Part 5
XXIII. In Inghilterra gli eventi ebbero un corso ben differente. Innanzi la fine del secolo decimoquinto, i grandi stabilimenti militari erano indispensabili alla dignità, ed anche alla salvezza delle monarchie Francese e Spagnuola. Se alcuna di queste due potenze si fosse disarmata, sarebbe stata subito dopo costretta a sottomettersi alla dittatura dell’altra. Ma l’Inghilterra, protetta dal mare contro la invasione, e rade volte implicata in imprese guerresche sul continente, non aveva peranche il bisogno di mantenere truppe regolari. I secoli decimosesto e decimosettimo la trovarono ancora priva d’un esercito stanziale. Sul principio del decimosettimo, la scienza politica aveva fatti considerevoli progressi. Le sorti delle cortes spagnuole e degli stati generali di Francia avevano dato un solenne ammonimento ai parlamenti nostri, i quali, comprendendo appieno la natura e la gravità del pericolo, adottarono in tempo opportuno un sistema di tattica, che, dopo una lotta continuata per tre generazioni, finalmente ottenne compiuto successo. Quasi ogni scrittore che ha trattato di quella lotta, si è studiato di mostrare che il suo proprio partito era quello che sforzavasi di serbare inalterata l’antica costituzione. Una legge superiore ad ogni umano sindacato, aveva dichiarato che non vi sarebbero stati mai più governi di quella classe peculiare, che ne’ secoli decimoquarto e decimoquinto erano stati comuni a tutta l’Europa. La questione però non era di vedere se la nostra politica subirebbe un mutamento, ma di trovare di che natura dovesse essere siffatto mutamento. L’introduzione di una forza nuova e potente aveva turbato il vecchio equilibrio, ed aveva trasmutato, l’una dopo l’altra, le monarchie limitate in assolute. Ciò che è seguito negli altri Stati sarebbe senza dubbio seguito nel nostro, se la bilancia non fosse stata rimessa in equilibrio dal gran passaggio che fece il potere dalla Corona al Parlamento. I nostri principi erano pressochè giunti ad avere a’ loro comandi quei mezzi di coercizione che non ebbero mai in poter loro i Plantageneti e i Tudors. Sarebbero inevitabilmente diventati despoti, se nel tempo medesimo non fossero stati posti sotto restrizioni, alle quali nessuno de’ Plantageneti o dei Tudors fu mai sottomesso.
XXIV. E’ sembra certo però, che se non avesse operato alcun’altra cagione diversa dallo cagioni politiche, il secolo decimosettimo non sarebbe trascorso senza un feroce conflitto tra i nostri principi e i loro parlamenti. Ma bene altre cause assai più potenti cooperavano a produrre il medesimo effetto. Mentre il governo de’ Tudors era nel suo maggior vigore, seguì un fatto che ha modificate le sorti di tutte le nazioni cristiane, ed in modo peculiare quelle della Inghilterra. Nel medio evo, due volte lo spirito dell’Europa erasi innalzato contro il dominio di Roma.[3] La prima insurrezione eruppe dalla Francia Meridionale. La energia d’Innocenzo III, lo zelo degli Ordini, pur allora istituiti, da Francesco e da Domenico, e la ferocia de’ Crociati, che il clero aveva lanciati addosso a un popolo pacifico, distrusse le chiese Albigesi. La seconda Riforma ebbe origine in Inghilterra, e si estese alla Boemia. Il Concilio di Costanza, ponendo freno a parecchi disordini ecclesiastici, che erano di scandalo alla Cristianità, e i principi europei, adoperando senza misericordia il ferro e il fuoco contro gli eretici, poterono fermare e rinculare quel movimento. Nè ciò è da reputarsi un gran male. Le simpatíe di un protestante, egli è vero, saranno naturalmente a favore degli Albigesi e dei Lollardi. Nondimeno, un protestante illuminato e temperante inclinerà forse a dubitare che la vittoria degli Albigesi o dei Lollardi avrebbe, nello insieme, promosso la felicità e la virtù del genere umano. Per quanto corrotta fosse la Chiesa di Roma, abbiamo ragione di credere, che se ella fosse stata rovesciata nel duodecimo o anche nel quattordicesimo secolo, il suo posto sarebbe stato occupato da qualche altro sistema anco più corrotto. A quei tempi, nella maggior parte d’Europa era pochissima istruzione, la quale inoltre era ristretta dentro i limiti del solo clero. Un solo in cinquecento uomini laici sapeva intendere un salmo. I libri erano pochi e costavano molto. L’arte della stampa non era per anche inventata. Esemplari della Bibbia, per beltà e chiarezza inferiori a quelli che oggi possono trovarsi in ogni capanna, vendevansi a prezzi che molti de’ preti non potevano pagare. Era impossibile che i laici studiassero da sè le Scritture. È quindi probabile che appena essi avessero scosso un giogo spirituale, se ne sarebbero recato un altro sul collo, e che il potere già esercitato dal clero e dalla Chiesa di Roma sarebbe passato nelle mani d’insegnatori molto più tristi. Il secolo decimosesto, in paragone degli antecedenti, era un’età di luce. Nonostante, anche in quel secolo stesso un numero considerevole di quelli uomini i quali avevano abbandonata la vecchia religione, si traevano dietro al primo che, ispirando loro fiducia, ponevasi a guida, e li trascinava in errori molto più gravi di quelli cui essi avevano rinunciato. Così a Matthias e Kniperdoling, apostoli di lussuria, di ladroneccio e d’assassinio, venne fatto di padroneggiare per qualche tempo parecchie grandi città. In una età più buia tali falsi profeti avrebbero potuto fondare imperi; e la Cristianità avrebbe potuto essere traviata in una crudele e licenziosa superstizione, più nociva non solo del papato, ma dello stesso islamismo.
Circa cento anni dopo il Concilio di Costanza, s’iniziò quel gran fatto che, enfaticamente, chiamarono la Riforma. La pienezza dei tempi era giunta. Il clero non era più oltre il solo e precipuo custode del sapere. La invenzione della stampa aveva armato il braccio degli avversanti la Chiesa d’un’arma di cui difettavano i loro predecessori. Lo studio degli antichi scrittori, il rapido sviluppo delle lingue moderne, l’operosità insolita con che gli intelletti agitavansi in ogni ramo di letteratura, le condizioni politiche dell’Europa, i vizi della Corte Romana, l’esazioni della romana cancelleria, la gelosia con che i laici naturalmente miravano l’opulenza e i privilegi del clero, la gelosia con che gli abitatori d’oltr’Alpe naturalmente guardavano la supremazia dell’Italia; tutte queste cose dettero ai dottori della nuova teologia un vantaggio, ed essi trovarono e intesero perfettamente il modo d’usarne.
Coloro i quali sostengono che la influenza della Chiesa di Roma ne’ tempi barbari fosse, parlando generalmente, benefica alla specie umana, potrebbero, senza taccia della minima incoerenza, considerare la Riforma come una inestimabile ventura. Il freno che sostiene e guida il bambino, riuscirebbe d’impedimento all’uomo già fatto. In simil guisa i mezzi medesimi dai quali la mente umana, in uno stadio del suo progresso, riceve sostegno e movimento, potrebbero, in altro stadio, diventare pretti impedimenti. È un punto nella vita dell’uomo come in quella della società, nel quale la sommissione e la fede, tali che in un periodo posteriore si chiamerebbero con ragione credulità e servaggio, sono qualità benefiche. Il fanciullo che, senza avere la tenera mente turbata dal dubbio, ascolti gli ammonimenti de’ suoi maggiori, verosimilmente farà celeri progressi. Ma l’uomo che ricevesse con fanciullesca docilità ogni asserzione ed ogni domma profferito da un altro uomo che non abbia maggiore sapienza, diventerebbe contennendo. Lo stesso accade della società. La fanciullezza delle nazioni europee era trascorsa sotto la tutela del clero. La preponderanza dell’ordine sacerdotale fu per lunga stagione quella stessa preponderanza che naturalmente e convenevolmente appartiene alla superiorità intellettuale. I preti, malgrado i loro difetti, erano la parte più saggia della società. Egli era, dunque, un bene che venissero rispettati ed obbediti. Le usurpazioni che il potere ecclesiastico fece nel campo del potere civile, produssero più felicità che miseria; mentre il potere ecclesiastico era nelle mani della sola classe che aveva studiata la storia, la filosofia e il diritto pubblico; e mentre il potere civile era nelle mani di capi selvaggi, i quali non sapevano leggere le concessioni e gli editti che essi facevano. Ma succedeva un mutamento. Il sapere gradualmente si venne spandendo fra’ laici. In sul principio del secolo decimosesto, molti di loro in ogni studio intellettuale erano pari ai più illuminati dei loro pastori spirituali. D’allora in poi, quella dominazione che nelle età buie era stata, in onta ai molti abusi, una tutela legittima e salutare, divenne una ingiusta e malefica tirannia.
Dal tempo in cui i barbari rovesciarono lo impero d’occidente, fino al tempo del risorgimento delle lettere, la influenza della Chiesa di Roma era stata generalmente favorevole al sapere, allo incivilimento e al buon governo. Ma negli ultimi tre secoli, suo scopo precipuo era stato quello di impedire il muoversi della mente umana. Per tutta la Cristianità, qualunque progresso nello scibile, nella libertà, nella opulenza, nelle arti della vita, era seguito repugnante la Chiesa, ed in ogni dove è stato sempre in proporzione inversa del potere di quella. Le più leggiadre e fertili provincia d’Europa, sotto il suo giogo, sono cadute nella miseria, nella servitù politica, nel torpore intellettuale; mentre i paesi protestanti, la sterilità e barbarie dei quali un tempo passavano in proverbio, sono stati trasmutati dall’arte e dalla industria in giardini, e possono gloriarsi d’una lunga schiera di eroi, d’uomini di stato, di filosofi e di poeti. Chiunque, sapendo ciò che per natura sono la Italia e la Scozia, e ciò che erano quattro secoli fa, paragonasse la contrada che circonda Roma con quella che circonda Edimburgo, potrebbe formarsi qualche idea intorno alla tendenza della dominazione papale. Il cadere della Spagna, già prima tra tutte le monarchie, nel più turpe abisso della abiezione, e lo inalzarsi della Olanda, a dispetto di molti naturali impedimenti, ad un grado cui non giunse mai una repubblica così piccola, insegnano la medesima verità. Chiunque in Germania passi da un principato cattolico ad uno protestante, in Isvizzera da un cantone cattolico ad un protestante, ed in Irlanda da una contea cattolica ad una protestante, si accorge di essere trapassato da un più basso ad un più alto grado di civiltà. La medesima legge governa i paesi posti oltre l’Atlantico. I protestanti degli Stati Uniti si sono lasciati molto addietro i cattolici romani del Messico, del Perù e del Brasile. I cattolici romani del Basso Canadà rimangono inerti, laddove in tutto il continente che li circonda ferve l’operosità protestante. I Francesi, senza verun dubbio, hanno mostrato tale energia ed intelligenza, che anche allorquando è stata male diretta, ha loro giustamente procacciato il nome di gran popolo. Ma questa eccezione apparente, qualora si consideri bene, varrà a confermare la regola; poichè in nessun paese che si chiami cattolico romano, la Chiesa cattolica ha, pel corso di non poche generazioni, posseduto autorità così poca come in Francia.
Egli è difficile il dire se l’Inghilterra debba più alla religione cattolica romana, che alla riforma. Dell’armonia delle razze e dell’abolizione del villanaggio, va principalmente debitrice alla influenza che il clero nel medio evo esercitava sui laici. Della libertà politica e intellettuale, e di tutti i beni che ne sono derivati, va debitrice alla grande insurrezione de’ laici contro la potestà clericale.
La lotta tra la vecchia e la nuova teologia nella patria nostra fu lunga, e talvolta ne parve dubbioso l’esito. V’erano due estremi partiti, apparecchiati ad operare con violenza o a soffrire con indomita volontà. Framezzavasi ad essi, per un tratto considerevole di tempo, un partito medio; il quale mescolava, molto illogicamente ma naturalmente, le cose apprese dalla balia co’ sermoni de’ moderni evangelisti, e mentre attenevasi con affetto alle vecchie osservanze, detestava gli abusi che ad esse andavano strettamente congiunti. Uomini di tale tempra di mente volentieri obbedivano, e quasi con gratitudine, ai cenni di un esperto capo, che gli esentasse dallo incomodo di giudicare da sè, e dominando con la sua ferma e imperiosa voce il frastuono della controversia, insegnasse loro come dovessero adorare e che credere. E però non è strano che i Tudors riuscissero ad esercitare grande influenza sulle faccende ecclesiastiche; nè è strano che esercitassero quasi sempre la loro influenza, coordinandola ai propri interessi.
Enrico VIII tentò di costituire una Chiesa anglicana, che differisse dalla Chiesa cattolica romana nel solo principio della supremazia. Il suo tentativo ebbe straordinaria fortuna. La vigoria della sua indole, la situazione singolarmente favorevole in cui egli trovavasi rispetto ai potentati stranieri, le immense ricchezze che la spoliazione delle abbadie avevagli poste nelle mani, e il sostegno di quella classe che tuttavia ondeggiava fra due opinioni, lo posero in condizione di sfidare i due partiti estremi, di bruciare come eretici coloro che seguivano le dottrine di Lutero e d’impiccare come traditori coloro che rimanevano fidi all’autorità del papa. Se la sua vita fosse stata più lunga, avrebbe trovato difficile il mantenere un posto assalito con pari furore da tutti coloro che erano zelanti delle nuove opinioni o delle vecchie. I ministri ai quali furono affidate, a nome del suo figlio fanciullo, le regie prerogative, non poterono provarsi di perseverare in una politica cotanto rischiosa; nè Elisabetta potè arrisicarsi a ritornarvi. Era mestieri eleggere fra il risottomettersi alla Chiesa di Roma, o procacciarsi lo aiuto de’ protestanti. Al governo e ai protestanti, una cosa era comune; l’odio della potenza papale. I riformisti inglesi erano ansiosi di spingersi tanto oltre, quanto i loro fratelli sul Continente. Unanimemente dannarono come anticristiani un gran numero di dommi e di cerimonie, cui Enrico erasi ostinatamente attenuto, e che Elisabetta aveva con ripugnanza abbandonati. Molti sentivano una forte avversione anche a cose indifferenti, le quali già formavano parte della politica e del rituale della mistica Babilonia. Il vescovo Hooper, a cagione d’esempio, il quale morì animosamente a Gloucester per la sua religione, ricusò lungo tempo d’indossare le vesti episcopali. Il vescovo Ridley, martire di maggiore rinomanza, distrusse gli antichi altari della sua diocesi, ed ordinò che la Eucaristia venisse ministrata in mezzo alle chiese sopra mense, che i papisti con irreverenza chiamavano mense da ostriche. Il vescovo Jewel disse che il modo di vestirsi del clero era abito da commedia, manto da stolti, reliquia degli Amoriti, e promise di non perdonare a fatica alcuna onde estirpare assurdità così disonorevoli. L’arcivescovo Grindal esitò lungo tempo ad accettare una mitra, a cagione del disgusto con che riguardava quella ch’egli chiamava burattinata della consecrazione. Il vescovo Parkhurst pregava fervidamente perchè la Chiesa d’Inghilterra si proponesse quella di Zurigo come assoluto modello di una comunità cristiana. Il vescovo Ponet opinava che il vocabolo vescovo fosse da lasciarsi ai papisti, e che gli alti ufficiali della Chiesa purificata si dovessero chiamare soprintendenti. Quantunque volte ci facciamo a considerare che nessuno di cotesti prelati apparteneva alla estrema sezione della parte protestante, non può dubitarsi che se l’opinione generale di quella fosse stata seguita, l’opera della riforma sarebbe stata condotta innanzi senza riguardi in Inghilterra, come essa fu in Iscozia.
XXV. Ma, come al governo era mestieri il sostegno de’ protestanti, così ai protestanti faceva d’uopo la protezione del governo. E però entrambi rinunziarono a molte delle loro pretese; si accordarono; e da tale concordia nacque la Chiesa d’Inghilterra.
Alle peculiarità di questa grande istituzione, ed alle forti passioni che ha suscitate negli animi degli amici e de’ nemici suoi, debbono attribuirsi molti de’ più solenni eventi che dopo la riforma seguirono nel nostro paese; nè la storia civile dell’Inghilterra potrebbe oggimai intendersi senza studiarla congiuntamente con la storia della sua politica ecclesiastica.
L’uomo che si pose a capo onde stabilire i patti dell’alleanza che produsse la Chiesa Anglicana, fu Tommaso Cranmer. Egli rappresentava anche le parti le quali in quel tempo avevano mestieri di vicendevole soccorso. Era teologo e insieme uomo di stato. Nel suo carattere di teologo, era pronto a spingersi nella via d’innovare, al pari di ogni riformatore svizzero o scozzese. Nel suo carattere d’uomo di stato, bramava di conservare l’ordinamento che per tante generazioni aveva mirabilmente giovato gl’intenti dei vescovi di Roma, e che poteva sperarsi gioverebbe adesso egualmente i re d’Inghilterra e i loro ministri. Per indole ed intelligenza era mirabilmente temprato ad operare come mediatore. Onestissimo nelle sue professioni, senza scrupoli ne’ negozi, zelante anche per le cose da poco, audace nello speculare, tardo o accomodato ai tempi nell’agire, nemico placabile e tepido amico, era per ogni ragione qualificato ad ordinare i patti di coalizione fra i nemici spirituali e temporali del papismo.
XXVI. Fino ai dì nostri la costituzione, le dottrine e i riti della Chiesa serbano i segni visibili del patto d’onde essa originava. Tiene un punto medio fra la Chiesa di Roma e quella di Ginevra. Le sue confessioni e i suoi discorsi dottrinali, composti dai protestanti, contengono principii di teologia nei quali Calvino e Knox avrebbero appena trovato un solo vocabolo da disapprovare. Le sue preghiere, i suoi rendimenti di grazie, derivati dalle vecchie liturgie, sono quasi tutti tali, che il vescovo Fisher o il cardinal Polo gli avrebbe cordialmente adottati. Un controversista che attribuisse un senso arminiano agli articoli e alle omelie della Chiesa Anglicana, verrebbe dagli uomini sinceri giudicato irragionevole, come un controversista che negasse non esservi nella liturgia di quella la dottrina della rigenerazione battesimale.
La Chiesa di Roma ammetteva che lo episcopato era d’istituzione divina, e che certe grazie soprannaturali d’alto ordine erano state trasmesse, per mezzo della imposizione delle mani, pel corso di cinquanta generazioni, da que’ dodici uomini che ricevettero il loro mandato sopra il monte di Galilea, fino ai vescovi che ragunaronsi in Trento. Grande numero di protestanti, per altra parte, consideravano la prelatura come positivamente illegale, ed erano persuasi trovarsi prescritta nelle pagine della Scrittura una forma differentissima di governo ecclesiastico. I fondatori della Chiesa Anglicana presero una via di mezzo. Ritennero lo episcopato, ma non lo dichiararono istituzione essenziale al bene della società cristiana, o alla efficacia de’ sacramenti. Granmer, a vero dire, confessò chiaramente d’esser convinto che nei tempi primitivi non eravi distinzione tra vescovi e preti, e che la imposizione delle mani non era minimamente necessaria.
Fra i presbiteriani, lo andamento del culto pubblico è in gran parte lasciato all’arbitrio del ministro. Le loro preghiere, però, non sono esattamente identiche in due diverse assemblee di fedeli nel giorno medesimo, o in due diversi giorni nella medesima assemblea. In una parrocchia sono fervide, eloquenti e piene di significanza; in un’altra saranno forse languide o assurde. I sacerdoti della Chiesa cattolica Romana, dall’altra parte, hanno per molte generazioni cantato le medesime confessioni e preghiere antiche, e le medesime nell’India e nella Lituania, nella Irlanda e nel Perù. Gli uffici divini, facendosi in una lingua morta, riescono intelligibili ai soli dotti; e la maggior parte de’ fedeli ragunati vi assistono più presto da spettatori che da uditori. In ciò parimente la Chiesa d’Inghilterra appigliossi ad una via di mezzo. Copiò le formule di preghiera del rito cattolico romano, ma le tradusse in idioma volgare, e invitò la indotta moltitudine a congiungere la sua voce con quella del ministro.
La medesima politica potrebbe osservarsi in ciascuna parte del suo sistema. Ricusando affatto la dottrina della transustanziazione, e dannando come idolatria l’adorazione del pane e del vino sacramentale, volle, con grande disgusto de’ puritani, che i suoi figli ricevessero i ricordi del divino amore, piegando mansueti le loro ginocchia. Smettendo molti ricchi ornamenti che circondavano gli altari dell’antica fede, ritenne tuttavia, con ribrezzo degli spiriti deboli, la veste di candido lino, la quale era simbolo della purità convenevole alla Chiesa, come quella che è la mistica sposa di Cristo. Smettendo mille atti di pantomima che nel culto cattolico romano fanno l’ufficio di parole intelligibili, con grave scandalo di molti rigidi protestanti, segnava del segno della croce il bambino al fonte battesimale. Il cattolico romano mandava le proprie preci ad una schiera di santi, fra’ quali annoveravansi molti uomini di carattere dubbio, e parecchi di carattere odioso. Il puritano ricusava il nome di santo perfino allo apostolo delle genti, e al discepolo amato tanto da Cristo. La Chiesa d’Inghilterra, quantunque non invocasse la intercessione di nessun essere creato, nondimeno predistinse. certi giorni per la commemorazione di alcuni, che avevano fatto e sofferto molto per la fede. Ritenne la confermazione e la ordinazione quali riti edificanti, ma li cancellò dal numero de’ sacramenti. La confessione non fu parte del suo sistema. Non ostante, invitò con gentilezza il moribondo penitente a confessare le proprie colpe ad un teologo, e dette facoltà al ministro di confortare l’anima al gran viaggio, per mezzo d’un’assoluzione, che sembra dettata dallo spirito della vecchia religione. In generale, potrebbe dirsi ch’essa si dirige più all’intelletto, e meno ai sensi ed alla immaginazione, di quello che faccia la Chiesa di Roma; e meno allo intelletto, e più ai sensi ed alla immaginazione, di quello che facciano le Chiese protestanti di Scozia, di Francia e di Svizzera.