Part 31
Le calamità della povera creatura cominciarono innanzi la sua nascita. La nazione sopra la quale, secondo il corso ordinario della successione, egli doveva regnare, era profondamente persuasa che la Regina non fosse gravida. Per quanto fossero evidenti le prove della verità del parto, un numero considerevole di persone si sarebbe forse ostinato a sostenere che i Gesuiti avessero destramente fatto un giuoco di mano: e le prove, parte per caso, parte per grave imprudenza, sottostavano a non poche obiezioni. Molti dʼambo i sessi trovavansi dentro la camera della puerpera nel momento che nacque il bambino, ma nessuno di loro godeva largamente la pubblica fiducia. Deʼ Consiglieri Privati, ivi presenti, mezzi erano Cattolici Romani; e coloro che chiamavansi Protestanti venivano comunemente reputati traditori della patria e di Dio. Molte delle cameriste erano Francesi, Italiane e Portoghesi. Delle dame inglesi alcune erano Papiste ed altre mogli di Papisti. Taluni che avevano diritto speciale ad essere presenti, e la cui testimonianza avrebbe satisfatto a tutti glʼintelletti accessibili alla ragione, erano assenti; e di ciò il Re fu tenuto responsabile. Tra tutti gli abitatori della isola, la Principessa Anna era colei che avesse maggiore interesse nella cosa. Il sesso e la esperienza la rendevano adatta a proteggere il diritto ereditario della sua sorella e suo proprio. Le si era nellʼanima fortemente insinuato il sospetto che veniva confermato da circostanze frivole o immaginarie. Credeva che la Regina con grande studio fuggisse la vigilanza della cognata, ed attribuiva a colpa una riserva che forse nasceva da delicatezza.[376] Incitata da tali sospetti, Anna aveva deliberato di trovarsi presente e vigilare quando sarebbe giunto il gran giorno. Ma non aveva estimato necessario trovarsi al suo posto un mese innanzi, e come si disse, seguendo il consiglio del padre, era andata a bere le acque di Bath. Sancroft, che pel suo eminente ufficio era in debito di trovarsi presente, e nella cui probità la nazione aveva piena fiducia, poche ore prima era stato rinchiuso da Giacomo dentro la Torre. Gli Hydes erano protettori naturali deʼ diritti delle due Principesse. Lo Ambasciatore Olandese poteva essere considerato come rappresentante di Guglielmo, il quale, come primo principe del sangue e marito della figlia maggiore del Re, aveva sommo interesse a vedere con gli occhi propri ciò che seguiva. Giacomo non pensò mai di chiamare nessuno, nè maschio nè femmina, della famiglia Hyde; nè lo Ambasciatore Olandese fu invitato a trovarsi presente.
I posteri hanno pienamente assoluto il Re della frode imputatagli dal suo popolo. Ma torna impossibile lo assolverlo di quella insania e testardaggine che spiegano e scusano lo errore deʼ suoi coetanei. Conosceva benissimo i sospetti sparsi per tutto il reame;[377] avrebbe dovuto sapere che non potevano dileguarsi alla sola testimonianza deʼ membri della Chiesa di Roma, o di tali, che sebbene si facessero chiamare membri della Chiesa dʼInghilterra, si erano mostrati pronti a sacrificare gli interessi di quella per ottenere il regio favore. Che il fatto fosse giunto imprevisto al Re, è innegabile: ma ebbe dodici ore di tempo a disporre le cose. Non gli fu difficile empire il palazzo di San Giacomo con una folla di bacchettoni e di parassiti, nella cui parola la nazione non aveva punto fiducia. Sarebbe stato egualmente facile invitare alcuni eminenti personaggi, il cui affetto verso le Principesse e la religione dello Stato non ammetteva dubbio nessuno.
Tempo dopo, allorquando egli aveva già caramente pagato il suo temerario spregio della pubblica opinione, era usanza in San Germano escusare lui gettandone sugli altri il biasimo. Alcuni Giacomisti accusarono Anna di essersi appositamente tenuta da parte. Anzi non vergognarono dʼaffermare che Sancroft aveva astutamente provocato il Re per essere imprigionato nella Torre, onde mancasse il suo attestato che avrebbe dissipate le calunnie deʼ malcontenti.[378] Lʼassurdità di tali accuse è evidente. Era egli possibile che Anna o Sancroft prevedessero che la Regina avesse ad ingannarsi dʼun mese neʼ propri calcoli? Se ella avesse calcolato rettamente, Anna sarebbe ritornata da Bath, e Sancroft sarebbe uscito dalla Torre per trovarsi al posto loro pel tempo del parto. In ogni modo gli zii paterni delle figlie del Re non erano nè lontani nè in carcere. Il messo, il quale recò lo annunzio a tutto il drappello deʼ rinnegati, Dover, Peterborough, Murray, Sunderland, e Mulgrave, lo avrebbe con la stessa facilità recato a Clarendon, il quale, come essi, era membro del Consiglio Privato. La sua casa in Jermyn Street non distava più di dugento passi dalla camera della Regina, e nondimeno gli toccò a sapere, dallʼagitarsi e dal sussurrare della congregazione nella Chiesa di San Giacomo, che la sua nipote non era più la erede presuntiva della Corona.[379] Non fu egli chiamato forse perchè era il più prossimo parente delle Principesse dʼOrange e di Danimarca, o perchè invariabilmente aderiva alla Chiesa Anglicana?
La nazione diceva con grido unanime che vʼera stato di mezzo una impostura. I papisti, per parecchi mesi, avevano predetto nelle prediche e negli scritti loro, in prosa e in verso, in inglese e in latino, che Dio concederebbe alle preci della Chiesa un Principe di Galles: e i loro vaticinii oggimai sʼerano avverati. Tutti i testimoni che non potevano essere ingannati o corrotti, erano stati con sommo studio esclusi. Anna era stata gabbata mandandola a Bath. Il Primate, la vigilia del dì stabilito a compiere la scellerata opera, era stato gettato in carcere in onta ad ogni uso di legge e ai privilegi della Paria. Non sʼera permesso che vi si trovasse presente nè anche un solo degli uomini o delle donne, che avessero il più lieve interesse a smascherare la frode. La Regina era stata, nel cuore della notte e improvvisamente, condotta al palazzo di San Giacomo, perocchè in quello edifizio, meno adatto di Whitehall agli onesti comodi, aveva stanze e aditi bene convenevoli alle intenzioni deʼ Gesuiti. Quivi, fra una congrega di zelanti, i quali non reputavano delitto nessuna cosa che tendesse a promuovere glʼinteressi della Chiesa loro, e di cortigiani che non istimavano criminoso nulla che tendesse ad arricchirli ed inalzarli, un bambino nato pur allora era stato messo di furto nel regio talamo, e quindi mostrato in trionfo come lo erede di tre Regni. Col cervello infiammato da tali sospetti, ingiusti a dir vero, ma non innaturali, gli uomini affollavansi più che mai a rendere omaggio a quelle sante vittime del tiranno, il quale, dopo dʼavere per tanto tempo recato iniquissimi danni al suo popolo, aveva adesso colma la misura della iniquità sua, mostrandosi proditoriamente ingiusto contro le proprie creature.[380]
Il Principe dʼOrange, non sospettando di nessuna frode, e ignorando qual fosse la opinione pubblica in Inghilterra, ordinò che si facessero in casa sua preghiere pel bene del suo piccolo cognato, e spedì Zulestein a Londra a congratularsi col suocero. Zulestein maravigliò udendo tutte le persone nelle quali sʼimbatteva, parlare apertamente della infame frode praticata dai Gesuiti, e ad ogni istante vedendo qualche nuova pasquinata intorno alla gravidanza; e al parto. Però scrisse allʼAja che in dieci uomini nè anche uno solo credeva che il fanciullo fosse nato dalla Regina.[381]
Infrattanto il contegno dei sette prelati accresceva lo interesse che il caso loro aveva suscitato. La sera del Venerdì Nero—così il popolo chiamava il giorno in cui furono arrestati—giunsero al carcere allʼora del servizio divino. Recaronsi tosto alla cappella. Accadde che nella seconda lezione fossero queste parole: «In ogni cosa commendandoci, come ministri di Dio, nella molta pazienza, nelle afflizioni, nella miseria, nelle percosse, nelle prigionie.» Tutti gli zelanti Anglicani gioirono della coincidenza, e rammentarono quanta consolazione una simile coincidenza, quaranta anni innanzi, aveva arrecata a Carlo I, in punto di morte.
La sera del giorno seguente, chʼera sabato 8 giugno, giunse una lettera di Sunderland che ordinava al cappellano di leggere la Dichiarazione pel dì seguente fra mezzo agli uffici divini. E poichè il giorno stabilito dalla Ordinanza in Consiglio per la lettura da farsi in Londra, era da lungo tempo spirato, questo nuovo atto del Governo poteva considerarsi come vilissimo e puerile insulto fatto ai venerandi prigioni. Il cappellano ricusò dʼobbedire; fu destituito, e la cappella venne chiusa.[382]
L. I vescovi edificavano tutti quelli che stavano loro dʼintorno, per la fermezza e la calma con che sostenevano la prigionia, per la modestia e mansuetudine onde accoglievano gli applausi e le benedizioni di tutto il paese, e per la lealtà chʼessi mostravano verso il loro persecutore, il quale agognava a distruggerli. Rimasero in carcere soli otto giorni. Il venerdì 15 giugno, chʼera il primo giorno dellʼapertura del giudizio, furono condotti dinanzi al Banco del Re. Immensa folla di popolo stavasi lì ad aspettarli. Dagli scali del fiume fino alla Corte gli spettatori erano in lunghe file schierati, colmandoli di benedizioni o di applausi. «Amici,» dicevano i prigioni passando «onorate il Re; e ricordatevi di noi nelle vostre preci.» Queste umili e pie parole commossero gli spettatori fino alle lacrime. Come essi giunsero al cospetto deʼ Giudici, il Procuratore Generale produsse la requisitoria, che aveva avuto incarico di preparare, e propose che agli accusati si desse ordine di favellare. I loro avvocati dallʼaltro canto obiettavano dicendo che i vescovi erano stati illegalmente rinchiusi in carcere, e quindi la loro presenza dinanzi la Corte non era regolare. Fu dibattuta lungamente la questione se un Pari fosse tenuto a firmare una obbligazione per presentarsi al giudizio, come incolpato di libello, e fu risoluta dalla maggior parte deʼ giudici a favore della Corona. I prigionieri allora si dichiararono non colpevoli. La discussione della causa fu rimessa a quindici giorni, cioè al 29 giugno. Frattanto furono posti in libertà dopo dʼessersi obbligati a presentarsi pel dì stabilito. I legati della Corona operarono con prudenza, non richiedendo mallevadorie. Imperciocchè Halifax aveva ordinate le cose in modo che ventuno Pari secolari fraʼ più cospicui fossero pronti a prestarsi come mallevadori, tre per ciascuno accusato; ed una tanta manifestazione di sentimento fraʼ nobili sarebbe stata di non lieve danno al Governo. Sapevasi ancora che uno deʼ più ricchi Dissenzienti della città aveva sollecitato lʼonore di dare cauzione per Ken.
Ai vescovi fu allora concesso di andarsene a casa loro. Il volgo che non sʼintendeva punto della procedura giudiciaria che aveva avuto luogo nel Banco del Re, e che aveva veduto i suoi prediletti pastori condotti sotto stretta guardia a Westminster Hall, ed ora li vedeva uscirne liberi, immaginò che la buona causa prosperasse, e diede in uno scoppio dʼapplausi. Le campane sonavano in segno di gioia. Sprat rimase attonito vedendo il campanile della sua Abbadia fare eco agli altri, e lo fece subitamente tacere; ma ciò provocò sdegnose mormorazioni. Ai vescovi riusciva difficile sottrarsi alle importunità della folla che gli acclamava. Lloyd fu ritenuto nel cortile di Palazzo dagli ammiratori che si accalcavano dʼintorno a toccargli la mano e baciargli il lembo della veste, finchè Clarendon non senza difficoltà lo trasse seco conducendolo a casa per una via traversa. Vuolsi che Cartwright fosse sì stolto da mischiarsi nella folla. Alcuno che lo vide in abito episcopale chiese e ricevè la benedizione. Ma un altro che gli stava accanto, gridò: «Sapete voi chi è colui che vi ha data la benedizione?»—«Certo chʼio lo so,» rispose il benedetto; «egli è uno deʼ Sette.»—«No,» riprese lʼaltro, «è il vescovo papista di Chester.»—«O papista cane,» esclamò rabbiosamente il Protestante, «ripigliati la tua benedizione.»
Tale era il concorso e tale il concitamento del popolo, che lo Ambasciatore dʼOlanda rimase meravigliato vedendo finire il giorno senza lo scoppio dʼuna insurrezione. Il re non era punto tranquillo. Per trovarsi parato a reprimere ogni commovimento, la mattina aveva passato in rivista in Hyde–Park vari battaglioni di fanteria. Non ostante, non è certo che in caso di bisogno le sue truppe gli avrebbero ubbidito. Quando Sancroft, nel pomeriggio, giunse a Lambeth, trovò i granatieri, i quali avevano quartiere in quel suburbio, dinanzi alla porta del suo palazzo. Schierati in fila a destra e a sinistra, gli chiedevano la benedizione mentre egli passava fra loro. A stento potè dissuaderli dallo accendere un falò ad onorare il suo ritorno a casa. Quella sera nondimeno furono molti i fuochi di gioia nella Città. Due Cattolici Romani che ebbero la indiscretezza di percuotere alcuni fanciulli intervenuti a cotesti festeggiamenti, furono presi dalla plebe, la quale strappò loro gli abiti, e ignominiosamente li segnò in fronte con un ferro infocato.[383]
Sir Eduardo Hales si recò presso i vescovi chiedendo dʼessere pagato. Essi rifiutarono di pagare cosa alcuna per una detenzione da essi considerata illegale, ad un officiale la cui commissione, secondo i principii loro, era nulla. Il Luogotenente accennò con intelligibilissime parole che ove gli cadessero nuovamente tra le mani, gli avrebbe messi ai ferri e fatti dormire sulla nuda terra. I vescovi risposero: «Siamo in disgrazia del Re, e profondamente ce ne rincresce; ma un suddito che ci minacci, invano perde il flato.» Non è agevole immaginare quale fosse la indignazione del popolo, allorchè, concitato come era, seppe che un rinnegato della religione protestante, il quale teneva un comando in onta alle leggi fondamentali della Inghilterra, aveva osato minacciare a quegli ecclesiastici, venerandi per età e dignità, tutte le barbarie della Torre di Lollard.[384]
LI. Innanzi che giungesse il giorno stabilito pel processo, lʼagitazione erasi sparsa fino alle più remote parti dellʼisola. Dalla Scozia i vescovi riceverono lettere con le quali i Presbiteriani di quel paese da tanto tempo e così acremente ostili alla prelatura, gli assicuravano della loro simpatia.[385] Il popolo di Cornwall, razza fiera, ardita, atletica, nella quale il sentimento della terra natia è più forte che in qualunque altra parte del Regno, fu grandemente commosso dal pericolo di Trelawney, da essi venerato meno come Principe della Chiesa che come capo dʼuna onorevole casata, ed erede, per venti generazioni, dʼantenati i quali erano famosi avanti che i Normanni ponessero piede in Inghilterra. Per tutto il paese il contadiname cantava una ballata, della quale tuttavia si rammenta lo intercalare che diceva così: «Dovrà morire Trelawney, dovrà morire Trelawney? Allora trentamila giovani di Cornwall ne vorranno sapere il perchè.» I minatori di fondo alle loro cave facevano eco a quel canto con questa leggiera variante: «Allora ventimila di sotto terra ne vorranno sapere il perchè.»[386]
I contadini in molte parti di quelle contrade ad alta voce parlavano dʼuna strana speranza che non sʼera mai spenta neʼ loro cuori. Dicevano che il Duca Protestante, il loro diletto Monmouth tra breve si mostrerebbe, li condurrebbe alla vittoria, e calpesterebbe il Re e i Gesuiti.[387]
I ministri erano costernati. Lo stesso Jeffreys sarebbe volentieri tornato addietro. Egli incaricò Clarendon dʼun amichevole messaggio ai vescovi, e diede ad altrui la colpa della persecuzione da lui consigliata. Sunderland di nuovo rischiossi a provare la necessità di fare concessioni, dicendo come il fortunato nascimento dello erede del trono apprestasse al Re il destro di ritirarsi da una posizione piena di pericoli e dʼinconvenevolezza senza acquistarsi il rimprovero di timidità o di capriccio. In cosiffatti felici eventi i sovrani avevano avuto costume di allegrare i sudditi con atti di clemenza, e nulla poteva tornare di tanta utilità al Principe di Galles, quanto lʼessere, fino dalle fasce, pacificatore del padre con lʼagitata nazione. Ma il Re stava più che mai duro. «Anderò avanti,» diceva egli. «Finora sono stato troppo indulgente; e la indulgenza trasse mio padre alla rovina.»[388]
LII. Lʼartificioso ministro si accòrse che Giacomo aveva per innanzi seguito i consigli di lui solamente perchè concordavano coglʼintendimenti suoi, e che dal momento in cui egli aveva cominciato a consigliare il bene, lo aveva fatto indarno. Nel processo contro il Collegio della Maddalena, Sunderland aveva mostrato segni di lentezza. Sʼera dianzi provato a persuadere il Re che il disegno di Tyrconnel di confiscare i beni deʼ coloni inglesi in Irlanda era pieno di pericoli, e col soccorso di Powis e Bellasyse aveva potuto ottenere che la esecuzione fosse differita ad un altro anno. Ma cotesta timidità e scrupolosità spiaceva al Re e gli aveva messo in cuore il sospetto.[389] Il giorno della giustizia era giunto per Sunderland. Egli trovavasi nelle condizioni in cui sʼera, alcuni mesi prima, trovato Rochester. Entrambi questi uomini di Stato provarono lʼangoscia di tenersi dolorosamente aggrappati al potere che visibilmente fuggiva loro di mano. Entrambi videro i suggerimenti loro con ischerno rigettati. Entrambi sentirono lʼamarezza di leggere la collera e la diffidenza nel viso e negli atti del loro signore; e nondimeno il paese gli chiamò responsabili di queʼ delitti ed errori dai quali invano sʼerano sforzati a dissuaderlo. Mentre sospettava chʼessi si studiassero di acquistarsi popolarità a danno dellʼautorità e dignità loro, la voce pubblica altamente accusavali che volessero conseguire il regio favore a danno del proprio onore e del bene della nazione. Nondimeno, malgrado tutte le mortificazioni e le umiliazioni, ambidue si tennero attaccati allo ufficio con la tenacità dʼun uomo che stia per annegarsi. Ambidue tentarono di rendersi propizio il Re simulando il desiderio di entrare nel grembo della sua Chiesa. Ma in ciò vi fu un limite che Rochester non osò travarcare. Si spinse fino sullʼorlo dellʼapostasia: ma retrocesse: e il mondo, a contemplazione della fermezza onde egli ricusò di fare lʼultimo passo, gli perdonò generosamente tutti i falli anteriori.
LIII. Sunderland, meno scrupoloso e suscettibile di rossore, deliberò di scontare la sua moderazione e ricuperare la regia confidenza, con un atto, che ad un cuore che senta la importanza delle verità religiose, deve sembrare uno deʼ più infami delitti, e che gli stessi mondani considerano come ultimo eccesso di bassezza. Circa otto giorni innanzi il dì stabilito pel gran processo, venne pubblicamente annunziato chʼegli era Papista. Il Re raccontava con gioia questo nuovo trionfo della grazia divina. I cortigiani e gli ambasciatori facevano ogni sforzo a non perdere il contegno, mentre il rinnegato asseriva dʼessere stato convinto da lungo tempo della impossibilità di trovare salvazione fuori della Chiesa di Roma, e che la sua coscienza non fu mai tranquilla finchè egli non ebbe rinunciato alle eresie nelle quali era stato educato. La nuova in breve si sparse. In tutti i Caffè raccontavasi come il primo Ministro dʼInghilterra, a piedi nudi, e con torcetto in mano, si fosse presentato alla porta della cappella regale, e umilmente picchiasse per essere messo dentro; come un prete di dentro dimandasse chi era egli; come Sunderland rispondesse: un povero peccatore, che lungo tempo aveva errato lungi dalla vera Chiesa, supplicare che la lo accogliesse e lo assolvesse; come allora le porte si aprissero, e il neofito fosse ammesso ai santi misteri.[390]
LIV. Questa scandalosa apostasia altro non fece che accrescere lo interesse col quale la nazione aspettava il giorno in cui dovevano decidersi le sorti deʼ sette animosi confessori della Chiesa Anglicana. Il Re quindi pose ogni cura a mettere insieme un Collegio di giurati ligi alle sue voglie. I legali della Corona ebbero ordine di fare rigorosa inquisizione delle opinioni di coloro i cui nomi erano registrati nel libro deʼ liberi possidenti. Sir Samuele Astry, Cancelliere della Corona, il quale in simili casi doveva scegliere i nomi, fu chiamato a palazzo ed ebbe un colloquio con Giacomo alla presenza del Gran Cancelliere.[391] Eʼ sembra che Sir Samuele facesse ogni sforzo: imperocchè fra i quarantotto individui da lui nominati, vʼerano, come si disse, vari servitori del Re e vari Cattolici Romani.[392] Ma poichè gli avvocati deʼ vescovi avevano diritto di cassare otto nomi, e servi del Re e Cattolici furono rigettati. I legali della Corona ne rigettarono altri dodici: in tal guisa la lista venne ridotta a ventiquattro; e i dodici che risponderebbero i primi allʼappello nominale dovevano giudicare del fatto.
Il dì 29 giugno Westminster Hall, Old–Place–Yard, e New–Place–Yard, e tutte le vie circostanti per lungo tratto, erano accalcati di gente. Simigliante uditorio non fu veduto nè prima nè poi nella Corte del Banco del Re. Trentacinque Pari secolari del Regno furono contati fra mezzo alla folla.[393]
Tutti e quattro i giudici della Corte erano ai loro seggi. Wright, il quale presedeva, era stato inalzato al suo alto ufficio sopra molti altri uomini di maggiore abilità e dottrina, solo perchè la servilità sua non conosceva scrupoli. Allybone era Papista, e del suo impiego andava debitore a quella potestà di dispensare, la cui legalità era materia alla presente discussione. Holloway fino allora era stato docile e utile strumento del Governo. Lo stesso Powell che godeva somma riputazione dʼonestà, aveva partecipato a certi atti che era impossibile difendere. Nella famosa causa di Sir Eduardo Hales, Powis, esitando alquanto, a dir vero, e dopo qualche indugio, si era congiunto alla maggioranza del seggio, e in tal modo aveva impresso al proprio carattere una macchia che fu pienamente cancellata dalla onorevole condotta che ei tenne in questo giorno.
La difesa dʼambe le parti non era punto equilibrata. Il Governo aveva daʼ suoi legali richiesto servigi così odiosi e disonorevoli che tutti i più esperti giureconsulti del partito Tory avevano, lʼuno dopo lʼaltro, rifiutato di prestarsi, ed erano stati destituiti daʼ loro uffici. Sir Tommaso Powis, Procuratore Generale, era appena di terzo ordine nella sua professione. LʼAvvocato Generale Sir Guglielmo Williams aveva mente viva e indomito coraggio, ma difettava di giudizio, amava il bisticciare, non sapeva governare le proprie passioni, ed era in odio e dispregio a tutti i partiti politici. I più notevoli assessori dellʼuno e dellʼaltro erano Serjeant Trinder Cattolico Romano, e Sir Bartolommeo Shower Recorder di Londra, il quale era alquanto dotto negli studi legali, ma con le sue nauseanti adulazioni e col perpetuamente ridire il già detto apprestava materia di dileggio a Westminster Hall. Il Governo voleva assicurarsi i servigi di Maynard; ma costui dichiarò che in coscienza non poteva fare ciò che gli si chiedeva.[394]