principale coadiutore Enrico Sidney fratello dʼAlgernon. È da notarsi che Eduardo Russell ed Enrico Sidney erano stati addetti alla famiglia di Giacomo; che entrambi, in parte per private e in parte per pubbliche cagioni, gli divennero nemici; e che entrambi avevano da vendicare il sangue deʼ congiunti, i quali, lʼanno stesso, erano caduti vittime della implacabile ferocia del tiranno. Qui finisce ogni somiglianza tra loro. Russell, fornito di non poca abilità, era orgoglioso, virulento, irrequieto, e violento. Sidney, dotato dʼindole dolce e dʼamabilissimi modi, sembrava difettare di capacità e di sapere, e starsi immerso nella voluttà e nellʼindolenza. Era assai bello di viso e di persona. In gioventù era stato il terrore deʼ mariti, ed anche adesso che toccava quasi cinquanta anni, era il prediletto delle donne e lo invidiato daʼ giovani. Per innanzi era stato allʼAja con un pubblico ufficio, ed erasi acquistato in larga misura la confidenza di Guglielmo. Molti ne maravigliavano: imperciocchè eʼ sembrava che tra il più austero degli uomini di Stato e il più dissoluto degli oziosi non vi potesse essere nulla di comune. Swift, molti anni dopo, non poteva persuadersi in che modo un uomo, chʼegli aveva conosciuto solo come un vecchio libertino, frivolo e privo di lettere, avesse veramente avuto tanta parte in una grande rivoluzione. Nondimeno un ingegno meno acuto di Swift si sarebbe potuto accorgere che nellʼindole umana esiste un certo tatto, somiglievole ad un istinto, che spesso manca ai grandi oratori e ai filosofi, e che spesso si trova in individui, i quali, ove si giudichino dal conversare e dagli scritti loro, si reputerebbero semplicioni. E davvero quando un uomo possiede cotesto tatto, in un certo senso gli torna utile lʼessere privo di quelle doti più appariscenti che lo renderebbero oggetto di ammirazione, dʼinvidia, e di timore. Sidney è un notevolissimo esempio di questa verità. Poco capace, ignorante, e dissoluto come pareva essere, intendeva, o per dire meglio, sentiva con chi era necessario tenersi in riserbo, e con chi liberamente e con securtà comunicare. Per la qual cosa egli compì ciò che Mordaunt con tutta la sua vivacità ed immaginazione, o Burnet con tutta la sua svariata dottrina e fluida eloquenza, non avrebbero potuto mai fare.[414]

IV. Coʼ vecchi Whig egli non poteva incontrare nessuna difficoltà; come quelli che opinavano non esservi stato in molti anni un solo momento, in cui i pubblici danni non giustificassero la resistenza. Devonshire, che poteva considerarsi loro capo, e che aveva torti privati e pubblici da vendicare, accolse con tutto il cuore il gran disegno e si fece mallevadore di tutto il suo partito.[415]

Russell rivelò il secreto a Shrewsbury. Sidney saggiò Halifax. Shrewsbury assunse la parte sua con coraggio e risolutezza tali, che anni dopo parvero mancare al suo carattere. Tosto si profferì parato a porre a repentaglio roba, onori, e vita. Halifax allo incontro accolse i primi cenni della impresa in un modo da far temere che fosse inutile, e forse pericoloso parlargliene esplicitamente. Certo egli non era lʼuomo per una tanta impresa. Aveva intelletto inesauribilmente fecondo di distinzioni e dʼobiezioni, e indole tranquilla e repugnante alle avventure. Era pronto ad avversare la Corte fino allo estremo nella Camera deʼ Lordi e con scritti anonimi, ma poco disposto a cangiare i suoi ozi signorili per la mal sicura ed agitata vita di cospiratore, a porsi nelle mani deʼ complici, a vivere in perenne timore dello arrivo dʼun mandato dʼarresto e deʼ regii messaggieri, e forse anco di finire i suoi giorni sul palco, o di vivere accattando in qualche appartata via dellʼAja. E però disse poche parole che chiaramente significavano la sua ripugnanza a conoscere le arcane intenzioni deʼ suoi più arditi e impetuosi amici. Sidney lo intese, e tacque.[416]

V. Si rivolse quindi a Danby, ed ebbe miglior ventura. E veramente il pericolo e lo eccitamento, che riuscivano insoffribili alla mente di Halifax più delicatamente organizzata, erano dʼirresistibile fascino allo audace ed attivo spirito di Danby. I differenti caratteri di questi due uomini di Stato si leggevano neʼ loro visi. Il ciglio, lʼocchio e la bocca di Halifax indicavano un potente intelletto, e uno squisito senso di scherzo; ma la sua espressione era quella dʼuno scettico, dʼun voluttuoso, dʼun uomo ripugnante a rischiare tutto in una sola partita, o ad essere martire dʼun principio. Chi conosce le fattezze di Halifax non maraviglierà che sopra tutti gli scrittori egli si dilettasse di Montaigne.[417] Danby era uno scheletro; e la sua faccia scarna e solcata di rughe, benchè bella e nobile, esprimeva esattamente lʼacutezza della sua intelligenza e la sua irrequieta ambizione. Una volta ei si era già inalzato dalla oscurità ai fastigi del potere; ne era caduto a capofitto; aveva corso pericolo di vita; aveva passati degli anni in carcere; adesso era libero: ma ciò non lo appagava: egli ardeva di farsi nuovamente grande. Fedele alla Chiesa Anglicana, e ostile alla influenza francese, non poteva sperare di divenire grande in una Corte brulicante di Gesuiti ed ossequiosa alla Casa deʼ Borboni. Ma sʼegli fosse parte precipua dʼuna rivoluzione che farebbe svanire i disegni deʼ Papisti, che porrebbe fine al vassallaggio sotto il quale la Inghilterra da lunghi anni gemeva, e trasferirebbe la potestà regia a due anime illustri da lui unite in matrimonio, potrebbe risorgere dalla oscurità con nuovo splendore. I Whig, lʼanimosità deʼ quali, nove anni innanzi, lo aveva cacciato dallʼufficio, congiungerebbero, alla sua avventurata riapparizione, i loro applausi agli applausi deʼ Cavalieri suoi vecchi amici. Già egli sʼera pienamente riconciliato con uno deʼ precipui personaggi che lo avevano messo in istato dʼaccusa, cioè col conte di Devonshire. Entrambi si erano incontrati in un villaggio nel Peak, e sʼerano ricambiati assicurazioni di benevolenza. Devonshire aveva francamente confessato che i Whig erano rei dʼuna grande ingiustizia, ma aveva dichiarato che adesso confessavano dʼavere errato. Danby, dal canto suo, aveva qualche ritrattazione a fare. Un tempo aveva professato, o simulato di professare la dottrina dellʼobbedienza passiva nel senso più esteso del vocabolo. Mentre egli era ministro e con la sua sanzione era stata proposta una legge, la quale ove fosse stata approvata, avrebbe escluso dal Parlamento e dagli uffici chiunque avesse ricusato di dichiarare con giuramento la illegalità della resistenza. Ma il suo vigoroso intendimento, ora affatto desto per lʼansietà del bene pubblico e del proprio, non poteva lasciarsi ingannare, se pure lo avea mai fatto innanzi, da cotali fanciullesche fallacie.

VI. Il perchè assentì, senza andirivieni, alla congiura, e sforzossi di trarvi dentro Compton Vescovo di Londra, già sospeso, e non incontrò difficoltà veruna a riuscirvi. Non vʼera prelato che al pari di Compton avesse patito la ingiustizia del Governo; nè vʼera prelato che potesse tanto sperare da un rivolgimento; imperciocchè egli aveva diretta la educazione della Principessa dʼOrange, e credevasi che ne avesse in larga misura la fiducia. Come i suoi confratelli egli, finchè non fu oppresso, aveva insegnato essere delitto resistere alla oppressione; ma dacchè gli fu forza appresentarsi allʼAlta Commissione, un nuovo raggio di luce scese a stenebrargli la mente.

VII. Danby e Compton desideravano avere Nottingham compagno alla impresa. Gli apersero intieramente il disegno, e quei lo approvò. Ma dopo pochi giorni cominciò a sentirsi inquieto. Non aveva mente abbastanza forte da emanciparsi dai pregiudicii della educazione. Andò in giro da un teologo ad un altro proponendo loro con parole generali casi ipotetici di tirannia, e chiedendo se in simili casi la resistenza fosse legittima. Le risposte che nʼebbe accrebbero la irrequietudine dellʼanimo suo, finchè disse ai suoi complici di non potere andare più oltre con essi. Se lo stimavano capace di tradirli, potevano pugnalarlo, chè non gli avrebbe biasimati, imperocchè tirandosi indietro dopo essersi spinto tanto innanzi, aveva loro dato diritto sopra la sua vita. Gli assicurò nondimeno che non avevano nulla a temere da lui; chʼegli manterrebbe il segreto; desiderava loro prospera fortuna, ma la sua coscienza non gli consentiva di partecipare ad una ribellione. Ascoltarono siffatte parole con sospetto e con isdegno. Sidney, le cui idee intorno agli scrupoli di coscienza, erano estremamente vaghe, scrisse al Principe che Nottingham sʼera impaurito. È debito di giustizia, nondimeno, il confessare che tutta la vita di Nottingham fu tale che ci è forza credere la sua condotta in questa circostanza, quantunque poco savia e irresoluta, essere stata onestissima.[418]

Gli agenti del Principe ebbero miglior ventura con Lord Lumley, il quale, non ostanti i grandi servigi da lui resi nel tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali, sapeva dʼessere abborrito in Whitehall non solo come eretico, ma come rinnegato, e per ciò era più ardente che non fossero la maggior parte deʼ nati Protestanti, a prendere le armi in difesa del Protestantismo.[419]

VIII. Nel mese di giugno le ragunanze deʼ congiurati furono frequenti; e fecero il passo decisivo nellʼultimo giorno del mese, in quel giorno stesso in che i Vescovi furono dichiarati innocenti. Spedirono allʼAja un invito formale ricopiato da Sidney, ma composto da qualcuno più esperto di lui nellʼarte di scrivere. In quel documento assicurano a Guglielmo che diciannove ventesimi del popolo inglese erano desiderosi di un mutamento, e coopererebbero ad effettuarlo solo che potessero ottenere di fuori il soccorso di una forza bastevole a impedire che coloro i quali corressero alle armi fossero dispersi e macellati innanzi che si potessero in un modo qualunque militarmente ordinare. Se Sua Altezza approdasse allʼisola accompagnato da una schiera di soldati, le genti a migliaia correrebbero a porsi sotto la sua bandiera; sì che bene presto si vedrebbe alla testa di forze assai superiori allo esercito regio dellʼInghilterra. Oltre di che il Governo non poteva implicitamente essere sicuro della obbedienza di cotesto esercito. Gli ufficiali erano malcontenti; e i soldati sentivano contro il papismo quella avversione che era comune a tutta la classe dalla quale erano stati presi. Nella flotta il sentimento protestante era anche più forte. Importava singolarmente fare un passo decisivo mentre le cose erano in tali condizioni. La impresa diverrebbe vie maggiormente ardua ove venisse differita fino a che il Re, riformando borghi e reggimenti, mettesse insieme un parlamento ed una armata sopra cui potesse riposare. I cospiratori, quindi, supplicavano il Principe di venire fra loro al più tosto possibile. Gli davano parola dʼonore che si sarebbero associati a lui; e imprendevano a trarre al partito tanto numero di persone da poterle impunemente rendere partecipi di un così grave e pericoloso secreto. Rispetto ad una sola cosa si credevano in debito di rimostrare con sua Altezza, cioè di non essersi giovato della opinione che la massima parte del popolo inglese aveva intorno al nascimento del regio infante, e dʼavere, invece, mandate congratulazioni a Whitehall, quasi sembrasse riconoscere che il neonato, che chiamavasi Principe di Galles, fosse il legittimo erede del trono. Ciò era un grave errore ed aveva intiepidito lo zelo nel cuore di molti. Nè anche una in mille persone dubitava che lo infante fosse un intruso; e il Principe tradirebbe i propri interessi ove le sospettose circostanze che avevano accompagnato il parto della Regina, non primeggiassero fra le ragioni che lo costringevano a prendere le armi.[420]

Cotesto scritto fu firmato in cifra dai sette capi della congiura, Shrewsbury, Devonshire, Danby, Lumley, Compton, Russell e Sidney. Herbert si tolse il carico di messaggiero. Ed essendo la sua commissione pericolosissima, si travestì da semplice marinaio ed approdò sicuro in Olanda il dì dopo finito il processo deʼ Vescovi. Appresentossi sullʼistante al Principe; il quale, chiamati a sè Bentinck e Dykvelt, si stette con loro parecchi giorni a deliberare. Prima conseguenza di ciò fu che più non si leggesse nella cappella della Principessa la preghiera pel Principe di Galles.[421]