Part 9
XLIII. Il governo d’Inghilterra in que’ giorni era dispotico, salvo un solo punto, al pari di quello di Francia. Ma in quel punto era la cosa di maggiore importanza. Non essendovi esercito stanziale, poteva il governo essere sicuro che lo edificio della tirannide non venisse distrutto fino dalle fondamenta in un solo giorno? E se fossero imposte dalla regia autorità nuove tasse per mantenere lo esercito, non era egli probabile che ne seguisse una repentina ed irresistibile esplosione? Qui dunque stava la difficoltà, la quale, più che ogni altra, rendeva Wentworth perplesso. Il lord cancelliere Finch, d’accordo con tutti gli altri giureconsulti ufficiali del governo, propose un espediente, che venne tosto abbracciato. Gli antichi principi d’Inghilterra, come avevano fatto appello agli abitanti delle contee più vicine alla Scozia di armarsi ed ordinarsi a difesa dei confini, così avevano talvolta fatto appello alle contee marittime ad apprestare navigli per la difesa del littorale. Talvolta, invece di navi, avevano accettato danaro. Fu dunque stabilito non solo di richiamare a vita, dopo tanto tempo, ma di estendere siffatta consuetudine. Gli antecedenti principi avevano levato il sopradetto danaro soltanto in tempo di guerra, adesso venne riscosso in tempo di profonda pace. Gli antecedenti principi, anche nelle guerre più perigliose, lo avevano raccolto soltanto nelle contrade lungo il littorale; adesso Carlo lo riscosse nelle contee interne. I principi precedenti lo avevano raccolto soltanto per la difesa de’ patrii lidi; adesso venne riscosso, conforme gli stessi realisti confessano, col disegno non di mantenere una flotta, ma di procurare al re i sussidii che egli poteva a sua discrezione elevare a qualunque somma, e spendere a sua discrezione in qualsivoglia impresa.
Tutta la nazione si commosse di paura e di sdegno. Giovanni Hampden, ricco e bennato gentiluomo della contea di Buckingham, tenuto in alta venerazione da’ suoi vicini, ma generalmente poco noto al regno, ebbe animo di spingersi innanzi, di far fronte ai poteri tutti del governo, e di addossarsi le spese e il pericolo di contrastare al Re la nuova prerogativa. Il caso fu discusso avanti i giudici nella Camera dello Scacchiere. E furono talmente vigorosi gli argomenti contro le pretese della Corona, che, per quanto dipendenti e servili fossero quei magistrati, la maggioranza de’ voti contro Hampden fu estremamente piccola. Gl’interpreti della legge avevano dichiarato, la regia autorità aver diritto d’imporre una tassa grande e produttiva. Wentworth fece assennatamente osservare, come fosse impossibile sostenere il loro giudizio, fuorchè con ragioni conducenti direttamente ad una conclusione che essi non avevano osato dedurre. Se era permesso di levare pecunia legalmente senza il consenso del Parlamento per mantenere una flotta, non era facile negare che potevasi legalmente, senza il consenso del Parlamento, levare pecunia per mantenere un esercito.
La sentenza de’ giudici accrebbe la irritazione del popolo. Un secolo innanzi, un concitamento meno grave avrebbe fatto scoppiare una insurrezione generale. Ma il malcontento adesso non assumeva, come nelle età trascorse, la forma d’una rivolta. La nazione da lungo tempo progrediva nella civiltà e nella ricchezza. Settanta anni erano scorsi da che i grandi signori delle contrade settentrionali avevano prese le armi contro Elisabetta; e nel corso di que’ settanta anni non eravi stata guerra civile. In tutta la esistenza della nazione inglese non era mai stato un periodo sì lungo senza lotte intestine. Gli uomini eransi assuefatti alle occupazioni della pacifica industria; e per quanto fossero esasperati, esitavano lungamente innanzi di snudare la spada.
Fu questo il momento in cui le libertà della patria nostra corsero il più grande pericolo. Gli oppositori del Governo cominciarono a disperare delle sorti della patria; e molti volgevano gli sguardi ai deserti americani, come al solo asilo in cui potessero fruire de’ beni della libertà civile e religiosa. Ivi pochi fermi puritani, i quali per la loro religione non ebbero timore nè dei furori dell’oceano, nè delle durezze della vita rozza, nè delle zanne delle bestie feroci, nè delle scuri d’uomini più feroci, edificarono fra mezzo ad annose foreste quei villaggi, che oggimai sono diventati città grandi ed opulente, ma che, a traverso tutte le variazioni subite, serbano i segni dell’indole de’ loro fondatori. Il governo considerava con avversione queste nascenti colonie, e si provò di fermare violentemente l’onda della emigrazione; ma non potè fare che la popolazione della nuova Inghilterra non venisse da uomini forti di cuore e timorosi di Dio reclutata in ogni angolo della vecchia Inghilterra. Wentworth esultava vedendosi presso a compiere il proprio disegno, per la piena esecuzione del quale sarebbero forse bastati pochi anni. Se il governo avesse serbata stretta economia, se avesse con ogni studio schivata ogni collisione coi potentati stranieri, avrebbe estinti i debiti della Corona, avrebbe ragunata la pecunia bisognevole a mantenere un poderoso esercito, ed avrebbe con esso potuto infrenare il recalcitrante spirito della nazione.
XLIV. Frattanto, un atto d’insana bacchettoneria cangiò improvvisamente lo aspetto delle pubbliche faccende. Se il Re fosse stato savio, si sarebbe attenuto ad una politica cauta e blanda verso la Scozia fino a che si fosse reso assoluto signore delle contrade meridionali. Imperocchè fra tutti i suoi regni la Scozia era quello dove una semplice favilla avrebbe potuto produrre un incendio generale. Non poteva temere, egli è vero che sorgesse in Edimburgo una opposizione costituzionale simile a quella ch’egli aveva incontrata in Westminster. Il Parlamento del suo regno settentrionale era un corpo ben differente da quello che portava il medesimo nome in Inghilterra. Era male costituito, poco rispettato, e non aveva mai opposto nessun limite di grave momento ad alcuno de’ predecessori di Carlo. I tre Stati ragunavansi in una sola Camera. I commissari de’ borghi erano considerati come dipendenti dai grandi nobili. Nessun atto poteva proporsi se prima non fosse stato approvato dai Lordi degli Articoli; comitato che in sostanza, benchè non formalmente, veniva nominato dalla Corona. Ma, quantunque il Parlamento scozzese fosse ossequioso, il popolo scozzese era sempre stato singolarmente torbido e irrefrenabile. Aveva scannato Giacomo I nella camera da letto; erasi più volte armato contro Giacomo II; aveva ucciso Giacomo III sul campo di battaglia; con la sua disobbedienza fatto morire di crepacuore Giacomo V; deposta dal trono ed imprigionata Maria; condotto in cattività il figlio di lei: l’indole di quel popolo seguitava, come sempre, ad essere intrattabile. I suoi costumi erano rozzi e marziali. Lungo tutto il confine meridionale, e lungo la linea tra le contrade alte e le basse, infuriava una guerra incessante di ladroneccio. In ogni parte del paese gli abitanti erano assuefatti a vendicare con le mani proprie i torti sofferti. Il sentimento di lealtà, che la nazione aveva in antico mostrato verso la casa regale, erasi intiepidito nell’assenza di due sovrani. Dividevansi la influenza sopra l’opinione pubblica due classi di malcontenti; i signori del suolo e i predicatori: gli uni erano animati dallo stesso spirito che aveva più volte spinti gli antichi Douglass a resistere agli antichi Stuardi; gli altri avevano ereditato le opinioni repubblicane e l’invincibile spirito di Knox. La popolazione si sentiva oltraggiata ne’ sentimenti nazionali e religiosi. Tutte le classi querelavansi che il loro paese, quel paese che con tanta gloria aveva difesa la propria indipendenza contro i più destri e valorosi Plantageneti, fosse, per opera di principi scozzesi, diventato non già di nome, ma in sostanza, provincia dell’Inghilterra. In nessuna parte d’Europa la dottrina e la disciplina calvinistiche avevano messe così profonde radici ne’ cuori del popolo, il quale odiava la Chiesa Romana d’un odio che potrebbe giustamente chiamarsi feroce, e sentiva avversione quasi uguale a quell’odio contro la Chiesa Anglicana, la quale sempre più andava riassumendo le sembianze di quella di Roma.
Il Governo aveva da lungo tempo voluto estendere il sistema anglicano sopra l’isola intera, e con tale scopo aveva fatte parecchie modificazioni estremamente disgustevoli ad ogni presbiteriano. Nondimeno, fra tutte le innovazioni, non aveva tentato di farne una sola la quale, saltando direttamente all’occhio del popolo, era la più rischiosa di tutte. Il culto divino veniva tuttavia praticato nel modo accettabile alla nazione. Ciò non ostante, Carlo e Laud infine determinaronsi d’imporre a forza agli Scozzesi la liturgia anglicana; o, a dir meglio, una liturgia che nei punti in cui differiva da quella dell’Inghilterra, differiva in peggio.
A codesta misura, presa per ebbrezza di tirannide e per colpevole ignoranza e più colpevole dispregio del pubblico sentire, la nostra patria va debitrice della propria libertà. Il primo esperimento delle cerimonie straniere produsse una sommossa, la quale rapidamente divenne rivoluzione. L’ambizione, il patriottismo, il fanatismo, svegliaronsi e si confusero in un solo torrente. La intera nazione insorse, e corse alle armi. La potenza dell’Inghilterra veramente era, secondo che parve manifesto alcuni anni dopo, bastevole a costringere la Scozia; ma gran parte del popolo inglese partecipava ai sentimenti religiosi degl’insorgenti; e molti Inglesi che non avevano nessuno scrupolo intorno ad antifone e genuflessioni, ad altari ed abiti clericali, vedevano con satisfazione il progredire d’una ribellione che pareva volesse sconcertare i disegni arbitrari della corte, e rendere necessaria la convocazione del Parlamento.
XLV. Wentworth non ebbe colpa nella stolta smargiassata che aveva prodotti i riferiti effetti.[12] Essa veramente aveva capovolti e confusi tutti i disegni di lui. Nonostante, l’indole sua non comportava di consigliare il governo a sottomettersi. Tentossi di spegnere la insurrezione adoperando le armi. Ma le forze militari e lo ingegno del re non erano pari alla gravità dell’opera. Imporre nuove tasse sopra la Inghilterra, a dispetto della legge, in quelle circostanze sarebbe stata insania. Altro partito, adunque, non rimaneva cui appigliarsi, se non se quello di ragunare un Parlamento; il quale, difatti, venne convocato nella primavera del 1640.
La nazione gioiva sperando di veder risorgere il governo costituzionale, e riaversi de’ mali ch’ella sosteneva. La nuova Camera de’ Comuni fu più temperante e più ossequiosa verso il trono di qualunque altra ch’erasi adunata dalla morte di Elisabetta in poi. La moderazione di questa assemblea è stata altamente lodata dai più cospicui realisti, e pare che avesse cagionato non lieve disturbo e scoraggiamento ai capi dell’opposizione; ma Carlo, per insana politica e poco generosa abitudine, ricusava sempre di appagare i desiderii del suo popolo fino a che tali desiderii non fossero espressi in tono minaccioso. Appena la Camera de’ Comuni mostrossi inchinevole a fare ragione alle oppressioni che da undici anni pesavano sulla nazione, il Re con manifesti segni di malumore sciolse il Parlamento.
Dallo scioglimento di questa assemblea di corta durata alla convocazione di quel sempre memorabile consesso conosciuto sotto il nome di Lungo Parlamento, corsero pochi mesi, durante i quali il giogo venne con severità maggiore aggravato sulla nazione, mentre lo spirito di questa svegliavasi più irato che mai a scuotere quel giogo. Il Consiglio privato interrogò alcuni membri della Camera de’ Comuni intorno alla loro condotta parlamentare, e non ne ricevendo risposta nessuna, gli gettò in carcere. Le esazioni della imposta concernente il mantenimento della flotta, furono fatte con più grande rigore. Il lord gonfaloniere e gli sceriffi di Londra vennero minacciati del carcere per la loro moderazione nel riscuoterla. Si fecero conscrizioni forzate. A mantenere le milizie, si smunse pecunia dalle contee. La tortura, che era sempre stata illegale ed era stata di recente dichiarata tale anche dai servili giudici di quella età, venne inflitta per l’ultima volta in Inghilterra nel mese di maggio 1640.
Adesso, tutto dipendeva dalle operazioni militari che il Re aveva intraprese contro gli Scozzesi. Fra le sue truppe esisteva pochissimo quel sentimento che divide i soldati di professione dalla massa della nazione, e gli attacca ai loro condottieri. Il suo esercito era composto in massima parte di reclute, che desideravano lo aratro da cui erano state violentemente strappate, e che essendo animate de’ sentimenti religiosi e politici allora prevalenti nel paese, erano più formidabili ai loro capi che all’inimico. Gli Scozzesi, ai quali facevano animo i capi della opposizione inglese e debole resistenza le truppe inglesi, valicarono il Tweed e il Tyne, ed accamparonsi lungo i confini della contea di York. Allora il mormorare de’ malcontenti diventò un frastuono, che impaurì, tranne un solo, i cuori di tutti. Ma Strafford ambiva tuttavia a raggiungere il suo scopo, ed in questi frangenti mostrò indole così crudele e dispotica, che i suoi stessi soldati erano pronti a farlo in pezzi.
Rimaneva ancora un ultimo espediente, il quale, secondo che il Re illudevasi, l’avrebbe potuto salvare dalla ignominia di affrontare un’altra Camera de’ Comuni. A quella dei Lordi egli era meno avverso. I vescovi gli erano affezionati; e quantunque i Pari secolari fossero generalmente malcontenti della sua amministrazione, avevano, come classe, cotanto interesse a mantenere l’ordine e la stabilità delle antiche istituzioni, che non era verosimile richiedessero vaste riforme. Contro la non interrotta costumanza di secoli, ei convocò un gran consiglio composto di soli Pari. Ma costoro furono così prudenti da non assumere le funzioni incostituzionali di cui egli voleva rivestirli. Senza pecunia, senza credito, senza autorità nè anche nello stesso suo campo, gli fu forza cedere alla pressura della necessità. Le Camere furono convocate; e le nuove elezioni provarono che, dalla primavera in poi, la sfiducia e l’odio contro il governo eransi spaventevolmente accresciuti.
XLVI. Nel novembre del 1640 adunossi quel famoso Parlamento, il quale, malgrado i suoi molti errori e disastri, è degno della riverenza e gratitudine di tutti coloro che in qualsivoglia parte del mondo godono i beni del governo costituzionale.
Nel corso dell’anno che seguì, nessuna grave scissura d’opinioni mostrossi in ambedue le Camere. Per lo spazio di quasi dodici anni, l’amministrazione civile ed ecclesiastica era stata cotanto oppressiva ed incostituzionale, che perfino quelle classi le quali generalmente inchinano all’ordine ed alla autorità, erano pronte a promuovere riforme popolari, e tradurre i satelliti della tirannide innanzi alla giustizia. Fu fatta una legge che prescriveva che fra parlamento e parlamento non potesse esservi un intervallo maggiore di tre anni, e che se in tempo debito non venissero spedite ordinanze munite del Gran Sigillo, gli ufficiali potevano senza esse convocare i collegi elettorali per la elezione de’ rappresentanti. La Camera Stellata, l’Alta Commissione, il Consiglio di York furono aboliti. Coloro che, dopo d’avere patito inumane mutilazioni, marcivano in fondo alle prigioni, riacquistarono la libertà. La vendetta della nazione piombò inesorabilmente sopra i principali ministri della corona. Il lord cancelliere, il primate, il lord luogotenente vennero accusati. Finch si salvò fuggendo. Laud fu gettato in fondo alla Torre. Strafford, processato, fu fatto morire per virtù dell’Atto di Morte. Nel giorno stesso in cui passò questa legge, il Re dette il suo assenso ad un’altra legge, per la quale obbligavasi a non aggiornare, prorogare o sciogliere il Parlamento esistente senza averne ottenuto il consenso dagli stessi rappresentanti.
Dopo dieci mesi di continuo travaglio, le Camere nel settembre del 1641 si aggiornarono per poco tempo, e il Re visitò la Scozia. Potè con grave difficoltà pacificare quel regno, dopo di avere consentito non solo ad abbandonare i suoi disegni di riforma ecclesiastica, ma anco a firmare, con manifesti segni di repugnanza, un atto dove dichiaravasi lo episcopato essere contrario alla parola di Dio.
XLVII. Le vacanze del Parlamento inglese durarono un mese e mezzo. Il giorno in cui le Camere riaprirono le adunanze, forma una delle epoche più memorabili nella nostra storia. Da esso data la vera esistenza, come corpi distinti, de’ due grandi partiti che hanno poi sempre governato con alterna vicenda il paese. In un certo senso, a dir vero, la distinzione, che allora divenne più manifesta, era sempre stata e sarà sempre, come quella che nasce dalle diversità d’indole, d’intendimento e d’interesse, che trovansi in tutte le società, e vi si troveranno finchè la mente umana non cesserà d’essere trascinata per opposti sentieri dalla forza dell’abitudine e da quella della novità. Non solo nella politica, ma nelle lettere, nelle arti, nelle scienze, nella chirurgia e nella meccanica, nella navigazione e nell’agricoltura, anzi nelle stesse matematiche, trovasi distinzione siffatta. In ogni dove è una classe d’uomini che tenacemente si appigliano a ciò che è antico, e quando anche da ragioni incontrastabili sieno convinti che la innovazione sarebbe benefica, vi assentano pavidi e sospettosi. Avvi egualmente un’altra classe di uomini, ardenti a sperare, audaci a speculare, proni a spingere sempre innanzi, corrivi a scoprire imperfezioni in tutto ciò che esiste, spensierati intorno ai perigli ed alle inconvenevolezze che accompagnano le riforme, ed inclinevoli a laudare ogni mutazione come un miglioramento. In entrambe queste generazioni di uomini è qualche cosa degna d’essere commendata; massime in quelli che scostandosi dagli estremi opposti, ravvicinansi così che paiono starsi in un confine comune. La sezione estrema dell’una classe è composta di bacchettoni frenetici; la estrema sezione dell’altra si compone di empirici frivoli e licenziosi.
Non è dubbio che ne’ nostri Parlamenti primitivi si potrebbe scoprire una parte di membri vogliosa di conservare, ed un’altra pronta a riformare. Ma mentre le sessioni della legislatura erano brevi, quei tali corpi non assumevano forme permanenti e definite, non ordinavansi sotto capi riconosciuti, non prendevano nomi, segnali o gridi di guerra distinti. Nei primi mesi del Lungo Parlamento, lo sdegno nato da molti anni d’illegittima oppressione fu tale, che la Camera de’ Comuni operò come un solo uomo. Gli abusi, l’un dopo l’altro, disparvero senza conflitto. Se pochi rappresentanti mostraronsi bramosi di conservare la Camera Stellata e l’Alta Commissione, impauriti dall’entusiasmo e dalla superiorità numerica de’ riformisti, contentaronsi di compiangere la caduta di quelle istituzioni, che non potevano apertamente difendersi con la più lieve speranza di buon esito. In un’epoca posteriore, i realisti reputarono cosa utile riportare ad una data più remota la divisione fra essi e i loro avversarii, e attribuire l’atto che raffrenava il Re dal disciogliere o prorogare il Parlamento, l’atto triennale, l’accusa dei ministri e la condanna di Strafford, alla fazione che poscia mosse guerra al Re. Ma fu artificio poco destro. Ciascuna di quelle vigorose misure venne attivamente promossa da coloro che dipoi furono principali fra’ cavalieri. Nessuno de’ repubblicani parlò del lungo, pessimo governo di Carlo con maggior severità di Colepepper. Il discorso più notevole in favore dell’atto triennale fu fatto da Digby. L’accusa del lord cancelliere fu condotta da Falkland. La dimanda che il lord luogotenente fosse tenuto in istretta prigionia, fu fatta alla tribuna della Camera de’ Lordi da Hyde. Nessun segno di disunione si fece scorgere fino a che fu proposta la legge che colpì Strafford. Anche contro cotesta legge, che non poteva essere giustificata se non se dallo estremo bisogno, soli sessanta membri della Camera de’ Comuni votarono. Egli è certo che Hyde non fu con la minoranza, e che Falkland non solo votò con la maggioranza, ma parlò vigorosamente a favore della legge. Anche i pochi che scrupoleggiavano in quanto ad infliggere la pena di morte in virtù d’una legge retrospettiva, riputarono necessario esprimere grandissimo abborrimento per il carattere e l’amministrazione di Strafford.
Ma sotto tale concordia apparente ascondevasi un gravissimo scisma; ed allorquando, nell’ottobre del 1641, il Parlamento, dopo breve riposo, riaprì le sue sessioni, due partiti opposti, essenzialmente identici a quelli che sotto nomi diversi lottarono poi sempre, e lottano tuttavia, onde recarsi in mano il governo della cosa pubblica, comparvero l’uno di fronte all’altro. Chiamaronsi poscia Tory e Whig; nè sembra che tali nomi abbiano presto a cadere in disuso.
Non sarebbe difficile comporre una satira o un elogio intorno a ciascuna di codeste celebri fazioni; imperocchè niuno che non sia scemo di giudizio e di schiettezza, vorrà sostenere che la fama del suo proprio partito sia scevra di macchia, o quella del partito avverso non possa vantare molti nomi illustri, molte azioni eroiche e molti grandi servigi resi allo stato. Vero è che, quantunque ambidue i partiti abbiano spesso gravemente fallato, la Inghilterra non avrebbe potuto far senza nè dell’uno nè dell’altro. Se nelle istituzioni, nella libertà e nell’ordine che essa gode, i beni che nascono dallo innovare e quelli che derivano dal conservare, sono stati combinati in modo sconosciuto a qualsivoglia popolo, possiamo attribuire questa fortunata specialità ai valorosi conflitti ed alle vicendevoli vittorie delle due rivali federazioni di uomini di stato, zelantissime entrambe, l’una dell’autorità ed antichità, l’altra della libertà e del progresso.
Bisogna tenere a mente che la differenza tra le due grandi sezioni de’ politici inglesi è sempre stata più presto di grado, che di principio. V’erano, e da diritta e da sinistra, certi confini, che rarissime volte venivano travarcati. Pochi entusiasti, da una parte, erano pronti a porre tutte le nostre leggi e franchigie ai piedi dei nostri re. Pochi entusiasti, dall’altra, inclinavano a conseguire frammezzo ad infinite perturbazioni civili il loro vagheggiato fantasma di repubblica. Ma la maggior parte di coloro che difendevano la corona, abborriva dal dispotismo; come i più fra coloro che propugnavano i diritti popolari, abborrivano dalla anarchia. Nel corso del secolo decimosettimo, i due partiti due volte sospesero ogni dissenso, e congiunsero le forze loro per una causa comune. La loro prima coalizione restaurò la monarchia ereditaria; la seconda rivendicò la libertà costituzionale.
È anche da notarsi, che i due partiti sopradetti non hanno mai formata la intera nazione; anzi entrambi, insieme considerati, non hanno mai fatta la maggioranza di quella. Fra l’uno e l’altro vi è sempre stata una gran massa, che non ha stabilmente aderito a nessuno, che talvolta si è mostrata inerte e neutrale, e tal’altra ha ondeggiato ora verso questo or verso quel lato. Tale massa è più volte in pochi anni passata da uno estremo all’altro, e viceversa. Talora ha cangiato partito soltanto perchè era stanca di sostenere gli stessi uomini, talora perchè s’era impaurita dei propri eccessi, talora perchè, avendo concepite speranze di cose impossibili, erasi disillusa. Ma, semprechè ha piegato con tutto il suo peso verso uno de’ due lati, ha resa impossibile ogni resistenza.