Storia d'Inghilterra, vol 1

Part 48

Chapter 483,761 wordsPublic domain

Cochrane avendo veduto essere impossibile fare insorgere le popolazioni a mezzodì del Clyde, andò a congiungersi con Argyle, che era nell’isola di Bute. Il Conte di nuovo propose di fare un tentativo sopra Inverary, e di nuovo incontrò pertinacissima opposizione. Gli abitanti delle marine si posero dalla parte di Hume e di Cochrane. I montanari obbedirono ciecamente ai comandi del loro capo. V’era ragione di temere che i due partiti venissero a conflitto; e il timore d’un tanto disastro indusse il Comitato a fare qualche concessione. Il castello di Ealan Chiering, posto sulle bocche di Loch Riddan, fu scelto come capo luogo d’armi. Quivi sbarcarono le provigioni militari. La squadra ancorò presso alle mura in un luogo, dove rimaneva protetta da rocce e secche tali, che pensavasi nessuna fregata le potesse passare. Vi fecero nuovi ripari; eressero una batteria di piccoli cannoni presi dalle navi. Il comando del forte fu sconsigliatamente affidato ad Elphinstone, il quale aveva per prova fatto conoscere d’essere più disposto a disputare coi comandanti, che a combattere con l’inimico.

Adesso per poche ore si fece mostra di qualche energia. Rumbold prese il castello di Ardkinglass. Il Conte scaramucciò vittoriosamente con le truppe d’Athol, e stava per procedere verso Inverary, quando le gravissime nuove giunte dalle navi, e i litigi nel Comitato, lo forzarono a tornare addietro. Le fregate regie s’erano spinte più presso ad Ealan Chiering di quel che si credeva possibile. I gentiluomini delle pianure ricusarono positivamente di avanzarsi oltre verso le montagne. Argyle corse frettolosamente ad Ealan Chiering. Ivi propose di aggredire le fregate. Vero è che le sue navi erano poco atte a sostenere simigliante incontro; ma sarebbero state soccorse da una flottiglia di trenta grosse barche da pescare, ciascuna delle quali era bene equipaggiata di montanari armati. Il Comitato, nondimeno, ricusò di porgere ascolto a tale proposta, e ne rese impossibile la esecuzione facendo nascere un tumulto fra’ marinaj.

Quindi, tutto fu confusione e scoraggimento. Le provvigioni erano state così male amministrate dal Comitato, che mancavano le vettovaglie alle truppe. I montanari perciò disertavano a centinaia; e il Conte, col cuore lacerato dalla propria sciagura, cesse alla urgenza di coloro che pertinacemente seguitavano ad insistere ch’egli marciasse verso le pianure.

La piccola armata, adunque, si affrettò a giungere alla sponda di Loch Long, traversò sulle barche quel passo, ed approdò alla Contea di Dumbarton. Ivi, il dì seguente, pervenne la nuova che le fregate avevano forzato il passo, che tutte le navi del Conte erano state prese, e che Elphinstone era fuggito da Ealan Chiering, lasciando il castello e le munizioni al nemico.

Ciò che rimaneva a fare, era d’invadere, malgrado ogni svantaggio, le pianure. Argyle deliberò di spingersi arditamente fino a Glasgow. Ma appena ebbe ciò detto, coloro stessi, i quali fino a quel momento lo avevano istigato a piombare celeremente sulle pianure, spaventati, disputavano, protestavano; e quando videro che nè ragionamenti nè rimostranze giovavano, fecero disegno d’insignorirsi delle barche e fuggire, lasciando il loro Generale e gli uomini suoi a vincere o perire senza soccorso. Tale disegno andò fallito; e i vigliacchi che lo avevano concepito, furono costretti a dividere co’ più valorosi i rischi della estrema prova dell’armi.

Mentre gl’insorgenti procedevano fra mezzo al paese che giace tra Loch Long e Loch Lomond, furono continuamente infestati dalle milizie civiche. Seguirono alcune scaramucce, in cui il Conte ebbe prospera la ventura; ma le bande da lui respinte, nello indietreggiare, sparsero la nuova del suo avvicinarsi, e tosto dopo ch’egli ebbe varcato il fiume Leven, trovò un forte corpo di truppe regolari ed irregolari apparecchiato a fargli fronte.

Egli opinava doversi dare battaglia. Ayloffe assentiva. Ma Hume dichiarò, che provocare il nemico sarebbe stata demenza. Vide un reggimento in uniforme scarlatto. Pensò che altri ve ne fossero dietro. Aggredire tante forze sarebbe stato un correre a morire. Il miglior partito da prendere, era quello di tenersi cheti fino a notte, ed allora ritirarsi.

Ne seguì un aspro alterco, che Rumbold, ponendosi di mezzo, a stento riuscì a sedare. Era la sera. Le armate nemiche accampavano a poca distanza l’una dall’altra. Il Conte provossi a proporre un’aggressione notturna, e di nuovo le sue parole andarono a vuoto.

XXI. Dacchè erasi deliberato di non combattere, altro non rimaneva a fare che prendere il partito proposto da Hume. Era probabile che, levando il campo secretamente, e procedendo tutta la notte traverso scopeti e pantani, il Conte si sarebbe vantaggiato di molte miglia sull’inimico, e sarebbe potuto giungere senza altri ostacoli a Glasgow. Lasciarono accesi i fuochi del campo e si posero a marciare. E qui i disastri cominciarono ad avvicendarsi. Le guide, perduta la traccia traverso agli scopeti, condussero l’armata nei marosi. Non fu possibile serbare l’ordine militare fra soldati indisciplinati e scoraggiati, sotto un cielo tenebroso e in un terreno traditore e ineguale. La paura in mille guise si sparse nelle disordinate file. Ciascuna ombra, ciascun rumore pareva indicare lo avvicinarsi del nemico. Alcuni ufficiali contribuirono a spargere il terrore che avevano debito di calmare. L’armata aveva preso sembiante d’una caterva di plebe, e cominciò a disperdersi. Gl’insorti fuggivano a torme sotto il velo della notte. Rumbold, e alcuni altri uomini valorosi, i quali nessun pericolo avrebbe atterriti, smarrirono il cammino, e non poterono ricongiungersi col corpo principale dell’armata. Allo spuntare del giorno, soli cinquecento fuggiaschi si raccolsero in Kilpatrick, stanchi e scuorati.

Ogni pensiero di continuare la guerra era cessato; ed era chiaro che i capi della spedizione avrebbero incontrate non poche difficoltà a salvare la vita. Si dettero a fuggire per varie direzioni. Hume giunse salvo sul continente. Cochrane fu preso e mandato a Londra. Argyle sperava di trovare un asilo sicuro sotto il tetto d’uno de’ suoi antichi servi che abitava presso Kilpatrick. Ma gli fallì la speranza; e gli fu forza di varcare il Clyde. Prese le vesti di contadino, dicendo d’essere la guida del Maggiore Fullarton, la cui coraggiosa fedeltà stette salda contro ogni pericolo. I due amici viaggiarono insieme per la Contea di Renfrew fino a Inchinnan. Ivi il Black Cart e il White Cart—due fiumi che ora scorrono traverso a prospere città, e muovono le ruote di molte fattorie, ma allora compivano il loro corso tranquillo fra mezzo a pascoli e scopeti—si congiungono insieme innanzi di gettarsi nel Clyde. L’unico guado per cui i viandanti potessero passare, era guardato da una mano di milizia civica. Vennero fatte loro alcune dimande. Fullarton provossi di far cadere il sospetto sopra sè solo, perchè al compagno non si badasse. Ma gl’interrogatori suspicavano che la guida non fosse il rozzo villano che pareva. Gli posero le mani addosso. Argyle si spinse d’un salto nelle acque, ma immantinente fu preso. Lottò per breve tempo contro cinque aggressori; ma non avendo altre armi, tranne le sue pistole da tasca, le quali, inoltre, erano sì bagnate, a cagione d’essersi immerso nell’acqua, che non vollero prendere fuoco, fu gettato a terra da un colpo di spadone, e messo in custodia.

Confessò d’essere il Conte d’Argyle, forse sperando che il suo gran nome avrebbe mossi a riverenza e pietà coloro dai quali era stato preso. E davvero, ne furono molto commossi, come quelli che erano semplici Scozzesi d’umile condizione; e benchè fossero corsi alle armi a pro della Corona, probabilmente preferivano l’ordinamento e il culto della Chiesa Calvinistica, ed erano assuefatti a riverire il loro prigione come capo d’una casa illustre e campione della Fede Protestante. Ma quantunque fossero manifestamente commossi, tanto che alcuni ne piangevano, non vollero perdere una pingue rimunerazione, ed incorrere nella vendetta d’un Governo implacabile. Condussero, quindi, il prigione a Renfrew. L’uomo che fu parte principale nella presura del Conte, chiamavasi Riddell. Per questa ragione, tutta la stirpe de’ Riddell, per più d’un secolo, fu tenuta in abborrimento dalla gran tribù di Campbell. I nostri vecchi si ricordano ancora che quando un Riddell andava ad una fiera nella Contea d’Argyle, era costretto ad assumere un falso nome.

Ora comincia la parte più splendida della vita d’Argyle. Fin qui la sciagurata impresa non gli aveva arrecato se non rimprovero e scherno. Il più grande de’ suoi errori fu di non avere risolutamente ricusato d’accettare il nome senza il potere di Generale. Se si fosse tenuto tranquillo nel suo ritiro di Frisia, in pochi anni sarebbe stato richiamato onorevolmente alla patria, e sarebbe stato annoverato fra i principali ornamenti e sostegni della Monarchia costituzionale. Se avesse condotta la espedizione a seconda del proprio giudicio, e menato con seco nessuni altri seguaci che quelli i quali erano implicitamente apparecchiati ad obbedire a tutti gli ordini suoi, è possibile ch’egli avesse compito qualche cosa di grande; avvegnachè sembri non avere avuto difetto di coraggio, d’operosità, d’espertezza, ma solamente d’autorità. Avrebbe dovuto conoscere che tra tutti i difetti, questo è il più fatale. Non pochi eserciti hanno vinto sotto capitani privi di doti eminenti. Ma quale esercito comandato da un circolo che sempre discuta, ha mai evitato il disonore e la sconfitta?

La grave calamità che era accaduta ad Argyle, fece sì ch’egli potesse mostrare con prove evidenti quale specie d’uomo ei si fosse. Dal giorno in cui abbandonò la Frisia, fino a quello in che i suoi seguaci si dispersero a Kilpatrick, egli non aveva mai operato liberamente. Aveva portata la responsabilità d’una lunga serie di azioni, che in cuor suo disapprovava. Finalmente, era libero d’agire a suo modo. La cattività gli aveva ridata la nobile libertà di governare sè stesso in tutte le parole ed azioni sue, secondo il senso ch’egli aveva del diritto e della convenienza. Da quell’istante, diventò come ispirato di nuova virtù e saviezza. Il suo intelletto parve rinvigorirsi e concentrarsi, il suo carattere morale elevarsi, e ad un tempo addolcirsi. La insolenza de’ vincitori non tralasciò nulla che potesse porre alla prova la tempra d’un uomo altero della sua antica nobiltà e del suo dominio patriarcale. Il prigione fu trascinato in trionfo per le vie d’Edimburgo. Andò a piedi e col capo scoperto per tutta quella strada maestra, che, ombreggiata da anneriti e giganteschi edifici di pietra, da Holyrood conduce al Castello. Lo precedeva il carnefice, portando il ferale strumento che doveva recidergli la testa. Il partito vittorioso non aveva dimenticato come, trentacinque anni innanzi, il padre d’Argyle avesse capitanata la fazione che pose a morte Montrose. Prima di quell’avvenimento, la casa di Graham e quella di Campbell non si portavano scambievole affetto; e poscia, erano sempre state in mortale conflitto. Posero cura che il prigione passasse per la medesima porta e per le vie medesime per le quali Montrose era stato trascinato al medesimo patibolo.[357] Come il Conte pervenne al Castello, gli furono posti i ceppi ai piedi, e gli fu detto che soli pochi giorni gli rimanevano a vivere. Era stato deliberato di non fargli processo per il nuovo delitto, ma porlo a morte per virtù della sentenza profferitagli contro vari anni prima; sentenza cotanto sciaguratamente ingiusta, che i legisti più servili e senza cuore che fossero in quel tempo, non ne potevano parlare senza sentirne vergogna.

Ma nè la ignominiosa processione di High Street, nè il vicino spettacolo della morte, valsero a perturbare la gentile e maestosa pazienza d’Argyle. La sua forza d’animo ebbe a sottostare a più dura prova. Gli fu posta avanti gli occhi una lista di domande per ordine del Consiglio Privato. Rispose solo a quelle alle quali poteva rispondere senza porre a pericolo nessuno de’ suoi amici, e ricusò di dire più oltre. Gli fu detto, che ove non s’inducesse a rispondere appieno, sarebbe stato messo alla tortura. Giacomo, che di certo dolevasi di non potere gustare la voluttà di vedere con gli occhi propri Argyle posto allo stivaletto, spedì ad Edimburgo positivi comandamenti di non tralasciare cosa alcuna che potesse strappare dalle labbra del traditore confessioni contro gl’implicati nel tradimento. Ma ogni minaccia fu vana. Con i tormenti e la morte innanzi lo sguardo, Mac Callum More pensò assai meno a sè stesso, che a’ poveri uomini suoi. «Sono stato oggi occupato» scrisse egli dal carcere «a trattare per loro, e non senza qualche speranza. Ma questa sera sono giunti ordini che mi dannano a morire lunedì o martedì; e debbo essere posto alla tortura, ove io non risponda con giuramento alle domande. Nonostante, spero che Dio mi sosterrà.»

La tortura non gli fu inflitta. Forse la magnanimità della vittima aveva commossi i vincitori ad insolita commiserazione. Notò egli stesso, come essi in prima lo avessero aspramente trattato, e poi tosto cominciassero ad usargli cortesia e rispetto. Dio, diceva egli, aveva mansuefatti i loro cuori. Vero è che a liberarsi dalle estreme crudeltà de’ suoi nemici, non tradì nessuno degli amici suoi. L’ultimo dì della sua vita scrisse queste parole: «Non ho nominato nessuno per recargli danno. Ringrazio Dio che mi ha mirabilmente sostenuto.»

Compose il proprio epitaffio, che è una breve poesia, pregna di pensiero e di spirito, di stile semplice e vigoroso, e non ispregevole per la versificazione. In esso lamentava che, quantunque i suoi nemici gli avessero ripetutamente decretata la morte, i suoi amici gli erano stati anche più crudeli. Il commento di tali espressioni è da trovarsi in una lettera ch’egli diresse ad una signora in Olanda. Ella lo aveva provveduto d’una grossa somma di danari per la spedizione, e perciò ei la reputava come avente diritto a conoscere appieno le cagioni onde la impresa era andata in fallo. Lavò la fama de’ suoi colleghi della macchia di tradimento; ma descrisse la insania, la ignoranza, la faziosa perversità loro, con parole che la loro propria testimonianza provò poi essere ben meritate. Dubitò poscia di avere fatto uso d’un linguaggio troppo severo per un cristiano presso a morire, ed in un foglio separato, pregò i suoi amici a cancellare ciò ch’egli aveva detto di quegli uomini. «Soltanto è d’uopo ch’io confessi» aggiunse egli, con tono mansueto «che essi erano irrefrenabili.»

La più parte delle sue ore estreme ei passò con molta divozione orando, o conversando affettuosamente con alcuni de’ suoi. Non mostrò pentirsi della sua ultima impresa, ma deplorò con somma emozione d’essersi in prima mostrato compiacente nelle cose religiose alla volontà del Governo. Disse che Iddio lo puniva meritamente. Chi per tanto tempo era stato colpevole di codardia e dissimulazione, era indegno d’essere lo strumento di salvazione per lo Stato e la Chiesa. Nondimeno, spesso ripeteva, la causa per la quale egli aveva combattuto, essere la causa di Dio, e dovere sicuramente trionfare. «Non intendo d’esser profeta. Ma ho in cuore un forte presentimento, che il dì della liberazione è presso a spuntare.» Non è cosa strana che molti zelanti Presbiteriani avessero impressi nella propria mente i detti di lui, e gli avessero poi attribuiti a ispirazione divina.

La fede e la speranza religiosa, congiunte al coraggio ed alla tranquillità naturale della mente, avevano con tanta efficacia ricomposto il suo spirito nel dì in cui egli doveva morire, che desinò con appetito, fu gaio nel conversare, e, finito il pranzo, si distese, secondo aveva costume, onde con un breve ristoro di sonno il corpo e la mente si trovassero in pieno vigore nel momento ch’egli doveva salire sul palco. In quel mentre, uno de’ Lordi del Consiglio, che, stato probabilmente educato Presbiteriano, s’era dallo interesse lasciato sedurre a congiungersi con gli oppressori di quella Chiesa di cui egli era stato parte, andò al Castello recando un messaggio da parte de’ suoi confratelli, chiese del Conte, e gli fu risposto che il Conte dormiva. Il Consigliere Privato pensò che ciò fosse un sutterfugio per negargli l’accesso, ed insistè di volere entrare. La porta del carcere gli fu spalancata; e vide Argyle carico di ferri, disteso sul letto, dormendo il placido sonno dell’infanzia. Il rinnegato si sentì rimordere la coscienza; volse le spalle, e coll’animo turbato, uscendo precipitosamente dal Castello, andò a ricoverarsi nella casa di una sua parente che abitava lì presso. Ivi si gettò sur un letto, e cadde in un’angoscia di rimorso e di rossore. La donna, spaventata agli sguardi e ai gemiti di lui, credè che gli fosse sopraggiunto un accidente, e lo pregava di bere una tazza di vino dolce di Spagna. «No, no,» disse egli «ciò non mi farà bene.» Lo pregò che le dicesse qual cosa gli dava tanto disturbo. «Sono stato» rispose egli «nel carcere di Argyle, e l’ho veduto, non ostante che fra un’ora l’anima sua debba andare all’eternità, dormire, quanto uomo possa fare, dolcemente; mentre io ...»

Il Conte, levatosi di letto, erasi apparecchiato a sostenere gli estremi dolori della vita. Prima, fu condotto per High Street nel Palazzo del Consiglio, nel quale doveva rimanere quel poco che mancava all’ora della esecuzione della giustizia. In quell’intervallo di tempo, chiese penna e calamaio e scrisse a sua moglie. «Cuor mio! Dio è immutabile. Egli mi è stato sempre largo di bontà e di grazia; e non v’è luogo che me ne privi. Perdona a tutti i falli miei; e consolati in lui, nel quale soltanto è da trovarsi ogni consolazione. Il Signore sia teco, e ti benedica e ti conforti, o mia cara. Addio.»

XXII. Era giunto il momento di partire dal Palagio del Consiglio. I sacerdoti che assistevano il prigioniero, non erano della sua medesima religione; ma li ascoltò cortesemente, e gli esortò a premunire il gregge loro affidato contro quelle dottrine che tutte le Chiese protestanti concordemente condannavano. Salì sul palco, dove la vecchia rozza guigliottina di Scozia, chiamata la Damigella (_the Maiden_), lo aspettava; e rivolse al popolo un discorso, tessuto del frasario speciale della sua setta, ma imbevuto dello spirito d’una pietà tranquilla. Disse come egli perdonasse i suoi nemici, dai quali sperava d’essere perdonato. Una sola acre espressione gli usci dal labbro. Uno de’ sacerdoti episcopali che lo assistevano, si fece in sull’orlo del palco, e gridò: «Milord muore Protestante.»—«Sì!» disse il Conte, spingendosi avanti, «sì! e non solo Protestante, ma acerrimo odiatore del papismo e della prelatura e d’ogni superstizione.» Allora abbracciò i suoi amici, pose nelle loro mani alcuni ricordi perchè li recassero alla consorte e ai figli suoi, s’inginocchiò, chinò la testa sul ceppo, orò brevemente, e fece segno al carnefice. Il suo mozzo capo fu affisso alla cima del Tolbooth, dove quello di Montrose s’era dianzi disfatto.[358]

XXIII. La testa di Rumbold, uomo schietto e valoroso, comecchè non iscevro di biasimo, vedevasi già sul West Port d’Edimburgo. Circondato da colleghi faziosi e codardi, finchè durò la espedizione, erasi condotto da soldato educato alla scuola del Gran Protettore, aveva in Consiglio sostenuta valorosamente l’autorità d’Argyle, ed in campo s’era reso ammirevole per la sua tranquilla intrepidezza. Dopo la dispersione dell’armata, fu aggredito da una mano di milizia civica. Si difese disperatamente, e si sarebbe aperta una via fra mezzo ai nemici, se questi non gli avessero azzoppato il cavallo. Mortalmente ferito, fu menato in Edimburgo. Era desiderio del Governo che ei fosse giustiziato in Inghilterra. Ma era così presso a morire, che se non veniva appeso alle forche in Iscozia, non si sarebbe potuto impiccare affatto; e i vincitori non sapevano rinunciare al piacere d’impiccarlo. Non era da aspettarsi che avrebbero mostrato misericordia ad uno il quale era considerato come capo della congiura di Rye House, ed era possessore dello edifizio da cui quella aveva derivato il nome; ma la insolenza onde trattarono quell’uomo moribondo, parrebbe ai nostri tempi più miti quasi incredibile. Uno del Consiglio Privato di Scozia lo chiamò maledetto scellerato. «Io sono in pace con Dio» rispose Rumbold con calma; «come dunque posso io essere maledetto?»

In fretta fu processato, convinto, e condannato ad essere tra poche ore appeso alle forche, e squartato, presso la croce della città in High Street. Quantunque non potesse tenersi sulle proprie gambe senza che venisse sorretto da due uomini, si mantenne forte fino allo estremo momento, e sotto il patibolo alzò la sua debole voce contro il papismo e la tirannide con tanta veemenza, che gli officiali comandarono si desse ne’ tamburi perchè il popolo non l’udisse. Diceva d’essere stato amico della Monarchia temperata. Ma non aveva voluto mai credere che la Provvidenza avesse mandato nel mondo pochi uomini in isprone e stivale, pronti a cavalcare, e milioni pronti a lasciarsi imbrigliare e cavalcare. «Voglio» esclamò egli «benedire e magnificare il santo nome di Dio, che mi ha ridotto a questo punto non per male alcuno che io abbia fatto, ma per avere propugnata la sua causa in tempi infausti. Se ogni capello del mio capo fosse un uomo, li porrei a rischio tutti per questa contesa.»

E mentre era processato, e innanzi di essere giustiziato, parlò dell’assassinio con lo abborrimento convenevole a buon cristiano e valoroso soldato. Protestò, sulla fede di moribondo, di non avere mai avuto pensiero di commettere tanta scelleratezza. Ma confessò francamente d’avere, conversando coi suoi compagni di congiura, nominato la propria casa come luogo dove Carlo e Giacomo si sarebbero potuti assalire con prospero successo; e molto essersi ragionato sopra ciò, sebbene nulla si fosse concluso. Potrebbe a prima vista sembrare che cosiffatta confessione fosse incompatibile colla dichiarazione da lui fatta, di aver sempre abborrito dallo assassinio. Ma pare che egli ragionasse secondo una distinzione che aveva tratti in inganno molti de’ suoi contemporanei. Per nulla al mondo si sarebbe mai indotto a porre il veleno nel cibo de’ due Principi, od a trafiggergli con un pugnale nel sonno. Ma piombare inaspettatamente sopra la torma delle Guardie del Corpo che circuivano il cocchio reale, scambiare colpi di spada e correre la sorte di uccidere o essere ucciso, era, secondo lui, una operazione militare legittima. Le imboscate e le sorprese annoveravansi fra gli ordinari accidenti della guerra. Ciascun vecchio soldato, fosse Cavaliere o Testa–Rotonda, si era trovato in simiglianti imprese. Se il Re fosse caduto morto in una scaramuccia, sarebbe caduto per legittima battaglia, e non per assassinio. Precisamente de’ medesimi argomenti si giovarono, dopo la Rivoluzione, Giacomo stesso e i suoi più fidi seguaci, per giustificare un iniquo attentato contro la vita di Guglielmo III. Una banda di Giacomisti ebbe lo incarico di assalire il Principe d’Orange ne’ suoi quartieri invernali. Il significato nascosto sotto questa speciosa frase, era di segare la gola al Principe mentre da Richmond andava in cocchio a Kensington. Parrà strano che simiglianti fallacie, che sono la feccia delle dottrine de’ casuisti gesuiti, potessero sedurre uomini di spirito eroico, sì Whig che Tory, a commettere un delitto, che le leggi divine ed umane hanno giustamente notato d’infamia. Ma non vi è sofisma tanto enorme che non inganni le menti rese insane dallo spirito di parte.[359]

Argyle, che sopravvisse di poche ore a Rumbold, lasciò testimonianza della virtù del valoroso Inglese. «Il povero Rumbold era mio gran sostegno, e valente uomo, e morì da cristiano.»[360]