Part 1
NOTE DEL TRASCRITTORE:
—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.
—Lʼopera originale non presenta lʼindice; ne è stato prodotto ed inserito uno dal trascrittore.
Proprietà letteraria.
STORIA DʼINGHILTERRA
di
LORD MACAULAY,
TRADOTTA DA PAOLO EMILIANI–GIUDICI.
SECONDA EDIZIONE, RIVEDUTA DAL TRADUTTORE.
VOLUME SECONDO.
FIRENZE. FELICE LE MONNIER
1860.
INDICE
CAPITOLO SESTO Pag. 1
CAPITOLO SETTIMO ” 143
CAPITOLO OTTAVO ” 242
CAPITOLO NONO ” 353
CAPITOLO DECIMO ” 493
STORIA DʼINGHILTERRA.
CAPITOLO SESTO.
SOMMARIO.
I. La potenza di Giacomo giunge alla sua maggiore altezza nellʼautunno del 1685.—II. Sua politica estera.—III. Suoi disegni di politica interna; lʼAtto dellʼ_Habeas Corpus_.—IV. Lʼesercito stanziale.—V. Disegni in favore della Religione Cattolica Romana.—VI. Violazione dellʼAtto di Prova; disgrazia di Halifax—VII. Malcontento generale.—VIII. Persecuzione degli Ugonotti francesi.—IX. Effetti da tale persecuzione prodotti in Inghilterra.—X. Ragunanza del Parlamento; discorso del Re; opposizione nella Camera deʼ Comuni.—XI. Sentimenti deʼ Governi stranieri.—XII. Comitato della Camera deʼ Comuni intorno al discorso del Re.—XIII. Sconfitta del Governo.—XIV. Seconda sconfitta del Governo; invettive falle dal Re ai Comuni.—XV. Coke messo in prigione, per aver mancato di rispetto al Re.—XVI. Opposizione al Governo nella Camera deʼ Lordi; il Conte di Devonshire.—XVII. Il Vescovo di Londra.—XVIII. Il Visconte Mordaunt.—XIX. Proroga.—XX. Processi di Lord Gerard e di Hampden.—XXI. Processo di Delamere.—XXII. Effetti dellʼessere stato dichiarato non colpevole.—XXIII. Partiti in Corte; Sentimenti deʼ Tory protestanti.—XXIV. Pubblicazione di scritti trovati nella cassa forte di Carlo II.—XXV. Sentimenti degli uomini più rispettabili fraʼ Cattolici Romani.—XXVI. Cabala dei Cattolici Romani irruenti.—XXVII. Castelmaine; Jermin; White; Tyrconnel.—XXVIII. Sentimenti deʼ ministri dei Governi stranieri.—XXIX. Il Papa e la Compagnia di Gesù in vicendevole opposizione.—XXX. La Compagnia di Gesù.—XXXI. Padre Petre.—XXXII. Umori ed opinioni del Re.—XXXIII. È incoraggiato neʼ suoi errori da Sunderland.—XXXIV. Perfidia di Jeffreys.—XXXV. Godolphin; la Regina; amori del Re.—XXXVI. Caterina Sedley.—XXXVII. Intrighi di Rochester in favore di Caterina Sedley.—XXXVIII. La influenza di Rochester decade.—XXXIX. Castelmaine è inviato a Roma; Giacomo tratta male gli Ugonotti.—XL. La potestà di dispensare.—XLI. Destituzione deʼ Giudici disubbidienti.—XLII. Caso di Sir Eduardo Hales.—XLIII. Ai Romani Cattolici è dato diritto ad occupare i beneficii ecclesiastici; Sclater; Walker.—XLIV. La Decania di Christchurch è data ad un Cattolico Romano.—XLV. Distribuzione deʼ Vescovati.—XLVI. Determinazione di Giacomo ad usare la propria supremazia ecclesiastica contro la Chiesa.—XLVII. Difficoltà a ciò fare.—XLVIII. Crea una nuova Corte dʼAlta Commissione.—XLIX. Procedimenti contro il Vescovo di Londra.—L. Malcontento nato al comparire in pubblico deʼ riti e deʼ vestimenti cattolici romani.—LI. Tumulti.—LII. È formato un campo militare in Hounslow.—LIII. Samuele Johnson.—LIV. Ugo Speke.—LV. Procedimento contro Johnson.—LVI. Zelo del Clero Anglicano contro il papismo; scritti di controversia.—LVII. I Cattolici Romani rimangono vinti.—LVIII. Condizioni della Scozia.—LIX. Queensberry; Perth; Melfort.—LX. Loro apostasia.—LXI. Favore mostrato alla Religione Cattolica Romana in Iscozia; tumulti in Edimburgo.—LXII. Collera del Re.—LXIII. Suoi intendimenti rispetto alla Scozia.—LXIV. Una Deputazione deʼ Consiglieri Privati Scozzesi è mandata a Londra.—LXV. Suoi negoziati col Re; ragunanza degli Stati Scozzesi.—LXVI. Si mostrano disubbidienti.—LXVII. Le loro sessioni vengono aggiornate; sistema arbitrario di governo in Iscozia.—LXVIII. Irlanda.—LXIX. Condizioni delle leggi rispetto a cose religiose.—LXX. Ostilità delle razze; contadini aborigeni.—LXXI. Aristocrazie aborigene.—LXXII. Condizioni della colonia inglese.—LXXIII. Condotta che Giacomo avrebbe dovuto seguire.—LXXIV. Suoi errori—LXXV. Clarendon giunge in Irlanda come Lord Luogotenente.—LXXVI. Sue mortificazioni; paura sparsa fra i coloni.—LXVII. Arrivo di Tyrconnel a Dublino come Generale dʼarmi.—LXXVIII. Parzialità e violenza di lui.—LXXIX. Si studia di far revocare lʼAtto di Stabilimento; ritorna in Inghilterra.—LXXX. Il Re è mal satisfatto di Clarendon.—LXXXI. Rochester è aggredito dalla Cabala gesuitica.—LXXXII. Giacomo si studia di convertire Rochester.—LXXXIII. Destituzione di Rochester.—LXXXIV. Destituzione di Clarendon; Tyrconnel Lord Deputato.—LXXXV. Scoraggiamento deʼ coloni inglesi in Irlanda.—LXXXVI. Effetti della caduta degli Hydes.
I. Giacomo trovavasi oramai giunto al più alto grado di potenza e prosperità. Sì in Inghilterra che in Iscozia aveva vinti i suoi nemici, e puniti con una severità che aveva neʼ cuori loro suscitato acerbissimo odio, ma ad un tempo gli aveva efficacemente disanimati. Il partito Whig pareva spento. Il nome di Whig non usavasi mai, tranne come vocabolo di rimprovero. Il Parlamento piegava sommessa la fronte ai voleri del re, il quale aveva potestà di tenerselo sino alla fine del proprio regno. La Chiesa faceva più che mai clamorose proteste di affetto verso lui, proteste chʼella aveva confermate col fatto a tempo della trascorsa insurrezione. I giudici erano suoi strumenti; e qualora non si fossero mostrati tali, stava in lui di cacciarli dʼufficio. I corpi municipali erano pieni di sue creature. Le sue entrate eccedevano dʼassai quelle deʼ suoi predecessori. Ei si gonfiò dʼorgoglio. Non era più lʼuomo il quale, pochi mesi innanzi, tormentato dal dubbio che il trono potesse essergli abbattuto in unʼora sola, aveva implorato con supplicazioni indegne di un re il soccorso dello straniero, ed accettatolo con lacrime di gratitudine. Vagheggiava con la fantasia visioni di dominio e di gloria. Vedevasi già il sovrano predominante dʼEuropa, il campione di molti Stati oppressi da una sola monarchia troppo potente. Fino dal mese di giugno, aveva assicurate le Provincie Unite, che, appena rassettate le faccende dellʼInghilterra, avrebbe mostrato al mondo quanto poco ei temesse la Francia. Giusta siffatte assicuranze, in meno dʼun mese dopo la battaglia di Sedgemoor, concluse con gli Stati Generali un trattato, secondo i principii della triplice alleanza. Fu considerata e allʼAja e a Versailles come circostanza significantissima, che Halifax, perpetuo ed acerrimo nemico della influenza francese, il quale quasi mai, dallʼinizio del regno, era stato consultato sopra alcuno importante negozio, fosse precipuo operatore della lega, in modo da parere che le sue sole parole trovassero ascolto allʼorecchio del principe. E fu circostanza non meno significativa, che innanzi non ne fosse stato fatto pur motto a Barillon. Egli e il suo signore furono presi alla sprovvista. Luigi ne rimase sconcertato, e mostrò grave e non irragionevole ansietà rispetto ai futuri disegni di un principe, il quale, poco avanti, era stato suo pensionato e vassallo. Correva molto la voce che Guglielmo dʼOrange si affaccendasse a formare una grande confederazione, che doveva comprendere i due rami della Casa dʼAustria, le Provincie Unite, il regno di Svezia e lo Elettorato di Brandenburgo. Adesso pareva che tale confederazione dovesse avere a capo il re e il Parlamento dʼInghilterra.[1]
II. Difatti, furono iniziate pratiche tendenti a simile scopo. La Spagna propose di formare una stretta lega con Giacomo; il quale accolse favorevolmente la proposta, comecchè chiaro apparisse che tale alleanza sarebbe stata poco meno che una dichiarazione contro la Francia. Ma ei differì la sua ultima risoluzione fino alla nuova ragunanza del Parlamento. Le sorti della Cristianità pendevano dalla disposizione in cui egli avrebbe trovata la Camera deʼ Comuni. Se essa era inchinevole ad approvare i suoi divisamenti di politica interna, non vi sarebbe stata cosa alcuna che gli avesse impedito dʼintervenire con vigore ed autorità nella gran contesa che tosto doveva travagliarsi nel continente. Se la Camera era disubbidiente, egli sarebbe stato costretto a deporre ogni pensiero dʼarbitrato tra le nazioni contendenti, ad implorare nuovamente lo aiuto della Francia, a sottoporsi di nuovo alla dittatura francese, a diventare potentato di terza o quarta classe, e a rifarsi del dispregio, in che lo avrebbero tenuto gli stranieri, trionfando della legge e della pubblica opinione nel proprio regno.
III. E veramente, non sembrava facile chʼegli chiedesse ai Comuni più di quello che essi inchinavano a concedere. Avevano già date abbondevoli prove dʼessere desiderosi di serbare intatte le regie prerogative, e di non patire eccessivi scrupoli a notare le usurpazioni chʼegli faceva contro i diritti del popolo. Certo, undici dodicesimi deʼ rappresentanti o dipendevano dalla Corte, o erano zelanti Cavalieri di provincia. Poche erano le cose che una tale Assemblea avrebbe pertinacemente ricusate al Sovrano; e fu fortuna per la nazione, che tali poche cose fossero quelle appunto che a Giacomo stavano più a cuore.
Uno deʼ suoi fini era quello dʼottenere la revoca dellʼ_Habeas Corpus_, che egli odiava, come era naturale che un tiranno odiasse il freno più vigoroso che la legislazione impose mai alla tirannide. Cotesto odio gli rimase impresso in mente fino allʼultimo dì di sua vita, e si manifesta negli avvertimenti chʼegli scrisse in esilio per erudimento del figlio.[2] Ma lʼ_Habeas Corpus_, quantunque fosse una legge fatta mentre i Whig dominavano, non era meno cara ai Tory che ai Whig. Non è da maravigliare che questa gran legge fosse tenuta in tanto pregio da tutti glʼInglesi, senza distinzione di partito; perocchè, non per indiretta, ma per diretta operazione contribuisce alla sicurezza e felicità di ogni abitante del Regno.[3]
IV. Giacomo vagheggiava un altro disegno, odioso al partito che lo aveva posto sul trono, e ve lo manteneva. Desiderava formare un grande esercito stanziale. Erasi giovato dellʼultima insurrezione per accrescere considerevolmente le forze militari lasciate dal fratello. I corpi che oggidì si chiamano i primi sei reggimenti delle guardie a cavallo, il terzo e quarto reggimento dei dragoni, e i nove reggimenti di fanteria, dal settimo al decimoquinto inclusivamente, erano stati pur allora formati.[4] Lo effetto di tale aumento, e del richiamo del presidio di Tangeri, fu che il numero delle truppe regolari in Inghilterra, erasi in pochi mesi accresciuto da sei mila a circa ventimila uomini. Nessuno deʼ Re nostri in tempo di pace aveva avuto mai tante forze sotto il suo comando. E Giacomo non ne era nè anche soddisfatto. Ripeteva spesso, come non fosse da riposare sulla fedeltà delle milizie civiche, le quali partecipavano di tutte le passioni della classe a cui appartenevano; che in Sedgemoor sʼerano trovati nellʼarmata ribelle più militi cittadini che non fossero nel campo regio; e che se il trono fosse stato difeso soltanto dalle milizie delle Contee, Monmouth avrebbe marciato trionfante da Lyme a Londra.
La rendita, per quanto potesse sembrare grande, in agguaglio di quella deʼ Re precedenti, serviva appena a questa nuova spesa. Gran parte deʼ proventi delle nuove tasse spendevasi nel mantenimento della flotta. Sul finire del regno antecedente, lʼintera spesa dellʼarmata, incluso il presidio di Tangeri, era stata minore di trecento mila lire sterline annue. Adesso non sarebbero bastate seicento mila sterline.[5] Se nuovi aumenti dovevano farsi, era necessario chiedere altra pecunia al Parlamento; e non era probabile che esso si sarebbe mostrato proclive a concedere. Il semplice nome dʼesercito stanziale era in odio a tutta la nazione, e a nessuna parte di quella più in odio, che ai gentiluomini Cavalieri, i quali riempivano la Camera Bassa. Nella loro mente, la idea dʼun esercito stanziale richiamava lʼimmagine della Coda del Parlamento, del Protettore, delle spoliazioni della Chiesa, della purgazione delle Università, dellʼabolizione della Parìa, dellʼassassinio del Re, del tristo regno deʼ Santocchi, del piagnisteo e dellʼascetismo, delle multe e deʼ sequestri, deglʼinsulti che i Generali, usciti dalla feccia del popolo, avevano recato alle più antiche ed onorevoli famiglie del reame. Inoltre, non vʼera quasi baronetto o scudiere nel Parlamento, che non andasse non poco debitore della propria importanza nella propria Contea al grado chʼegli aveva nella milizia civica. Se essa veniva abolita, era mestieri che i gentiluomini inglesi perdessero gran parte della loro dignità ed influenza. Era, dunque, probabile che il Re incontrasse maggiori difficoltà ad ottenere i mezzi per il mantenimento dello esercito, che ad ottenere la revoca dellʼ_Habeas Corpus_.
V. Ma ambidue i predetti disegni erano subordinati al grande divisamento al quale il Re con tutta lʼanima intendeva, ma che era aborrito da quei gentiluomini Tory, i quali erano pronti a spargere il proprio sangue per difendere i diritti di lui; aborrito da quella Chiesa che non aveva mai, per lo spazio di tre generazioni di discordie civili, vacillato nella fedeltà verso la sua casa; aborrito perfino da quellʼarmata alla quale, negli estremi, era dʼuopo chʼei sʼaffidasse.
La sua religione era tuttavia proscritta. Molte leggi rigorose contro i Cattolici Romani contenevansi nel Libro degli Statuti, e non molto tempo innanzi erano state rigorosamente eseguite. LʼAtto di Prova escludeva dagli ufficii civili e militari tutti coloro che dissentivano dalla Chiesa dʼInghilterra; e un Atto posteriore, proposto ed approvato allorché le fandonie di Oates avevano resa frenetica la nazione, ordinava che niuno potesse sedere in nessuna delle Camere del Parlamento se prima non avesse solennemente abiurato la dottrina della transustanziazione. Che il Re desiderasse ottenere piena tolleranza per la Chiesa alla quale egli apparteneva, era cosa naturale e giusta; nè vʼè ragione alcuna a dubitare che, con un poʼ di pazienza, di prudenza e di giustizia, avrebbe ottenuta tale tolleranza.
La immensa avversione e paura che il popolo inglese provava per la religione di Giacomo, non era da attribuirsi solamente o principalmente ad animosità teologica. Tutti i dottori della Chiesa Anglicana, non che i più illustri non–conformisti, unanimemente ammettevano che la eterna salute potesse trovarsi anche nella Chiesa Romana: che anzi alcuni credenti di quella Chiesa annoveravansi fra i più illustri eroi della virtù cristiana. È noto che le leggi penali contro il papismo erano ostinatamente difese da molti, che reputavano lʼArianismo, il Quacquerismo, il Giudaismo, considerati spiritualmente, più pericolosi del papismo, e non erano disposti a fare simiglianti leggi contro gli Ariani, i Quacqueri o i Giudei.
È facile comprendere perché il Cattolico Romano venisse trattato con meno indulgenza di quella che usavasi ad uomini i quali non credevano nella dottrina deʼ Padri di Nicea, e anche a coloro che non erano stati ammessi nel grembo della Fede Cristiana. Era fra glʼInglesi fortissima la convinzione che il Cattolico Romano, sempre che si trattava dellʼinteresse della propria religione, si credesse sciolto da tutti gli ordinarii dettami della morale; che anzi reputasse meritorio violarli, se, così facendo, poteva liberare dal danno o dal biasimo la Chiesa di cui egli era membro.
Nè questa opinione era priva dʼuna certa apparenza di ragione. Era impossibile negare, che varii celebri casuisti cattolici romani avessero scritto a difesa del parlare equivoco, della restrizione mentale, dello spergiuro, e perfino dellʼassassinio. Nè, come dicevasi, le speculazioni di cotesta odiosa scuola di sofisti erano state sterili di frutti. La strage della festività di San Bartolommeo, lo assassinio del primo Guglielmo dʼOrange, quello dʼEnrico III di Francia, le molte congiure macchinate aʼ danni dʼElisabetta, e sopra tutte quella delle polveri, venivano di continuo citate come esempii della stretta connessione tra la viziosa teoria e la pratica viziosa. Allegavasi, come ciascuno di cotali delitti fosse stato suggerito e lodato daʼ teologi cattolici romani. Le lettere che Eduardo Digby scrisse dalla Torre col succo di limone alla propria moglie, erano state di fresco pubblicate, e citavansi spesso. Egli era uomo dotto e gentiluomo onesto in ogni cosa, e forte animato del sentimento del dovere verso Dio. E nondimeno, era stato profondamente implicato nella congiura ordita a fare saltare in aria il Re, i Lordi e i Comuni; e sul punto di andare alla eternità, aveva dichiarato di non sapere intendere in che guisa un Cattolico Romano potesse stimare peccaminoso un tale disegno. La conseguenza che il popolo deduceva da siffatte cose, era che, per quanto onesto si volesse immaginare il carattere dʼun papista, non vi era eccesso di fraude e di crudeltà, di cui egli non fosse capace ogni qualvolta ne andasse della securtà e dellʼonore della propria religione.
La straordinaria credenza che ebbero le favole di Oates, è massimamente da attribuirsi al prevalere di tale opinione. Era inutile che lo accusato Cattolico Romano allegasse la integrità, umanità e lealtà da lui mostrate in tutto il corso della propria vita. Era inutile chʼegli adducesse a schiere testimoni rispettabili appartenenti alla sua religione, per contraddire i mostruosi romanzi inventati dallʼuomo più infame del genere umano. Era inutile che, col capestro al collo, invocasse sopra il suo capo la vendetta di quel Dio, al cospetto del quale, tra pochi momenti, egli doveva presentarsi, se ei fosse stato reo di avere meditato alcun male contro il suo principe, o i suoi concittadini protestanti. Le testimonianze addotte in proprio favore servivano solo a provare quanto poco valessero i giuramenti deʼ papisti. Le sue stesse virtù facevano presumere la sua propria reità. Il vedersi dinanzi agli occhi la morte e il giudicio, rendeva più verisimile chʼegli negasse ciò che, senza danno dʼuna causa santissima, non avrebbe potuto confessare. Tra glʼinfelici convinti rei dellʼassassinio di Godfrey, era stato Enrico Berry, protestante di fama non buona. È cosa notevole e bene provata, che le estreme parole di Berry contribuirono più a togliere credenza alla congiura, di quel che facessero le dichiarazioni di tutti i pii ed onorevoli Cattolici Romani che patirono la medesima sorte.[6]
E non erano solo lo stolto volgo, i soli zelanti, nello intelletto deʼ quali il fanatismo aveva spento ogni ragione e carità, coloro che consideravano il Cattolico Romano come uomo che, per la facilità della propria coscienza, di leggieri diventava falso testimonio, incendiario, o assassino; come uomo che trattandosi della propria religione non abborriva da qual si fosse atrocità, e non si teneva vincolato da nessuna specie di giuramento. Se in quellʼetà vʼerano due che per intendimento o per indole inclinassero alla tolleranza, queʼ due erano Tillotson e Locke. Nonostante, Tillotson, che per essersi sempre mostrato indulgente a varie classi di scismatici ed eretici, ebbe rimprovero dʼeterodosso, disse dal pulpito alla Camera deʼ Comuni, essere loro debito di provvedere con somma efficacia contro la propaganda dʼuna religione più malefica della irreligione stessa; dʼuna religione che richiedeva daʼ suoi proseliti servigii direttamente opposti ai principii della morale. Confessò come per indole ei fosse prono alla dolcezza; ma il proprio dovere verso la società lo forzava, in quella sola circostanza, ad essere severo. Dichiarò che, secondo egli pensava, i Pagani che non avevano mai udito il nome di Cristo ed erano solo diretti dal lume della ragione naturale, erano membri della civile comunanza più degni di fiducia, che gli uomini educati nelle scuole deʼ casisti papali.[7] Locke, nel celebre trattato, nel quale si affaticò a dimostrare che anche le più grossolane forme dellʼidolatria non erano da inibirsi con leggi penali, sostenne che quella Chiesa la quale insegnava agli uomini di non serbare fede agli eretici, non aveva diritto alla tolleranza.[8]
Egli è evidente che, in tali circostanze, il grandissimo dei servigi che un Inglese cattolico romano avrebbe potuto rendere ai propri confratelli, era quello di provare al pubblico, che qualunque cosa alcuni temerari, in tempi di forti commovimenti, avessero potuto scrivere o fare, la sua Chiesa non ammetteva che il fine giustifichi i mezzi incompatibili con la morale. E Giacomo poteva mirabilmente rendere alla fede un tanto servigio. Era Re, e il più potente di quanti principi fossero stati sul trono dʼInghilterra a memoria degli uomini più vecchi. Stava in lui far cessare o rendere perpetuo il rimprovero che si faceva alla sua religione.
Sʼegli si fosse uniformato alle leggi, se avesse mantenute le fatte promissioni, se si fosse astenuto dallʼadoperare alcun mezzo iniquo a propagare le sue proprie opinioni teologiche, se avesse sospesa lʼazione degli statuti penali, usando largamente della sua incontrastabile prerogativa di far grazia, a un tempo astenendosi di violare la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno; il sentire del suo popolo si sarebbe rapidamente cangiato. Un tanto esempio di buona fede scrupolosamente osservato da un principe papista verso una nazione protestante, avrebbe spenti i comuni sospetti. Quegli uomini che vedevano come a un Cattolico Romano si concedesse dirigere il potere esecutivo, comandare le forze di terra e di mare, convocare o sciogliere il Parlamento, nominare i Vescovi e Decani della Chiesa dʼInghilterra, avrebbero tosto cessato di temere che vi fosse gran male, permettendo ad un Cattolico Romano dʼessere capitano dʼuna compagnia, o aldermanno dʼun borgo. E forse, in pochi anni, la setta per tanto tempo detestata dalla nazione, sarebbe stata, con plauso universale, ammessa agli uffici e al Parlamento.
Se, dallʼaltro canto, Giacomo avesse tentato di promuovere glʼinteressi della Chiesa, violando le leggi fondamentali del suo regno e le solenni promesse da lui ripetutamente fatte al cospetto di tutto il mondo, mal potrebbe dubitarsi che gli addebiti che, secondo lʼandazzo, facevansi contro la Religione Cattolica, si considerassero da tutti i Protestanti come pienamente stabiliti. Imperocchè, se mai si fosse potuto sperare che un Cattolico Romano fosse capace di mantenere fede agli eretici, si sarebbe potuto supporre che Giacomo mantenesse fede al clero Anglicano. Ad esso egli andava debitore della sua corona; e se esso non avesse potentemente avversata la legge dʼEsclusione, egli sarebbe stato un esule. Aveva più volte ed enfaticamente riconosciuto i propri obblighi verso quello, e giurato di non attentare minimamente ai diritti spettanti alla Chiesa. Sʼegli non poteva sentirsi obbligato da cosiffatti vincoli, risultava manifestamente che, in ogni cosa concernente la sua superstizione, non vʼera vincolo di gratitudine o di onore che potesse obbligarlo. Era quindi impossibile aver fiducia in lui; e se i suoi popoli non potevano fidarsi di lui, qual altro membro della sua Chiesa era egli meritevole di fiducia? Non era reputato costituzionalmente e per usanza traditore. Per il brusco contegno e la mancanza di riguardo verso gli altrui sentimenti, sʼera scroccato una fama di sincero chʼegli affatto non meritava. I suoi panegiristi affettano di chiamarlo Giacomo il Giusto. Se dunque diventando papista, volesse supporsi chʼegli fosse parimente divenuto dissimulatore e spergiuro, quale conclusione doveva ricavarne un popolo ormai disposto a credere che il papismo avesse perniciosa influenza sul carattere morale dellʼuomo?