Part 18
Mosso da tali considerazioni, Giacomo, dal tempo in cui si divise di mal umore dal suo Parlamento, cominciò a meditare una lega generale di tutti i non–conformisti, cattolici e protestanti, contro la religione dello Stato. Fino dal Natale del 1685, gli agenti delle Provincie Unite scrivevano al loro Governo, essersi deliberato di concedere, e pubblicare tra breve una tolleranza generale.[232] Si vide col fatto che tale annunzio era prematuro. Eʼ sembra nondimeno, che i separatisti fossero trattati con più mitezza nel 1686, che nellʼanno precedente. Ma solo a poco a poco, e dopo lunga tenzone con le proprie inclinazioni, il Re potè indursi a formare colleganza con coloro chʼegli sopra tutti aborriva. Doveva vincere un odio non lieve o capriccioso, non nato e cresciuto pur allora, ma, ereditario nella sua famiglia, rinvigorito da gravissimi torti inflitti e sofferti pel corso di cento venti anni di vicende, e immedesimato a tutti i suoi sentimenti religiosi, politici, domestici e personali. Quattro generazioni di Stuardi avevano mosso guerra mortale a quattro generazioni di Puritani; e per tutta quella lunga guerra non vʼera stato nessuno fra gli Stuardi che al pari di lui odiasse i Puritani, e fosse da loro odiato. Eransi provati a disonorarlo, e ad escluderlo dal trono; lo avevano chiamato incendiario, scannatore, avvelenatore; lo avevano cacciato dallo Ammiragliato e dal Consiglio; lo avevano più volte bandito; avevano congiurato ad assassinarlo; gli erano a migliaia insorti contro impugnando le armi. Ei se ne era vendicato con una strage non mai fino allora veduta in Inghilterra. I loro capi e le loro squartate membra stavansi tuttavia fitti sulle pertiche a imputridire in tutte le piazze delle Contee di Somerset e di Dorset. Donne venerande per età e tenute in grande onoranza per religione e carità daʼ settarii, erano state decapitate e bruciate vive per falli sì lievi, che nessun buon principe avrebbe giudicate meritevoli nè anche dʼuna severa riprensione. Tali erano state, anco in Inghilterra, le relazioni tra il Re e i Puritani; e in Iscozia, la tirannia del Re e il furore deʼ Puritani erano tali, che nessuno Inglese gli avrebbe potuti concepire. Porre in oblio una nimistà così lunga e mortale non era lieve impresa per un cuore singolarmente duro e implacabile qual era quello di Giacomo.
La tenzone che travagliava lʼanimo del Re, non isfuggì allʼocchio di Barillon. Alla fine di gennaio 1687, egli spedì a Versailles una lettera notevolissima. Il Re—tale era la sostanza di cotesto documento—era quasi convinto di non potere ottenere piena libertà a pro deʼ Cattolici Romani, e a un tempo mantenere le leggi contro i Protestanti Dissenzienti. Per la qual cosa, inclinava al partito di concedere una indulgenza generale; ma in cuor suo amerebbe meglio di potere anche adesso dividere la sua protezione e il suo favore tra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra, escludendone tutte le altre sètte religiose.[233]
XXIII. Pochissimi giorni dopo che fu scritto cotale dispaccio, Giacomo, esitando e di poco buona grazia, fece i primi passi a negoziare coi Puritani. Aveva fatto pensiero di cominciare dalla Scozia, dove la sua potestà di dispensare era stata riconosciuta dagli Stati verso lui ossequenti. Il dì 12 febbraio, quindi, fu pubblicata in Edimburgo una ordinanza ad alleggiare le coscienze scrupolose,[234] la quale prova come fosse esatto il giudicio di Barillon. Fino nello stesso atto di fare concessioni ai Presbiteriani, Giacomo non poteva nascondere il disgusto che sentiva per essi. I Cattolici ebbero piena tolleranza. I Quacqueri ebbero poca ragione di dolersi. Ma la indulgenza concessa ai Presbiteriani, che formavano la maggioranza del popolo scozzese, fu inceppata da condizioni tali, da renderla pressochè inutile. Al vecchio Atto di Prova, il quale escludeva egualmente i Cattolici e i Presbiteriani dagli uffici, fu sostituito un nuovo Atto di Prova che ammetteva i Cattolici, ma escludeva la maggior parte deʼ Presbiteriani. Ai Cattolici era lecito edificare cappelle, e anche portare lʼOstia processionalmente in ogni luogo, tranne nelle strade maestre deʼ borghi reali; ai Quacqueri era lecito di ragunarsi neʼ pubblici edifici: ma ai Presbiteriani fu inibito di adorare Dio altrove che nelle private abitazioni; non dovevano osare di erigere edifici per ragunarvisi; non potevano servirsi nè anche di una loggia o di un granaio per gli esercizi religiosi; e fu loro distintamente notificato, che ove avessero ardimento di tenere conventicole allʼaria aperta, la legge che puniva di morte i predicatori e gli uditori, verrebbe eseguita senza misericordia. Qualunque prete cattolico poteva dir Messa; qualunque Quacquero poteva arringare innanzi ai suoi confratelli: ma il Consiglio Privato ebbe comandamento di impedire che nessun ministro presbiteriano predicasse, senza speciale licenza del Governo. Ogni parola di cotesto Atto e delle lettere onde fu accompagnato, mostra quanto costasse al Re di mitigare minimamente il rigore col quale egli aveva sempre trattato i vecchi nemici della sua famiglia.[235]
XXIV. Veramente, abbiamo ragione di credere, che allorquando egli pubblicò cotesta ordinanza, non era pienamente risoluto di far lega coi Puritani, e che il suo scopo era solo di concedere loro tanto favore che bastasse ad atterrire i credenti della Chiesa Anglicana e indurli a cedere. Onde egli aspettò per un mese a fine di vedere lo effetto che produrrebbe in Inghilterra lʼeditto promulgato in Edimburgo. Quel mese fu da lui impiegato assiduamente, giusta il consiglio di Petre, in ciò che chiamavasi ingabinettare. Londra era molto affollata di gente. Aspettavasi dʼora in ora la riapertura delle Camere pel disbrigo degli affari, e molti deʼ membri erano in città. Il Re si pose a indagare lʼanimo di ciascuno partitamente. Lusingavasi che i Tory zelanti—e di siffatti uomini, tranne pochissimi, era composta la Camera deʼ Comuni—avrebbero difficoltà a resistere alle calde dimande, fatte loro non in comune, ma separatamente a ciascuno, non dal trono, ma nella familiarità della conversazione. I rappresentanti, perciò, i quali recavansi a Whitehall per rendere riverenza al sovrano, erano tratti in disparte, e ricevevano lʼonore di lunghi colloqui. Il Re li pregava, a nome della lealtà loro, a compiacerlo nella sola cosa che gli stesse a cuore. Diceva andarci dellʼonor suo; le leggi fatte sotto il suo predecessore da Parlamenti faziosi contro i Cattolici Romani, avere avuto di mira lui solo; tali leggi avergli inflitta una macchia, averlo espulso dallʼAmmiragliato e dal Consiglio Privato; avere egli diritto che tutti coloro dai quali era amato e riverito, dovessero cooperare ad abrogare quelle leggi. Come si accôrse che i rappresentanti rimanevano duri alle sue esortazioni, si mise ad intimidirli e a corromperli. A coloro che ricusarono di cedere alle sue voglie, fu a chiare note detto, che non dovevano aspettarsi il più lieve segno della grazia sovrana. Per quanto ei fosse spilorcio, aperse e profuse i suoi tesori. Parecchi di coloro, chʼerano stati invitati a conferire con lui, uscirono dalle regie stanze con le mani piene dʼoro dato dal Re stesso.
XXV. I Giudici, che a quel tempo facevano il giro ufficiale di primavera, ebbero ordine di vedere quei rappresentanti che rimanevano in provincia, e investigare i loro intendimenti. Il risultamento di tali investigazioni fu, che la grande maggioranza della Camera deʼ Comuni era risolutamente decisa ad opporsi alle misure della Corte.[236] Fra coloro la cui fermezza destò universale ammirazione, si rese notevole Arturo Herbert, fratello del Capo Giudice, rappresentante di Dover, Maestro Guardaroba e Contrammiraglio dʼInghilterra. Arturo Herbert era molto amato daʼ marinai, ed aveva voce dʼessere uno deʼ migliori ufficiali appartenenti al ceto aristocratico. Supponevasi comunemente chʼegli avrebbe di leggeri aderito alle voglie del Re, imperciocchè era non curante della religione, amante di godere e di spendere; non aveva patrimonio; i suoi impieghi gli fruttavano quattromila lire sterline lʼanno; ed era da lungo tempo annoverato tra i più fidi partigiani di Giacomo. Non per tanto, allorchè il Contrammiraglio fu condotto alle secrete stanze del suo signore e gli fu richiesta la promessa di votare contro la revoca dellʼAtto di Prova, rispose che lʼonore e la coscienza non gli consentivano di farlo. «Nessuno dubita dellʼonor vostro,» disse il Re «ma un uomo che conduce la vita come voi, non dovrebbe parlare di coscienza.» A questo rimprovero, che usciva con cattiva grazia dalle labbra del drudo di Caterina Sedley, Herbert animosamente rispose: «Io ho i miei difetti, o Sire; ma potrei nominare taluni i quali parlano di coscienza assai più di quel che io ho costume di fare, e intanto menano una vita sciolta come la mia.» Fu destituito da tutti i suoi impieghi; e i suoi conti dʼentrata e uscita come Maestro Guardaroba, furono sindacati con grande, e—come egli se ne dolse—ingiusta severità.[237]
Oggimai vedevasi chiaramente, che era mestieri abbandonare la speranza dʼuna lega tra la Chiesa dʼInghilterra e quella di Roma a fine di partire tra esse gli uffici e gli emolumenti. Nullʼaltro rimaneva, che tentare una coalizione tra la Chiesa di Roma e le sètte puritane contro la Chiesa Anglicana.
XXVI. Il diciottesimo giorno di marzo, il Re annunziò al Consiglio Privato il pensiero di prorogare il Parlamento sino alla fine di novembre, e concedere, di propria autorità, a tutti i suoi sudditi piena libertà di coscienza.[238] Il di quarto dʼaprile, fu promulgata la memorabile Dichiarazione dʼIndulgenza.
In questa Dichiarazione, il Re significava essere suo desiderio di vedere il suo popolo rientrare in grembo di quella Chiesa alla quale egli apparteneva. Ma poichè ciò non poteva conseguirsi, annunziava chʼera suo intendimento proteggere ciascuno nel pieno esercizio della propria religione. Ripeteva tutte quelle frasi che otto anni innanzi, quando anchʼegli pativa oppressione, sʼudivano di continuo sulle sue labbra, ma che aveva cessato dʼusare fino dal giorno in cui, per un volgere di fortuna, era venuto in condizione di farsi oppressore. Diceva, essere da lungo tempo convinto, che la coscienza non doveva forzarsi; che la persecuzione tornava nociva allo incremento della popolazione e del commercio, e non conduceva mai al fine vagheggiato dal persecutore. Ripeteva la promessa, già più volte fatta e più volte violata, di volere proteggere la Chiesa dello Stato nel godimento deʼ suoi diritti. Procedeva quindi ad annullare, di propria autorità, una lunga serie di Statuti. Sospendeva tutte le leggi penali contro tutte le classi deʼ non–conformisti. Autorizzava i Cattolici Romani e i Protestanti Dissenzienti a esercitare pubblicamente il loro culto. Inibiva aʼ suoi sudditi—pena la collera sovrana—di molestare alcuna religiosa assemblea. Abrogava parimente quegli Atti che imponevano la prova religiosa come requisito ad occupare gli uffici civili e militari.[239]
Che la Dichiarazione dʼIndulgenza fosse atto incostituzionale, è cosa, intorno alla quale entrambi i grandi partiti inglesi hanno sempre pienamente concordato. Chiunque sia capace di ragionare sopra una questione politica, deve intendere che un monarca competente ad emanare una simigliante dichiarazione, è niente meno che un monarca assoluto. Nè a difesa di Giacomo possono allegarsi quelle ragioni con le quali molti atti arbitrari degli Stuardi sono stati difesi o scusati. Non può dirsi chʼei sʼingannasse circa i confini della regia prerogativa, come quelli che non erano esattamente definiti. Imperciocchè è innegabile chʼegli li travarcava, non ostante che gli stesse dinanzi allo sguardo un esempio recente che in quel caso precisamente li stabiliva. Quindici anni innanzi, una Dichiarazione dʼIndulgenza era stata promulgata dal suo fratello per consiglio della Cabala. Ove cotesta Dichiarazione si paragoni con quella di Giacomo, potrebbe reputarsi modesta e cauta. La Dichiarazione di Carlo dispensava solo dalle leggi penali. La Dichiarazione di Giacomo dispensava anco da tutti gli Atti di Prova religiosa. La Dichiarazione di Carlo permetteva ai Cattolici Romani di celebrare il loro culto solamente nelle private abitazioni. Per virtù della Dichiarazione di Giacomo, essi potevano erigere e adornare i tempii, ed anche andare processionalmente lungo Fleet Street con croci, immagini e gonfaloni. E non ostante ciò, la Dichiarazione di Carlo era stata nel modo più solenne giudicata illegale. La Camera deʼ Comuni aveva deliberato, che il Re non aveva potestà di dispensare dagli Statuti nelle materie ecclesiastiche. Carlo aveva ordinato che quellʼistrumento venisse cancellato in presenza sua, aveva con le proprie mani strappato il sigillo, e con un messaggio munito della sua firma, e colle proprie labbra dal trono in pieno Parlamento, aveva chiaramente promesso ad ambe le Camere, che quellʼAtto, il quale aveva loro recato si grave offesa, non verrebbe mai considerato come esempio. Le Camere a pieni voti, tranne un solo, avevano ringraziato il Re per essersi degnato di compiacere ai desiderii loro. Non vʼè questione costituzionale che sia stata decisa con maggiore delicatezza, chiarezza ed unanimità.
I difensori di Giacomo, ad escusarlo, hanno spesso allegato il giudizio della Corte del Banco del Re intorno alla querela collusivamente deposta contro Sir Eduardo Hales: ma tale argomento è di nessun valore; imperocchè quella sentenza, come è a tutti noto, fu ottenuta da Giacomo per mezzo di sollecitazioni e di minacce, cacciando via i magistrati scrupolosi, e sostituendone altri più cortigiani. E nondimeno, quella sentenza, tuttochè dal fôro e dalla nazione venisse generalmente considerata come incostituzionale, giunse solo ad affermare, che il sovrano, per ispeciali ragioni di Stato, può glʼindividui nominatamente esentare dagli Statuti portanti incapacità. Ma nessun tribunale, di faccia alla solenne decisione parlamentare del 1673, si era arrischialo ad affermare, che il Re avesse facoltà dʼautorizzare con un solo editto tutti i suoi sudditi a disubbidire ad interi volumi di leggi.
XXVII. Tali, nonostante, erano le condizioni deʼ partiti, che credevasi certo, la Dichiarazione di Giacomo, quantunque fosse il più audace degli attentati fatti dagli Stuardi contro le pubbliche libertà, dover piacere a quegli stessi cittadini, i quali avevano con più coraggio e pertinacia resistito a tutti gli altri attentati degli Stuardi contro le libertà pubbliche. Non era supponibile che il Protestante non–conformista, daʼ suoi concittadini diviso da dure leggi rigorosamente eseguile, volesse contrastare la validità dʼun decreto che lo alleggiava da insopportabili aggravi. Un osservatore pacato e filosofo avrebbe indubitatamente affermato, che nessun male derivante da tutte le leggi intolleranti fatte dai Parlamenti, era da paragonarsi a quello che sarebbe nato, ove il potere legislativo dal Parlamento fosse passato nelle mani del principe. Ma tanta pacatezza e filosofia non è da trovarsi in coloro che gemono nella sciagura, e ai quali sʼoffre la tentazione dʼessere subitamente liberati. Un teologo puritano non poteva punto negare, che la potestà di dispensare pretesa dalla Corona, era incompatibile coʼ principii fondamentali della Costituzione. Ma anderebbe forse scusato sʼegli avesse detto: Che importa a me della Costituzione? LʼAtto dʼUniformità lo aveva, in onta alle promissioni sovrane, privato di un beneficio chʼera sua proprietà, e lo aveva ridotto miserabile e dipendente. LʼAtto, chiamato _Five–Mile–Act_, lo aveva bandito dalla sua abitazione, daʼ parenti, dagli amici, da quasi tutti i luoghi pubblici. Per vigore del _Conventicle–Act_, gli erano stati tolti i beni, ed egli era stato seppellito in carcere fra mezzo ai ladroni ed agli assassini. Fuori di prigione si vedeva ai fianchi gli ufficiali della giustizia; era costretto a dar la mancia alle spie perchè non lo denunciassero; passava ignominiosamente travestito, per finestre e bugigattoli onde riunirsi al proprio gregge; e versando lʼonda battesimale e amministrando il pane eucaristico, tendeva gli orecchi ansiosamente ascoltando il segno che lʼavvertisse come gli uscieri si avvicinavano. Non era egli uno scherno pretendere che un uomo in siffatta guisa oppresso patisse il martirio per gli averi e la libertà deʼ suoi spogliatori ed oppressori? La Dichiarazione, per quanto potesse sembrare dispotica ai suoi felici vicini, lo liberava da tanti mali. Egli fu chiamato ad eleggere, non tra la libertà e la schiavitù, ma fra due gioghi; ed è naturale chʼegli stimasse il giogo del Re più lieve di quello della Chiesa Anglicana.
XXVIII. Mentre tali pensieri agitavansi in mente ai Dissenzienti, il partito anglicano era compreso di maraviglia e di terrore. Cotesto nuovo rivolgimento delle pubbliche cose era, a dir vero, terribile. La Casa Stuarda in lega coʼ repubblicani e coi regicidi contro i Cavalieri dʼInghilterra; il papismo in lega coʼ Puritani contro un ordinamento ecclesiastico, del quale i Puritani non querelavansi, se non che riteneva troppo deʼ riti papali: erano portenti tali da confondere tutti i calcoli degli uomini di Stato. La Chiesa doveva, adunque, essere aggredita da ogni parte; e capo della aggressione doveva essere colui che, per virtù della costituzione, era capo della Chiesa stessa. Era, quindi, naturale che rimanesse maravigliata e atterrita. E misti alla maraviglia e al terrore, destaronsi altri sinistri umori: risentimento contro lo spergiuro Principe, da essa fino allora affettuosamente servito; e rimorso delle crudeltà, a commettere le quali egli era stato complice della Chiesa, e adesso pareva dovernela punire. Ed era giusta punizione, imperocchè essa raccoglieva ciò che aveva seminato. Dopo la Restaurazione, trovandosi al più alto grado di sua potenza, non aveva ella altro spirito che vendetta. Aveva inanimati, incitati e quasi costretti gli Stuardi a rimunerare con perfida ingratitudine i recenti servigi deʼ Presbiteriani. Se nella stagione della prosperità ella si fosse interposta, come era suo debito, a pro deʼ propri nemici, gli avrebbe ora nella sciagura trovati amici. Forse non era troppo tardi; forse poteva anche riuscire di volgere la strategia del suo infido oppressore contro lui stesso. Esisteva fra il Clero Anglicano un partito moderato, il quale era stato sempre animato da miti sentimenti verso i Protestanti Dissenzienti. Cotesto partito non era numeroso; ma sʼera reso rispettabile per lʼabilità, la dottrina, e la virtù di coloro che lo componevano. Gli alti dignitari ecclesiastici gli erano stati poco favorevoli, e i bacchettoni della scuola di Laud lo avevano senza pietà oltraggiato: ma dal giorno in cui apparve la Dichiarazione dʼIndulgenza fino a quando la potenza di Giacomo cessò dʼincutere terrore, tutta quanta la Chiesa Anglicana sembrò animata dallo spirito, e guidata dai consigli deʼ calunniati Latitudinarii.
XXIX. Allora seguì, per così dire, una concorrenza al rincaro più strana dʼogni altra, di cui serbi ricordo la storia. Da una parte il Re, dallʼaltra la Chiesa, studiavano acquistarsi, ciascuno a danno dellʼaltro, i favori di coloro ad opprimere i quali, fino a quel tempo, il Re e la Chiesa erano andati dʼaccordo. I Protestanti Dissenzienti, pochi mesi innanzi, erano una classe spregiata e proscritta; adesso tenevano la bilancia del potere. La durezza usata loro venne universalmente condannata. La Corte si provò di gettare tutta la colpa sopra la gerarchia; la quale la rigettava in viso alla Corte. Il Re dichiarò dʼavere a malincuore perseguito i Separatisti, solo perchè i suoi affari erano in tali condizioni, che egli non poteva rischiarsi a spiacere al clero anglicano. Il clero protestava dʼavere avuto parte in una severità contraria alle proprie inclinazioni, solo per deferenza allʼautorità del Re. Il Re mise insieme una raccolta di storielle concernenti rettori e vicari, i quali con minacce di persecuzione avevano estorto danaro dai Protestanti Dissenzienti. Ne parlò molto e pubblicamente; minacciò dʼistituire unʼinchiesta, la quale avrebbe mostrato al mondo i parrochi nelle loro genuine sembianze: e di fatto, creò diverse Commissioni, incaricando certi agenti, deʼ quali credeva potersi fidare, dʼindagare quanta pecunia in diversi luoghi del reame gli aderenti alla religione dello Stato avevano estorta daʼ settari. I difensori della Chiesa, dallʼaltro canto, citavano esempi di onesti sacerdoti, i quali dalla Corte erano stati ripresi e minacciati per avere dal pulpito inculcata la tolleranza, e ricusato di spiare e denunziare le piccole congregazioni di Non–Conformisti. Il Re asseriva che parecchi partigiani della Chiesa Anglicana, coi quali aveva conferito in secreto, gli avevano offerte ampie concessioni a favore deʼ Cattolici, a patto che la persecuzione contro i Puritani avesse a continuare. Gli accusati partigiani della Chiesa animosamente dicevano falsa lʼaccusa, aggiungendo che ove avessero voluto consentire ciò che il Re domandava, questi avrebbe volentieri conceduto loro che si indennizzassero perseguitando e spogliando i Protestanti Dissenzienti.[240]
La Corte era cangiata dʼaspetto. Lʼabito da prete non poteva mostrarvisi senza provocare gli scherni e i maliziosi bisbigli deʼ cortigiani. Le dame di Corte, invece, astenevansi di ridere, e i ciamberlani sʼinchinavano profondamente quando per la reggia vedevano il viso e il vestire deʼ Puritani, che da tanto tempo erano stati neʼ circoli del bel mondo materia di scherno. Taunton, che pel corso di due generazioni era stata il baluardo del partito delle Teste–Rotonde nelle Contrade Occidentali, che aveva due volte respinto le armi di Carlo I, che sʼera levata come un solo uomo a favore di Monmouth, e che da Kirke e da Jeffreys era stata trasmutata in macello di carne umana, sembrava avere repentinamente acquistato nel cuore del Re il posto una volta occupato da Oxford.[241] Il Re faceva forza a sè stesso, per mostrarsi lusinghevolmente cortese aʼ più egregi fraʼ Dissenzienti. A chi offerse danari, a chi uffici municipali, a chi grazie pei parenti ed amici, i quali, implicati nella congiura di Rye House o nella ribellione di Monmouth, ramingavano nel continente, o sudavano fra le piantagioni americane. Simulò perfino di consentire coʼ Puritani inglesi nella cortesia che mostravano ai loro confratelli stranieri. Furono pubblicati in Edimburgo un secondo e un terzo proclama, coʼ quali considerevolmente egli slargava la futile tolleranza concessa ai presbiteriani dallo editto di febbraio.[242] I banditi Ugonotti, che il Re per molti mesi aveva guardati in cagnesco, privandoli della limosina fatta loro dalla nazione, adesso ricevevano alleggiamento e carezze. Il Consiglio emanò un ordine per destare a favor loro la pubblica liberalità. La condizione di conformarsi al culto anglicano, che il Re aveva loro imposta per ottenere parte della limosina, sembra questa volta essere stata tacitamente abrogata; e i difensori della politica del Re ebbero la sfrontatezza di affermare, che quella condizione—la quale, come risulta incontrastabilmente daʼ fatti, era stata immaginata da lui dʼaccordo con Barillon—fosse stata adottata ad istanza deʼ prelati della Chiesa Anglicana.[243]