Part 46
Monmouth, frattanto, studiosamente evitava ciò che avrebbe potuto offendere coloro dai quali sperava protezione. Vedeva poco i Whig in generale, e punto quegli uomini violenti ch’erano stati implicati nella parte peggiore della congiura Whig. E però i suoi antichi colleghi altamente lo accusavano di volubilità e d’ingratitudine.[336]
VIII. Ma nessuno degli esuli lo accusava con più veemenza ed acrimonia, di quel che facesse Roberto Ferguson, il Giuda della celebre satira di Dryden. Ferguson era oriundo Scozzese, ma aveva lungamente abitato in Inghilterra. A tempo della Restaurazione aveva occupato un beneficio in Kent. Era stato educato al Presbiterianismo; ma cacciato via dai Presbiteriani, era divenuto Indipendente. Era stato maestro in un’accademia eretta dai Dissenzienti in Islington, come rivale della scuola di Westminster e di Charter House; ed aveva predicato innanzi a numerose congreghe in Moorfields. Aveva parimente pubblicato alcuni trattati teologici, che oggimai dormono nei polverosi scaffali di qualche vecchia biblioteca: benchè avesse sempre sulle labbra testi delle Scritture, coloro che ebbero con lui faccende pecuniarie, presto si accorsero ch’egli era un pretto scroccone.
Finalmente, posta da canto la teologia, si dette a trafficare di politica. Apparteneva a quella classe di gente, che fanno l’ufficio di rendere ai partiti esasperati que’ servigi, dai quali gli onesti rifuggono per disgusto, e i prudenti per paura; voglio dire alla classe de’ fanatici bricconi. Violento, maligno, spregiatore del vero, insensibile alla vergogna, insaziabile di rinomanza, godente negl’intrighi, nei tumulti, ne’ danni per voluttà di far male, si affaccendò per molti anni nelle più luride sorgenti delle fazioni. Passava la vita fra i calunniatori e i falsi testimoni. Gli era stata affidata una cassa segreta, con la quale pagava certi agenti sì vili, da non essere riconosciuti dagli onesti del partito; ed era direttore d’una tipografia clandestina, che giornalmente pubblicava fogli anonimi. Gloriavasi di avere trovato il modo di sparger satire attorno la terrazza di Windsor, e perfino di porle sotto il guanciale del Re. Così traeva la vita fra mille astuzie, assumeva mille nomi, e ad un tempo aveva quattro diverse abitazioni in diversi quartieri di Londra. S’era profondamente ravvolto nella congiura di Rye House; e v’è ragione di credere ch’egli fosse il primo autore di que’ sanguinarii disegni che screditarono cotanto il partito Whig. Scoperta la congiura, e scoraggiati i congiurati, disse loro addio con un sorriso, aggiungendo ch’essi erano novizi, ch’egli era assuefatto a combattere, a celarsi, a trasfigurirsi, e che non avrebbe mai cessato di congiurare fino allo estremo momento di sua vita. Fuggì al Continente; ma pare che anche quivi non si tenesse sicuro. I ministri inglesi alle corti straniere avevano ordine d’invigilarlo. Il Governo francese offerse una rimunerazione di cinquecento zecchini a chiunque lo avesse arrestato. Nè gli era agevole sottrarsi agli sguardi altrui; perocchè il largo accento scozzese, la lunga e magra persona, le guance infossate, il lampo degli occhi pungenti ai quali faceva ombra la parrucca, le guance chiazzate di sangue, le spalle sformatamente ricurve, e il portamento distinto da quello degli altri per un andare impacciato affatto suo, lo rendevano segno agli altrui sguardi in qualsivoglia luogo si fosse mostrato. Ma quantunque ei fosse, come sembra, perseguito con animosità particolare, corse voce che ciò fosse una finzione, e che gli ufficiali della giustizia avessero ordini di chiudere gli occhi. Ch’egli fosse un acre malcontento, non potrebbe dubitarsi. Ma v’è forte ragione di credere che avesse provveduto alla propria sicurtà facendosi in Whitehall passare per ispia de’ Whig, e informando tanto il Governo quanto bastava a mantenere il suo credito. Questa ipotesi spiega in modo semplice ciò che a’ suoi colleghi sembrava in lui straordinaria noncuranza e audacia. Trovandosi fuor di pericolo, egli sempre consigliava i mezzi più pericolosi e violenti, e irrideva con somma soddisfazione la pusillanimità di coloro i quali, non essendosi muniti delle infami cautele sopra cui egli riposava, inchinavano a riflettere due volte innanzi che ponessero a repentaglio la propria vita, e le cose più care della vita stessa.[337]
Appena giunto ai Paesi Bassi, cominciò a immaginare nuovi disegni contro il Governo Inglese, e trovò fra i suoi compagni d’esilio uomini pronti ad ascoltare i suoi perfidi consigli. Monmouth, nondimeno, si tenne ostinatamente da parte; e senza lo aiuto della immensa popolarità di Monmouth, era impossibile tentare cosa alcuna. Nulladimeno, tale era la impazienza e temerità degli esuli, che provaronsi a trovare un altro capo. Mandarono una imbasciata a quel solitario ritiro sulle sponde del lago Leman, dove Edmondo Ludlow, un dì predistinto fra i capi dell’armata parlamentare e fra’ membri dell’Alta Corte di Giustizia, viveva da molti anni nascosto alla vendetta degli Stuardi risaliti sul trono. L’austero vecchio regicida, nondimeno, rifiutò di abbandonare il proprio eremo, dicendo la sua opera essere finita: se l’Inghilterra poteva ancora salvarsi, ciò spettare ad uomini più giovani di lui.[338]
L’inattesa morte di Carlo cangiò onninamente lo aspetto delle cose. Ogni speranza che i Whig proscritti avevano vagheggiata di ritornare pacificamente alla terra natia, si spense con la vita di un principe spensierato e d’indole buona, e con l’ascensione al trono d’un principe ostinato in ogni cosa, e in ispecie nella vendetta. Ferguson trovossi nel suo proprio elemento. Privo d’ingegno e come scrittore e come uomo di stato, possedeva in altissimo grado le qualità non invidiabili di tentatore; ed ora, con la malefica operosità d’uno spirito perverso, correva da fuoruscito a fuoruscito, sussurrava negli orecchi di ciascuno, e suscitava in ogni cuore odio feroce e stemperati desiderii.
Non disperò più di poter sedurre Monmouth. Le condizioni di quello sventurato giovane erano affatto cangiate. Mentre egli stavasi a danzare e patinare all’Aja, aspettando tutti i dì essere richiamato a Londra, rimase oppresso dal cordoglio alla nuova della morte del padre, e della assunzione dello zio al trono. La notte che seguì all’arrivo dell’infausta notizia, coloro che alloggiavano accanto a lui, poterono distintamente udirne i singhiozzi e le laceranti strida. Il dì dopo abbandonò l’Aja, promettendo sull’onor suo al Principe e alla Principessa d’Orange di non tentar nulla contro il Governo inglese, e ricevendo da loro pecunia per provvedere ai più urgenti bisogni.[339]
Il prospetto del futuro che stava dinanzi agli occhi a Monmouth, non era splendido. Non aveva probabilità d’essere richiamato dal bando. Nel continente ei non poteva più vivere fra la magnificenza e le feste d’una corte. I suoi cugini nell’Aja parevano seguitare a trattarlo con vera cortesia; ma non potevano apertamente ciò fare senza grave risico di produrre una rottura tra l’Inghilterra e l’Olanda. Guglielmo gli dette un amichevole e savio consiglio. Alla guerra che ardeva in Ungheria fra lo imperatore e i Turchi erano rivolti gli occhi di tutta l’Europa, con interesse quasi simile a quello che cinquecento anni innanzi avevano destato le Crociate. Molti valorosi gentiluomini, sì protestanti che cattolici, combattevano da volontarii nella causa comune della Cristianità. Il principe consigliò Monmouth ad accorrere al campo imperiale, assicurandolo che, così facendo, non gli sarebbero mancati i mezzi di fare una comparsa degna d’un gentiluomo inglese.[340] Era questo un egregio consiglio, ma il Duca non seppe deliberarsi a seguirlo. Si ritrasse a Brusselles, accompagnato da Enrichetta Wentworth, Baronessa Wentworth di Newcastle; donzella d’alto lignaggio e di grandi ricchezze, la quale, amandolo passionatamente, aveva per lui sacrificato l’onore di fanciulla e la speranza d’uno illustre connubio, lo aveva seguito nell’esilio, ed era da lui considerata come sposa in faccia a Dio. La soave compagnia della donna diletta gli sanò tosto le piaghe dell’anima. Gli parve d’avere trovata la felicità nel ritiro e nella quiete, e d’avere dimenticato che egli era già stato ornamento d’una splendida corte, capo d’un gran partito, comandante d’eserciti ed aspirante ad un trono.
Ma altri non lo lasciò tranquillo. Ferguson adoperò tutte le arti della tentazione. Grey, che non sapeva dove rivolgersi a trovare uno scudo, ed era pronto ad ogni intrapresa, comunque disperata, prestò il suo aiuto. Non vi fu arte di cui non si giovassero per istrappare Monmouth dal proprio ritiro. Ai primi inviti che gli pervennero dagli antichi colleghi, diede risposte punto favorevoli. Disse che le difficoltà d’uno sbarco in Inghilterra erano insuperabili; protestò d’essere stanco della vita pubblica, e chiese che gli lasciassero godere la sua felicità novellamente trovata. Ma era poco assuefatto a resistere ai destri ed urgenti incitatori. Dicesi, inoltre, che ad abbandonare il suo ritiro fosse indotto dalla stessa potente cagione che glielo rendeva beato. Lady Wentworth desiderava di vederlo Re, e gli offeriva le sue rendite, le sue gioie e il suo credito. Monmouth non era convinto; ma non ebbe fermezza bastevole a resistere a tali sollecitazioni.[341]
IX. Gli esuli inglesi lo accolsero con gioia, ed unanimemente lo riconobbero loro capo. Ma v’era un’altra classe di fuorusciti che non inchinavano a riconoscere la supremazia di lui. Un pessimo governo, quale non era mai stato nella parte meridionale dell’isola nostra, aveva cacciati dalla Scozia al continente molti fuggiaschi, la cui intemperanza di zelo nelle cose pubbliche e nelle religiose era estrema quanto la oppressione che avevano sofferta. Costoro non volevano seguire un condottiero inglese. Anche travagliati dalla povertà e dall’esilio, serbavano il loro puntiglioso orgoglio nazionale, e non avrebbero consentito che la patria loro venisse, in essi, degradata alla condizione di provincia. Avevano un capitano fra loro, cioè Arcibaldo, nono Conte di Argyle, il quale come capo della grande tribù di Campbell, era noto ai popoli delle montagne sotto l’orgoglioso nome di Mac Callum More. Il Marchese di Argyle suo padre era stato capo de’ Convenzionisti scozzesi, aveva grandemente cooperato alla rovina di Carlo I; e i realisti non reputavano ch’egli avesse debitamente espiata la offesa, per aver dato il vano titolo di Re a Carlo II, ed averlo tenuto in un palazzo a guisa di prigioniero di Stato. Ritornata la famiglia reale, il Marchese fu messo a morte. Il suo marchesato rimase estinto; ma al figlio suo fu concesso di ereditare l’antica Contea, ed era tuttavia annoverato fra i maggiori nobili della Scozia. La condotta tenuta dal Conte negli ultimi venti anni che seguirono la Restaurazione, era stata, secondo che egli stesso poi disse, criminosamente moderata. In talune occasioni aveva avversato il Governo che affliggeva la sua patria, ma con freddezza e cautela. Per la sua tolleranza nelle cose ecclesiastiche, aveva porto argomento di scandalo ai Presbiteriani; ed era stato così lontano dal mostrarsi inchinevole alla resistenza, che, allorquando i Convenzionisti erano stati sì crudelmente perseguiti da insorgere, egli aveva condotto in campo una numerosa torma di suoi dipendenti, ad aiutare il Governo.
Tale era stato il suo contegno politico, finchè il Duca di York venne in Edimburgo rivestito di tutta l’autorità regia. Il dispotico vicerè si accorse tosto di non potere sperare pieno sostegno dal Conte d’Argyle. E dacchè il più potente capo del Regno non era da guadagnarsi al Governo, fu reputato necessario distruggerlo. Per ragioni così frivole, che anche i più fanatici partigiani e i più cavillosi ne sentirono rossore, fu tratto dinanzi ai tribunali, processato come reo di tradimento, convinto, e dannato a morire. I fautori degli Stuardi poscia asserirono che il Governo non aveva mai avuto intendimento di mandare ad esecuzione quella sentenza, e che solo scopo di tale Processo era stato di spaventare il Conte, onde ei s’inducesse a cedere la sua vasta giurisdizione nelle montagne. O che Giacomo avesse inteso di commettere un assassinio, siccome i suoi nemici sospettarono; o solamente, secondo che i suoi amici affermarono, di commettere una estorsione minacciando di commettere un assassinio; adesso non può con certezza asserirsi. «Io non so nulla delle leggi scozzesi» diceva Halifax a Re Carlo; «questo solo io so, che noi non dovremmo impiccare un cane per le cagioni onde Lord Argyle è stato condannato.»[342]
Argyle fuggì travestito in Inghilterra, donde passò in Frisia. In quella quieta provincia il padre suo aveva comprata una piccola terra, come luogo di rifugio per la famiglia nelle civili perturbazioni. Dicevasi fra gli Scozzesi che tale compra era stata fatta dopo che un indovino celtico aveva predetto che Mac Callum More un giorno verrebbe cacciato dall’antica casa di sua famiglia in Inverary.[343] Ma è probabile che il Marchese, preveggente nelle faccende politiche, fosse stato a ciò persuaso forse più dagli indizi de’ tempi, che dalle visioni di qualsivoglia profeta. In Frisia, il Conte Arcibaldo visse in tanta quiete, che non sapevasi dove egli avesse trovato ricovero. Dal suo ritiro aveva mantenuto carteggio coi suoi amici rimasti nella Gran Brettagna, aveva partecipato alla congiura de’ Whig, e combinato coi capi di quella un disegno d’invasione in Iscozia.[344] Scoperta la congiura di Rye House, quel disegno era stato messo da parte; ma dopo la morte di Carlo, divenne di nuovo l’oggetto de’ pensieri del Conte.
Dimorando sul continente, egli aveva molto più che negli anni trascorsi della propria vita, profondamente meditato sopra le questioni religiose. In un certo modo, lo effetto di tali meditazioni era stato pernicioso alla mente di lui. La sua parzialità per la forma sinodale del governo ecclesiastico adesso era giunta fino alla bacchettoneria. Qualvolta ripensava a quanto lungo tempo ei si era conformato al culto stabilito, sentivasi opprimere dalla vergogna e dal rimorso, e si mostrava in mille guise dispostissimo ad espiare la propria defezione con la violenza e la intolleranza. Nondimeno, tra breve tempo, ebbe occasione di provare che il timore e lo amore di una più alta Possanza gli avevano dato il vigore bisognevole a sostenere i conflitti più formidabili, fra’ quali possa trovarsi la umana natura.
Ai suoi compagni d’infortunio il suo aiuto era di massimo momento. Comecchè ei fosse proscritto e fuggiasco, era tuttavia, in certo senso, il più potente suddito de’ dominii britannici. Per ricchezze, anche prima ch’ei fosse stato condannato a morte infamante, era forse inferiore non solo ai grandi Nobili d’Inghilterra, ma ai più opulenti scudieri di Kent e di Norfolk. Ma la sua autorità patriarcale, autorità che non può acquistarsi per ricchezze nè perdersi per condanna infamante, lo rendeva, come capo d’insorti, veramente formidabile. Nessun Lord delle contrade meridionali dell’Isola poteva esser sicuro che, avventurandosi a resistere al Governo, i suoi guarda–caccia e cacciatori lo seguirebbero. Un Conte Bedford, un Duca di Devonshire, non poteva promettere di condurre seco dieci uomini in campo. Mac Callum More, senza un soldo e spoglio della sua Contea, avrebbe potuto in ogni istante suscitare una grave guerra civile. Non aveva se non a mostrarsi sulla costa di Lorn, perchè tra pochi giorni gli si raccogliesse un esercito dintorno. Le forze che in tempi prosperi ei poteva condurre in campo, ascendevano a cinque mila combattenti, intesi ad obbedirlo, avvezzi all’uso della targa e dello spadone, non tementi di venire alle mani con le truppe regolari anche in aperta pianura, e forse superiori a quelle per certe qualità necessarie a difendere i passi di aspre montagne, coperti di nebbia e tagliati da rapidi torrenti. Ciò che tali forze, bene dirette, fossero capaci di fare, anco contro vecchi soldati ed esperti capitani, si vide pochi anni poi a Killiecrankie.
X. Ma per quanto fosse grande il diritto d’Argyle alla fiducia degli esuli scozzesi, era fra loro una fazione che non gli procedeva amichevole, e desiderava giovarsi del nome e dell’influenza di lui, senza affidargli nessun potere effettivo. Capo di questa fazione era un gentiluomo delle pianure, il quale era stato implicato nella congiura Whig, e con difficoltà erasi sottratto alla vendetta della Corte; cioè Sir Patrizio Hume di Polwarth, nella Contea di Berwick. Si è molto dubitato della integrità di lui, ma senza sufficiente ragione. Nulladimeno, è d’uopo ammettere ch’egli tanto nocque alla propria causa con la perversità, quanto avrebbe potuto fare con la tradigione. Era incapace egualmente d’esser capo, o seguace; concettoso di sè, sofistico, di storto cervello, interminabile ciarliero, tardo ad andare incontro all’inimico, ed attivo solo contro i propri colleghi.
XI. Con Hume era in intima relazione un altro esule scozzese di gran conto, il quale aveva molti dei medesimi difetti, quantunque non nello stesso grado; voglio dire Sir Giovanni Cochrane, secondo figlio del Conte di Dundonald.
Uomo di assai più elevato carattere era Andrea Fletcher di Saltown, insigne per dottrina e facondia, insigne anche per coraggio, disinteresse e spirito patriottico; ma d’irritabile e intrattabile indole. Al pari di molti de’ suoi più illustri contemporanei, Milton, a cagione d’esempio, Harrington, Marvel e Sidney, per il pessimo governo di varii successivi principi, Fletcher aveva concepito una forte ripugnanza alla monarchia ereditaria. Eppure non amava la democrazia. Era capo d’un’antica famiglia normanna, ed orgoglioso della propria stirpe; bel parlatore, forbito scrittore, e vanitoso della sua superiorità intellettuale. E come gentiluomo e come dotto, guardava con disdegno la plebe; ed era tanto poco inchinevole a porre nelle mani di quella il potere politico, da crederla perfino inetta a fruire della libertà personale. Ella è curiosissima circostanza, come questo uomo, il più onesto, intrepido e irremovibile repubblicano de’ tempi suoi, dovesse essere stato l’autore di un sistema, in cui gran parte delle classi operaie di Scozia venivano ridotte in ischiavitù. Davvero, ei vivamente somigliava a quei senatori romani, i quali mentre odiavano il nome di Re, difendevano con inflessibile orgoglio i privilegi dell’ordine loro contro le usurpazioni della moltitudine, e governavano gli schiavi e le schiave loro per mezzo del ceppo e del flagello.
XII. Amsterdam fu il luogo dove ragunaronsi i fuorusciti scozzesi ed inglesi. Argyle ci andò dalla Frisia, Monmouth dal Brabante. Tosto si conobbe, gli esuli quasi nulla avere di comune, tranne l’odio contro Giacomo, e la impazienza di rimpatriare. Gli Scozzesi sentivano gelosia degl’Inglesi, e questi di quelli. Le alte pretese di Monmouth offendevano Argyle, il quale, altero dell’antica nobiltà e d’essere legittimamente disceso da sangue regio, non amava punto rendere omaggio a colui ch’era frutto d’un amore vagabondo ed ignobile. Ma fra tutte le dissensioni che turbavano la piccola banda de’ fuorusciti, la più seria fu quella che sorse tra Argyle e parte de’ suoi seguaci. Alcuni degli esuli scozzesi, in un lungo corso d’opposizione alla tirannide, avevano acquistata tanta infermità d’intendimento e di tempra, da render loro insopportabile il freno più giusto e necessario. Sapevano di non potere tentar nulla senza Argyle. Avrebbero dovuto conoscere, che non volendo correre diritto alla propria rovina, era mestieri o che ponessero piena fiducia nel loro capo, o che deponessero ogni pensiero d’impresa militare. La esperienza ha pienamente provato che, in guerra, ogni operazione, dalle altissime alle infime, dovrebbe essere diretta da una mente sola, e che ogni agente subordinato dovrebbe obbedire implicitamente, valorosamente e con dimostrazione di contento, agli ordini ch’egli disapprova, o le cui ragioni ei non conosce. Le assemblee rappresentative, le pubbliche discussioni, e tutti gli altri impedimenti, onde ne’ civili negozi i governanti sono infrenati perchè non abusino del potere che hanno tra mani, in un campo di battaglia sono cose fuori di luogo. Machiavelli dirittamente attribuiva molti dei disastri di Venezia e di Firenze alla gelosia che spingeva quelle repubbliche a immischiarsi in ogni atto de’ loro capitani.[345] La usanza che era in Olanda di mandare negli eserciti deputati, senza il cui consentimento non potesse farsi nulla d’importante, fu quasi egualmente perniciosa. Senza dubbio, non è punto certo che un capitano, al quale nell’ora del pericolo sia stato affidato un potere dittatorio, lo deponga pacificamente nell’ora del trionfo; e questa è una delle tante considerazioni che dovrebbe fare esitare gli uomini innanzi che si determinassero a rivendicare con la spada la libertà pubblica. Ma ove deliberino tentare le sorti della guerra, essendo savii, porranno nelle mani del loro capo quella piena autorità, senza la quale non può bene condursi la guerra. Può darsi, che dandogli tale autorità, egli diventi un Cromwell o un Napoleone; ma è quasi certo che, negandogliela, la intrapresa loro finisca come quella di Argyle.
Alcuni dei fuorusciti scozzesi, infiammati d’entusiasmo repubblicano, ed affatto privi dell’arte necessaria a condurre i grandi negozi, adoperarono tutta la industria e lo ingegno loro non a ragunare mezzi per l’aggressione che erano per fare contro un formidabile nemico, ma a trovar modi onde infrenare il potere del loro capo, ed assicurarsi contro la sua ambizione. La contenta stupidità onde insistevano a riordinare un’armata come se avessero a riordinare una repubblica, sarebbe incredibile, se non l’avesse ricordata con franchezza e anche con vanto uno di loro.[346]
XIII. Alla perfine, composte tutte le differenze, fu deliberato di fare un tentativo sulle coste occidentali della Scozia, che sarebbe tostamente seguito da una discesa in Inghilterra.
Argyle doveva esercitare il comando, di solo nome, in Iscozia; ma ei venne sottoposto al freno d’un Comitato, che riserbava a sè tutte le parti più importanti dell’amministrazione militare. Questo Comitato aveva potestà d’indicare il luogo dove dovesse approdare la spedizione, nominare gli ufficiali, soprintendere alla leva delle milizie, aver cura delle provigioni e della munizione. Ciò che rimaneva al Generale, era il dirigere le evoluzioni dell’armata nel campo; e fu forzato a promettere che anche in campo, tranne nel caso d’una sorpresa, non avrebbe nulla fatto senza lo assenso di un Consiglio di Guerra.