Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 33

Chapter 333,624 wordsPublic domain

Ed aveva bene ragione dʼessere di cattivo umore. La sua sconfitta era stata piena ed umiliantissima. Se i prelati si fossero sottratti alla condanna per difetto di forma nella procedura, o perchè non avevano scritta la petizione in Middlessex, o perchè era stato impossibile provare che avevano posto nelle mani del Re lo scritto pel quale la Corona gli aveva chiamati in giudizio, la prerogativa regia non avrebbe patito detrimento. Ma fu insigne ventura pel paese che il fatto della pubblicazione venisse pienamente provato. La Difesa quindi era stata costretta a combattere contro la potestà di dispensare, e lʼaveva combattuta con audacia, dottrina ed eloquenza. Gli avvocati del Governo, come tutti vedevano, erano stati vinti nella contesa. Nemmeno un solo dei giudici erasi rischiato ad asserire che la Indulgenza fosse legale, chè anzi uno di loro lʼaveva con forti parole dichiarata illegale. La nazione intera ad una voce diceva che la potestà di dispensare aveva ricevuto un colpo fatale. Finch, che il giorno precedente era stato universalmente vituperato, adesso ebbe plausi universali. Dicevasi chʼegli non aveva fatto decidere la causa in un modo che avrebbe lasciata nel dubbio la grande questione costituzionale: imperocchè una sentenza che avesse assoluto i suoi clienti, senza condannare la Dichiarazione dʼIndulgenza, sarebbe stata una mezza vittoria. Vero è che Finch non meritava nè il biasimo che gli fu dato mentre lʼesito della causa era ancora dubbio, nè le lodi che gli profusero dopo che lʼesito fu prospero. Era assurdo vituperarlo, perchè, nel breve indugio di cui egli fu cagione, i legali della Corona scoprirono inaspettatamente novelle prove. Era egualmente assurdo supporre chʼegli per calcolo esponesse i suoi clienti al pericolo a fine di stabilire un principio generale: ed era anche più assurdo commendarlo di ciò che sarebbe stato violare gravemente il dovere della sua professione.

A quel lieto giorno seguì una notte di non minore letizia. I Vescovi, ed alcuni deʼ loro più rispettabili amici, indarno sforzaronsi dʼimpedire ogni tumultuoso festeggiamento. Giammai a memoria deʼ più vecchi, nè anche in quella sera nella quale si sparse per tutta Londra la nuova che lo esercito di Scozia erasi dichiarato a favore dʼun libero Parlamento, giammai le vie della città sʼerano viste così splendenti di fuochi di gioia. Attorno ad ogni luminaria la folla beveva alla salute deʼ vescovi ed alla confusione deʼ Papisti. Le finestre erano illuminate con file di candele; ciascuna fila ne aveva sette, e il torcetto di mezzo che sʼinalzava fra tutte, simboleggiava il Primate. Sʼudiva di continuo lo scoppio delle bombe e delle arme da fuoco. Una catasta di fascine ardeva di faccia alla porta maggiore di Whitehall; altre dinanzi alle case deʼ Pari Cattolici Romani. Lord Arundell di Vardour saviamente abbonì la marmaglia facendo distribuire un poʼ di moneta. Ma nel palazzo Salisbury nello Strand si provarono di fare resistenza. I servi di Lord Salisbury uscirono fuori e fecero fuoco; uccisero soltanto lo scaccino della parrocchia chʼera lì per ispengere le fiamme, e subito sconfitti furono ricacciati nel palazzo. Nessuno degli spettacoli di quella notte diede tanto sollazzo alla plebe quanto uno al quale pochi anni prima era assuefatta, e che adesso volle rinnovellare, voglio dire il bruciamento della effigie del Papa. Questo spettacolo, che un tempo era famigliare, è oggimai da noi conosciuto solamente per mezzo di descrizioni e dʼincisioni. Una figura, in nulla somiglievole alle rozze immagini di Guido Faux che ai tempi nostri si conducono in processione il dì 5 novembre, ma fatta di cera con una certa arte, e adorna, con spesa non lieve, degli abiti pontificali e della tiara, era posta sopra una sedia somigliante a quella sulla quale i vescovi di Roma nelle grandi solennità vengono condotti in San Pietro fino allo altare maggiore. Sua Santità era generalmente accompagnata da un corteo di Cardinali e di Gesuiti. Gli stava accanto, chinandoglisi allʼorecchio, un buffone travestito da demonio con le corna e la coda. Non vi era Protestante ricco e zelante che si mostrasse avaro di dare la sua ghinea per tal festa; e se debbasi credere alla voce popolare, la spesa della processione talvolta ascendeva a mille lire sterline. Dopo che la immagine del Papa era stata solennemente condotta per alcune ore fra mezzo alla folla, era data alle fiamme tra le fragorose acclamazioni degli astanti. Finchè durò la popolarità di Oates e di Shaftesbury questa cerimonia ebbe luogo ogni anno il dì natalizio della Regina Elisabetta, in Fleet–Street, di faccia alle finestre del Circolo Whig. Ed era tanta la celebrità di cotesto grottesco spettacolo, che Barillon una volta pose a repentaglio la propria vita, sporgendo la persona, per meglio vederlo, da un luogo ove erasi nascosto.[407] Ma dal giorno in cui fu scoperta la congiura di Rye House fino a quello in cui furono assoluti i sette Vescovi, la cerimonia era caduta in disuso. Adesso, nondimeno, vari fantocci rappresentanti il Papa si videro in varie parti di Londra. Il Nunzio ne rimase scandalizzato, e il Re sentì questo insulto più di tutti gli affronti fino allora ricevuti. I magistrati non poterono porvi impedimento alcuno. La domenica albeggiava, e le campane delle Chiese parrocchiali chiamavano i devoti alle preci mattutine, quando i fuochi cominciavano ad estinguersi e la folla a disperdersi. Fu allora promulgato un editto contro i perturbatori; molti deʼ quali—ed erano per la più parte giovani di bottega—furono arrestati; ma alle sessioni di Middlesex i giurati dichiararono non esservi luogo a procedere. I magistrati, molti deʼ quali erano cattolici romani, rimproverarono il Gran Giury, e gli rimandarono tre o quattro volte glʼincolpati, ma non poterono ottenere nulla.[408]

LVI. Intanto la lieta nuova giungeva a volo in ogni parte del Regno, e dovunque era ricevuta con gioia. Gloucester, Bedford, e Linchfield mostrarono grande zelo: ma Bristol e Norwich, che per popolazione e ricchezza erano dopo Londra le prime, furono solo a Londra seconde per lʼentusiasmo con che celebrarono il lieto evento.

La persecuzione deʼ Vescovi è un evento che sta da sè nella nostra storia. Esso fu il primo ed ultimo fatto in cui due sentimenti tremendamente potenti, due sentimenti che per lo più si sono vicendevolmente avversati, e ciascuno deʼ quali, qualvolta sono venuti in forte concitamento, è bastato a sconvolgere lo Stato, erano congiunti in perfetta armonia. Questi sentimenti erano lo affetto per la Chiesa e lo affetto per la libertà. Pel corso di molte generazioni ogni violento scoppio del sentimento per la Chiesa Anglicana è stato sempre, tranne una sola volta, avverso alla libertà civile; ogni violento scoppio di zelo per la libertà è stato sempre, tranne una sola volta, avverso allʼautorità ed influenza della prelatura e del elencato. Nel 1688 la causa della gerarchia fu per un istante identica a quella del popolo. Novemila e più ecclesiastici capitanati dal Primate e daʼ suoi più spettabili suffraganei, si mostrarono pronti a soffrire la carcere e la perdita degli averi per difendere il gran principio fondamentale della nostra costituzione. Ne nacque una coalizione che comprendeva i più zelanti Cavalieri, i più zelanti repubblicani, e tutte le classi intermedie del popolo. Il coraggio che nella precedente generazione aveva sostenuto Hampden, il coraggio che nella generazione susseguente sostenne Sacheverell, si congiunsero insieme per sostenere lʼArcivescovo il quale era Hampden e Sacheverell in una sola persona. Le classi della società che hanno maggiore interesse a mantenere lʼordine, che in tempi di politici commovimenti sono sempre pronte a rafforzare il braccio al Governo, e che naturalmente abborrono gli agitatori, si lasciarono, senza scrupolo, guidare dallʼuomo venerabile, che era primo Pari del Regno, primo ministro della Chiesa, Tory in politica, santo per costumi; uomo che la tirannide, malgrado lui, aveva fatto diventare demagogo. Coloro, dallʼaltra banda, i quali avevano sempre abborrito lʼEpiscopato, come rimasuglio del Papismo, e come strumento del potere assoluto, domandavano ora colle ginocchia inchine la benedizione di un prelato, che era pronto a soffrire la carcere e posare le stanche sue membra sulla nuda terra, più presto che tradire glʼinteressi della Religione protestante e porre la prerogativa disopra alla legge. Allo amore della Chiesa ed allʼamore della libertà era congiunto, in questa gran crisi, un altro sentimento che va annoverato fra le più pregievoli peculiarità del nostro carattere nazionale. Un individuo oppresso dal Governo, ove anche non abbia il minimo diritto alla riverenza ed alla gratitudine pubblica, generalmente desta simpatia nel popolo nostro. Così, al tempo degli avi nostri, la persecuzione di Wilkes bastò a porre sossopra la nazione. Noi stessi lʼabbiamo veduta agitarsi quasi fino alla insania peʼ torti fatti alla Regina Carolina. È quindi probabile che quando anche al processo contro i vescovi non fosse stato annesso un grande interesse politico e religioso, la Inghilterra non avrebbe veduto, senza sentirsi fortemente mossa ad ira e pietà, sette vegliardi di intemerata virtù perseguitati dalla vendetta dʼun temerario ed inesorabile Principe, il quale doveva alla fedeltà loro la Corona chʼegli portava.

Animati da cosiffatti sentimenti, i nostri antichi ordinaronsi in vasta e stretta falange contro il Governo. Comprendeva tutti i Protestanti di qual si fosse grado, partito o setta. Nella vanguardia stavano i Lordi spirituali e secolari. Li seguivano i gentiluomini possidenti e il clero, entrambe le Università, tutte le corti di giustizia, i mercanti, i bottegaj, i fattori, i facchini delle grandi città, i contadini che lavoravano la terra. La lega contro il Re comprendeva gli ufficiali che comandavano sulle navi, le sentinelle che guardavano il suo palazzo. I nomi di Whig e di Tory furono per un momento posti in oblio. Il vecchio Esclusionista stringeva la mano al vecchio abborrente. Episcopali, Presbiteriani, Indipendenti, Battisti dimenticarono le loro lunghe contese, per ricordarsi soltanto della comune fede protestante e del pericolo comune. I teologi educati nella scuola di Laud parlavano a voce alta non solo di tolleranza, ma di comprensione. Lo Arcivescovo poco dopo dʼessere stato assoluto pubblicò certa lettera pastorale che è uno dei più notevoli componimenti di quella età. Fino dagli anni suoi primi aveva combattuto contro i Non–Conformisti, e gli aveva più volte assaliti con ingiusta e poco cristiana acrimonia. La sua principale opera era indecente caricatura della teologia calvinista.[409] Aveva composto pei dì 14 gennaio e 29 maggio certe preci, le quali toccavano deʼ Puritani con parole sì ostili, che il Governo aveva reputato necessario temperarle. Ma adesso il suo cuore si era addolcito ed aperto. Solennemente ingiunse ai Vescovi e al clero, usassero estrema benevolenza ai loro confratelli Dissenzienti, li visitassero spesso, ospitalmente li trattassero, cortesemente con essi conversassero, gli persuadessero, se fosse possibile, ad uniformarsi alla Chiesa Anglicana; ma se non fosse possibile, si congiungessero loro con sincero e cordiale affetto a propugnare la benedetta causa della Riforma.[410]

Molti uomini pii negli anni susseguenti ripensavano con amaro desiderio a quellʼepoca. La dipingevano come la breve alba di una età dʼoro fra due età di ferro. Tali lamenti, comecchè fossero naturali, non erano ragionevoli. La coalizione del 1688 nacque, e potè nascere, solo dalla tirannide chʼera quasi frenesia, e dal pericolo che minacciava a un tempo tutte le grandi istituzioni del paese. Se poscia non vi è stata mai una somigliante colleganza, egli è perchè non vi è mai stato simile pessimo governo. È mestieri rammentare, che quantunque la concordia sia in sè migliore della discordia, la discordia può indicare un migliore cammino di quello che indichi la concordia. Le calamità e i pericoli soventi volte stringono gli uomini a collegarsi. La prosperità e la sicurezza spesso gli spingono a separarsi.

CAPITOLO NONO.

SOMMARIO.

I. Mutamento nellʼopinione deʼ Tory circa la legalità della Resistenza.—II. Russell propone al Principe dʼOrange uno sbarco in Inghilterra.—III. Enrico Sidney.—IV. Devonshire; Shrewsbury; Halifax.—V. Danby.—VI. Il Vescovo Compton—VII. Nottingham; Lumley—VIII. Invito mandato a Guglielmo.—IX. Condotta di Maria.—X. Difficoltà della impresa di Guglielmo.—XI. Condotta di Giacomo dopo il Processo dei Vescovi.—XII. Destituzioni e Promozioni.—XIII. Procedimenti nellʼAlta Commissione; Spart rinunzia al suo ufficio.—XIV Malcontento del Clero; Affari dʼOxford.—XV. Malcontento deʼ Gentiluomini.—XVI. Malcontento dello Esercito.—XVII. Arrivo delle truppe Irlandesi; indignazione pubblica.—XVIII. Lillibullero—XIX. Politica delle Provincie Unite.—XX. Errori del Re di Francia.—XXI. Sua contesa col Papa rispetto alle Franchigie.—XXII. Lo Arcivescovato di Colonia.—XXIII. Destrezza di Guglielmo—XXIV. Suoi apparecchi militari e navali.—XXV. Gli giungono dalla Inghilterra numerose assicurazioni di soccorso.—XXVI. Sunderland.—XXVII. Ansietà di Guglielmo; Ammonimenti dati a Giacomo.—XXVIII. Sforzi di Luigi per salvare Giacomo.—XXIX. Giacomo li rende vani.—XXX. Le armi francesi invadono la Germania.—XXXI. Guglielmo ottiene la Sanzione degli Stati Generali alla sua impresa.—XXXII. Schomberg; Avventurieri Inglesi allʼAja.—XXXIII. Manifesto di Guglielmo—XXXIV. Giacomo si scuote alla presenza del pericolo; suoi mezzi marittimi.—XXXV. Suoi mezzi militari.—XXXVI. Tenta di rendersi benevoli i sudditi.—XXXVII. Dà udienza ai Vescovi.—XXXVIII. Le sue concessioni sono mal ricevute.—XXXIX. Prove della nascita del Principe di Galles presentate al Consiglio Privato.—XL. Disgrazia di Sunderland.—XLI. Guglielmo prende commiato dagli Stati dʼOlanda.—XLII. Sʼimbarca, fa vela, ed è ricacciato addietro da una tempesta.—XLIII. Il suo Manifesto giunge in Inghilterra; Giacomo interroga i Lordi.—XLIV. Guglielmo fa vela di nuovo.—XLV. Passa lo Stretto.—XLVI. Approda a Torbay.—XLVII. Entra in Exeter.—XLVIII. Colloquio del Re coi Vescovi.—XLIX. Tumulti in Londra.—L. Uomini dʼalto grado cominciano ad accorrere al Principe.—LI. Lovelace.—LII. Colchester; Abingdon.—LIII Diserzione di Cornbury.—LIV. petizione deʼ Lordi per la convocazione del Parlamento.—LV. Il Re va a Salisbury.—LVI. Seymour; Corte di Guglielmo in Exeter.—LVII. Insurrezione nelle Contrade Settentrionali.—LVIII. Scaramuccia in Wincanton.—LIX. Diserzione di Churchill e di Grafton—LX. Lo esercito regio si ritira da Salisbury.—LXI. Diserzione del Principe Giorgio e di Ormond.—LXII. Fuga della Principessa Anna.—LXIII. Giacomo convoca un Consiglio di Lordi.—LXIV. Nomina una Commissione per trattare con Guglielmo—LXV. È una finzione.—LXVI. Dartmouth ricusa di mandare il Principe di Galles in Francia.—LXVII. Agitazione di Londra.—LXVIII. Proclama apocrifo.—LXIX. Insurrezione in varie parti del paese.—LXX. Clarendon si reca presso il Principe in Salisbury; Dissenzione nel campo del Principe.—LXXI. Il Principe giunge a Hungerford; Scaramuccia in Reading; La Commissione del Re arriva a Hungerford.—LXXII. Negoziati.—LXXIII. La Regina e il Principe di Galles sono mandati in Francia; Lauzun.—LXXIV. Il Re sʼapparecchia a fuggire.—LXXV. Sua fuga.

I. Il processo vinto daʼ Vescovi non fu il solo evento che fa del giorno decimoterzo di giugno 1688 una grande epoca nella storia. In quel dì, mentre le campane di cento chiese sonavano a festa, mentre numerose turbe di popolo affaccendavansi da Hyde–Park a Mile–End a fare fuochi di gioia ed ardere le immagini del Papa per celebrare la memoranda notte, fu spedito da Londra allʼAja un documento quasi quanto la _Magna Charta_ importantissimo alle libertà della Inghilterra.

La persecuzione deʼ Vescovi, e la nascita del Principe di Galles avevano prodotto un grande rivolgimento nellʼopinione di molti Tory. Nel momento stesso, in cui la loro Chiesa pativa gli ultimi eccessi di danno e dʼinsulto, vedevansi costretti a perdere ogni speranza di pacifica liberazione. Fino allora sʼerano lusingati che la prova alla quale era stata posta la lealtà loro, quantunque severa, sarebbe temporanea, e che alle loro doglianze, verrebbe resa giustizia senza che si rompesse il corso ordinario della successione al trono. Adesso ravvisavano le cose in modo assai diverso. Per quanto potessero addentrare lo sguardo nel futuro, altro non vedevano che il mal governo degli ultimi tre anni prolungarsi a tempo indefinito. La cuna dello erede presuntivo della Corona era circondata di Gesuiti; i quali con sommo studio gli avrebbero nella mente infantile istillato odio mortale contro quella Chiesa di cui un giorno ei sarebbe stato capo, odio ispiratore di tutta la sua vita, e chʼegli avrebbe trasmesso ai suoi successori. A questo spettacolo di calamità non era confine; estendevasi al di là della vita del più giovane deʼ viventi, al di là del secolo decimottavo. Nessuno avrebbe potuto asserire per quante generazioni i Protestanti sarebbero dannati a gemere sotto una oppressura, la quale, anche allorchè reputavasi breve, era stata quasi insopportabile.

I più illustri fraʼ dottori anglicani di quellʼepoca avevano insegnato come nessuna infrazione di legge o di contratto, nessuno eccesso di crudeltà, di rapacità, di licenza, dalla parte del Re legittimo, bastasse a giustificare la resistenza che il popolo potrebbe opporre alla forza di lui. Taluni di loro sʼerano piaciuti di mostrare la dottrina della non–resistenza in una forma cotanto esagerata da scandalizzarne il buon senso del genere umano. Spesso e con veemenza notavano che Nerone era capo del Governo Romano, mentre San Paolo inculcava il debito dʼubbidire ai magistrati. La conseguenza che ne deducevano era, che se un Re inglese, senza autorità di legge ma a suo libito, perseguitasse i propri sudditi ripugnanti ad adorare gli idoli; se li gettasse fra mezzo ai leoni nella Torre; se, coprendoli dʼuna veste di pece, gli bruciasse per illuminare il Parco di San Giacomo, e procedesse con siffatte stragi fino a lasciare intere città e Contee senza un solo abitante, i sopravviventi sarebbero tuttavia tenuti a sottomettersi, e lasciarsi sbranare o arrostire vivi senza opporre la più lieve resistenza. Gli argomenti addotti a sostenere cotesta sentenza erano futilissimi; ma al difetto di solidi argomenti suppliva lʼonnipotente sofisticare dello interesse e della passione. Molti scrittori si sono maravigliati che gli alteri Cavalieri dʼInghilterra potessero mostrarsi caldi difensori per la più servile dottrina che sia mai stata fra gli uomini. Vero è che essa in principio era pel Cavaliere tuttʼaltro che servile; per lʼopposto tendeva a renderlo non schiavo, ma libero e signore di sè; lo esaltava esaltando il Re chʼegli considerava suo protettore, suo amico, e capo del suo diletto partito e della sua dilettissima Chiesa. Mentre i Repubblicani dominavano, il Realista aveva sofferto danni ed insulti, deʼ quali, mercè la restaurazione del governo legittimo, egli aveva potuto prendersi la rivincita. Nella sua mente quindi la idea della ribellione richiamava quella di degradazione e servaggio, e la idea di autorità monarchica, quella di libertà e predominio. Non gli era mai venuto in capo che potesse giungere il tempo in cui un Re, uno Stuardo, perseguiterebbe i più leali del clero e deʼ gentiluomini con animosità maggiore di quella Coda del Parlamento e del protettore. Eppure siffatto tempo era giunto. Adesso era da vedersi con che modo la pazienza che gli aderenti della Chiesa confessavano dʼavere imparata negli scritti di San Paolo resisterebbe alla prova dʼuna persecuzione da non paragonarsi alla severissima di Nerone. Lo evento fu tale che ciascuno, il quale per poco conoscesse la natura umana, avrebbe di leggieri predetto. Lʼoppressione fece sollecitamente ciò che la filosofia e la eloquenza non avevano potuto fare. Il sistema di Filmer avrebbe potuto sopravvivere agli assalti di Locke: ma non si riebbe mai dal colpo mortale datogli da Giacomo.

Quella logica, la quale, mentre veniva adoperata a provare che i Presbiteriani e glʼIndipendenti avrebbero dovuto sopportare mansuetamente la prigione e la confisca, era stata giudicala tale da non ammettere risposta, parve di pochissimo peso allorquando fu questione di sapere se i Vescovi Anglicani dovevano essere imprigionati, e le rendite deʼ Collegi Anglicani confiscate. Era stato soventi volte ripetuto daʼ pergami di tutte le cattedrali del paese, che il precetto apostolico di obbedire ai magistrati civili fosse assoluto ed universale, e che fosse empia presunzione nellʼuomo il volere limitare un precetto al quale non aveva posto limite alcuno la parola di Dio. E nondimeno adesso i teologi, la cui sagacità stimolavano glʼimminenti pericoli neʼ quali trovavansi di essere privati deʼ loro benefizi e prebende per fare posto ai papisti, trovavano vizioso il ragionamento dianzi reputato convincentissimo. La morale della scrittura non era da interpretarsi come gli Atti del Parlamento, o i trattati deʼ casisti delle scuole. E davvero chi deʼ cristiani porse mai la guancia sinistra al malfattore che lo aveva percosso nella destra? Chi deʼ cristiani diede mai il suo mantello ai ladri che gli avevano rubato la veste? Sì nel Vecchio che nel Nuovo Testamento le regole generali erano sempre scritte senza eccezioni. A moʼ dʼesempio, il precetto generale di non uccidere non era accompagnato dalla eccezione che giustifica il guerriero che uccida altri a difesa del suo Re e della sua patria. Il generale precetto di non giurare non era accompagnato da nessuna eccezione a favore del testimonio che giuri di dire il vero dinanzi ai giudici. E nondimeno la legalità della guerra difensiva e del giuramento giudiciale era impugnata solo da pochi oscuri settari, e positivamente affermata negli articoli della Chiesa Anglicana. Tutti gli argomenti i quali dimostravano che il Quacquero, ricusando di servire nella milizia o di baciare il Vangelo, era irragionevole e perverso, potevan rivolgersi contro coloro che negavano ai sudditi il diritto di resistere con la forza alla eccessiva tirannia. Se ammettevasi che le autorità bibliche che proibivano lʼomicidio e quelle che proibivano il giuramento, comunque espresse in forma generale, dovevano essere interpretate in subordinazione al gran comandamento che ingiunge ad ogni uomo il debito di promuovere il bene del prossimo, e siffattamente interpretate non si trovavano applicabili ai casi in cui lʼomicidio e il giuramento potrebbe essere assolutamente necessario a proteggere i più gravi interessi della società, non era agevole negare che le autorità bibliche che inibivano la resistenza si dovessero interpretare nel modo medesimo. Se allo antico popolo di Dio era stato talvolta ordinato di distruggere la vita umana e tal altra dʼobbligarsi per sacramento, talvolta gli era stato anche ordinato di resistere ai principi malvagi. Se i primitivi Padri della Chiesa avevano in varie occasioni detto parole, che sembravano sottintendere la riprovazione della resistenza, avevano parimente in altre occasioni usato parole che sembravano sottintendere la riprovazione dʼogni guerra e dʼogni giuramento. E veramente la dottrina della obbedienza passiva, quale insegnavasi in Oxford sotto il regno di Carlo II, può dedursi dalla Bibbia soltanto con un modo dʼinterpretazione che irresistibilmente ci condurrebbe alle conclusioni di Barclay e di Penn.