Part 8
Nè ciò era tutto. Una specie di questioni intorno alle quali i fondatori della Chiesa anglicana e la prima generazione dei puritani differivano poco o nulla, cominciò ad apprestare materia alle più virulente dispute. Le controversie che avevano scissa la setta protestante nella sua infanzia, riferivansi pressochè tutte al governo ecclesiastico ed alle cerimonie. Intorno ai punti di teologia metafisica non era stato serio litigio fra le parti contendenti. Le dottrine sostenute dai capi della gerarchia rispetto al peccato originale, alla fede, alla grazia, alla predestinazione, alla elezione, erano quelle che comunemente si chiamano calvinistiche. Verso la fine del regno d’Elisabetta, lo arcivescovo Whilgift, suo prelato prediletto, compose, d’accordo col vescovo di Londra e con altri teologi, il celebre documento intitolato—gli Articoli di Lambeth. In esso le più notevoli fra le dottrine calvinistiche vengono affermate con tale distinzione, che disgusterebbe molti che, nell’età nostra, vengono reputati calvinisti. Un chierico il quale fu di contrario parere, e parlò duramente di Calvino, fu espulso, in pena della sua presunzione, dalla università di Cambridge, e si sottrasse al castigo soltanto confessando di credere fermamente ne’ dogmi della riprovazione e della perseveranza finale, e dolendosi d’avere offeso, con le sue idee intorno al riformatore francese, gli uomini pii. La scuola teologica della quale Hooker era capo, occupava un posto di mezzo tra la scuola di Cranmer e quella di Laud; e nei tempi moderni Hooker è stato considerato dagli arminiani come loro alleato. Ciò non ostante, Hooker affermò Calvino essere stato superiore per sapienza ad ogni altro teologo che fosse mai stato in Francia; essere stato uomo al quale migliaia andavano debitori della cognizione della verità divina, cognizione che egli doveva alla sola grazia peculiare di Dio. Allorchè nacque in Olanda la controversia arminiana, il Governo e la Chiesa d’Inghilterra prestarono vigoroso sostegno al partito calvinista; ed il Governo inglese non è affatto scevro della macchia che la prigionia di Grozio e lo assassinio giuridico di Barneveldt hanno lasciata su quel partito.
Ma anco innanzi la convocazione del sinodo olandese, coloro fra il clero anglicano che erano ostili al governo ecclesiastico ed al culto calvinista, avevano preso a considerare con disgusto la metafisica di Calvino; e siffatto sentimento venne naturalmente a rinvigorirsi per la grossolana ingiustizia, insolenza e crudeltà del partito che prevaleva in Dort. La dottrina arminiana, dottrina meno austeramente logica che non fosse quella de’ più antichi riformatori, ma più consona alle nozioni popolari intorno alla giustizia ed alla benevolenza divina, si estese molto e rapidamente, e giunse alla corte. Quelle opinioni le quali, nel tempo in che Giacomo ascese al trono, nessun ecclesiastico avrebbe osato di emettere senza imminente pericolo di essere privato del sacerdozio, erano ora diventale argomento di merito. Un teologo di quell’età, richiesto da un semplice gentiluomo di campagna cosa tenessero—vale a dire credessero—gli arminiani, rispose, con pari arguzia e verità, che essi tenevano i migliori vescovati e le migliori prebende dell’Inghilterra.
Mentre parte del clero anglicano abbandonava il posto che esso in origine aveva occupato, parte della setta de’ puritani scostavansi, in un cammino diametralmente opposto, dai principii e dalle usanze de’ loro padri. La persecuzione che i separatisti avevano sostenuta, era stata severa tanto da irritare, ma non da distruggere. Non erano stati domi o sottomessi, ma resi inselvatichiti e caparbi. Secondo il costume delle sètte oppresse, scambiando i loro sentimenti vendicativi per emozioni religiose, fomentavano ne’ loro cuori, leggendo e meditando, l’inchinevolezza a non iscordare le ingiurie sofferte; e dopo che si furono assuefatti a odiare i loro nemici, immaginarono di odiare solamente gl’inimici di Dio. Certo il Nuovo Testamento, anche interpretato con aperta mala fede, non indulgeva alle passioni malefiche. Ma il Testamento Vecchio conteneva la storia di un popolo eletto da Dio ad essere testimonio della sua unità e ministro della sua vendetta, ed in ispecie comandato a operare tali cose, che se fossero state fatte senza espresso comando divino, si sarebbero reputate atroci delitti. Agli spiriti cupi e feroci non tornava difficile trovare in quella storia molti fatti che potessero agevolmente stiracchiarsi a significati convenevoli ai loro desiderii. I più rigidi puritani, adunque, cominciarono a sentire per il Vecchio Testamento una predilezione, che essi forse non confessavano chiaramente, ma che traluceva in tutti i pensieri e i costumi loro. Tributavano al linguaggio ebraico quel rispetto che ricusavano alla lingua nella quale sono a noi pervenuti i discorsi di Cristo e le epistole di Paolo. Battezzando i loro figliuoli, adoperavano non i nomi de’ santi cristiani, ma quelli de’ patriarchi e de’ guerrieri ebrei. Sfidando le espresse e ripetute dichiarazioni di Lutero e di Calvino, trasmutarono in un sabato giudaico il giorno festivo settimanale, con cui la Chiesa aveva, fino da’ tempi primitivi, commemorata la risurrezione del suo Signore. Nella legge mosaica cercavano i principii della giurisprudenza, e nei libri dei Giudici e dei Re indaga vano le norme del vivere. I pensieri e discorsi loro versavano sopra azioni che certamente non vengono ricordate come esempi da imitarsi. Il profeta che tagliò a pezzi un re prigioniero, il capitano ribelle che dette a bere ai cani il sangue d’una regina, la matrona che, violando la fede data e le leggi dell’ospitalità orientale, confisse il chiodo nel cranio dell’alleato fuggiasco che aveva pur allora mangiato al desco e dormito sotto la tenda di lei, venivano proposti come esempi da imitarsi ai Cristiani che pativano la tirannia dei principi e dei prelati. La morale e i costumi furono sottoposti ad un codice che somigliava quello della sinagoga, quando essa era nelle sue peggiori condizioni. Il vestire, il contegno, il linguaggio, gli studi, i sollazzi di quella rigida setta, furono regolati secondo principii simili a quelli de’ Farisei, i quali orgogliosi delle loro mani lavate e de’ loro grandi filatterii, insultavano il Redentore come violatore del sabato e bevitore di vino. Era peccato lo appendere ghirlande al maggio, il bere alla salute d’un amico, il lanciare in aria uno sparviero, il dar la caccia ad un cervo, il giocare a scacchi, arricciarsi i capelli, portare trine inamidate, suonare la spinetta, leggere il Fairy Queen. Simiglianti precetti, i quali sarebbero sembrati insopportabili allo spirito libero e brioso di Lutero, e spregevoli al tranquillo e filosofico intelletto di Zuinglio, gettarono sopra la vita il peso di una regola più che monastica. La dottrina e la eloquenza in cui i grandi riformatori eransi resi illustri, ed a cui andavano non poco debitori dei loro successi, venivano da questa nuova scuola di protestanti considerate con sospetto, se non con avversione. Parecchi rigoristi avevano scrupolo d’insegnare la grammatica latina, perchè vi s’incontravano i nomi di Marte, di Bacco, di Apollo. Le belle arti vennero quasi proscritte. Il solenne suono dell’organo era superstizioso; ed era dissoluta la musica allegra delle maschere di Ben Johnson. Mezze le più belle pitture d’Inghilterra erano idolatre, e le altre mezze indecenti. Il rigido puritano a colpo d’occhio distinguevasi dagli altri uomini per il mondo di vestirsi e di andare, i capelli cascanti, l’aspra solennità del viso, gli occhi rivolti in su, il tono nasale della parlatura, e sopra tutto per il gergo peculiare. Servivasi sempre delle immagini e dello stile della Bibbia. Ebraismi intrusi a forza nella lingua inglese, e metafore attinte alla lirica audace dei più remoti secoli e paesi, e applicate agli usi comuni della vita in Inghilterra, formavano il carattere particolare di quel gergo, che provocava, non senza cagione, il dileggio e de’ prelatisti e de’ liberali.
In tal guisa, lo scisma politico e religioso, nato nel secolo decimosesto, si venne, ne’ primi venti anni del susseguente, sempre estendendo. In Whitehall diventarono di voga certe dottrine tendenti al dispotismo turco; mentre certe altre tendenti al repubblicanismo manifestavansi dalla maggior parte de’ membri nella Camera de’ Comuni. I prelatisti violenti, che erano zelanti della prerogativa, e i violenti puritani, che erano zelanti de’ privilegi del parlamento, s’osteggiavano con animosità più forte di quella che, nella precedente generazione, erasi mostrata fra cattolici e protestanti.
Mentre le menti degli uomini trovavansi in cosiffatte condizioni, il paese, dopo una pace di molti anni, alla perfine impegnossi in una guerra che richiedeva grandissimi sforzi. Questa guerra affrettò lo appropinquarsi della gran crisi costituzionale. Era mestieri che il Re avesse numerose forze militari, le quali non potevano ottenersi senza pecunia. Egli non poteva legalmente far danari senza lo assenso del Parlamento. Ne seguiva quindi, o che egli dovesse amministrare il governo secondo il sentire della Camera de’ Comuni, o dovesse correre il rischio di violare le leggi fondamentali del regno in modo, di cui per parecchi secoli non s’era visto esempio. I Plantageneti e i Tudors, egli è vero, avevano provveduto al difetto delle loro entrate per mezzo di un donativo o d’un prestito forzato; ma tali espedienti erano sempre d’indole temporanea. Il far fronte al peso continuo d’una lunga guerra con una tassa regolare, imposta senza il consentimento degli Stati del reame, era tale un passo che lo stesso Enrico VIII non avrebbe osato fare. L’ora decisiva, adunque, sembrava approssimarsi, in cui al Parlamento inglese sarebbe toccata la sorte dei senati del continente, o l’acquisto della preponderanza nel governo dello Stato.
XXXVI. Ma in quel mentre il re Giacomo morì. Carlo I ascese al trono. Natura lo aveva dotato di molto migliore intendimento, di volontà più vigorosa, di temperamento più ardente e più fermo, che suo padre non era. Da costui aveva egli ereditati i principii politici, ed era più di lui disposto a metterli in opera. Era al pari del padre uno zelante episcopale; ed era inoltre ciò che il padre non era mai stato, voglio dire zelante arminiano; e quantunque non fosse papista, amava meglio i papisti che i puritani. Sarebbe cosa ingiusta negare a Carlo alcune delle doti convenevoli ad un principe buono e anche grande. Parlava e scriveva, non, come il padre suo, con la esattezza di un professore, ma secondo lo stile di un gentiluomo intelligente e bene educato. Aveva gusto squisito nelle lettere e nelle arti gentili, e modi, comunque privi di grazia, dignitosi: la sua vita domestica era senza menda. La perfidia fu la cagione massima de’ suoi disastri, ed è la macchia precipua che gli deturpa la fama. Veramente, era una incurabile tendenza quella che lo trascinava per le vie torte e tenebrose. E’ sembrerebbe strano che la sua coscienza, la quale in occasioni di lieve momento era bastevolmente sensibile, non gli avesse mai rimproverato cotesto gran vizio. Ma abbiamo ragione di credere ch’egli fosse perfido non solo per indole e per costume, bensì per principio. Pare che avesse imparato dai teologi, da lui singolarmente stimati, non potere tra lui e i suoi sudditi esistere nulla che avesse natura di mutuo contratto; lui non avere potestà, qualvolta lo avesse voluto, di deporre la sua autorità dispotica; ed in ogni promessa che egli facesse, sottointendersi la riserva di romperla in caso di necessità, della quale necessità era egli stesso il solo giudice.
XXXVII. Allora ebbe principio quel giuoco rischioso dal quale dipesero le sorti del popolo inglese. La Camera de’ Comuni giuocò ostinatamente; ma con destrezza, calma e perseveranza mirabili. Erano di guida all’assemblea alcuni uomini di Stato, che sapevano portare l’occhio molto più addietro e spingerlo molto più avanti che i rappresentanti della nazione non facevano. Quegli alti intelletti determinaronsi di porre il Re in tali condizioni da dovere condurre il governo dello Stato secondo i desiderii del Parlamento, o indursi a violare i più sacri principii dello Statuto. Però, brontolando sempre nel concedergli scarsi sussidi, lo posero nel bisogno di governare o d’accordo con la Camera de’ Comuni, o sfidando ogni legge. Non mise tempo fra mezzo, ed elesse. Sciolse il suo primo Parlamento di propria autorità, e impose tasse. Convocò un secondo Parlamento, e lo trovò più riottoso del primo. Adottò di nuovo lo espediente di discioglierlo, impose nuove tasse senza la minima apparenza di legalità, e gettò in carcere i capi dell’opposizione. Nel tempo stesso, eccitò universale scontento e timore un nuovo aggravio, che riusciva insopportabilmente penoso al sentire ed ai costumi della nazione inglese, e che a tutti gli uomini previdenti sembrava di sinistro augurio. Le compagnie de’ soldati vennero distribuite fra i cittadini onde provvedere agli alloggi, ed in taluni luoghi la legge marziale fu sostituita all’antica giurisprudenza del regno.
XXXVIII. Il Re, convocato un terzo Parlamento, tosto si accorse che la Opposizione erasi fatta più vigorosa e fiera che mai. Divisò quindi di mutar tattica. Invece di opporre inflessibile resistenza alle richieste della Camera de’ Comuni, egli, dopo molti alterchi e molte evasioni, s’indusse ad un patto il quale, ove fosse stato da lui fedelmente mantenuto, avrebbe stornata una lunga serie di gravi sciagure. Il Parlamento concesse larghi sussidii. Il re ratificò, nel modo più solenne, quella legge famosa che è conosciuta sotto il nome di Petizione dei Diritti, e che forma la seconda Magna Carta delle libertà dell’Inghilterra. Nel ratificare cotesta legge, egli obbligossi a non levare danaro senza il consenso di ambedue le Camere, non imprigionare mai nessuno, tranne nelle debite forme della legge, e non sottoporre mai più il popolo alla giurisdizione delle corti marziali.
Il giorno in cui, dopo molto indugiare, Carlo dette solennemente la sua regia sanzione a questo grande atto, fu giorno di gioia e di speranza. I membri della Camera de’ Comuni, che circondavano la tribuna di quella de’ Lordi, mandarono alte acclamazioni, appena furono proferite, secondo l’antica formula, le parole con le quali i nostri principi, per tanti secoli, hanno significato il loro assenso ai desiderii degli Stati del regno. A tali acclamazioni fece eco la voce della metropoli e della intera nazione; ma dopo pochi giorni, divenne a tutti manifesto che Carlo non intendeva mantenere il patto giurato. Furono raccolti i sussidii concessi da’ rappresentanti della nazione; ma la promessa, in grazia della quale erano stati ottenuti, fu rotta. Ne seguì una violenta contesa. Il Parlamento venne disciolto, con tutti i segni del regio malumore. Alcuni de’ più cospicui membri furono incarcerati; ed uno di loro, sir Giovanni Eliot, dopo anni di pene, vi perdè la vita.
Carlo, nondimeno, non potè rischiarsi d’imporre di propria autorità tasse bastevoli a tirare innanzi la guerra. Affrettossi, dunque, a far pace coi propri vicini, e rivolse la mente tutta alla politica interna.
Adesso s’apre un’era nuova. Molti re inglesi avevano, in varie occasioni, commessi atti incostituzionali; ma nessuno aveva mai sistematicamente tentato di rendersi despota, e di annientare il Parlamento. Fu questo lo scopo che Carlo si propose. Dal marzo del 1629 all’aprile del 1640 le Camere non furono convocate. Non v’era mai stato nella nostra storia un intervallo di undici anni tra parlamento e parlamento. Solo una volta eravi stato un intervallo, lungo la metà. Basti tal fatto a confutare coloro che affermano, Carlo avere semplicemente calcate le orme de’ Plantageneti e de’ Tudors.
XXXIX. È indubitabile, secondo la testimonianza de’ più validi sostenitori del re, che, durante cotesto periodo del suo regno, i provvedimenti della Petizione dei Diritti furono da lui violati non secondo le occasioni, ma sempre e sistematicamente; che gran parte dell’entrate fu riscossa senza nessuna autorità legale; e che gli individui invisi al governo languirono per anni interi in carcere, senza essere mai stati tradotti innanzi a nessun tribunale.
Di tali atti è mestieri che la storia chiami responsabile principalmente il sovrano. Dopo che fu disciolto il terzo parlamento, egli non ebbe altro primo ministro che sè stesso, comecchè parecchi uomini ch’erano temprati a secondarlo ne’ suoi fini, dirigessero diversi dipartimenti dell’amministrazione.
XL. Tommaso Wentworth, creato poscia lord Wentworth e poi conte di Strafford, uomo grandemente destro, eloquente, animoso, ma d’indole crudele ed imperiosa, era il consigliere più fido nelle faccende militari e politiche. Era stato uno de’ più illustri membri della opposizione, e sentiva verso coloro dai quali erasi diviso, quella tale malignità, che in tutti i tempi è stata la caratteristica degli apostati. Conosceva mirabilmente i sentimenti, i mezzi e la politica del partito al quale un tempo apparteneva, ed aveva formato un disegno vasto e profondamente meditato, che quasi pervenne a sconcertare la tattica efficace degli uomini di Stato che dirigevano la Camera dei Comuni. A tale disegno, nel suo carteggio confidenziale, egli dava il nome espressivo di completo (_Thorough_). Era suo scopo di fare in Inghilterra tutto—e più che tutto—ciò che Richelieu andava facendo in Francia; di rendere Carlo monarca assoluto quanto ogni altro principe nel continente; di porre gli Stati e la libertà personale dell’intero popolo a disposizione della corona; di privare le corti di giustizia d’ogni autorità indipendente anche nelle ordinarie questioni di diritto civile tra uomo e uomo, e di punire con inesorabile rigore tutti coloro i quali mormorassero contro gli atti del governo, o anco in modo decente e regolare ricorressero a qualunque tribunale per ottenere giustizia contro quegli atti.[9]
Tale scopo s’era egli proposto, e scerneva distintamente le sole vie per le quali vi poteva giungere. Vero è che in tutte le sue idee rifulgono chiarezza, coerenza e precisione tali, che s’egli non avesse aspirato ad un fine pernicioso alla patria ed alla umanità, si sarebbe reso meritevole della più alta ammirazione. Ben vide non esservi se non se un solo strumento per mandare ad esecuzione i suoi arditi disegni. Tale strumento era un esercito stanziale. A formare quindi lo esercito rivolse tutta l’operosità della sua mente vigorosa. In Irlanda, dove era vicerè, gli era venuto fatto di stabilire un dispotismo militare, non solo sopra le popolazioni aborigene, ma anche sopra le colonie inglesi, e potè gloriarsi che in quell’isola il Re regnava assoluto quanto potesse esserlo ogni altro principe della terra.[10]
XLI. In questo mentre, l’amministrazione ecclesiastica era principalmente diretta da Guglielmo Laud, arcivescovo di Canterbury. Sopra tutti i prelati della Chiesa anglicana, Laud si era dilungato maggiormente dai principii della Riforma e ravvicinato a Roma. La sua teologia scostavasi da quella de’ calvinisti anche più di quello che facesse la teologia degli arminiani d’Olanda. La passione che egli sentiva per le ceremonie, la riverenza per i giorni festivi, le vigilie, i luoghi sacri, il suo mal dissimulato disgusto per il matrimonio degli ecclesiastici, lo ardente e non affatto disinteressato zelo con cui egli manifestava le pretese del clero al rispetto dei laici, lo avrebbero reso obietto d’avversione ai puritani anche se avesse usati mezzi miti e legali per conseguire i suoi fini. Ma aveva corta intelligenza e poco uso di mondo. Era per indole brusco, irritabile, veloce a sentire ciò che considerava come dignità propria, tardo a compatire le altrui sofferenze, e prono allo errore, comune a tutti gli uomini superstiziosi, di prendere i suoi modi burberi e maligni per emozioni di zelo religioso. Lui dirigente, ogni angolo del regno venne sottoposto a diuturna e minuta inquisizione. Ogni piccola congregazione di separatisti fu spiata e dispersa. Gli stessi atti di divozione delle famiglie private non valevano a sottrarsi alla vigilanza de’ suoi esploratori. Tanta era la paura che il suo rigore ispirava, che l’odio mortale contro la Chiesa, il quale covava in cuore di moltissimi, veniva generalmente travestito sotto le apparenze di conformismo. Nella stessa vigilia delle perturbazioni che furono fatali a lui ed al suo ordine, i vescovi di varie grandi diocesi poterono riferirgli come nel cerchio delle loro giurisdizioni non si trovasse nè anche un dissenziente.[11]
XLII. I tribunali non prestavano protezione ai sudditi contro la tirannia civile e clericale di quel tempo. I giudici del diritto comune, che occupavano l’ufficio a volontà del re, mostravansi scandalosamente ossequiosi. Nondimeno, comunque ossequiosi, erano strumenti meno pronti ed efficaci del potere arbitrario, di quel che lo fosse un’altra specie di corti, la cui memoria tuttavia, dopo dugento e più anni, è profondamente abborrita dalla nazione. Precipue fra esse per potenza ed infamia erano la Camera Stellata e l’Alta Commissione; politica inquisizione la prima, inquisizione religiosa la seconda; nessuna delle quali era parte della vecchia costituzione dell’Inghilterra. La Camera Stellata era stata rifatta e l’Alta Commissione creata dai Tudors. La potestà di cui erano investite innanzi lo avvenimento di Carlo al trono, era vasta e formidabile; ma piccola, in agguaglio di quanta ne avevano poscia usurpata. Guidate massimamente dallo spirito violento del primate, e libere dal sindacato del Parlamento, facevano mostra di rapacità, violenza e malefica energia, non mai vista in nessuna epoca precedente. Per mezzo di esse, il governo poteva multare, incarcerare, porre alla gogna e mutilare gl’individui senza alcun freno. Un Consiglio segreto residente in York sotto la presidenza di Wentworth, con un semplice atto di prerogativa che violava la legge, fu rivestito di quasi illimitato potere sopra le contee settentrionali. Tutti i predetti tribunali insultavano e sfidavano l’autorità di Westminster Hall, e commettevano quotidianamente eccessi tali, che sono stati condannati dai più eminenti realisti. Scrive Clarendon, non esservi nel regno quasi uomo notevole che non avesse da sè fatto esperimento della durezza e cupidità della Camera Stellata; l’alta Commissione essersi condotta in guisa da non rimanerle in tutto il reame nè anche un amico; e la tirannia del Consiglio di York avere resa la Magna Carta una lettera morta per le contrade giacenti a settentrione del Trent.