Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 32

Chapter 323,743 wordsPublic domain

Dallʼaltra parte si stavano quasi tutti i più illustri ingegni di cui in quella età il fôro potesse gloriarsi. Sawyer e Finch, i quali, quando Giacomo ascese al trono, erano Procuratore ed Avvocato Generali, e mentre si perseguitavano i Whig sotto il regno di Carlo, avevano servito la Corona con soverchio ardore ed esito prospero, erano fra i difensori degli accusati. Vʼerano parimente altri due uomini, i quali, dopo che lʼattività di Maynard era scemata col crescere degli anni, avevano reputazione dʼessere i due migliori legali che si potessero trovare neʼ tribunali. Lʼuno chiamavasi Pemberton, e nel tempo di Carlo II era stato Capo Giudice del Banco del Re; destituito poscia perchè troppo umano e moderato, aveva ripreso lo esercizio della sua professione. Lʼaltro aveva nome Pollexfen; era stato per lungo tempo il principale assessore deʼ giudici nel loro periodico giro per le Contrade Occidentali, e quantunque avesse perduta ogni popolarità difendendo la Corona nel Tribunale di Sangue, e in specie arringando contro Alice Lisle, era a tutti noto chʼegli fosse internamente Whig, per non dire repubblicano. Vʼera anche Sir Creswell Levinz, uomo di grande dottrina ed esperienza, ma singolarmente pusillanime. Era stato destituito dal suo ufficio per avere avuto timore di servire ai fini del Governo. Adesso temeva di mostrarsi fra gli avvocati deʼ vescovi, e in sulle prime aveva ricusato dʼassumerne la difesa: ma lʼintero corpo deʼ procuratori che solevano impiegarlo, lo minacciò di non dargli più nessuna causa, qualora egli ricusasse di assumere quella deʼ vescovi.[395]

Sir Giorgio Treby, abile e zelante Whig, il quale, vigente il vecchio Statuto, era stato Recorder di Londra, difendeva anchʼei gli accusati. Sir Giovanni Holt Avvocato Whig più illustre anco di Treby, non fu chiamato alla difesa, a cagione, per quanto sembra, di qualche pregiudizio che Sancroft aveva contro lui, ma venne privatamente consultato dal Vescovo di Londra.[396] Il più giovane fra i difensori era un avvocato chiamato Giovanni Somers. Non aveva vantaggio di nascita o di ricchezza, nè fino allora aveva avuto il destro di acquistare reputazione agli occhi del pubblico: ma il suo genio, la sua industria, le sue grandi e varie qualità erano note a parecchi suoi amici; e nonostanti le sue opinioni Whig, il suo giusto e lucido modo dʼargomentare, e la costante irreprensibilità della condotta gli avevano già reso benevolo lʼorecchio della Corte del Banco del Re. Johnstone aveva ai Vescovi energicamente dimostrata la importanza di averlo nella difesa; e dicesi che Pollexfen dichiarasse non esservi in Westminster Hall un uomo che potesse, al pari di Somers, trattare una questione storica e costituzionale.

I giurati prestarono sacramento: erano tutti di condizione rispettabile. Ne era capo Sir Ruggiero Langley, baronetto dʼantica ed onorevole famiglia. Gli erano colleghi un cavaliere e dieci scudieri, parecchi deʼ quali erano conosciuti come ricchi possidenti. Vʼ erano alcuni Non–Conformisti, perocchè i Vescovi erano saviamente deliberati di non mostrare diffidenza deʼ protestanti Dissenzienti. Il solo Michele Arnold dava da temere, dacchè essendo egli il birraio del palazzo, sospettavasi che votasse a favore del Governo. Fu detto chʼegli amaramente si lamentasse della posizione in cui si trovava. «Qualunque cosa io faccia,» disse egli «sono sicuro dʼuscirne mezzo rovinato. Se dico: Non Colpevole, non venderò più la mia birra al Re; e se dico: Colpevole, non ne venderò più a nessun altro.»[397]

Finalmente incominciò il processo. Ed è tale, che anche letto con freddezza dopo più dʼun secolo e mezzo, serba tutto lo interesse dʼun dramma. Gli avvocati disputavano da ambo i lati con insolito accanimento e veemenza; lʼuditorio ascoltava con estrema ansietà, quasi la sorte di ciascuno dipendesse dal detto che dovevano profferire i giurati; e il volgere della fortuna era così subitaneo e maraviglioso, che la moltitudine in un solo momento più volte passò dallʼansietà alla gioia, e dalla gioia a più profonda ansietà.

I Vescovi erano accusati dʼavere pubblicato, nella Contea di Middlesex, un falso, maligno, e sedizioso libello. Il Procuratore e lo Avvocato tentarono di provare la scrittura. A questo fine varie persone furono chiamate per testificare delle firme deʼ Vescovi. Ma i testimoni sentivano tanta ripugnanza che la Corte da nessuno di loro potè ottenere una sola chiara risposta. Pemberton, Pollexfen, e Levinz dichiararono che nessuna delle predette testimonianze era atta a convincere i giurati. Due deʼ Giudici, cioè Holloway e Powell, furono della stessa opinione; e in cuore agli spettatori crebbe la speranza. A un tratto i legali della Corona dissero di volere prendere una via diversa. Powis, con rossore e ripugnanza tali da non poterli dissimulare, pose nel banco deʼ testimoni Blathwayt chʼera uno degli scrivani del Consiglio Privato, e trovavasi presente quando i Vescovi furono interrogati dal Re. Blathwayt giurò di averli uditi riconoscere le loro firme. Tale testimonianza era decisiva. «Perchè dunque,» disse il giudice Holloway al Procuratore Generale «se avevate cotesta prova, non lʼavete prodotta in principio, senza farci perdere cotanto tempo?» Allora si conobbe che la difesa della Corona non aveva voluto, senza assoluto bisogno, valersi di questo modo di prova. Pemberton interruppe Blathwayt, lo assoggettò ad un contro–esame, ed insistè perchè raccontasse pienamente tutto ciò chʼera seguito fra il Re e gli accusati. «Questa è curiosa davvero!» esclamò Williams. «Credete voi» disse Powis «di potere liberamente fare ai testimoni tutte le impertinenti domande che vi passano pel capo?» Gli avvocati deʼ Vescovi non erano uomini da lasciarsi soverchiare. «Egli ha giurato» rispose Pollexfen «di dire la verità, e tutta la verità; e a noi fa mestieri una risposta, e lʼavremo.» Il testimone si confuse, equivocò, simulò di frantendere la domanda, implorò la protezione della Corte. Ma era caduto in mani dalle quali non era facile svincolarsi. Infine il Procuratore Generale sʼinterpose, dicendo: «So voi persistete a fare tali dimande, diteci almeno lʼuso che intendete di farne.» Pemberton, il quale in tutto il dibattimento aveva fatto il debito proprio da uomo coraggioso ed accorto, rispose senza esitare: «Signori, risponderò al Procuratore, ed agirò schiettamente con la Corte. Se i Vescovi riconobbero questo scritto sulla promessa della Maestà Sua che la loro confessione non verrebbe adoperata come arma a ferirli, spero che lʼAccusa non se ne voglia slealmente giovare.»—«Voi attribuite a Sua Maestà una cosa chʼio non ardisco nominare,» disse Williams, «e dacchè vi piace di essere tanto importuno, chiedo a nome del Re, che se ne prenda ricordo.»—«Che intendete dire, Signore Avvocato Generale?» disse, interponendosi, Sawyer. «So io quello che dico,» rispose lo apostata; «voglio che nella Corte si prenda ricordo della domanda.»—«Prendete quanti ricordi vi aggrada, io non vi temo, Signore Avvocato Generale,» disse Pemberton. Seguì quindi un rumoroso ed accanito alterco, che a stento fu fatto cessare dal Capo Giudice. In altre circostanze probabilmente avrebbe ordinato di prendere ricordo della domanda, e mandato Pemberton in carcere. Ma in quel gran giorno egli era impaurito. Spesso gettava gli occhi su quel folto drappello di Conti e di Baroni, che lo invigilavano, e forse alla prima apertura del Parlamento potevano essergli giudici. Uno degli astanti affermò che il Capo Giudice aveva tal viso come se credesse ciascuno deʼ Pari ivi presenti avesse nella propria tasca un capestro.[398]

Finalmente Blathwayt fu costretto a fare un minuto racconto di ciò che aveva veduto con gli occhi propri. Da quanto egli disse pareva che il Re non fosse venuto ad espresso patto coi Vescovi. Ma pareva medesimamente che i Vescovi potessero con tutta ragione credere che il patto fosse sottinteso. A dir vero, dalla ripugnanza che avevano i legali della Corona a porre nel banco deʼ testimoni lo scrivano del Consiglio, e dalla virulenza con che sʼopposero al contro–esame di Pemberton, chiaro si deduce che avessero la stessa opinione.

Nondimeno rimase provato che la scrittura era deʼ Vescovi. Ma surse una nuova e più grave obiezione. Non bastava che i Vescovi avessero scritto lʼallegato libello; era necessario provare che lo avevano scritto nella Contea di Middlesex. La qual cosa non solo non potevano provare il Procuratore e lʼAvvocato Generale, ma la Difesa aveva i mezzi di provare il contrario. Imperocchè avvenne che dal tempo in cui fu pubblicata lʼOrdinanza in Consiglio, fino a dopo che la petizione era stata presentata al Re, Sancroft non fosse nè anche una volta uscito dal suo palazzo di Lambeth. In tal guisa ruinava al tutto il fondamento sul quale posava lʼAccusa, e lʼuditorio con gran gioia aspettavasi che i Vescovi fossero immediatamente prosciolti.

I legali della Corona di nuovo cangiarono tattica, ed abbandonando affatto lʼaccusa dʼavere scritto un libello, impresero a provare che i Vescovi avevano pubblicato un libello nella Contea di Middlessex. E anche ciò era molto difficile a provare. La consegna della petizione al Re, indubitabilmente, agli occhi della legge, era lo stesso che pubblicarla. Ma in che guisa provare siffatta consegna? Niuno nelle regie stanze sʼera trovato presente allʼudienza. La scena era seguita solo tra il Re e gli accusati. Il Re non poteva essere chiamato in testimonio; non vʼera dunque altro mezzo a provare la cosa che la confessione degli accusati. Indarno Blathwayt venne nuovamente esaminato. Disse di rammentarsi bene che i Vescovi avevano riconosciute le loro firme; ma non si ricordava affatto che confessassero che lo scritto che era sul banco del Consiglio Privato, fosse quel medesimo che avevano posto nelle mani del Re; non si ricordava nè anco che venissero sopra ciò interrogati. Furono chiamati vari altri ufficiali chʼerano di servizio al Consiglio Privato, e fra essi Samuele Pepys segretario dello Ammiragliato; ma nessuno di loro potè rammentarsi che si parlasse della consegna. Nulla valse che Williams accatastasse le domande, finchè la difesa deʼ Vescovi dichiarò che tante storture, tante sottigliezze, tanti cavilli non sʼerano mai veduti in nessuna corte di giustizia; e lo stesso Wright fu costretto a confessare che il modo tenuto dallo Avvocato Generale nello esame deʼ testimoni era contrario a tutte le regole. Come i testimoni, lʼuno dopo lʼaltro, negativamente rispondevano, gli astanti davano in tali scoppi di riso e grida di trionfo, che parevano far crollare la sala e che i giudici non sʼattentavano di reprimere.

Finalmente la vittoria deʼ Vescovi pareva assicurata. Se i loro difensori si fossero taciuti, la sentenza favorevole sarebbe stata sicura; perocchè non vʼera nessuno attestato che dal più corrotto e svergognato giudice potesse considerarsi come prova legale della pubblicazione. Il Capo Giudice incominciava già a favellare ai giurati, e avrebbe sicuramente loro inculcato di assolvere gli accusati, allorquando Finch, con somma imprudenza, chiese licenza di parlare, «Se volete essere ascoltato,» disse Wright, «lo sarete: ma voi non conoscete i vostri interessi.» Gli altri difensori fecero si che Finch tacesse, e pregarono il Capo Giudice a continuare. E già ricominciava a favellare, allorchè giunse allo Avvocato Generale un messo, recando la nuova che Lord Sunderland proverebbe la pubblicazione, e arriverebbe fra un istante alla Corte. Wright malignamente disse ai difensori non avessero a ringraziare altri che sè stessi per la nuova piega che erano per prendere le cose. Lo scoraggiamento si mostrò nello aspetto di ciascuno degli astanti. Finch per alcune ore fu lʼuomo più impopolare del paese. Perchè egli non si stava seduto come avevano fatto i suoi colleghi, migliori di lui, Sawyer, Pemberton, e Pollexfen? Il prurito dʼimmischiarsi in ogni cosa, e lʼambizione chʼegli aveva di fare un bel discorso avevano rovinato tutto.

Intanto il Lord Presidente fu condotto in portantina fra mezzo alla sala. Come egli passava nessuno gli faceva di cappello; e sʼudirono molte voci che lo chiamavano «Papista cane.» Giunse alla Corte pallido e tremante, cogli occhi bassi; e nel fare la sua deposizione, a quando a quando gli mancava la voce. Giurò che i Vescovi gli avevano palesato lo intendimento di presentare una petizione al Re, e che a tal fine erano stati introdotti nelle regie stanze. Questo fatto congiunto con lʼaltro, che dopo dʼessersi partiti dalla presenza del Re, fu vista nelle mani di lui una petizione munita delle loro firme, era tal prova che poteva ragionevolmente convincere i giurati del fatto della pubblicazione.

La pubblicazione adunque rimase provata. Ma lo scritto in tal guisa pubblicato era un libello falso, maligno, sedizioso? Fino a questo punto sʼera discusso se un fatto, che ciascuno sapeva esser vero, potesse provarsi secondo le regole tecniche della scienza legale; ma adesso la contesa divenne assai più grave. Era necessario esaminare i limiti della prerogativa e della libertà, il diritto del Re a dispensare dagli statuti, il diritto deʼ sudditi a presentare petizioni a risarcimento di danni. Per tre ore gli avvocati degli accusati argomentarono con gran forza a difendere i principii fondamentali della costituzione, e provarono coi Giornali, ovvero processi verbali della Camera deʼ Comuni, che i Vescovi avevano detta la schietta verità quando dimostrarono al Re che la potestà di dispensare chʼegli voleva arrogarsi, era stata più volte dichiarata illegale dal Parlamento. Somers fu lʼultimo a perorare. Parlò poco più di cinque minuti; ma ogni parola che gli uscì dalle labbra era pregna di significanza; e allorquando si assise, la sua reputazione dʼoratore e di giureconsulto costituzionale era stabilita. Esaminò, una per una, tutte le parole adoperate dallʼAccusa per esprimere il delitto imputato ai Vescovi, e mostrò che ciascuna, sia aggettivo, sia sostantivo, era affatto impropria. I Vescovi venivano accusati dʼavere scritto e pubblicato un libello falso, maligno, e sedizioso. Lo scritto loro non era falso; perchè ogni fatto allegato provavano i Giornali del Parlamento esser vero. Lo scritto non era maligno; perchè gli accusati non avevano cercato pretesto ad una lotta, ma erano stati messi dal Governo in posizione tale che dovevano od opporsi al volere del Re, o violare i più sacri doveri della coscienza e dellʼonore. Lo scritto non era sedizioso; perchè non era stato sparso dagli scrittori fra la plebe, ma privatamente messo da loro nelle mani del solo Re; e non era un libello, ma era una petizione decente, e tale che per le leggi della Inghilterra, anzi per le leggi di Roma Imperiale, per le leggi di tutti gli Stati inciviliti, un suddito che si creda gravato, può lecitamente presentare al Sovrano.

Il Procuratore Generale nella sua risposta fu breve e fiacco. Lo Avvocato Generale parlò diffusissimamente e con grande acrimonia, e venne spesso interrotto daʼ clamori e dai fischi dellʼuditorio. Giunse perfino ad affermare che nessun suddito o corporazione di sudditi, tranne le Camere del Parlamento, hanno diritto di presentare petizioni al Re. A tali parole le gallerie divennero furiose; e lo stesso Capo Giudice rimase attonito alla sfrontatezza di cotesto giubba–rivoltata.

In fine Wright cominciò a riassumere la questione. Le sue parole mostravano che la paura chʼegli aveva del Governo era temperata da quella che gli aveva posta nellʼanimo un uditorio sì numeroso, sì illustre e sì grandemente concitato. Disse che non darebbe parere intorno alla questione della podestà di dispensare, poichè non lo reputava necessario; che non poteva approvare in gran parte il discorso dello Avvocato Generale; che i sudditi avevano diritto di far petizioni, ma che la petizione della quale facevasi dibattimento nella Corte, era formulata con parole sconvenevoli, e la legge la considerava come libello. Medesimamente opinò Allybone, ma nel favellare mostrò tanto grossolana ignoranza della legge e della storia, da meritarsi il disprezzo di tutti gli astanti. Holloway scansò la questione della potestà di dispensare, ma disse che la petizione gli sembrava tale quale i sudditi che si credano gravati hanno diritto di presentare; e quindi non era un libello. Powell ebbe anche maggiore ardimento. Confessò che, secondo lui, la Dichiarazione dʼIndulgenza era nulla, e che la potestà di dispensare, nel modo onde dianzi sʼera esercitata, era onninamente incompatibile con la legge. Se a tali usurpazioni della prerogativa non si poneva freno, il Parlamento era finito. Tutta lʼautorità legislativa si ridurrebbe nelle mani del Re. «Lʼesito di questa faccenda, o Signori,» disse egli, «lo lascio a Dio e alla vostra coscienza.»[399]

Era ben tardi quando i giurati si ritrassero a deliberare. E fu notte di forte ansietà. Ci rimangono alcune delle lettere che furono scritte in quelle ore di perplessità, e che perciò hanno per noi speciale interesse. «È assai tardi,» scriveva il Nunzio del Papa, «e la sentenza finora non si conosce. I giudici e gli accusati se ne sono andati alle loro case. I giurati sono in sessione. Domani sapremo lʼesito di questa gran lotta.»

Il patrocinatore deʼ Vescovi rimase tutta la notte con un numero di servi nelle scale che conducevano alla stanza dove i giurati deliberavano. Era impreteribile invigilare gli ufficiali che guardavano lʼuscio; perocchè essendo costoro in sospetto di favoreggiare la Corona, ove non fossero rigorosamente sorvegliati, avrebbero potuto apprestare deʼ cibi a qualche giurato cortigiano, il quale avrebbe così affamato i colleghi. E però la gente dei Vescovi faceva stretta guardia. Non fu concesso nè anche dʼintrodurre una candela per accendere una pipa. Verso le ore quattro di mattina si lasciarono passare alcuni vasi dʼacqua da lavarsi; e i giurati, ardendo di sete, la beverono tuttaquanta. Gran numero di gente si aggirò fino allʼalba per le vie circostanti. Ogni ora giungeva da Whitehall un messo per sapere ciò che facevasi. Dalla stanza si udivano spesso le voci e gli alterchi deʼ giurati: ma non sapevasi nulla di certo.[400]

In sul principio, nove opinavano che non vi fosse colpa, e tre che la vi fosse. Due della minoranza dopo poco cedettero; ma Arnold rimaneva ostinato. Tommaso Austin ricchissimo gentiluomo di campagna, il quale aveva prestata somma attenzione al detto deʼ testimoni e alla discussione, ed aveva preso copiosi appunti, voleva ragionare con Arnold; ma costui nol consentì, dicendo sgarbatamente chʼegli non era assuefatto ad argomentare e discutere; la sua coscienza non era satisfatta; e quindi egli non avrebbe dichiarati innocenti i Vescovi. «Se dite questo,» disse Austin, «guardatevi bene. Io sono il più grasso e il più forte di tutti, e innanzi che altri mi costringa a chiamare libello simile petizione, mi starò qui finchè mi sarò ridotto alla grossezza dʼuna canna da pipa.» Erano le ore sei della mattina, allorquando Arnold cedè. Tosto si sparse la voce che tutti i giurati erano dʼaccordo: ma il giudicio era sempre un segreto.[401]

Alle ore dieci antimeridiane ragunossi di nuovo la Corte. La folla era immensa. I giurati si assisero ai posti loro. Nessuno osava alitare, era profondo silenzio.

LV. Sir Samuele Astry disse ai giurati: «Trovate voi gli accusati, o alcuno di loro, colpevoli del delitto ad essi imputato, o gli trovate non colpevoli?» Sir Ruggiero Langley rispose: «Non colpevoli.» Appena profferite queste parole, Halifax si alzò e scosse in aria il cappello. A quel segno, i banchi e le gallerie diedero in uno scoppio dʼapplausi. In un momento diecimila persone accalcate dentro la spaziosa sala risposero con sì fragorose grida di gioia che ne tremò il vecchio palco di quercia, e un istante dopo lʼinnumerevole turba che stava fuori levò tal grido dʼallegrezza che fu udito fino a Temple–Bar, al quale grido risposero le barche che coprivano il Tamigi. Un tonfo dʼarme risonò sul fiume, e poi un altro ancora, talmente che in pochi momenti la lieta nuova volò ai quartieri di Savoy e di Blackfriars fino al Ponte di Londra, ed alla selva di navi che oltre si distende. Come fu sparsa la nuova, le vie e le piazze, i mercati e i caffè echeggiavano dʼacclamazioni. Eppure queste acclamazioni erano meno strane delle lacrime che si vedevano negli occhi di tutti: imperocchè i cuori di tutti erano stati trafitti a tal punto che lʼaustera natura deglʼInglesi, così poco avvezzi a mostrare con segni esteriori le interne emozioni, non potè resistere; e migliaia di persone singhiozzavano lacrimando di gioia. Infrattanto di mezzo alla folla movevansi uomini a cavallo dirigendosi per tutte le grandi vie, nunzi della vittoria riportata dalla Chiesa e dalla patria nostre. E non pertanto lʼacre e intrepido animo dellʼAvvocato Generale non impaurì a quella immensa esplosione. Sforzandosi di farsi udire, non ostante i clamori, richiese che i giudici facessero arrestare coloro, i quali con grida sediziose avevano violata la dignità del tribunale. I giudici fecero arrestare un popolano; ma pensando che sarebbe assurdo il punire un solo individuo per un delitto di cui erano rei centinaia di migliaia, lo mandarono via con una lieve riprensione.[402]

Era inutile in quel momento pensare a qualunque altra cosa. E davvero i clamori della moltitudine erano tali, che per una mezza ora non fu possibile dire una sola parola nella Corte. Williams giunse alla sua vettura fra mezzo a una tempesta di fischi e dʼimprecazioni. Cartwright, che non poteva frenare la propria curiosità, aveva avuta la stoltezza e la impudenza di recarsi a Westminster per udire la sentenza. Agli abiti sacerdotali e alla corpulenza fu riconosciuto, e fischiato passando per la sala. «Badate» diceva uno «al lupo sotto veste dʼagnello.»—«Fate largo» esclamò un altro «allʼuomo che ha il papa nel ventre.»[403]

I prelati, a fin dʼevitare la folla che chiedeva la loro benedizione, si rifugiarono dentro la più vicina cappella, dove si celebravano gli uffici divini. Quel dì molte chiese erano aperte in tutta la metropoli, alle quali accorreva gran numero di persone pie. Le campane di tutte le parrocchie nella città e neʼ luoghi circostanti sonavano a festa. Intanto i giurati non sapevano distrigarsi dalla calca per uscire dalla sala. Erano costretti a stringere le mani a centinaia. «Dio ve ne renda merito,» esclamava la gente; «Dio protegga le vostre famiglie; vi siete portati da onesti e buoni gentiluomini; oggi voi ci avete salvato tutti.» Come i nobili, i quali erano intervenuti alla udienza per proteggere la buona causa, si rimisero in carrozza, spargevano dagli sportelli pugni di monete fra il popolo, dicendogli bevesse alla salute del Re, deʼ Vescovi, e dei Giurati.[404]

Il Procuratore Generale recò la trista nuova a Sunderland, il quale per avventura in quellʼora stavasi conversando col Nunzio. «Non vi sono state mai a memoria dʼuomo» disse Powis «grida e lacrime di gioia come quelle dʼoggi.»[405] Il Re in quel giorno era andato a visitare il campo in Hounslow Heath. Sunderland subitamente spedì un messo a dare la nuova a Giacomo, il quale in quello istante trovavasi entro la tenda di Feversham. Ne rimase estremamente turbato; esclamò in francese: «Peggio per loro!» e partì tosto per Londra. Presente lui, la riverenza impedì ai soldati la libera espansione deʼ loro cuori; ma appena egli si discostò dal campo, furono udite alte acclamazioni. Ne rimase maravigliato, e chiese che significasse quel frastuono. «Non è nulla,» gli fu risposto: «i soldati tripudiano per la liberazione deʼ Vescovi.»—«E voi chiamate nulla ciò?» disse Giacomo. E ripetè: «Peggio per loro.»[406]