Storia d'Inghilterra, vol 2

Part 20

Chapter 203,533 wordsPublic domain

La parte deʼ Dissidenti favorevoli alla nuova politica del Re, se in prima era poco numerosa, tosto cominciò a scemare; imperciocchè i Non–Conformisti non guari dopo sʼaccôrsero che la Indulgenza aveva ristretto più presto che esteso i loro privilegi spirituali. La precipua caratteristica del Puritano era lo abborrimento deʼ riti della Chiesa di Roma. Egli aveva abbandonata la Chiesa Anglicana, perocchè stimava chʼessa somigliasse molto alla sua superba e voluttuosa sorella, la maliarda dalla coppa dʼoro e dal manto di porpora. Adesso vedeva che una delle condizioni implicite di quella colleganza, da parecchi deʼ suoi pastori fatta con la Corte, era che la religione della Corte dovesse essere trattata con rispetto e dolcezza. Sentì quindi amaro desio deʼ giorni della persecuzione. Mentre erano in vigore le leggi penali, egli aveva ascoltata la parola di vita furtivamente e con suo pericolo: ma tuttavia lʼaveva ascoltata. Quando i confratelli ragunavansi nella più secreta stanza, quando le scolte erano ai posti loro, le porte ben chiuse, e il predicatore, travestito da macellaio o da vetturino, sʼera introdotto su peʼ tetti, allora almeno poteva adorare Dio secondo il vero culto. La verità divina non era minimamente taciuta o timidamente espressa per umani riguardi. Tutte le dottrine distintive della teologia puritana erano pienamente, e perfino con modi rozzi, significate. Alla Chiesa di Roma non usavasi punto indulgenza. La Bestia, lo Anticristo, lʼUomo del Peccato, la mistica Jezabelle, la mistica Babilonia, erano le frasi ordinariamente adoperate a descrivere quella augusta e incantevole superstizione. In siffatto modo avevano favellato un tempo Alsop, Lobb, Rosewell ed altri ministri, i quali erano stati poco innanzi accolti nella reggia; ma così più non favellavano. Teologi che avevano in animo di conseguire la grazia e la fiducia del Re, non potevano rischiarsi a parlare aspramente della religione del Re. Le congregazioni per ciò altamente, dolevansi, che dopo promulgata la Dichiarazione che pretendeva dar loro piena libertà di coscienza, non avevano mai più udito predicare fedelmente e con franchezza il Vangelo. Per lo innanzi erano stati costretti a procacciarsi di furto il cibo spirituale; ma avutolo, lo trovavano condito a seconda del gusto loro. Adesso potevano liberamente cibarsi; ma quel cibo aveva perduto tutto il suo sapore. Adunavansi di giorno e dentro comodi edifici; ma udivano discorsi meno soddisfacenti di quelli che avrebbero udito daʼ rettori anglicani. Nella chiesa parrocchiale il culto e la idolatria di Roma venivano ogni domenica energicamente riprovati; ma nella sala dellʼadunanza, il pastore che pochi mesi prima aveva vituperato il clero anglicano quasi al pari deʼ papisti, adesso con gran cura astenevasi dal biasimare il papismo, o esprimeva quel biasimo con parole sì delicate, da non offendere nè anche le orecchie di Padre Petre. Nè era possibile addurre ragione plausibile a giustificare siffatto mutamento. Le dottrine cattoliche romane non avevano patita la minima variazione. A memoria dʼuomo vivente, i preti cattolici romani non erano stati mai cotanto operosi a fare proseliti; non erano mai usciti daʼ torchi tanti scritti cattolici romani; tutti coloro, ai quali importavano le cose di religione, non avevano mai con tanto calore atteso al conflitto tra i Cattolici Romani e i Presbiteriani. Che poteva pensarsi della sincerità di teologi i quali non sʼerano mai stanchi di irridere al papismo, quando esso era comparativamente innocuo e privo di soccorso, e che adesso, giunto il tempo di vero pericolo per la fede riformata, schivavano studiosamente di profferire una sola parola offensiva contro un Gesuita? La loro condotta di leggeri spiegavasi. Era noto che parecchi di loro avevano ottenuto il perdono. Sospettavasi che altri avessero ricevuto danari. Il loro modello poteva trovarsi in quel debole apostolo, il quale, vinto dalla paura, rinnegò il Maestro, cui aveva pur dianzi giurato immutabile affetto; e in quellʼaltro apostolo più vigliacco, che vendè il proprio Signore per un pugno di monete.[258]

In cotal modo i ministri Dissenzienti i quali sʼerano dati alla Corte, andavano rapidamente perdendo lʼautorità da essi un dì esercitata sopra i loro confratelli. Dallʼaltra banda, i settari sentivansi tratti da un forte sentimento religioso verso queʼ prelati e preti della Chiesa Anglicana, i quali, in onta aʼ comandamenti, alle minacce, alle promesse del Re, facevano ostinata guerra alla Chiesa di Roma. Gli Anglicani e i Puritani, sì lungamente divisi da nimistà mortale, si venivano sempre più ravvicinando, ed ogni passo che facevano verso lʼunione, accresceva la influenza di colui che era capo dʼentrambi. Guglielmo, per ogni rispetto, era lʼuomo adatto a fare la parte di mediatore tra questi due grandi partiti della nazione inglese. Non poteva dirsi aderente nè allʼuno nè allʼaltro. Nondimeno, nessuno di quelli, non traviando dalla ragione, poteva non considerarlo come amico. Il suo sistema teologico concordava con quello deʼ Puritani. Nel tempo stesso, ei reputava lo episcopato, non quale istituzione divina, ma qual forma veramente legale ed utile di Governo ecclesiastico. Le questioni di gesti, di vestimenti, di feste, di liturgie, egli considerava come di nessuna importanza. Avrebbe meglio gradito un culto più semplice, e simile a quello al quale fin da fanciullo egli era assuefatto. Ma era apparecchiato ad uniformarsi a qualunque rituale fosse stato accetto alla nazione; e solo insisteva che altri non pretendesse dovere egli perseguitare i suoi confratelli protestanti aʼ quali la coscienza non consentiva di seguire lo esempio di lui. Due anni innanzi, i numerosi bacchettoni di ambe le sètte lo avrebbero giudicato un pretto Laodiceo, nè caldo nè freddo, e solo degno dʼessere respinto. Ma lo zelo che aveva già infiammato gli Anglicani contro i Dissenzienti, e i Dissenzienti contro gli Anglicani, sʼera talmente mitigato nella avversità e nel pericolo comuni, che la tiepidezza, un tempo attribuita a Guglielmo come un delitto, oggimai veniva annoverata fra le precipue virtù sue.

XXXVII. Tutti erano ansiosi di sapere ciò che egli pensasse intorno alla Dichiarazione dʼIndulgenza. Per qualche tempo, in Whitehall speravasi che, pel suo ben noto rispetto verso i diritti della coscienza, egli si sarebbe almeno astenuto dal disapprovare pubblicamente una politica che aveva una speciosa apparenza di liberalità. Penn spedì in gran copia disquisizioni allʼAja, e perfino ci andò da sè, sperando nessuno resisterebbe alla sua eloquenza, della quale egli aveva alto concetto. Ma, comunque arringasse intorno al subietto con una facondia tale da stancare i suoi uditori, e comecchè assicurasse dʼessergli stato rivelato da un uomo al quale era concesso di conversare con gli angioli, lo approssimarsi di una età dʼoro per la libertà religiosa, non fece la menoma impressione sopra lʼanimo del principe.[259] «Voi mi chiedete» disse Guglielmo ad uno degli agenti del Re «di secondare una guerra contro la mia propria religione. Io non posso con sicurtà di coscienza farlo, e nol farò, no, nè anche per la Corona dʼInghilterra, nè per lo impero del mondo.» Tali parole vennero ridette al Re, e grandemente lo perturbarono.[260] Scrisse di propria mano urgentissime lettere. Talvolta usò il tono dʼun uomo offeso. Egli era il capo della famiglia reale, e come tale aveva diritto dʼesigere obbedienza daʼ membri di quella; e gli tornava duro vedersi avversato nella cosa che gli stava più a cuore. Altra volta, adoperando una seduzione, alla quale credevano Guglielmo non potere resistere, gli fu fatto sapere, che ove egli cedesse in cotesto solo punto, il Governo inglese in ricompensa lo avrebbe con tutte le sue forze aiutato nella lotta contro la Francia. Ma non era uomo da lasciarsi cogliere alla rete. Bene sapeva che Giacomo, senza il concorso del Parlamento, non avrebbe in guisa alcuna potuto rendere efficaci servigi alla causa comune a tutta lʼEuropa; e non era dubbio, che ove venisse ragunato il Parlamento, ambedue le Camere avrebbero, prima dʼogni altra cosa, chiesta lʼabrogazione della Indulgenza.

La Principessa assenti a tutto ciò che le fu detto dal marito. I loro concordi pareri, espressi con parole ferme, ma temperate, furono comunicati al Re. Dichiaravano, profondamente rincrescere loro il cammino nel quale la Maestà Sua erasi messa: esser convinti, aver egli usurpata una prerogativa che per legge non gli apparteneva: contro siffatta usurpazione protestare, non solo come amici alla libertà civile, ma come membri della regale famiglia, i quali avevano grande interesse a mantenere i diritti di quella Corona che un giorno essi avrebbero forse portato; imperocchè erasi per esperienza veduto, come in Inghilterra il governo dispotico non potesse mancare di far nascere una reazione più perniciosa dello stesso dispotismo; e poteva ragionevolmente temersi, che la nazione impaurita ed esacerbata dalla minaccia della tirannide, potrebbe prendere a schifo anco la monarchia costituzionale. E però consigliavano il Re di governare il paese secondo lo leggi. Ammettevano, la legge potersi variare in meglio dalla autorità competente, e alcuni articoli della Dichiarazione meritare dʼessere formulati in un Atto di Parlamento. Aggiungevano, chʼessi non erano persecutori, e avrebbero quindi con satisfazione veduto i Protestanti Dissenzienti alleggiati, ma con modo convenevole, da tutti gli statuti penali: avrebbero, con pari satisfazione, veduto ammetterli, ma con modo egualmente convenevole, agli uffici civili. Quivi era dʼuopo alle Altezze Loro fermarsi; imperciocchè non potevano non temere grandemente, che se i Cattolici Romani venissero dichiarati capaci ad occupare impieghi di pubblica fiducia, gravissimi mali ne nascerebbero; e lasciavano senza ambiguità intendere, che tali timori originavano precipuamente dalla condotta di Giacomo.[261]

XXXVIII. La opinione manifestata dal Principe e dalla Principessa intorno alle incapacità che gravavano i Cattolici Romani, era quella di quasi tutti gli uomini di Stato e i filosofi che allora erano zelanti della libertà politica e religiosa. Nella età nostra, allʼincontro, gli uomini illuminati hanno soventi volte con rincrescimento asserito, che in cotesto subietto Guglielmo sembra minore, ove si agguagli al suo suocero. Vero è che alcune considerazioni necessarie a rettamente giudicare, sono sfuggite alla mente di molti scrittori del secolo decimonono.

Vi sono due opposti errori, in cui coloro che studiano gli annali della patria nostra, continuamente pericolano di cadere: lo errore di giudicare il presente per mezzo del passato; e lo errore di giudicare il passato per mezzo del presente. Il primo appartiene alle menti inchinevoli a venerare ciò che è vecchio: il secondo alle menti corrive ad ammirare ciò che è nuovo. Lʼuno può sempre osservarsi neʼ ragionamenti deʼ politici conservatori intorno alle questioni deʼ loro tempi; lʼaltro, nelle speculazioni degli scrittori della scuola liberale sempre che discutono intorno ai fatti dʼun età trascorsa. Quello è più pernicioso in un uomo di Stato; questo in uno storico.

Non è agevole a chi, neʼ tempi nostri, imprende a trattare della rivoluzione che detronizzò gli Stuardi, tenersi fermamente per lo diritto mezzo fra cotesti due estremi. La questione se i membri della Chiesa Cattolica Romana potevano senza pericolo ammettersi al Parlamento e agli uffici, perturbò la patria nostra, regnante Giacomo II; quietò alla caduta di lui; e dopo dʼessere rimasta sopita per più dʼun secolo, fu ridestata da quel grande concitamento dello spirito umano, dopo il ragunarsi della Assemblea Nazionale in Francia. Pel corso di trenta anni, la contesa progredì in ambedue le Camere del Parlamento, in ogni collegio elettorale, in ogni cerchio sociale. Distrusse ministeri, sgominò partiti; in una parte dello Impero rese impossibile ogni specie di Governo; e in fine ci condusse allʼorlo dʼuna guerra civile. Anche terminata la lotta, le passioni che ne erano nate, continuarono ad infuriare. Era pressochè impossibile a chiunque avesse la mente dominata da cotali passioni, il vedere nella loro vera luce gli eventi degli anni 1687 e 1688.

Parecchi uomini politici, muovendo da questa retta sentenza, che la Rivoluzione è stata un gran bene alla patria nostra, giunsero alla falsa conclusione, che non si poteva senza pericolo abolire nessuno Atto di Prova, cui gli uomini di Stato della Rivoluzione avevano creduto necessario dʼimporre, a fine di proteggere la religione e la libertà nostra. Altri, muovendo dalla retta sentenza, che le incapacità imposte ai Cattolici Romani non avevano prodotto altro che danno, giunsero alla falsa conclusione, che in nessun tempo le predette incapacità furono mai necessarie. Il primo errore serpeva per entro alle orazioni dellʼacuto e dotto Eldon; il secondo influì anche sopra un intelletto grave e filosofico, qual era quello di Mackintosh.

Nonostante, esaminando bene la cosa, si vedrà forse che noi possiamo difendere la condotta che era unanimemente approvata da tutti gli statisti inglesi del secolo decimosettimo, senza porre in questione la saviezza della condotta unanimemente approvata da tutti glʼinglesi statisti del tempo nostro.

Senza dubbio, egli è un male che alcun cittadino sia escluso dagli uffici civili a cagione delle sue opinioni religiose; ma talvolta alla umana saggezza altro non rimane che lo scegliere fra diversi mali. Può una nazione trovarsi in tale situazione, che la maggioranza debba o imporre incapacità o sottoporvisi; e ciò che in condizioni ordinarie può giustamente biasimarsi come persecuzione, possa essere considerato come retto mezzo di difesa: e siffatta, nellʼanno 1687, era la situazione dellʼInghilterra.

Secondo la Costituzione del Regno, Giacomo aveva potestà di nominare quasi tutti i pubblici ufficiali; politici, giudiciali, ecclesiastici, militari e marittimi. Nello esercizio di tale potestà egli non era, al pari deʼ Sovrani deʼ giorni nostri, costretto ad agire secondo il consiglio deʼ ministri approvati dalla Camera deʼ Comuni. Era quindi evidente, che, a meno chʼegli non fosse strettamente obbligato per legge a non concedere uffici ad altri che ai Protestanti, starebbe in lui di non concederli ad altri che ai Cattolici Romani. I Cattolici Romani erano pochi di numero, e fra loro non vʼera un solo uomo deʼ cui servigi la cosa pubblica non potesse fare a meno. La proporzione in che essi stavano verso la popolazione dellʼInghilterra, era assai minore di quel che sia nei giorni nostri. Imperciocchè, adesso, dalla Irlanda lʼonda della emigrazione di continuo si versa sulle nostre grandi città; ma nel secolo decimosettimo non era in Londra nè anche una colonia irlandese. Quarantanove cinquantesimi degli abitanti del reame, quarantanove cinquantesimi dei possidenti del reame, pressochè tutti gli uomini abili, esperti e dotti nella politica, nella giurisprudenza, nellʼarte militare, erano Protestanti. Nondimeno, il Re, stranamente acciecato, sʼera fitto in capo di servirsi della sua potestà di conferire glʼimpieghi, come di un mezzo a fare proseliti. Appartenere alla Chiesa di lui, era agli occhi suoi il primo di tutti i requisiti ad ottenere un ufficio. Appartenere alla Chiesa dello Stato, era una positiva incapacità. Biasimava, egli è vero, con parole, cui hanno fatto plauso alcuni creduli amici della libertà religiosa, la mostruosa ingiustizia di quellʼAtto di Prova, che escludeva una piccola minoranza della nazione daʼ pubblici impieghi; ma nel tempo stesso studiavasi dʼimporre un Atto di Prova che escludesse la maggioranza. Gli pareva ingiusto che un uomo il quale fosse buon finanziere e suddito leale, dovesse essere escluso dallʼufficio di Lord Tesoriere solamente perchè era papista. Ma egli stesso aveva cacciato via un Lord Tesoriere, da lui tenuto per buon finanziere e leale suddito, solamente perchè era Protestante. Aveva più volte e chiaramente detto, che non avrebbe mai posto il bianco bastone nelle mani dʼun eretico. Quanto agli altri grandi uffici dello Stato, aveva tenuto la medesima condotta. Già il Lord Presidente, il Lord del Sigillo Privato, il Lord Ciamberlano, il Lord detto _Groom of the Stole_, il primo Lord del Tesoro, un Segretario di Stato, il Lord Alto Commissario di Scozia, il Cancelliere e il Segretario di Scozia, erano, o facevano mostra dʼessere, Cattolici Romani. Molti di costoro nati nella Chiesa Anglicana, sʼerano resi colpevoli dʼapostasia pubblica o segreta, onde ottenere i loro alti uffici, o mantenervisi. Tutti i Protestanti che seguitavano a rimanere in alcuni impieghi dʼimportanza, di continuo temevano dʼessere destituiti. Non finirei mai se volessi notare gli altri impieghi occupati dai Cattolici Romani, i quali già brulicavano in ogni dipartimento del pubblico servizio. Essi erano Lordi Luogotenenti, Deputati Luogotenenti, Magistrati, Giudici di Pace, Commissari delle Dogane, Legati presso le Corti straniere, Colonnelli di Reggimento, Governatori di fortezze. La proporzione degli emolumenti che la Corona aveva potestà di concedere e che i Cattolici avevano in pochi mesi ottenuti, era dieci volte maggiore di quel che sarebbe stata sotto un governo imparziale. E vʼera anche peggio. Ad essi fu data potestà di governare la Chiesa Anglicana. Uomini che avevano assicurato al Re di professare la religione di lui, sedevano nellʼAlta Commissione, ed esercitavano giurisdizione suprema nelle cose spirituali sopra tutti i prelati e i preti della Religione dello Stato. Beneficii ecclesiastici di grande dignità erano, stati impartiti ad uomini che o professavano apertamente il papismo, o lo professavano di furto. E tutto ciò compivasi mentre le leggi contro il papismo non erano per anche abrogate, e mentre Giacomo aveva non poco interesse a simulare rispetto ai diritti della coscienza. Quale, dunque, sarebbe verosimilmente stata la sua condotta, se i suoi sudditi avessero consentito con un Atto legislativo a liberarlo anco dallʼombra della restrizione? È egli possibile dubitare, che facendo uso strettamente legale della prerogativa, i Protestanti sarebbero stati esclusi dagli uffici, come lo fossero mai stati i Cattolici Romani per virtù dʼAtto Parlamentare?

Con quanta ostinazione Giacomo fosse deliberato a compartire ai suoi correligionari gli emolumenti dello Stato fuori dʼogni proporzione col numero e con lʼimportanza loro, si raccoglie dalle istruzioni chʼegli, esule e vecchio, scrisse per ammaestramento di suo figlio. Non è possibile senza un sentimento di pietà e di scherno leggere quelle espansioni dʼuna mente alla quale tutti gli ammonimenti della esperienza e dellʼavversità erano tornati vani. Ivi il Pretendente è avvertito, ove ascendesse mai sul trono dʼInghilterra, a partire gli uffici, e conferirne ai membri della Chiesa di Roma tanta parte, quanta sarebbe loro bastata se invece dʼessere la cinquantesima parte della nazione, ne fossero stati la metà. Un Segretario di Stato, un Commissario del Tesoro, un Segretario di Guerra, il maggior numero deʼ grandi dignitari della Casa Reale, il maggior numero degli ufficiali dellʼesercito, debbono sempre essere Cattolici. Tali erano glʼintendimenti di Giacomo dopo che la sua perversa bacchettoneria gli aveva chiamato sul capo una punizione la quale aveva spaventato il mondo intero. È egli, quindi, possibile dubitare quale sarebbe stata la sua condotta se il suo popolo, tratto in inganno dal vuoto nome di libertà religiosa, lo avesse lasciato senza freno procedere per la sua via?

Eʼ sembra che anco Penn, per quanto intemperante e dissennato fosse il suo zelo per la dichiarazione, sentisse come la parzialità onde gli onori e gli emolumenti erano prodigati ai Cattolici Romani, poteva ragionevolmente destare gelosia nella nazione. Ei confessava, che, abrogando lʼAtto di Prova, i Protestanti avrebbero diritto ad un compenso, o, come egli diceva, equivalente; e giunse fino a indicare varie specie di compensi. Per parecchi giorni la parola _equivalente_, dalla Francia pur allora passata in Inghilterra, sʼudiva sulle labbra di tutti gli oratori delle botteghe di caffè: se non che poche pagine, condite di acuta logica e delicato sarcasmo, scritte da Halifax, posero fine a queʼ futili disegni. Una delle proposte di Penn era di fare una legge la quale dividesse in tre parti uguali glʼimpieghi che la Corona aveva potestà di concedere, e desse una di queste tre parti ai membri della Chiesa di Roma. Ed anche con siffatto ordinamento, i membri della Chiesa di Roma avrebbero ottenuto gli uffici in proporzione quasi venti volte maggiore di quel che sarebbe stato giusto; e nondimeno, non abbiamo ragione a credere che il Re volesse consentire a cotale ordinamento. Ma ove avesse consentito, quale guarentigia avrebbe egli offerto di mantenere il patto? Il dilemma proposto da Halifax non ammetteva risposta. Se le leggi vi legano, osservate quella che esiste; se non vi legano, è inutile farne una nuova.[262]

È chiaro, adunque, che la questione non era di vedere se gli uffici secolari dovessero essere accessibili aglʼindividui di tutte le sètte. Finchè Giacomo rimaneva sul trono, era inevitabile la esclusione; e si trattava di sapere quali dovevano rimanere esclusi, i Papisti o i Protestanti, i pochi o i molti, centomila inglesi o cinque milioni.

Cotali sono i gravi argomenti pei quali la condotta del Principe dʼOrange verso i Cattolici Romani dʼInghilterra si può conciliare coʼ principii della libertà religiosa. Questi argomenti, come potrebbe notarsi, non hanno relazione alcuna con la teologia cattolica romana. Potrebbe anche notarsi, che essi tornarono vani dopo che la Corona si fu rafferma in una dinastia di sovrani protestanti, e dopo che la Camera deʼ Comuni nello Stato ebbe acquistata tanta preponderanza, che nessun sovrano, siano qualunque si vogliano supporre le sue opinioni o le sue tendenze, avrebbe potuto imitare lo esempio di Giacomo. La nazione, non per tanto, dopo i terrori, le lotte, i pericoli suoi, rimase piena dʼumori sospettosi e vendicativi. E però queʼ mezzi di difesa, un tempo dalla necessità giustificati, e dalla sola necessità giustificabili, furono ostinatamente adoperati anco dopo che non furono più necessari, e non furono messi da banda finchè il volgare pregiudizio mantenne un conflitto di molti anni contro la nazione. Ma neʼ tempi di Giacomo la nazione e il pregiudizio volgare stavano insieme congiunti. I fanatici ed ignoranti volevano escludere dagli uffici il Cattolico Romano perchè adorava glʼidoli di legno e di pietra; perchè era segnato del segno della bestia, aveva arsa Londra, strangolato sir Edmondsbury Godfrey; e il più savio e tollerante politico, mentre sorrideva aglʼinganni che traviavano la plebe, riusciva, per diverso cammino, alla stessa conclusione.

Il gran pensiero di Guglielmo oramai era quello di congiungere in un solo corpo le numerose parti del popolo, le quali lo consideravano come loro capo comune. A compire cotesta opera fu aiutato da alcuni abili e fidi uomini, fraʼ quali gli furono di singolare utilità Burnet e Dykvelt.