Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 24

Chapter 243,506 wordsPublic domain

V. Queʼ due grandi corpi da lunghissimi anni erano stati molto potenti; e la potenza loro in sul declinare del secolo decimo settimo era giunta al più alto grado. Nessuno deʼ paesi vicini poteva gloriarsi di centri di dottrina splendidi ed opulenti al pari di quelli. Le scuole dʼEdimburgo e di Glasgow, di Leida e di Utrecht, di Lovanio e di Lipsia, di Padova e di Bologna, sembravano dappoco ai dotti chʼerano stati educati neʼ magnifici istituti di Wykeham e di Wolsey, di Enrico VI, e dʼEnrico VIII. Le lettere e le scienze nel sistema accademico dʼInghilterra, erano circondate di gran pompa, avevano una magistratura, ed erano strettamente connesse con tutte le più auguste istituzioni dello Stato. Essere Cancelliere dʼuna Università reputavasi onorificenza, alla quale ardentemente ambivano i magnati del Regno. Rappresentare una Università in Parlamento era scopo allʼambizione degli uomini di Stato. I nobili e perfino i principi inorgoglivansi di ricevere da una Università il privilegio dʼindossare la veste scarlatta di dottore. I curiosi erano attratti alle Università dal diletto di ammirare quegli antichi edifizi ricchi di memorie del medio evo, quelle moderne fabbriche che mostravano quanto potessero gli squisiti ingegni di Jones e di Wren, quelle magnifiche sale e cappelle, i Musei, i giardini botanici, e le sole grandi Biblioteche pubbliche che a quei tempi esistessero nel Regno. La pompa che Oxford mostrava nelle solennità, rivaleggiava con quella deʼ principi sovrani. Quando il venerando Duca dʼOrmond Cancelliere di quellʼUniversità, coperto del suo manto ricamato, sedeva sul trono sotto la dipinta volta del teatro di Sheldon, circondato da centinaia di graduati vestiti secondo lʼordine loro, mentre i più nobili giovani dellʼInghilterra solennemente a lui presentavansi come candidati peʼ grandi accademici, egli faceva una comparsa regale quasi al pari del suo signore nella Sala del Banchetto in Whitehall. Nella Università sʼerano educati glʼintelletti di quasi tutti i più eminenti chierici, laici, medici, begli spiriti, poeti, ed oratori del reame, e gran parte deʼ nobili e dei ricchi gentiluomini. È anche da notarsi che la relazione tra lo scolare e la scuola non rompevasi alla sua partenza da quella. Spesso egli seguitava ad essere per tutta la vita membro del corpo accademico, e come tale votava in tutte le elezioni di maggiore importanza. Serbava quindi per le sue antiche passeggiate lungo il Cam e lʼIsis una memoria più affettuosa, che gli uomini educati spesso non sentono per il luogo della loro educazione. In tutta Inghilterra non era angolo in cui le due Università non avessero grati e zelanti figli. Ogni attentato contro lʼonore e gli interessi di Cambridge e di Oxford non poteva non provocare il risentimento dʼuna possente, operosa e intelligente classe, sparsa in ogni Contea da Northumberland fino a Cornwall.

I graduati residenti, come corpo, allora non erano forse positivamente superiori a quelli deʼ tempi nostri: ma in paragone delle altre classi sociali occupavano una posizione più alta: imperocchè Cambridge ed Oxford erano allora le sole due città provinciali del Regno, nelle quali si trovasse un gran numero dʼuomini eminenti per cultura intellettuale. Anche la metropoli teneva in grande riverenza lʼautorità delle Università non solo nelle questioni di teologia, di filosofia naturale e dʼantichità classiche, ma altresì in quelle materie nelle quali le metropoli generalmente pretendono il diritto di giudicare in ultimo appello. Dal Caffè Will e dalla platea del teatro regio di Drury Lane i critici riferivansi al giudizio deʼ due grandi centri del sapere e del gusto. Le produzioni drammatiche, chʼerano state con entusiasmo applaudite in Londra, non riputavansi fuori di pericolo finchè non avessero sperimentato il severo giudizio degli uditori assuefatti a studiare Sofocle e Terenzio.[283]

Le Università dʼInghilterra avevano adoperata tutta la loro influenza morale ed intellettuale a pro della Corona. Carlo I aveva fatto dʼOxford il suo quartiere generale; e tutti i Collegi a impinguare la sua cassa militare avevano fuse le loro argenterie. Cambridge non era meno benevola alla Corona. Aveva mandata anche essa aʼ regi accampamenti gran parte delle sue argenterie, e avrebbe parimenti dato il resto se la città non fosse stata presa dalle soldatesche del Parlamento. Ambedue le Università dai vittoriosi Puritani erano state severissimamente trattate; ambedue avevano con gioia plaudito alla Restaurazione; fermamente avversata la Legge dʼEsclusione; e mostrato profondo orrore alla scoperta della Congiura di Rye–House. Cambridge non solo aveva deposto Monmouth dallʼufficio di Cancelliere, ma ad esprimere come forte abborrisse il tradimento di lui, con modo indegno della sede della sapienza aveva data alle fiamme la tela in cui il pennello di Kneller aveva con isquisitissimo magistero dipinto il ritratto del Duca.[284] Oxford, la quale era più presso agli insorti delle Contrade Occidentali, aveva date prove maggiori della sua lealtà. Gli studenti, con lʼapprovazione deʼ loro maestri, avevano a centinaia preso le armi per difendere i diritti ereditari del Re. Tali erano le corporazioni che Giacomo aveva deliberato di insultare e spogliare, rompendo apertamente le leggi e la fede data.

VI. Parecchi Atti di Parlamento, chiari quanto qualunque altro che si contenga nel libro degli Statuti, avevano provveduto che niuno si potesse ammettere ad alcun grado in ambe le Università senza prestare il giuramento di supremazia, e un altro di simile carattere, detto giuramento di obbedienza. Nonostante, nel febbraio del 1687, giunse a Cambridge una lettera del Re che ingiungeva fosse ammesso al grado di Maestro dellʼArti un monaco benedettino chiamato Albano Francis.

Gli ufficiali accademici, ondeggiando tra la riverenza pel Re e la riverenza per le leggi, stavansi gravemente contristati. Mandarono in gran diligenza messaggi al Duca dʼAlbemarle, successore di Monmouth nella dignità di Cancelliere dellʼUniversità. Lo pregavano di presentare nel suo vero aspetto il caso al Sovrano. Intanto lʼarchivista e i bidelli andarono ad annunziare a Francis che ove egli prestasse i giuramenti secondo richiedeva la legge, sarebbe subito ammesso. Francis ricusò di giurare, inveì contro gli ufficiali della Università mancatori di rispetto al comando sovrano, e trovandoli inflessibili, montò a cavallo, e corse a recare le sue doglianze a Whitehall.

I Capi deʼ Collegi allora si ragunarono a consiglio. Vennero consultati i migliori giureconsulti, e tutti unanimemente giudicarono il corpo universitario avere bene operato. Ma già era per via unʼaltra lettera scritta da Sunderland con altere e minacciose parole. Albemarle annunziò contristatissimo alla Università avere egli fatto ogni sforzo, ma essere stato freddamente e con poca grazia accolto dal Re. Il corpo accademico, impaurito della collera sovrana, e sinceramente desideroso di compiacere ai voleri del Re, ma deliberato di non violare le patrie leggi, gli sottopose le più umili e riverenti spiegazioni, ma indarno. Poco dopo al Vice–Cancelliere e al Senato universitario fu formalmente intimato di comparire, pel dì 21 aprile, dinanzi alla nuova Alta Commissione; il Vice–Cancelliere in persona; il Senato, che è composto di tutti i Dottori e Maestri dellʼUniversità, per mezzo di suoi deputati.

VII. Giunto il dì stabilito, la sala del Consiglio era affollata. Jeffreys teneva il seggio presidenziale. Rochester, dopo che gli era stato tolto il bianco bastone, non era più membro, e gli era succeduto al posto il Lord Ciamberlano Giovanni Sheffield Conte di Mulgrave. La sorte di questo gentiluomo da un solo lato è simile a quella del suo collega Sprat. Mulgrave scrisse versi appena al disopra della mediocrità; ma perchè era uomo dʼalto grado nel mondo politico ed elegante, i suoi versi trovarono ammiratori. Il tempo sciolse il prestigio, ma, sciaguratamente per lui, ciò non avvenne se non dopo che i suoi poetici componimenti per diritto di prescrizione erano stati inseriti in tutte le raccolte deʼ Poeti inglesi. Per la qual cosa fino aʼ dì nostri i suoi insipidi Saggi in verso e le sue scempiate canzoni ad Amoretta e Gloriana ristampansi accanto al Como di Milton e al Festino dʼAlessandro di Dryden. Onde è che adesso Mulgrave è conosciuto come poetastro, e come tale meritamente spregiato. Nondimeno, egli era, a dir vero, come affermano anche coloro che non lo amavano nè lo stimavano, uomo dʼinsigni doti intellettuali, e nella eloquenza parlamentare punto inferiore a qual si fosse oratore deʼ tempi suoi. Il suo carattere morale era spregevole. Egli era libertino senza quella larghezza di cuore e di mano che talvolta rende amabile il libertinismo, ed altero aristocratico senza quella altezza di sentimenti, che talvolta rende rispettabile lʼaristocratica alterigia. Gli scrittori satirici di quellʼetà gli apposero il soprannome di Lord Tuttorgoglio. Eppure cotesto suo orgoglio egli accompagnava con tutti i vizi più abietti. Molti maravigliavansi come un uomo, che aveva così alta opinione della propria dignità, fosse tanto difficile e misero in tutte le sue faccende pecuniarie. Aveva gravemente offesa la famiglia regale osando accogliere in petto la speranza di ottenere il cuore e la mano della Principessa Anna. Disilluso di cotanta speranza, sʼera sforzato di riacquistare con ogni bassezza la grazia che per presunzione egli aveva perduta. Il suo epitaffio, composto da lui stesso, rivela tuttora a coloro che traversano lʼAbbadia di Westminster, chʼegli visse e morì da scettico nelle cose di religione; e dalle memorie che ci ha lasciate, impariamo come uno deʼ suoi più ordinari subietti di scherzo fosse la superstizione romana. Ma appena Giacomo salì al trono, Mulgrave cominciò a manifestare forte inclinazione verso il papismo, e in fine privatamente fece sembiante dʼesser convertito. Questa abietta ipocrisia era stata ricompensata con un posto nella Commissione Ecclesiastica.[285]

Innanzi cotesto formidabile tribunale si appresentò il Dottore Giovanni Pechell Vice–Cancelliere della Università di Cambridge. Era uomo di non grande abilità e vigoria di carattere, ma lo accompagnavano otto insigni accademici eletti a rappresentare il Senato. Uno di loro era Isacco Newton, Convittore del Collegio della Trinità e Professore di Matematiche. Il suo genio era allora nel massimo vigore. La grande opera, che lo ha collocato di sopra ai geometri e aʼ naturalisti di tutti i tempi e di tutte le nazioni, stavasi stampando per ordine della Società Reale, ed era pressochè pronta a pubblicarsi. Egli amava fermamente la libertà civile e la religione protestante; ma per le sue abitudini, valeva poco neʼ conflitti della vita attiva. E però tenne un modesto silenzio fra mezzo ai deputati, lasciando ad uomini maggiormente esperti nelle faccende lo incarico di difendere la causa della sua diletta Università.

Non vi fu mai caso più chiaro di cotesto. La legge non ammetteva stiracchiature. La pratica aveva quasi invariabilmente seguita sempre la legge. Poteva forse essere accaduto che in un giorno di solennità, nel conferirsi gran numero di gradi onorari, fosse passato fra la folla qualcuno senza prestare i giuramenti. Ma tale irregolarità, semplice effetto della inavvertenza e della fretta, non poteva citarsi come esempio. Ambasciatori stranieri di diverse nazioni, ed in ispecie un Musulmano, erano stati ammessi senza giuramento; ma poteva dubitarsi se a cosiffatti casi fossero applicabili la ragione e lo spirito degli Atti del Parlamento. Non pretendevasi nè anco che alcuno il quale, richiesto, avesse ricusato di prestare i giuramenti, ottenesse mai un grado accademico; e questo era precisamente il caso di Francis. I deputati mostraronsi pronti a provare che, regnante Carlo II, parecchi ordini regali erano stati considerati come nulli, perocchè le persone raccomandate non si erano volute uniformare alla legge, e che, in simili casi, il Governo aveva sempre approvato lʼoperare dellʼUniversità. Ma Jeffreys non volle udire nulla. Disse il Vice–Cancelliere essere uomo debole, ignorante e timido, per lo che disfrenò tutta la insolenza che era per tanti anni stata il terrore di Old Bailey. Lo sventurato Dottore, non avvezzo a tale spettacolo, cadde in disperata agitazione di mente, e perdè la parola. Allorchè gli altri accademici, che potevano meglio difendere la propria causa, provaronsi di parlare, furono duramente fatti tacere: «Voi non siete Vice–Cancelliere; quando lo sarete, parlerete; per ora è vostro debito tenere chiuse le labbra.» Furono cacciati fuori la sala senza che potessero farsi ascoltare. Poco tempo dopo, citati di nuovo a presentarsi, fu loro annunziato che la Commissione aveva deliberato di sospendere Pechell dallʼufficio, e toglierli tutti gli emolumenti chʼerano come sua proprietà. «Quanto a voi altri,» disse Jeffreys «che per la più parte siete ecclesiastici, vi manderò a casa con un testo della Scrittura. Andate, e non peccate mai più, perchè non vi accada peggio.»[286]

VIII. Siffatto procedere potrebbe sembrare bastevolmente ingiusto e violento. Ma il Re aveva già incominciato a trattare Oxford con tanto rigore, che quello mostrato contro Cambridge potrebbe chiamarsi dolcezza. Già il Collegio della Università era stato trasmutato da Obadia Walker in seminario cattolico romano. Già il Collegio della Chiesa–di–Cristo era governato da un decano cattolico. La Messa celebravasi giornalmente in ambidue cotesti collegi. La tranquilla e maestosa città, un tempo sì devota ai principii monarchici, era agitala da passioni non mai per lo innanzi conosciute. I sottograduati, con connivenza deʼ loro superiori, facevano le fischiate ai membri della congregazione di Walker, e cantavano satire sotto le sue finestre. Sono giunti fino a noi alcuni frammenti delle serenate che mettevano in subbuglio High–Street. Lo intercalare dʼuna ballata diceva: «Il vecchio Obadia—Canta lʼAve Maria.»

Come i comici giunsero in Oxford, lʼopinione pubblica si manifestò con maggior forza. Venne rappresentata la produzione drammatica di Howard intitolata il _Comitato_. Questo componimento, scritto poco dopo la Restaurazione, dipingeva i Puritani in sembianti odiosi e spregevoli, e però era stato per venticinque anni applaudito dagli Oxfordiani. Adesso piaceva più che mai; imperciocchè per fortuna uno deʼ precipui caratteri era un vecchio ipocrita che aveva nome Obadia. Gli uditori diedero in fragoroso scoppio dʼ applausi quando, nellʼultima scena, Obadia viene strascinato fuori con un capestro al collo; e i clamori raddoppiarono quando uno degli attori, alterando la commedia, annunzio che Obadia meritava dʼessere impiccato per avere rinnegata la propria religione. Il Re rimase grandemente irritato a tale insulto. Era cotanto rivoluzionario lo spirito della Università, che uno deʼ nuovi reggimenti—quel desso che ora chiamasi Secondo deʼ Dragoni delle Guardie—fu acquartierato in Oxford, onde impedire uno scoppio.[287]

Dopo cotesti fatti Giacomo avrebbe dovuto convincersi che la via da lui presa doveva di necessità condurlo a ruina. Ai clamori di Londra era da lungo tempo assuefatto. Sʼerano levati contro lui ora giustamente ed ora a torto. Egli li aveva più volte affrontati, e poteva forse tuttavia affrontarli. Ma che Oxford, sede della lealtà, quartiere generale dello esercito deʼ Cavalieri, luogo dove il padre e il fratello trasferirono la corte loro quando non si tenevano più sicuri nella loro tempestosa metropoli, luogo dove gli scritti deʼ grandi intelletti repubblicani erano stati di recente dati alle fiamme, fosse ora agitata da sinistri umori; che quegli animosi giovani, i quali pochi mesi innanzi avevano ardentemente prese le armi contro glʼinsorti delle Contrade Occidentali, avessero ad essere con difficoltà tenuti in freno dalla carabina e dalla spada, erano segni di cattivo augurio per la casa degli Stuardi. Tali ammonimenti, nondimeno, tornarono inutili allo stupido, inflessibile e testardo tiranno. Era deliberato di dare alla sua Chiesa i più ricchi e splendidi stabilimenti dʼInghilterra. A nulla giovarono le rimostranze deʼ migliori e più savi traʼ suoi consiglieri cattolici romani. Gli dimostrarono come egli potesse rendere grandi servigi alla causa della sua religione, senza violare i diritti di proprietà. Un assegnamento annuo di due mila lire sterline, che agevolmente poteva trarsi dal suo tesoro privato, sarebbe bastato a mantenere un collegio di Gesuiti. Siffatto collegio provveduto di abili, dotti e zelanti precettori, sorgerebbe come formidabile rivale alle vecchie istituzioni accademiche, le quali mostravano non pochi segni di quella languidezza, che è quasi inseparabile dal sentirsi sicuro ed opulento. Il collegio di Re Giacomo tosto verrebbe considerato, anche dagli stessi Protestanti, il primo istituto dʼeducazione nellʼisola e per scienza e per disciplina morale. Ciò sarebbe il mezzo più efficace e meno odioso con che umiliare la Chiesa Anglicana ed esaltare la cattolica. Il Conte dʼAilesbury, uno deʼ più fidi servitori della regale famiglia, quantunque Protestante, offerse mille lire sterline per mandare ad esecuzione quel disegno, più presto che vedere che il suo signore violasse i diritti di proprietà, e rompesse la fede data alla Chiesa dello Stato.[288] Tale proposta, nondimeno, non piacque al Re, come quella che, a dir vero, per molte ragioni, era poco convenevole alla dura indole di lui. Imperciocchè aveva non poco diletto a domare e sconfiggere lʼaltrui volontà, e gli doleva privarsi deʼ propri danari. Ciò chʼegli non aveva la generosità di fare a proprie spese, voleva farlo a spese degli altri. Deliberato di conseguire un fine, lʼorgoglio e lʼostinazione glʼimpedivano di retrocedere; e a poco per volta si era già ridotto a commettere atti di turchesca tirannide, atti che ridussero la nazione a convincersi che la proprietà di un libero possidente inglese sotto un Re cattolico romano non era punto sicura, come non lo era quella dʼun greco sotto la dominazione musulmana.

IX. Il Collegio della Maddalena in Oxford, fondato nel secolo decimoquinto da Guglielmo di Waynflete Vescovo di Winchester e Lord Gran Cancelliere, era uno deʼ più cospicui deʼ nostri istituti accademici. Una graziosa torre, in cima alla quale allʼalba del di primo di maggio i coristi cantavano un inno latino, presentavasi da lungi allʼocchio del viandante che veniva da Londra. Come egli appressavasi, la vedeva sorgere fraʼ merli sopra una vasta mole bassa ed irregolare, ma singolarmente veneranda, la quale, cinta di verdura, signoreggiava le lente acque del Cherwell. Egli entrava per una porta sormontata da una leggiadra finestra, e penetrava in uno spazioso chiostro ornato dʼimmagini rappresentanti le virtù e i vizi, rozzamente scolpite in pietra grigia dai muratori del secolo decimoquinto. La mensa della società era con profusione apparecchiata in un magnifico refettorio adorno di pitture e di fantastici intagli. Il servizio di chiesa facevasi mattina e sera in una cappella, chʼera stata molto danneggiata daʼ Riformatori e dai Puritani, ma tuttavia, così guasta, era edificio dʼinsigne bellezza, ai tempi nostri ristaurato con arte e con gusto squisiti. I vasti giardini lungo la riva del fiume, erano notevoli per la grandezza degli alberi, fra mezzo ai quali torreggiava una delle maraviglie della vegetazione dellʼisola, cioè una quercia gigantesca, secondo che comunemente dicevasi, dʼun secolo più antica del più antico collegio dellʼUniversità.

Gli statuti collegiali ordinavano che i Re dʼInghilterra e i Principi di Galles dovessero alloggiare alla Maddalena. Eduardo IV vi aveva abitato quando la fabbrica non era peranche finita. Riccardo III vi aveva tenuto corte, udito le dispute nella sala, regalmente festeggiato, e a rimunerare i suoi ospiti aveva loro fatto presenti di daini delle sue foreste. Due eredi presuntivi della Corona, anzi tempo spenti, Arturo fratello maggiore di Enrico VIII, ed Enrico fratello maggiore di Carlo I, erano stati membri di quel collegio. Un altro Principe del sangue, lʼultimo e migliore degli Arcivescovi cattolici romani di Canterbury, il buon Reginaldo Polo, vi aveva fatti i suoi studi. Aʼ tempi della guerra civile il Collegio della Maddalena era rimasto fido alla Corona. Ivi Rupert aveva stabilito il suo quartiere generale; e le sue trombe sʼudivano per quei quieti chiostri quando egli ragunava i suoi cavalli per muovere a qualcuna delle sue più audaci intraprese. La maggior parte deʼ collegiali erano ecclesiastici, e non potevano aiutare il Re se non con preci e pecunia. Ma un collega loro, il quale era Dottore in Diritto Civile, fece leva dʼuna schiera di sottograduati, e cadde valorosamente combattendo alla loro testa contro i soldati dʼEssex. Posate le armi, e venuta la Inghilterra sotto la dominazione delle Teste–Rotonde, sei settimi dei membri del collegio ricusarono di sottomettersi agli usurpatori: per la qual cosa furono cacciati dalle loro abitazioni, e privati delle rendite. Coloro che sopravvissero alla Restaurazione, fecero ritorno alle loro gradite stanze. Adesso era loro succeduta una generazione dʼuomini, i quali ne avevano ereditato le opinioni e lo spirito. Mentre infuriava la ribellione delle Contrade Occidentali, tutti coloro che nel Collegio della Maddalena la età o la professione non impediva dal portare le armi, erano ardentemente accorsi a combattere a pro della Corona. Eʼ sarebbe difficile trovare in tutto il Regno una corporazione, che al pari di cotesta fosse meritevole della gratitudine degli Stuardi.[289]

La società era composta dʼun Presidente, di quaranta Convittori (_Fellows_), di trenta scolari chiamati _Demies_, e dʼun convenevole numero di cappellani, cherici e coristi. A tempo della visita generale sotto il regno di Enrico VIII, le rendite del collegio erano molto maggiori di quelle dʼogni altro simigliante istituto nel reame, maggiori quasi per metà di quelle del magnifico istituto da Enrico VI fondato in Cambridge; e assai più del doppio di quelle che Guglielmo Wykeham aveva assegnato al suo collegio in Oxford. Sotto Giacomo II le ricchezze della Maddalena erano immense, e la fama le esagerava. Dicevasi comunemente che il collegio fosse più ricco delle più ricche Abadie del continente; e il popolo affermava che, finiti i fitti esistenti, la entrata crescerebbe fino alla somma prodigiosa di quaranta mila lire sterline lʼanno.[290]

I Convittori, per virtù degli statuti compilati dal fondatore, avevano potestà di eleggere il presidente fra coloro che erano allora o erano stati convittori o della Maddalena o del Collegio Nuovo. Avevano per lo più siffatta potestà liberamente esercitato. Ma alcuna volta il Re aveva raccomandato qualche partigiano della Corte alla scelta degli elettori; e in tali casi il collegio sʼera mostrato riverente ai desiderii del Sovrano.