Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 25

Chapter 253,556 wordsPublic domain

Nel marzo del 1687, il Presidente della Maddalena fini di vivere. Aspirava a succedergli uno deʼ Convittori, cioè il Dottore Tommaso Smith, volgarmente soprannominato Rabbi Smith, insigne viaggiatore, bibliofilo, antiquario, ed orientalista, già stato cappellano di legazione a Costantinopoli, e adoperato a collazionare il Manoscritto Alessandrino. Credeva di meritare la protezione del Governo come uomo dotto e come Tory zelante. E davvero era ardentemente e fermamente il più realista che si potesse trovare in tutta la Chiesa Anglicana. Da lungo tempo aveva stretta amicizia con Parker Vescovo dʼOxford, per mezzo del quale egli sperava ottenere dal Re una lettera commendatizia al collegio; Parker gli promise di fare il possibile, ma tosto riferì di avere incontrato parecchie difficoltà. «Il re» disse egli «non raccomanderà alcuno che non sia amico alla religione della Maestà Sua. Che potreste voi fare per compiacerlo in quanto a ciò?» Smith rispose che ove egli fosse fatto Presidente, farebbe ogni sforzo per promuovere le lettere, la vera religione di Cristo, e la lealtà verso il Sovrano. «Ciò non servirebbe» disse il Vescovo. «Se è così» rispose animosamente Smith, «sia chi si voglia il Presidente: io non posso promettere altro.»

X. La elezione era stabilita pel di 13 aprile, e ai Convittori fu annunziato di ragunarsi. Dicevasi che il Re manderebbe una lettera a raccomandare pel posto vacante un certo Antonio Farmer. Era stato membro della Università di Cambridge ed aveva schivato di essere espulso, accortamente ritirandosi a tempo. Sʼera quindi collegato coʼ Dissidenti; e poi, recatosi ad Oxford, era entrato nel Collegio della Maddalena, dove si rese notevole per ogni generazione di vizi. Quasi sempre strascinavasi al collegio a notte avanzata, senza potere profferire parola, come colui chʼera briaco. Acquistò fama per essersi messo a capo dʼun tumulto in Abingdon. Frequentava sempre i convegni deʼ libertini. In fine, fattosi lenone, era disceso anche al di sotto della ordinaria sozzura del suo mestiere, ricevendo danari da certi dissoluti giovani per aver loro resi servigi tali che il labbro pudico della storia non può ricordare senza arrossirne. Cotesto sciagurato, nondimeno, aveva simulato di farsi papista, e la sua apostasia fu considerata come bastevole espiazione di tutti i suoi vizi. E comecchè fosse ancora giovine dʼanni, fu dalla Corte scelto a governare una grave e religiosa società, nella quale era tuttavia fresca la scandalosa memoria del suo depravato vivere.

Come cattolico romano, egli, secondo la legge comune del paese, non poteva occupare veruno ufficio accademico. Per non essere mai stato Convittore della Maddalena o del Collegio Nuovo, non poteva, in virtù dʼun ordinamento speciale di Guglielmo Waynflete, essere eletto Presidente. Guglielmo aveva anche comandato a coloro che dovevano fruire della liberalità sua, di badare peculiarmente alla moralità di colui che dovevano eleggere a loro capo; e quandʼanche egli non avesse lasciato scritto cotale comandamento, una corporazione composta in massima parte di ecclesiastici non poteva decentemente affidare ad un uomo quale era Farmer il governo dʼun istituto dʼeducazione.

I Convittori rispettosamente esposero al Re le difficoltà in cui si troverebbero, ove, come ne correva la voce, Farmer venisse loro raccomandato; e pregavano, che qualora piacesse alla Maestà Sua immischiarsi nella elezione, proponesse qualche persona a favore della quale potessero legalmente e con sicura coscienza votare. La rispettosa preghiera fu posta in non cale. La lettera del Re giunse, e fu recata da Roberto Charnock, che dianzi sʼ era fatto papista, uomo fornito di coraggio e di qualità, ma di sì violenta indole che pochi anni dopo commise un atroce delitto ed ebbe miseranda fine. Il dì 13 aprile, la società congregossi nella cappella. Speravano tutti che il Re si movesse alla rimostranza che gli avevano presentata. Lʼassemblea quindi si aggiornò al dì 15, che era lʼultimo giorno, nel quale, secondo gli statuti del collegio, la elezione doveva aver luogo. Giunto il predetto giorno, i Convittori ragunaronsi di nuovo entro la cappella. Non vʼera risposta alcuna da Whitehall. Due o tre degli anziani, fraʼ quali era Smith, inchinavano a posporre ancora la elezione, più presto che fare un passo che avrebbe potuto offendere il Re. Ma il testo degli statuti, che i membri del collegio avevano giurato di osservare, era chiaro. Fu quindi generale opinione di non ammettere altro indugio. Ne segui vivissima discussione. Gli elettori erano sì concitati che non potevano starsi neʼ loro seggi, e tumultuavano. Coloro che volevano la elezione immediata, richiamavansi aʼ loro giuramenti ed alle prescrizioni del fondatore, del quale mangiavano il pane, e ripetevano il Re non avere diritto dʼimporre un candidato anche avente i necessari requisiti. Fra mezzo alla contesa udironsi alcune parole spiacevoli alle orecchie dʼun Tory, si che Smith irritato esclamò: lo spirito di Ferguson avere invaso i cuori deʼ suoi confratelli. Finalmente eʼ fu deliberato di fare subito la elezione. Charnock uscì fuori della cappella. Gli altri Convittori, ricevuta la comunione, procederono a votare, e sortì eletto Giovanni Hough uomo di grande virtù e prudenza, il quale avendo sostenuto con fortezza la persecuzione, e con mansuetudine la prosperità, elevatosi a più alte dignità e rifiutatene anche di maggiori, mori estremamente vecchio, senza perdere la vigoria della mente, cinquantasei e più anni dopo quel memorando giorno.

La società affrettossi a far conoscere al Re le circostanze che avevano reso necessario lo eleggere senza altro indugio il Presidente, e pregarono il Duca di Ormond, come patrono della Università, e il Vescovo di Winchester, come ispettore del Collegio della Maddalena, perchè volessero assumersi lʼufficio dʼintercessori: ma il Re, torpido di mente, era siffattamente incollerito che non volle ascoltare spiegazioni.

XI. Neʼ primi giorni di giugno, i Convittori furono citati ad appresentarsi dinanzi allʼAlta Commissione in Whitehall. Cinque di loro, come deputati degli altri, obbedirono. Jeffreys gli trattò secondo suo costume. Quando uno di loro, chʼera un venerando Dottore nomato Fairfax, espresse qualche dubbio intorno alla validità della Commissione, il Cancelliere cominciò ad urlare a guisa di belva feroce: «Chi è costui? Chi gli ha dato lo incarico di venire a far lo impudente in questo luogo? Chiappatelo; mettetelo in secreta. Che fa egli senza custode? Egli è pazzo, ed è sotto la mia custodia. Mi maraviglio che nessuno sia venuto a richiedermelo per tenerlo in buona guardia.» Poichè si fu così sfogato, e furono lette le deposizioni concernenti il carattere morale del candidato proposto dal Re, nessuno deʼ Commissari ebbe la sfrontatezza di asserire che un tale uomo potesse convenevolmente essere eletto capo dʼun gran collegio. Obadia Walker e gli altri papisti dʼOxford i quali trovavansi lì presenti a difendere glʼinteressi del loro proselito, rimasero estremamente confusi. La Commissione dichiarò nulla la elezione di Hough, e sospese Fairfax dallʼufficio di Convittore: ma non fu più ragionato di Farmer; e nel mese di agosto giunse ai Convittori una lettera del Re, il quale proponeva loro Parker, Vescovo dʼOxford.

XII. Parker non era apertamente papista. Nondimeno esisteva contro lui un impedimento, il quale, quando anche la presidenza fosse stata vacante, sarebbe stato decisivo: imperocchè egli non era mai stato Convittore nè della Maddalena, nè del Collegio Nuovo. Ma la presidenza non era vacante: Hough era stato debitamente eletto; e tutti i membri del Collegio erano tenuti per sacramento a sostenerlo nellʼufficio. E però, significando la lealtà e il rincrescimento loro, scusaronsi di non potere obbedire ai comandi del Re.

Mentre Oxford in siffatto modo opponeva ferma resistenza alla tirannide, altri altrove non meno ferma opposizione faceva. Tempo innanzi, Giacomo, ai rettori della Certosa, che erano uomini dʼaltissimo grado e reputatissimi nel Regno, aveva comandato dʼammettere un certo Popham cattolico romano allo Spedale loro sottoposto. Il Direttore Tommaso Burnet, ecclesiastico insigne per ingegno, dottrina e virtù, ebbe il coraggio di dir loro, quantunque il feroce Jeffreys fosse del seggio, come ciò che da loro volevasi era contrario alla volontà del fondatore, non che ad un Atto del Parlamento. «E che importa ciò?» disse un cortigiano che era uno deʼ governatori. «Importa molto, io credo,» rispose una voce resa fioca dagli anni e dal dolore, e che non pertanto moveva da tal uomo da essere udita con rispetto, cioè la voce, del venerando Ormond. «Un Atto di Parlamento» seguitò il patriarca deʼ Cavalieri «non è, secondo il mio giudicio, cosa di lieve momento.» Fu messa innanzi la questione se Popham dovesse essere ammesso, e fu risoluta pel no. Il Cancelliere, che non potè sfogarsi bestemmiando e imprecando contro Ormond, uscì fuori spumante di rabbia e fu seguito da pochi altri, di guisa che i membri rimasti non furono più in numero legale, e non poterono fare una formale risposta allʼordine sovrano.

Lʼaltra adunanza ebbe luogo solo due giorni dopo che lʼAlta Commissione aveva con sua sentenza cassato la elezione di Hough e sospeso Fairfax. Un secondo ordine sovrano, munito del Gran Sigillo, fu presentato ai rettori: ma il tirannesco modo con cui era stato trattato il Collegio della Maddalena, aveva maggiormente destato il loro coraggio invece di domarlo. Scrissero una lettera a Sunderland, onde pregarlo ad annunziare al Re come essi in quel negozio non potessero obbedire alla Maestà Sua, senza violare la legge e mancare al debito loro.

Eʼ non è dubbio veruno che se cotesto documento fosse stato sottoscritto da nomi ordinari, il Re sarebbe trascorso a qualche eccesso. Ma anche a lui imponevano riverenza i grandi nomi di Ormond, Halifax, Danby, e Nottingham, capi di tutti i vari partiti ai quali egli andava debitore della Corona. E però fu pago di ordinare che Jeffreys pensasse quale fosse la via da prendersi. Una volta fu annunciato che verrebbe istituito un processo nella Corte del Banco del Re; unʼaltra, che la Commissione Ecclesiastica evocherebbe a sè la faccenda; ma tali minacce a poco a poco svanirono.[291]

XIII. La estate era bene inoltrata allorquando il Re intraprese un viaggio, il più lungo e più magnifico che da molti anni i sovrani dʼInghilterra avessero fatto. Da Windsor il di 16 agosto egli passò a Portsmouth, girò attorno le fortificazioni, toccò parecchie persone scrofolose, e quindi imbarcatosi in uno deʼ suoi legni giunse a Southampton. Da Southampton viaggiò a Bath, dove rimase pochi giorni e lasciò la Regina. Nel partirsi fu accompagnato dal Grande Sceriffo della Contea di Somerset e da una numerosa coorte di gentiluomini fino ai confini, dove il Grande Sceriffo della Contea di Gloucester con un non meno splendido accompagnamento stavasi ad aspettarlo. Il Duca di Beaufort corse ad incontrare i cocchi del Re e li condusse a Badminton, dove era apparecchiato un banchetto degno della rinomata magnificenza della sua casa. Nel pomeriggio, la cavalcata procedè fino a Gloucester; e a due miglia dalla città fu salutata dal Vescovo e dal clero. A Porta Orientale aspettavala il Gonfaloniere recando le chiavi. Le campane sonavano a festa; e le fontane versavano vino mentre il Re traversava le vie per andare al ricinto che chiude il venerando Duomo. Dormì quella notte nel decanato, e la dimane partì per Worcester. Da Worcester andò a Ludlow, Shrewsbury, e Chester, e venne in ogni luogo accolto con segni di riverenza e di gioia, dimostrazioni chʼegli ebbe la debolezza di considerare come prove che il malcontento, provocato dagli atti suoi, era ormai cessato, e che egli poteva di leggieri riportare piena vittoria. Barillon, il quale era più sagace, scrisse a Luigi che il Re dʼInghilterra illudevasi, che il viaggio non aveva recato nessun bene positivo, e che quegli stessi gentiluomini delle Contee di Worcester e di Shrop i quali avevano creduto loro debito accogliere il loro ospite e Sovrano con ogni segno dʼonorificenza, si troverebbero più disubbidienti che mai quando verrebbe fuori la questione intorno allʼAtto di Prova.[292]

Lungo il viaggio, al regio corteo si congiunsero due cortigiani per indole ed opinioni lʼuno dallʼaltro grandemente diversi. Penn trovavasi a Chester per un giro pastorale. La popolarità e lʼautorità chʼegli aveva fraʼ suoi confratelli erano grandemente scemate sino da quando egli sʼera fatto strumento del Re e dei Gesuiti.[293] Ei fu, nondimeno, assai graziosamente accolto da Giacomo, e la domenica gli fu concesso di arringare in piazza, mentre Cartwright predicava dentro il Duomo, e il Re ascoltava la Messa ad un altare appositamente accomodato nel Palazzo della Contea. E per vero dire si disse che la Maestà Sua si degnasse di recarsi alla ragunanza deʼ Quacqueri, ed ascoltare con gravità la melodiosa eloquenza dellʼamico suo.[294]

Il furioso Tyrconnel era arrivato da Dublino per rendere conto della propria amministrazione. Tutti i più spettabili Inglesi cattolici lo guardavano di mal occhio, considerandolo come nemico della loro razza e scandalo della religione loro. Ma egli fu cordialmente accolto dal suo signore, il quale lo accomiatò dandogli più che mai assicurazioni di fiducia e di appoggio. Piacque grandemente a Giacomo lʼudire che tra breve lo intero Governo dʼIrlanda si ridurrebbe in mano deʼ soli Cattolici Romani. Ai coloni inglesi era stato già tolto ogni potere politico; nullʼaltro rimaneva che privarli delle loro sostanze; oltraggio, chʼera differito finchè si fosse a ciò fare assicurata la cooperazione dʼun Parlamento irlandese.[295]

Dalla Contea di Chester il Re si volse verso il mezzogiorno, e indubitabilmente credendo che i Convittori del Collegio della Maddalena, comunque turbolenti, non ardirebbero disobbedire ad un comandamento uscito dalle stesse sue labbra, sʼavviò a Oxford. Cammino facendo, visitò vari luoghi che peculiarmente lo interessavano, come Re, come fratello, e come figlio. Visitò il tetto ospitale di Boscobel e gli avanzi della quercia tanto famosa nella storia di sua famiglia. Cavalcò al campo dʼEdgehill, dove i Cavalieri primamente pugnarono coi soldati del Parlamento. Il dì 3 di settembre, pranzò solennemente nel palazzo di Woodstock, antica e rinomata magione, della quale adesso non resta nè anco una pietra, ma il cui sito sul prato del parco di Blenheim è indicato da due sicomori che sorgono presso al magnifico ponte.

XIV. La sera ei giunse ad Oxford, e vi fu ricevuto coʼ soliti onori. Gli studenti con indosso lʼabito accademico erano schierati a salutarlo a destra e a sinistra dallo ingresso della città fino alla porta maggiore dalla Chiesa–di–Cristo. Prese stanza al decanato, dove fra gli altri preparamenti a convenevolmente riceverlo, trovò una cappella acconcia alla celebrazione della Messa.[296] Il dì seguente al suo arrivo i Convittori della Maddalena ebbero ordine di appresentarsi a lui. Quando gli furono dinanzi, gli ricevè con insolenza maggiore di quella che i Puritani avevano usata ai loro antecessori. «Voi non vi siete condotti meco da gentiluomini,» esclamò Giacomo. «Voi siete stati male educati e avete mancato al proprio dovere.» E quelli, cadendo sulle proprie ginocchia, gli porgevano una petizione, chʼegli non volle ricevere. «È questa la lealtà di cui mena sì gran vanto la vostra Chiesa Anglicana? Non avrei mai creduto che tanti chierici della Chiesa dʼInghilterra si trovassero immischiati in siffatto negozio. Andate via, andate. Io sono il Re, e voglio essere ubbidito. Adunatevi sullʼistante nella vostra cappella, ed eleggete il Vescovo dʼOxford. Coloro che ricuseranno, ci pensino prima. Sentiranno sui loro capi tutto il peso della mia mano. Sapranno che importi spiacere al loro Re.» I Convittori, rimanendo tuttavia inginocchioni, di nuovo porsero la petizione. Ma il Re irato, gettandola via, gridò: «Toglietevi dal mio cospetto, vi dico; non riceverò nulla da voi, finchè non abbiate eletto il Vescovo.»

Se ne andarono, e senza un momento dʼindugio ragunaronsi nella loro cappella. Proposero se si avesse ad obbedire ai comandi del Re. Smith era assente. Il solo Charnock dètte il voto affermativo. Gli altri Convittori che ivi trovavansi, dichiararono dʼessere in ogni cosa pronti ad obbedire al Re, ma di non volere violare gli statuti e i giuramenti loro.

Il Re, gravemente incollerito e mortificato per la sua sconfitta, si partì da Oxford e andò a raggiungere la Regina in Bath. Per la ostinazione e violenza sue ei sʼera posto in una impacciosa situazione. Aveva avuta molta fiducia nello effetto del suo cipiglio e delle sue sdegnose parole, ed aveva sullʼesito della contesa incautamente giocato non il solo credito del suo Governo, ma la sua dignità personale. Poteva egli cedere ai suoi sudditi da lui minacciati a voce alta e con furiosi gesti? E nondimeno poteva egli rischiarsi a destituire in un solo giorno una folla di rispettabili ecclesiastici, rei soltanto di avere adempito ciò che la nazione intera considerava come debito loro? Forse si sarebbe potuta trovare una via ad uscirne da questo dilemma. Forse il collegio si sarebbe potuto ridurre alla sommissione per mezzo del terrore, delle carezze, della corruzione.

XV. E però si dètte incarico a Penn dʼaccomodare la faccenda. Egli aveva tanto buon senso da non approvare il violento ed ingiusto procedere del Governo, e perfino rischiossi ad esprimere in parte il proprio intendimento. Giacomo, come sempre, ostinavasi nel torto. Il Quacquero cortigiano fece ogni sforzo per sedurre il collegio ad uscire dalla diritta via. Parimente provossi ad intimidirlo, dicendo il collegio correre a certa rovina; il Re essere grandemente corrucciato; il caso potere farsi, come da tutti generalmente credevasi, gravissimo; non esservi fanciullo il quale non pensasse che Sua Maestà voleva fare a suo modo, e non avrebbe sofferto di essere avversata. Per le quali cose Penn esortava i Convittori a non confidare nella rettitudine della loro causa, ma a sottomettersi, o almeno a temporeggiare. Tali consigli parvero stranissimi sulle labbra dʼun uomo, il quale era stato espulso dalla Università per avere suscitato un tumulto in occasione della cotta da prete, il quale aveva corso pericolo dʼessere diseredato più presto che far di cappello ai principi del sangue, ed era stato più volte messo in carcere per avere arringato nelle conventicole. Non gli riusci di intimorire i Convittori della Maddalena. I quali rispondendo ai suoi ammonimenti rammentarongli come nella passata generazione trentaquattro sopra quaranta Convittori avevano lietamente abbandonato i loro diletti chiostri e giardini, la sala, la cappella, andando alla ventura senza tetto nè pane, piuttosto che violare il giuramento di fedeltà al legittimo Sovrano. Il Re adesso volendoli costringere a rompere un altro giuramento, si sarebbe accorto che lʼantico coraggio non era spento nel Collegio della Maddalena.

Allora Penn provò maniere più dolci. Ebbe un colloquio con Hough e alcuni deʼ Convittori, e dopo molte proteste di simpatia ed amicizia cominciò ad accennare ad un compromesso. Il Re non patirebbe contradizione. Era forza che il collegio cedesse. Parker doveva essere eletto. Ma costui era di mal ferma salute; tutti i suoi beneficii tra breve diverrebbero vacanti. «Il Dottore Hough» disse Penn «potrebbe allora diventare Vescovo dʼOxford. Vi piacerebbe ciò, o signori?» Penn aveva spesa la vita a declamare contro un culto salariato. Sosteneva dʼessere tenuto a ricusare il pagamento della decima, e ciò quando aveva comperato terreni soggetti alla decima, e gli era stato concesso redimerli pagando un tanto. Secondo i suoi stessi principii, egli commetteva un grave peccato adoperandosi ad ottenere un beneficio ad onorevolissime condizioni per il più pio degli ecclesiastici. Nulladimeno fino a tal segno i suoi costumi erano stati corrotti dalle sue cattive relazioni, e il suo intendimento sʼera intenebrato per intemperante zelo dʼuna sola cosa, chʼei non si fece scrupolo di diventare mezzano di turpissima simonia, e di usare un vescovato come amo a indurre un ecclesiastico allo spergiuro. Hough rispose con cortese dispregio non richiedere altro dalla Corona che la sola giustizia. «Noi stiamo fermi» dissʼegli «sui nostri statuti e i giuramenti nostri: ma, anche ponendo da parte giuramenti e statuti, sentiamo il debito di difendere la nostra religione. I papisti ci hanno rubato il Collegio dellʼUniversità, e quello della Chiesa–di–Cristo. Adesso combattono a toglierci la Maddalena. Tra breve avranno il resto.»

Penn ebbe la stoltezza di rispondere chʼegli in verità credeva adesso i papisti sarebbero contenti. «Il Collegio dellʼUniversità è molto piacevole. La Chiesa–di–Cristo è un luogo magnifico. La Maddalena è un bello edificio; convenevole la posizione; deliziosi i viali lungo il fiume. Se i Cattolici Romani sono ragionevoli, potrebbero di ciò chiamarsi satisfatti.» Questa assurda confessione sarebbe sola bastata a rendere impossibile che Hough e i suoi confratelli cedessero. Le pratiche furono rotte; e il Re affrettossi, siccome aveva minacciato, a far provare ai disobbedienti tutto il peso dellʼira sua.

XVI. A Cartwright Vescovo di Chester, a Wright Capo Giudice del Banco del Re, e a Sir Tommaso Jenner, uno deʼ Baroni dello Scacchiere, fu data commissione speciale di esercitare potestà di ispezione sul collegio. Il dì 20 ottobre giunsero in Oxford scortati da tre compagnie di dragoni con le spade sguainate. Il giorno susseguente presero i loro seggi nella sala della Maddalena. Cartwright pronunciò una orazione piena di sensi di lealtà, che pochi anni innanzi sarebbe stata ricolma dʼapplausi, e che ora, invece, fu ascoltata con indignazione. Ne seguì una lunga disputa. Il Presidente difese con arte, contegno e coraggio i propri diritti. Protestò grande rispetto per lʼautorità regia; ma fermamente sostenne che per virtù delle leggi inglesi era libero possessore della casa e delle rendite annesse allʼufficio di Presidente; di siffatta proprietà sua ei non poteva essere privato da un atto arbitrario del Sovrano. «Vi sottometterete» chiese il Vescovo «alla nostra ispezione?»—«Mi ci sottometto» rispose destramente Hough «tanto quanto è compatibile con le leggi, e non più.»—«Volete voi consegnare le chiavi delle vostre stanze?» disse Cartwright. Hough rimase tacito. Lʼaltro ripetè la dimanda, e Hough rispose con un cortese ma fermo rifiuto. I commissari lo dichiararono intruso, e imposero ai Convittori di non più riconoscere lʼautorità di lui, e di assistere alla istallazione del Vescovo dʼOxford. Charnock fu pronto a promettere obbedienza; Smith diede una risposta evasiva; ma tutti gli altri membri del collegio dichiararono fermamente di riconoscere Hough come loro legittimo capo.