Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 23

Chapter 233,513 wordsPublic domain

LII. È probabile che anche il Pontefice leggesse con piacere cotesta celebre lettera. Alcuni mesi innanzi aveva dato commiato a Castelmaine in un modo tale da mostrare poco riguardo pel Re dʼInghilterra. A Papa Innocenzo spiaceva affatto la politica interna non che la esterna del Governo Britannico. Vedeva come glʼingiusti e impolitici provvedimenti della cabala gesuitica avessero a rendere perpetue le leggi penali più presto che giungere ad abrogare lʼAtto di Prova. La sua contesa con la Corte di Versailles diveniva sempre più grave; nè poteva egli o come Principe temporale o come Sommo Pontefice sentire schietta amistà pel vassallo di quella Corte. Castelmaine non aveva i requisiti necessari a spegnere cotesta ripugnanza. Conosceva bene Roma, e, come laico, era profondamente erudito nelle controversie teologiche.[275] Ma non aveva la destrezza che il suo ufficio richiedeva; e quandʼanche fosse stato abilissimo diplomatico, vʼera una ragione che lo avrebbe reso inadatto a compire convenevolmente la sua commissione. Tutta Europa conoscevalo come il marito della più svergognata femmina, e non altrimenti. Era impossibile parlare con lui senza richiamarsi alla memoria il modo onde erasi acquistato il titolo chʼegli portava. Ciò sarebbe stato ben poco, sʼegli fosse stato ambasciatore a qualche dissoluta Corte, come quella in cui aveva pur dianzi dominato la Marchesa di Montespan. Ma era manifestamente inconvenevole lo averlo inviato ad unʼambasciata di natura più presto spirituale che temporale e ad un Pontefice di austerità antica. I Protestanti in tutta Europa lo ponevano in canzone; ed Innocenzo, già sfavorevolmente disposto verso il Governo Inglese, considerò il complimento fattogli quasi come affronto. A Castelmaine era stata assegnata una paga di cento lire sterline per settimana; ma egli ne mosse lamento dicendo che tre volte tanto appena sarebbe bastato: imperocchè in Roma i Ministri deʼ grandi potentati continentali si sforzavano di vincersi vicendevolmente per isplendidezza agli occhi di un popolo, il quale per essere avvezzo a vedere tanta magnificenza di edifizi, di decorazioni e di cerimonie, era di difficile contentatura. Dichiarò sempre di averci rimesso del suo. Lo accompagnavano vari giovani delle migliori famiglie cattoliche dellʼInghilterra, come sarebbero i Ratcliffe, gli Arundell, e i Tichborne. In Roma alloggiava in palazzo Panfili a mezzogiorno della magnifica Piazza Navona. Fino daʼ primi giorni era stato privatamente ricevuto da Papa Innocenzo; ma la pubblica udienza fu lungamente ritardata. E veramente gli apparecchi che andava facendo Castelmaine erano così sontuosi, che quantunque fossero incominciati alla Pasqua di Resurrezione del 1686 non furono compiti se non nel novembre dellʼanno stesso; nel quale mese il Papa ebbe, o simulò dʼavere un accesso di podagra che fece differire la cerimonia. Finalmente nel gennaio del 1687 la solenne presentazione segui con insolita pompa. I cocchi già lavorati appositamente in Roma, erano così magnifici che vennero reputati degni dʼessere trasmessi ai posteri per mezzo di belle incisioni, e celebrati dai poeti in diverse lingue.[276] La facciata del palazzo della legazione in quel solenne giorno era decorata con pitture di assurde e gigantesche allegorie. Vʼerano effigiati San Giorgio col piede sul collo di Tito Oates, ed Ercole che con la mazza percoteva College, il manuale protestante, il quale invano tentava difendersi col suo correggiato. Dopo cotesta pubblica dimostrazione, Castelmaine invitò tutti i più notevoli personaggi che allora si trovassero in Roma, ad un banchetto in quella gaia e splendida sala, la quale Pietro da Cortona ornò con pitture rappresentanti i fatti dellʼEneide. La intiera città corse a vedere la solennità; e a stento una compagnia di Svizzeri potè mantenere lʼordine fra gli spettatori. I nobili dello Stato Pontificio in contraccambio offrirono dispendiosi intertenimenti allo Ambasciatore; e i poeti e i belli spiriti furono invitati a tributare a lui e al suo signore iperboliche adulazioni, quali sogliono usarsi quando il genio e il gusto trovansi in gran decadenza. Fra tutti cotesti adulatori va predistinta una testa coronata. Erano corsi trenta e più anni da che Cristina, figlia del grande Gustavo, era volontariamente discesa dal trono di Svezia. Dopo lungo pellegrinare, nel corso del quale ella commise molte follie e molti delitti, erasi finalmente fermata in Roma, dove occupavasi di calcoli astrologici, dʼintrighi di conclave, e sollazzavasi con pitture, gemme, manoscritti, e medaglie. In quellʼoccasione ella compose alcune stanze in italiano in lode del Principe inglese, il quale, al pari di lei, nato da stirpe di Re fino allora considerati come campioni della Riforma, erasi, come lei, riconciliato allʼantica Chiesa. Una splendida ragunanza ebbe luogo nel suo palazzo; i suoi versi, posti in musica, furono cantati fra gli applausi universali; ed un suo famigliare, uomo letterato, recitò una orazione sul medesimo subietto, scritta in un stile si florido e intemperante, che pare offendesse il severo orecchio degli Inglesi che vʼerano presenti. I Gesuiti, nemici del Papa, devoti agli interessi della Francia, e inchinevoli a glorificare Giacomo, accolsero la legazione inglese con estrema pompa in quella principesca casa dove riposano le ossa dʼIgnazio di Loyola, rinchiuse in un monumento di lapislazzuli e dʼoro. La scultura e la pittura, la poesia e lʼeloquenza furono adoperate ad onorare gli stranieri: ma le arti tutte erano miseramente degenerate. Vi fu profusione di turgida ed impura latinità, indegna dʼun Ordine così erudito; e talune delle iscrizioni che adornavano le pareti, peccavano in cosa ben altrimenti più seria che non fosse lo stile. In una dicevasi che Giacomo aveva spedito al cielo il proprio fratello come suo messaggiero, ed in unʼaltra che Giacomo aveva apprestate le ali, con che il fratello erasi levato allʼeteree regioni. Vʼera anco un più sciagurato distico, al quale per allora si badò poco, ma che pochi mesi dopo fu rammentato ed ebbe sinistra interpretazione. «O Re,» diceva il poeta «cessa di sospirare per avere un figlio. Quandʼanche la natura si mostrasse avversa al tuo desiderio, le stelle troveranno modo di compiacerti.»

Fra mezzo a tanti festeggiamenti, Castelmaine ebbe a soffrire mortificazioni ed umiliazioni crudeli. Il Pontefice trattavalo con estrema freddezza e riserbo. Qualvolta lo Ambasciatore lo sollecitava dʼuna risposta alla richiesta fatta di concedere un cappello cardinalizio a Petre, Papa Innocenzio, facendosi venire un violento colpo di tosse, poneva fine al colloquio. Si sparse per tutta Roma la voce di coteste singolari udienze. Pasquino non tacque. Tutti i curiosi e i ciarlieri della città più sfaccendata del mondo, tranne solo i Gesuiti e i Prelati partigiani della Francia, facevano le matte risate alla sconfitta di Castelmaine; ed egli chʼera poco dolce dʼindole, ne divenne furioso, e fece correre in giro uno scritto mordace contro il Papa. Castelmaine così ponevasi dalla parte del torto; e lo scaltro Italiano acquistava vantaggio e voleva giovarsene. Dichiarò senza ambagi come la regola che escludeva i Gesuiti dalle dignità ecclesiastiche non si dovesse violare in favore di Padre Petre. Castelmaine offeso minacciò di andarsene via da Roma. Innocenzo rispose, con una mansueta impertinenza, tanto più provocante quanto non poteva distinguersi dalla semplicità, che Sua Eccellenza se ne andasse pure se così le piacesse. «Ma se noi dobbiamo perderlo» aggiunse il venerando Pontefice, «speriamo chʼegli badi alla propria salute nel fare il viaggio. GlʼInglesi non sanno quanto sia pernicioso in questi nostri paesi il viaggiare sotto i calori del giorno. Sarebbe bene adunque chʼegli si partisse avanti lʼalba onde a mezzodì si potesse riposare.» Con tale salutare consiglio e col dono dʼun rosario, il malarrivato ambasciatore ebbe commiato. Pochi mesi di poi comparve alla luce, in italiano e in inglese, una pomposa storia della sua legazione, stampata magnificamente in foglio e adorna dʼincisioni. Il frontespizio, a grande scandalo di tutti i Protestanti, rappresentava Castelmaine nel suo abito di Pari, con la corona di Conte nelle mani, in atto di baciare il piede a Papa Innocenzo.[277]

CAPITOLO OTTAVO.

SOMMARIO.

I. Consacrazione del Nunzio nel Palazzo di San Giacomo; Sua solenne presentazione a Corte.—II. Il Duca di Somerset.—III. Scioglimento del Parlamento. Delitti militari illegalmente puniti—IV. Atti dellʼAlta Commissione.—V. Le Università.—VI. Processi contro la Università di Cambridge.—VII. Il Conte di Mulgrave—VIII. Condizioni dʼOxford.—IX. Il Collegio della Maddalena in Oxford.—X. Il Re raccomanda Antonio Farmer per la presidenza.—XI. I Convittori del Collegio della Maddalena sono citati dinanzi lʼAlta Commissione.—XII. Parker raccomandato per Presidente; la Certosa.—XIII. Viaggio del Re.—XIV. Il Re in Oxford; riprende i Convittori della Maddalena.—XV. Penn tenta di farsi mediatore.—XVI. Commissarii speciali ecclesiastici mandati in Oxford.—XVII. Protesta di Hough; Parker entra in ufficio.—XVIII. I Convittori sono cacciati via.—XIX. Il Collegio della Maddalena diventa seminario papale.—XX. Risentimento del Clero.—XXI. Disegni della Cabala Gesuitica rispetto alla successione—XXII. Disegni di Giacomo e Tyrconnel a fine di impedire che la Principessa dʼOrange succedesse nel regno dʼIrlanda.—XXIII. La Regina è incinta; il fatto non è creduto da nessuno.—XXIV. Umori deʼ Collegi elettorali, e dei Pari.—XXV. Giacomo delibera di convocare il Parlamento adulterando le elezioni.—XXVI. Il Consiglio deʼ Regolatori.—XXVII. Destituzioni di molti Lordi Luogotenenti; il Conte dʼOxford.—XXVIII. Il Conte di Shrewsbury.—XXIX. Il Conte di Dorset.—XXX. Domande fatte ai magistrati.—XXXI. Loro risposta; i disegni del Re riescono vani.—XXXII. Lista di Sceriffi.—XXXIII. Carattere dei gentiluomini Cattolici Romani nelle campagne—XXXIV. Umori deʼ Dissenzienti; Regolamento dei Municipi.—XXXV. Inquisizione in tutti i Dipartimenti del Governo—XXXVI. Destituzione di Sawyer.—XXXVII. Williams avvocato Generale.—XXXVIII. Seconda Dichiarazione dʼIndulgenza.—XXXIX. Il Clero riceve ordine di leggerla.—XL. Il Clero esita a farlo; Patriottismo deʼ Protestanti non–conformisti di Londra.—XLI. Consulte del Clero di Londra.—XLII. Consulte nel Palazzo Lambeth.—XLIII. Petizione deʼ sette Vescovi presentata al Re.—XLIV. Il Clero di Londra disubbidisce agli ordini reali.—XLV. Il Governo esita.—XLVI. Delibera di fare ai Vescovi un processo per calunnia.—XLVII. Vengono esaminati dal Consiglio Privato.—XLVIII. Incarcerati nella Torre di Londra—XLIX. Nascita del Pretendente; universalmente creduta supposta.—L. I Vescovi, tradotti dinanzi il Banco del Re, son posti in libertà sotto cauzione.—LI. Agitazioni nel pubblico.—LII. Inquietudini di Sunderland.—LIII. Fa professione di Cattolico Romano.—LIV. Processo deʼ Vescovi.—LV. Sentenza; esultanza del popolo.—LVI. Stato singolare dellʼopinione pubblica in quel tempo.

I. Le aperte scortesie del Pontefice erano bastevoli a irritare il più mansueto deʼ principi; ma il solo effetto che produssero sullʼanimo di Giacomo fu quello di renderlo più prodigo di carezze e di complimenti. Mentre Castelmaine, collʼanima esasperata dallo sdegno, cammino faceva alla volta dellʼInghilterra, il Nunzio era colmato di onori tali che se fosse dipeso da lui li avrebbe ricusati. Per una finzione dʼuso frequente nella Chiesa di Roma, era stato poco innanzi insignito della dignità vescovile senza diocesi. Gli era stato dato il titolo di Vescovo dʼAmasia, città del Ponto e patria di Strabone e di Mitridate. Giacomo insistè perchè la cerimonia della consacrazione fosse fatta entro la Cappella del Palazzo di San Giacomo. Leyburn Vicario Apostolico, e due prelati irlandesi officiarono. Le porte furono spalancate al pubblico; e fu notato come parecchi Puritani, i quali pur dianzi sʼerano fatti cortigiani, fossero fra gli spettatori. La sera di quel dì medesimo, Adda, vestito degli abiti alla nuova dignità convenevoli, si recò allo appartamento della Regina. Re Giacomo in presenza di tutta la Corte cadde sulle ginocchia implorando la benedizione. E in onta del freno imposto dallʼuso cortigianesco, gli astanti indarno studiaronsi di nascondere il disgusto che loro ispirava quellʼatto.[278] E davvero da lunghissimo tempo non sʼera visto un sovrano inglese piegare il ginocchio innanzi ad uomo mortale; e coloro i quali contemplarono quello strano spettacolo, non potevano non richiamare alla memoria il giorno di vergogna, in cui Re Giovanni rese omaggio per la sua corona nelle mani di Pandolfo.

II. Breve tempo dopo, una cerimonia anche di più ostentata solennità ebbe luogo in onore della Santa Sede. Eʼ fu deliberato che il Nunzio andasse processionalmente a Corte. In tale occasione alcuni, della cui obbedienza il Re era sicuro, mostrarono per la prima volta segni di spirito disubbidiente. Si rese notevole fra tutti Carlo Seymour, secondo Pari secolare del Regno, e comunemente chiamato lʼorgoglioso Duca di Somerset. E certo egli era uomo, in cui lʼorgoglio della stirpe e del grado era quasi infermità di mente. Le sostanze da lui ereditate non erano pari allʼalto posto chʼegli teneva nellʼaristocrazia inglese; ma era diventato signore della più vasta possessione territoriale dʼInghilterra sposando la figlia ed erede dellʼultimo Percy, il quale portava lʼantica corona ducale di Northumberland. Somerset aveva soli venticinque anni, ed era poco noto al pubblico. Era Ciamberlano del Re, e colonnello di uno deʼ reggimenti levati a tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali. Non aveva avuto scrupolo di portare la Spada dello Stato nella Cappella reale, neʼ giorni di festa: ma adesso risolutamente ricusò di mischiarsi al corteggio che doveva festeggiare il Nunzio. Taluni di sua famiglia lo supplicarono a non tirarsi sul capo la collera del Re; ma i loro preghi furono vani. Il Re stesso si provò a rimproverarlo dicendo: «Io credeva, Milord, farvi un grande onore eleggendovi ad accompagnare il ministro della prima testa coronata del mondo.»—«Sire,» rispose il Duca «mi si assicura che io non possa obbedire a Vostra Maestà senza contraffare alla legge.»—«Farò che voi temiate me al pari della legge,» riprese insolentemente il Re: «non sapete che io sono superiore alla legge?»—«Vostra Maestà potrebbe essere superiore alla legge» rispose Somerset, «ma io non lo sono; e mentre obbedisco alla legge, non ho timore di nulla.» Il Re gli volse altamente irato le spalle, e tosto lo destituì dʼogni ufficio nella casa reale e nello esercito.[279]

Nondimeno in una cosa Giacomo usò alquanto di prudenza. Non si rischiò di esporre il Nunzio in solenne processione agli occhi della vasta popolazione di Londra. La ceremonia fu fatta il dì 3 luglio 1687, in Windsor. La gente accorse in folla a quella piccola città, tanto che mancarono i viveri e gli alloggi; e molte persone dʼalta condizione rimasero tutta la giornata nelle loro carrozze aspettando di vedere lo spettacolo. In fine, in sul tardi del pomeriggio, comparve il maresciallo del palazzo seguito daʼ suoi uomini a cavallo. Quindi veniva una lunga fila di volanti, e da ultimo in un cocchio di Corte procedeva Adda coperto dʼuna veste purpurea, con una croce che gli luccicava sul petto. Era seguito dalle carrozze deʼ principali cortigiani e ministri di Stato. Ed in questo corteo gli spettatori riconobbero con indignazione lʼarmi e le livree di Crewe vescovo di Durham, e di Cartwright Vescovo di Chester.[280]

III. Il dì susseguente leggevasi nella gazzetta un decreto che discioglieva il Parlamento, il quale di tutti i quindici Parlamenti convocati dagli Stuardi era stato il più ossequioso.[281]

Intanto nuove difficoltà sorgevano in Westminster Hall. Pochi mesi erano corsi da che erano stati destituiti alcuni giudici e sostituiti altri a fine dʼottenere una sentenza favorevole alla Corona nella causa di Sir Eduardo Hales; e già era necessario fare nuovi cangiamenti.

Il Re aveva appena formato quello esercito, con lʼaiuto del quale principalmente egli sperava di compire i propri disegni, allorchè si avvide di non poterlo tenere in freno. In tempo di guerra nel Regno un soldato ribelle o disertore poteva esser giudicato da un tribunale militare, e la sentenza eseguita dal Provosto Maresciallo. Ma adesso vʼera perfetta pace. Il diritto comune dʼInghilterra, originato in una età in cui ogni uomo portava le armi secondo le occorrenze, e giammai di continuo, non faceva distinzione, in tempo di pace, da un soldato ad un altro suddito qualunque; nè vʼera Atto alcuno somiglievole a quello, per virtù del quale lʼautorità necessaria al governo delle truppe regolari, annualmente si affida al Sovrano. Alcuni vecchi statuti, a dir vero, dichiaravano in certi casi speciali crimenlese la diserzione. Ma tali statuti erano applicabili solo ai soldati nellʼatto di prestare servizio al Re in guerra, e non potevansi senza aperta mala fede stiracchiare tanto da applicarli al caso di colui, il quale, in tempo di profonda quiete dentro e fuori lo Stato, sentendosi stanco di rimanere più oltre negli accampamenti di Hounslow facesse ritorno al suo villaggio nativo. Sembra che il Governo non avesse potestà di ritenere un tale uomo più di quella che non ne abbia un fornaio o un sartore sopra i suoi lavoranti. Il soldato e i suoi ufficiali agli occhi della legge erano in pari condizione. Sʼegli bestemmiava contro loro, era punito come reo di bestemmia; se gli batteva, era processato per offesa. Vero è che le milizie regolari avevano minor freno delle civiche. Perocchè queste erano un corpo istituito da un Atto parlamentare, il quale aveva provveduto che si potessero, per violazione di disciplina, infliggere sommariamente pene leggiere.

Non sembra che sotto il regno di Carlo II si fosse fatta molto sentire la inconvenevolezza pratica di siffatta condizione della legge. Ciò potrebbe forse spiegarsi dicendo che fino allʼultimo anno del suo regno, le forze chʼegli manteneva in Inghilterra, erano precipuamente composte di soldati appartenenti alla casa reale, la cui paga era tanta che la destituzione dal servizio sarebbe stata dalla più parte di loro considerata come una sciagura. Lo stipendio di un soldato comune nelle Guardie del Corpo era una provvisione degna del figlio minore dʼun gentiluomo. Anche le Guardie a piedi erano pagate quanto i manifattori in tempi prosperi, ed erano quindi in condizioni tali da essere invidiati dalla classe deʼ lavoranti. Il ritorno del presidio di Tangeri, e le leve deʼ nuovi reggimenti avevano apportata una seria riforma. Adesso erano in Inghilterra molte migliaia di soldati, ciascuno deʼ quali riceveva soli otto soldi di paga per giorno. Il timore dʼessere licenziati non era bastevole a tenerli dentro gli stretti confini del dovere: e le pene corporali non potevano legalmente dagli ufficiali essere inflitte. Giacomo aveva quindi due sole vie ad eleggere, o lasciare che la sua armata si disciogliesse da sè, o indurre i Giudici a dichiarare che la legge fosse ciò che ogni giureconsulto sapeva non essere.

A ciò fare importava segnatamente esser sicuro della cooperazione di due tribunali; la Corte del Banco del Re che era il primo tribunale criminale del Regno, e la Corte chiamata del _goal–delivery_, che sedeva in Old Bailey, ed aveva giurisdizione sopra i delitti commessi nella capitale. In ambedue queste Corti vʼerano grandi difficoltà. Herbert, Capo Giudice del Banco del Re, per quanto fino allora si fosse mostrato servile, non avrebbe osato di trascorrere più oltre. Più ostinata resistenza era da aspettarsi da Giovanni Holt, il quale, come _Recorder_ della città di Londra, occupava il banco in Old Bailey. Holt era uomo eminentemente dotto nella giurisprudenza, dotato di mente lucida, coraggioso ed onesto; e comecchè non fosse stato mai fazioso, le sue opinioni politiche sentivano di spirito Whig. Nulladimeno dinanzi alla volontà del Re disparvero tutti gli ostacoli. Ad Holt fu tolto lʼufficio. Herbert ed un altro giudice furono cacciati dal Banco del Re; e queʼ posti vacanti vennero dati ad uomini nei quali il Governo poteva pienamente confidare. E per vero dire, ei fu mestieri scendere a ciò che vi era di più basso nel ceto legale per trovare uomini pronti a rendere i servigi richiesti dal Re. La ignoranza del nuovo Capo Giudice Sir Roberto Wright passava in proverbio; e pure la ignoranza non era il peggiore deʼ suoi difetti. Era stato rovinato daʼ vizii, aveva ricorso a mezzi infami per far danari, ed una volta fece un falso _affidavit_, ovvero dichiarazione con giuramento, per guadagnare cinquecento sterline. Povero, dissoluto e svergognato, era divenuto uno deʼ parassiti di Jeffreys, che lo promosse nel medesimo tempo in cui lo caricava dʼinsulti. Tale era lʼuomo scelto da Giacomo a Lord Capo Giudice dʼInghilterra. Un certo Roberto Allibone, che era nelle leggi anche più ignorante di Wright, e come cattolico romano non poteva occupare impieghi, fu fatto secondo giudice del Banco del Re. Sir Bartolommeo Shower, ugualmente noto come Tory servile ed oratore noioso, fu nominato _Recorder_ di Londra. Dopo tali variazioni, a parecchi disertori fu fatto il processo. Vennero dichiarati rei a dispetto della lettera e dello spirito della legge. Alcuni furono condannati a morte nel Banco del Re, altri in Old Bailey. Vennero impiccati al cospetto deʼ reggimenti ai quali appartenevano; e sʼebbe cura che la esecuzione della sentenza fosse annunziata nella gazzetta di Londra, la quale di rado dava notizia di siffatti eventi.[282]

IV. Era da credersi che la legge, violata con tanta impudenza da Corti la cui autorità derivava interamente da quella, e che avevano costume di toglierla a guida neʼ loro giudizii, sarebbe poco rispettata da un tribunale istituito da un capriccio tirannico. La nuova Alta Commissione nei primi mesi della sua esistenza aveva semplicemente inibito ad alcuni chierici lo esercizio delle loro funzioni spirituali; essa non aveva attentato ai diritti di proprietà. Ma sul principio del 1687, eʼ fu deliberato di colpire cotesti diritti, e di porre in mente ad ogni prete e prelato anglicano la convinzione, che, ricusando di aiutare il Governo a distruggere la Chiesa di cui egli era ministro, verrebbe in un attimo ridotto alla miseria.

Sarebbe stata prudenza farne la prima prova sopra qualche oscuro individuo. Ma era tanta la cecità del Governo, che in una età più credula si sarebbe chiamata fatalità. A un tratto dunque fu dichiarata la guerra alle due più venerabili corporazioni del reame, voglio dire alle Università dʼOxford, e di Cambridge.