Part 56
Jeffreys, compiuta l’opera, ritornò a chiedere il meritato premio. Giunse a Windsor, lasciandosi addietro strage, lutto e terrore. L’odio che gli portavano le genti della Contea di Somerset, è senza esempio nella storia nostra. Non fu spento dal tempo o da politici mutamenti, fu lungamente tramandato di generazione in generazione, e si sfogò ferocemente sopra la sua innocente progenie. Da molti anni era già morto, il suo nome e il suo titolo erano già estinti, allorchè la contessa di Pomfret, viaggiando per la strada d’occidente, fu insultata dalla plebe, e si accorse di non rimanere in sicurtà fra i discendenti di coloro che avevano veduto il Tribunale di Sangue.[475]
Ma alla Corte, Jeffreys fu cordialmente accolto. Era il giudice tanto gradito al proprio signore. Giacomo aveva con interesse e diletto tenuto dietro alla missione di lui. Nelle sue sale ed a mensa aveva spesso favellato della devastazione che si stava facendo tra i suoi disaffezionati sudditi, con esultanza che rendeva attoniti i ministri stranieri. Di propria mano aveva scritto racconti di quella ch’egli, con frase faceta, chiamava la campagna del suo Lord Capo Giudice nelle contrade occidentali. Scrisse all’Aja, come parecchie centinaia di ribelli fossero stati condannati. Alcuni di loro erano già stati impiccati, altri lo sarebbero; i rimanenti verrebbero deportati alle piantagioni. Non giovò a nulla lo avere Ken scritto per implorare mercè al traviato popolo, e lo avere dipinto con commovente eloquenza l’orribile stato della propria diocesi. Lamentava come fosse impossibile procedere per le strade maestre senza vedere qualche terribile spettacolo, e come l’aria della Contea di Somerset fosse pregna di morte. Il Re lesse, e rimase, secondo il detto di Churchill, più duro del marmo de’ camini di Whitehall.
LXV. A Windsor, il Gran Sigillo d’Inghilterra fu posto nelle mani di Jeffreys, e nel prossimo numero della Gazzetta di Londra fu solennemente annunziato che cosiffatto onore era la rimunerazione de’ molti insigni servigi da lui resi alla Corona.[476] In un periodo posteriore di tempo, allorquando gli uomini tutti di tutti i partiti parlavano con raccapriccio del Tribunale di Sangue, il malvagio Giudice e il Re malvagio provaronsi di scolparsi, gettandosi scambievolmente il biasimo addosso. Jeffreys, rinchiuso nella Torre, protestò che negli atti più feroci di crudeltà da lui commessi, non aveva travarcati gli ordini espressi del proprio signore; che anzi non gli aveva osservati con quella severità che gli era stata ingiunta. Giacomo, in Saint Germain, avrebbe voluto far credere ch’egli era stato inchinevole alla clemenza, e che la violenza del ministro gli aveva attirato sul capo un biasimo non meritato. Ma niuna di queste due anime crude può mandarsi assoluta, l’una a detrimento dell’altra. La falsità della scusa addotta da Giacomo è provata da ciò che scrisse di proprio pugno. Quella di Jeffrey, quando anche fosse vera in fatto, è estremamente indegna.
La strage delle contrade occidentali era finita; quella di Londra era presso a cominciare. Il Governo singolarmente desiderava trovare vittime fra i grandi mercatanti Whig della Città. Nel regno precedente essi erano stati parte formidabile della potenza dell’Opposizione. Erano ricchi; e la loro opulenza non era, al pari di quella di molti nobili e gentiluomini di provincia, protetta da ipoteche contro la confisca. Nel caso di Grey, e d’altri uomini nella medesima condizione, era impossibile saziare ad un’ora la crudeltà e la rapacità; ma un ricco trafficante poteva essere mandato alle forche, e insieme spogliato. I grandi del commercio, nondimeno, ancorchè comunemente fossero ostili al papismo e al potere arbitrario, erano stati scrupolosi o timidi tanto, da non incorrere nel delitto d’alto tradimento. Uno de’ più considerevoli fra essi, era Enrico Cornish. Era stato Aldermanno quando la Città possedeva il suo antico statuto; teneva l’ufficio di Sceriffo mentre la questione della Legge d’Esclusione occupava le menti di tutti. In politica era Whig, in religione pendeva verso le opinioni presbiteriane; ma era d’indole cauta e temperata. Non è stato provato con testimoni di fede degni, ch’egli si spingesse mai fino all’orlo dell’alto tradimento, senza tuttavia gettarvisi dentro. Mentre era Sceriffo, gli aveva ripugnato l’animo a servirsi, come suo deputato, di un uomo irruente e immorale quale era Goodenough. Scoperta la congiura di Rye House, la Corte sperò grandemente di trovarvi implicato Cornish; speranze che andarono a vuoto. Uno de’ congiurati, a dir vero, cioè Giovanni Rumsay, era pronto a giurare ogni cosa; ma un solo testimone non fu riputato sufficiente, e un secondo non fu possibile trovare. Da quel tempo erano corsi due e più anni. Cornish si credeva sicuro, ma l’occhio del tiranno vegliava sopra di lui. Goodenough, atterrito dal prossimo spettacolo della morte, e scusando la propria malignità colla sfavorevole opinione in cui lo aveva sempre tenuto il suo antico padrone, assentì a fare la parte di quel testimone che fino allora non s’era potuto trovare. Cornish venne preso mentre negoziava alla Borsa, condotto in carcere, tenuto per alcuni giorni in istretta solitudine, e tratto senza essere punto preparato al tribunale di Old Bailey. L’accusa era interamente fondata sopra la testimonianza di Rumsay e di Goodenough. Entrambi, siccome essi medesimi confessarono, erano complici della congiura onde accusavano il prigione. Entrambi erano fortemente stimolati da speranza e timore ad incriminarlo. Furono addotti anche testimoni che provavano come Goodenough gli fosse nemico personale. La storiella che disse Rumsay, era incompatibile con quella ch’egli aveva raccontata allorquando comparve in tribunale a testificare contro Lord Russell. Ma queste ragioni furono addotte invano. Al banco sedevano tre giudici che avevano seguito Jeffreys nella sua missione di sangue alle contrade occidentali; e fu notato da coloro che ne osservavano il contegno, ch’essi erano tornati dalla strage di Taunton con feroce ed irritato animo. Egli è pur troppo vero che il gusto del sangue è un appetito che anco gli uomini di non crudele natura possono per abitudine agevolmente acquistare. La barra e il seggio si congiunsero ad atterrire il malfortunato Whig. I Giurati, eletti dal cortigiano Sceriffo, decisero di leggieri esistere la colpa; e, malgrado il mormorare dello indignato pubblico, Cornish fu fatto morire dieci giorni dopo essere stato imprigionato. E perchè fosse intera la degradazione, la forca fu innalzata dove King Street si congiunge con Cheapside di faccia alla casa nella quale quell’infelice, riverito da tutti, era lungamente vissuto; voglio dire di faccia alla Borsa, dove egli aveva sempre avuto immenso credito, ed al Guildhall, dove s’era reso cospicuo come capo popolare. Ei morì animosamente, profferendo molte pie parole; ma co’ gesti e con lo sguardo mostrò tale forte risentimento per la barbarie ed ingiustizia onde era stato trattato, che i suoi nemici sparsero una vile calunnia, dicendo come egli fosse ubriaco o fuori di sè allorquando venne condotto al patibolo. Guglielmo Penn, nondimeno, che stava presso alla forca, e i cui pregiudizi erano tutti a favore del Governo, affermò poscia di non avere veduto nel contegno di Cornish null’altro che la indignazione naturale d’un uomo innocente, tratto al macello con forme legali. La testa dell’assassinato magistrato fu posta sopra il Guildhall.[477]
LXVI. Per quanto iniquo fosse il riferito caso, non era l’iniquissimo de’ tanti che infamarono le sessioni autunnali di quell’anno in Old Bailey. Fra gl’implicati nella congiura di Rye House, era un uomo chiamato Giacomo Burton. Per confessione propria, s’era trovato presente allorchè i suoi compiici avevano discusso intorno al disegno d’assassinio. Scoperta la congiura, fu promesso un premio a chi lo avesse arrestato. Ei venne salvato da morte da una vecchia matrona, di nome Elisabetta Gaunt, che professava le dottrine de’ Battisti. Questa donna, con le maniere e le frasi peculiari alla sua sètta, era armata di un grande spirito di carità. Spendeva la vita a soccorrere gl’infelici di qualunque opinione religiosa si fossero, ed era ben conosciuta come colei che di continuo andava visitando le carceri. Le opinioni politiche e teologiche, non che la inchinevolezza alla commiserazione, la indussero a fare tutto ciò che potè a fine di salvare Burton. Provvide che una barca lo trasportasse a Gravesend, dove s’imbarcò sopra un legno che andava ad Amsterdam. Nel partirsi, ella gli pose in mano una somma di denari, che, rispetto ai suoi mezzi, era assai grande. Burton, dopo d’essere vissuto lungo tempo in esilio, ritornò con Monmouth in Inghilterra, pugnò in Sedgemoor, fuggì a Londra, ed ebbe asilo in casa di Giovanni Fernley, barbiere in Whitechapel. Fernley era poverissimo. Sapeva che un premio di cento lire sterline era stato offerto dal Governo per la cattura di Burton. Ma l’onesto uomo era incapace di tradire colui che nell’estremo pericolo aveva trovato ricovero sotto il suo tetto. Sventuratamente si sparse la voce, che Giacomo era maggiormente rigoroso contro coloro i quali davano ricetto ai ribelli, che contro i ribelli stessi. Aveva pubblicamente dichiarato, che di tutte le specie di crimenlese, quella di sottrarre i traditori alla sua vendetta, era la più imperdonabile. Burton lo seppe; si diede nelle mani del Governo, accusando Fernley ed Elisabetta Gaunt come rei di averlo ricoverato ed aiutato a fuggire. Furono tratti al tribunale. Lo scellerato al quale avevano salvata la vita, ebbe cuore e faccia di comparire come precipuo testimone contro loro. Dichiarati convinti, Fernley fu condannato alla forca, Elisabetta Gaunt al fuoco. Anche dopo gli orribili fatti di quell’anno, molti credevano impossibile che coteste sentenze si mandassero ad esecuzione. Ma il Re fu senza pietà. Fernley venne impiccato. Elisabetta Gaunt fu arsa viva in Tyburn il dì medesimo nel quale Cornish fu tratto a morte in Cheapside. Lasciò un foglio, scritto, a dir vero, in istile non leggiadro, ma tale che fu letto da migliaia di persone con commiserazione e raccapriccio. «Il mio fallo» diceva essa «è stato tale da essere perdonato da un principe. Altro non ho fatto che aiutare una povera famiglia, ed ecco! è forza ch’io muoia per avere ciò fatto.» Querelavasi della insolenza de’ giudici, della ferocia del carceriere, e della tirannia del maggiore di tutti, al piacere del quale essa e tante altre vittime erano state immolate. Perdonava le ingiurie che le erano state da loro fatte; ma come implacabili nemici di quella buona causa, che pure sarebbe risorta e trionferebbe, li abbandonava al giudizio del Re dei Re. Fino allo estremo mantenne forte e tranquillo l’animo: il che rammentò agli spettatori le più eroiche morti di cui avevano letta la descrizione nel libro di Fox. Guglielmo Penn, che, a quanto pare, piacevasi sommamente di quegli spettacoli che gli uomini d’indole mite comunemente sogliono schivare, da Cheapside, dove aveva veduto impiccare Cornish, corse in fretta a Tyburn per vedere ardere Elisabetta Gaunt. Riferì poscia, che come ella si pose con calma a disporre la paglia in guisa che il suo patire fosse più breve, a tutti gli astanti scoppiarono le lagrime. Fu notato che mentre compivasi il più iniquo assassinio giudiciale che avesse infamato que’ tristissimi tempi, si sfrenò tale una procella, che non ve n’era mai stata un’altra somigliante dopo quel grande uragano che aveva infuriato mentre giaceva sul letto di morte Oliviero. Gli oppressi Puritani contarono, non senza trista soddisfazione, le case atterrate, le navi sbalzate dall’impeto della procella; e sentivano alquanto racconsolarsi pensando che il cielo mostrasse spaventevoli segni della ira sua contro la iniquità che affliggeva la terra. Da quel terribile giorno in poi, nessuna donna in Inghilterra ha patita la pena di morte per delitto politico.[478]
LXVII. Ciò che Goodenough aveva fatto, non fu reputato bastevole a meritarsi la grazia. Il Governo voleva ancora una vittima di non alta condizione; un chirurgo, cioè, di nome Bateman. Aveva, come tale, servito Shaftesbury, ed erasi mostrato zelante Esclusionista. Forse era stato anche partecipe del segreto della congiura Whig; ma gli è certo, lui non essere stato uno de’ precipui congiurati; perocchè nella congerie delle deposizioni pubblicate dal Governo, il suo nome si incontra una volta sola, e non implicato in nessun delitto che toccasse l’alto tradimento. Dal suo atto d’accusa, e dalla relazione che ci rimane intorno al suo processo, chiaro si deduce che non gli venne mai apposta la colpa di avere partecipato al disegno di assassinare i due reali fratelli. La malignità con che un uomo cotanto oscuro, reo di sì lieve fallo, venne perseguitato, mentre a traditori assai più rei e bene altrimenti notevoli fu conceduto redimersi testificando contro lui, sembrava richiedere spiegazione; e una spiegazione disonorevole fu data. Allorchè Oates, dopo la patita flagellazione, fu portato privo di sensi, e come tutti pensavano, nell’estrema agonia, a Newgate, Bateman gli aveva cavato sangue e fasciate le ferite. E questo fu per lui delitto imperdonabile. I testimoni addottigli contro, erano uomini di tristissima fama; i quali, inoltre, giuravano ciò che veniva loro ingiunto, a fine di salvare la propria vita. Nessuno di loro aveva fino allora ottenuto il perdono; e il popolo soleva dire che essi pescavano la preda, come corvi di mare, con la corda al collo. Il prigione, istupidito dal sentirsi male, non potè proferire parola, o intendere ciò che accadeva. Il figlio e la figlia di lui gli stavano accanto sul banco degli accusati. Lessero, come meglio poterono, alcuni appunti ch’egli aveva notati, ed esaminarono i testimoni. E tutto fu invano. Bateman fu dichiarato convinto, impiccato e squartato.[479]
LXVIII. Giammai, nè anche sotto la tirannia di Laud, le condizioni de’ Puritani erano state deplorabili come in quel tempo; giammai le spie erano state così affaccendate a scoprire ragunanze; giammai i magistrati, i grandi Giurati, i rettori e i sorvegliatori delle chiese erano stati così vigilanti. Molti Dissenzienti furono citati dinanzi le Corti ecclesiastiche. Ad altri era forza comprare la connivenza degli agenti del Governo con doni di fiaschi di vino, e di guanti pieni di ghinee. Riusciva impossibile ai Separatisti ragunarsi insieme a pregare, senza usar cautele simili a quelle che adoperano i coniatori di monete false, e i ricettatori di robe rubate. Cangiavano spesso il luogo dell’adunanza. Gli uffici divini talvolta facevansi innanzi lo spuntare del giorno, tal’altra nel cuore della notte. Attorno all’edifizio dove stavasi raccolto il piccolo gregge, ponevano sentinelle a dare lo annunzio se vedevano appressarsi una persona estranea. Il ministro travestito veniva introdotto per il giardino e la corte di dietro. In alcune case vi erano uscì invisibili, per i quali, in caso di pericolo, egli se ne sarebbe potuto andare. Se accadeva che i Non–Conformisti abitassero in case contigue, le pareti erano spesso forate, in guisa che vi fosse secreta comunicazione di casa in casa. Non cantavano salmi, e adoperavano diversi ingegni a impedire che la voce del predicatore, negl’istanti di fervore, fosse udita oltre le pareti. Non ostanti tutte coteste cautele, tornava impossibile eludere la vigilanza dei delatori. Ne’ suburbii di Londra, segnatamente, la legge veniva eseguita col massimo rigore. Vari ricchi gentiluomini furono accusati di tenere conventicoli. Inquisironsi minutamente le loro case, e furono fatti sequestri equivalenti alla somma di molte migliaia di lire sterline. I settarii più fieri ed audaci, così cacciati dalle case, ragunavansi all’aria aperta, deliberati di opporre forza alla forza. Un giudice di Middlessex che aveva saputo esservi una ragunanza di settari in un renaio, prese seco un numeroso branco di agenti di polizia, piombò sopra l’assemblea e pose le mani addosso al predicatore. Ma la congrega che era composta di circa duecento uomini, liberò tosto il pastore, ponendo in fuga il magistrato e i suoi uomini.[480] Simili fatti, nondimeno, non accadevano d’ordinario. Generalmente parlando, lo spirito puritano non era stato mai, ne’ tempi anteriori o posteriori, con tanta efficacia domato, come lo fu in quell’anno. I libellisti Tory vantavansi come nessuno de’ fanatici osasse muovere la lingua o la penna a difendere le proprie opinioni religiose. I Ministri Dissenzienti, comunque fossero uomini egregi per dottrina e doti d’animo, non potevano rischiarsi a passeggiare per le vie, temendo di patire oltraggi; i quali non solo non erano repressi, ma venivano promossi da coloro che avevano debito di tutelare la pace. Alcuni teologi di gran fama, fra’ quali Riccardo Baxter, erano sepolti in carcere. Altri, e fra essi Giovanni Howe, i quali per venticinque anni s’erano mantenuti intrepidi contro l’oppressione, si persero d’animo, ed abbandonarono il Regno. Gran numero di gente, assuefatta ad intervenire alle conventicole, andava alle parrocchie. E fu notato che gli scismatici, i quali dal terrore erano stati costretti a uniformarsi al culto del Governo, potevano di leggieri distinguersi alla difficoltà che avevano a trovare le collette nel libro delle preghiere, ed alla mal destra maniera onde chinavano il capo al nome di Gesù.[481]
Per lunghi anni, lo autunno del 1685 fu ricordato dai Non–Conformisti come tempo di calamità e di terrore. Nulladimeno, in quell’autunno si sarebbero potuti discernere i primi lievi indizi di un gran mutamento di fortuna; e innanzi che scorressero diciotto mesi, lo intollerante Re e la Chiesa intollerante mostravansi, a vicendevole rovina, ansiosi di procacciarsi il soccorso del partito al quale entrambi avevano recato cotanto male.
FINE DEL VOLUME PRIMO.
NOTE:
[1] In questo e nel seguente Capitolo rarissime volte ho reputato necessario di citare autorità di scrittori; perocchè in questi Capitoli non ho descritti minutamente gli avvenimenti, e adoperati materiali reconditi; e i fatti che rammento sono in gran parte tali, che chi conosce anche non molto la storia d’Inghilterra, ove non li sapesse equamente estimare, saprebbe per lo meno dove ricorrere per sincerarsene. Ne’ Capitoli susseguenti indicherò studiosamente le fonti alle quali ho ricorso.
[2] Queste cose vengono magistrevolmente esposte da Hallam nel primo capitolo della sua _Storia Costituzionale_.
[3] Sentiamo il dovere di avvertire una volta per sempre i nostri lettori, onde non dimentichino mai che l’autore inglese del presente libro è protestante; e quindi, comunque si mostri imparzialissimo e superiore alle passioni di setta, dipingendo a tratti brevi e filosofici il lacrimevole periodo delle lotte religiose nella Gran Bretagna, manifesta delle dottrine non conformi alla nostra religione cattolica. Tralasciamo di apporre delle annotazioni, prima perchè questa essendo un’opera storica, non può essere un trattato di controversia religiosa; e poi perchè ricorrono spontanee alla mente d’ogni lettore le risposte con le quali la Chiesa ha vittoriosamente combattute e respinte le opinioni de’ protestanti.
(_L’Editore_.)
[4] Vedi un documento singolarissimo che Strype credeva scritto di mano di Gardiner. _Ecclesiast. Memor._, Lib. II, c. 17.
[5] Sono precise parole di Cranmer. Vedi l’Appendice alla _Storia della Riforma_, di Burnet; Parte I, Lib. III, N. 21; Questione 9.
[6] Neale, storico puritano, dopo d’avere riprovata la crudeltà con che Elisabetta trattò la setta alla quale egli apparteneva, conclude in questa guisa: «La regina Elisabetta, malgrado tutti cotesti falli, sarà sempre rammentata qual principessa savia e politica, per avere liberato il proprio Regno dalle difficoltà in cui trovavasi involto al suo avvenimento al trono; per avere serbata la Riforma protestante contro i vigorosi attentati del papa, dello Imperatore e del Re di Spagna al di fuori, e contro la Regina di Scozia, e i suoi sudditi papisti al di dentro ... Fu gloria del suo secolo, e sarà sempre l’ammirazione de’ posteri.» _Storia dei Puritani_, Part. I, cap. 8.
[7] Giuseppe Hall, a que’ tempi decano di Worcester, e poi vescovo di Norwich, era uno de’ commissarii. Nella vita ch’egli scrisse di sè, dice: «La mia indegnità fu nominata come uno degli assistenti di quell’onorevole, grave e reverenda ragunanza.» Ai seguaci dell’Alta Chiesa siffatta umiltà parrà non poco fuor di luogo.
[8] Peckard, _Vita di Ferrar.—– Il monastero Arminiano, ovvero Breve Descrizione del luogo dello il Monastero Arminiano a Little Gidding, nella Contea di Huntingdon_, 1641.
[9] Parmi che dal carteggio di Wentworth si raccolga chiaramente ciò che ho affermato nel testo. Ricopiare tutti i luoghi che mi hanno condotto alla conclusione surriferita, sarebbe impossibile; nè sarebbe agevole farne una scelta migliore di quella che è stata già fatta da Hallam. Esorto, non pertanto, il lettore a consultare il documento che concerne gli affari del Palatinato, in data del dì 31 marzo 1637, e che fu dettato dallo stesso Wentworth.
[10] Sono parole di Wentworth. Vedi la sua Lettera a Laud, in data del 16 decembre 1631
[11] Vedi il suo rapporto a Carlo per l’anno 1639.
[12] Vedi la sua lettera al conte di Northumberland, io data del 30 luglio 1630.
[13] Quanto poco entrasse in ciò la compassione per l’orso, è provato a sufficienza dalle seguenti parole, estratte da una scrittura che porta per titolo: _A perfect diurnal of some Passages of Parliament, and from other Parts of the Kingdom, from Monday July 24th., to Monday July 31th. 1643._ «La regina, venendo dall’Olanda, condusse seco, oltre una compagnia di uomini brutali, una compagnia di orsi selvaggi, a qual fine lo giudicherete da ciò che sono per dire. Codesti orsi erano tenuti intorno a Newark, ed erano condotti costantemente alle città di provincia nel giorno di domenica per farli tormentare: tale è la religione che ci si vorrebbe imporre; e se alcuno avesse osato astenersi da siffatte abominevoli profanazioni, o anche parlarne contro, veniva subito notato per Testa–Rotonda o Puritano, ed era sicuro d’essere spogliato. Ma alcuni soldati del colonello Cromwell venuti a caso alla città di Uppingham in Rutland, la domenica trovarono gli orsi, che, secondo il costume, si facevano giuocare; li presero, li legarono ad un albero, e con gli archibugi li uccisero.» Questo esempio non è solo. Il colonello Pride, quando era sceriffo di Surrey, ordinò che le bestie del serraglio di Southwark si uccidessero. Uno scrittore satirico gli pone in bocca le seguenti parole, con cui si sforza di difendere quell’atto: «La prima cosa che mi pesa sull’anima è l’uccisione degli orsi; per la quale il popolo mi odia, e mi carica di mille ingiurie e vituperii. Ma David non uccise egli un orso? Il Lord Deputato Ireton non uccise anch’egli un orso? Un altro de’ nostri Lordi non uccise cinque orsi?» _Ultimo discorso e parole di Tommaso Pride, dette dal letto di morte_.
[14] «_Romping under the mistletoe._» La frase esprime una costumanza inglese, e non ha corrispondente in italiano, e quindi riesce inintelligibile. In Inghilterra, ne’ giorni di Natale, appendono alla soffitta d’una stanza un ramo di cotesta pianta parassita, che cresce sui tronchi degli alberi; e per parecchi giorni vi tripudiano, o fanno baccano sotto. (_Nota del Traduttore._)
[15] Abbiamo adoperato il vocabolo generico _giuochi_, perchè la parola _hockey_, che usa l’autore e significa un giuoco speciale, non ha corrispondente in italiano. Questo giuoco consiste in questo che i giuocatori si dividono in due opposte falangi; ciascuna delle quali, con bastoni ricurvi nella punta, si studia di spingere una palla verso una meta posta in direzione contraria di quella degli avversari ec. (_Nota del Traduttore._)
[16] Vedi l’opera di Pen intitolata: _Nuovi Testimonii provati essere Vecchi Eretici_; e le opere di Muggleton, _passim_.