Part 39
III. Finita ogni cosa, Giacomo dalla stanza mortuaria si ritirò al suo gabinetto, dove per un quarto d’ora rimase solo. Frattanto i Consiglieri Privati, che si trovavano in Palazzo, adunaronsi. Il nuovo re, uscito fuori, prese posto a capo d’una tavola; e secondo l’usanza, iniziò il suo governo con un discorso al Consiglio. Significò il dolore che sentiva per la perdita del fratello, e promise di imitare la mitezza che aveva predistinto il passato governo. Sapeva bene, disse egli, d’essere stato accusato come amante del potere assoluto. Ma quella non era la sola menzogna che si fosse detta contro lui. Era deliberato di mantenere il governo stabilito sì della Chiesa come dello Stato. Conosceva appieno come la Chiesa Anglicana fosse eminentemente leale; e però si sarebbe sempre studiato di sostenerla e difenderla. Conosceva parimente come le leggi dell’Inghilterra fossero sufficienti a farlo principe grande quanto potesse mai desiderare. Non avrebbe rinunziato ai propri diritti, ma avrebbe rispettati gli altrui. Aveva per innanzi posta a repentaglio la propria vita per la difesa della patria; ed ora avrebbe, più di chiunque altro, fatto ogni sforzo per sostenere le giuste libertà di quella.
Tale discorso, non era, come avviene ne’ tempi moderni in simiglianti occasioni, studiosamente apparecchiato da’ consiglieri del sovrano. Era la espressione estemporanea de’ sentimenti del nuovo Re in un’ora di grande concitamento. I membri del Consiglio proruppero in gridi di gioia e di gratitudine. Rochester Lord Presidente, in nome de’ suoi confratelli, espresse la speranza che la generosa dichiarazione della Maestà Sua si rendesse pubblica. Il Procuratore Generale, Heneage Finch, si offerse a far gli uffici di scrivano. Era zelante partigiano della Chiesa, e come tale, naturalmente desiderava che dovesse rimanere qualche durevole ricordo delle graziose promesse ch’erano state, poco fa, profferite. «Tali promesse» disse egli «hanno fatto sopra me una impressione cotanto profonda, che posso ripeterle parola per parola.» Le pose quindi in iscritto. Giacomo le lesse, approvolle, e ordinò che venissero pubblicate. In altri tempi, poi, disse d’aver fatto quel passo senza la debita considerazione; le sue non premeditate espressioni rispetto alla Chiesa Anglicana, essere state troppo forti; e Finch, con destrezza che in quell’ora non fu notata, averle rese anche più forti.[230]
IV. Il Re era stanco per le lunghe vigilie e per molte violente emozioni; quindi si ritrasse onde riposare. I Consiglieri Privati, avendolo rispettosamente accompagnato fino alla stanza da letto, ritornarono ai seggi loro, ad emanare ordini per la ceremonia della proclamazione. Le guardie erano sotto le armi; gli araldi comparvero co’ loro magnifici abiti; e la solennità fu compita senza veruno impedimento. Botti di vino furono poste nelle vie, e i passanti venivano invitati a bere alla salute del nuovo sovrano. Ma benchè il popolo in quella occasione acclamasse, non mostrava sembiante gioioso. Le lagrime furono viste sugli occhi di molti; e fu notato che non vi fu nè anche una fantesca in Londra, che non si fosse studiata d’avere qualche frammento di velo bruno in onoranza di re Carlo.[231]
Il funerale provocò numerose critiche, come quello che si sarebbe reputato appena convenevole ad un nobile e ricco suddito. I Tory sordamente biasimavano la parsimonia del nuovo Re; i Whig lo schernivano come privo di naturale affetto; e i fieri Convenzionisti di Scozia esultavano, dicendo essere stata compita la maledizione in antico scagliata contro i principi malvagi; il defunto tiranno essere stato sepolto con funerali degni d’un somiero.[232] Nonostante, Giacomo iniziò il suo governo con non poca satisfazione del pubblico. Il discorso ch’egli fece in Consiglio, comparve stampato, e produsse impressione a lui favorevolissima. Era questo allora il principe che una fazione aveva già cacciato in esilio, ed erasi provata di privare del diritto alla Corona, perchè lo teneva nemico mortale della religione e delle leggi d’Inghilterra. Egli aveva trionfato; oramai stava sul trono; e il primo de’ suoi atti fu quello di dichiararsi difensore della Chiesa, e rispettatore de’ diritti del popolo. Il giudicio che tutti i partiti avevano fatto dell’indole di lui, aggiungeva peso ad ogni parola che gli uscisse dal labbro. I Whig lo chiamavano superbo, implacabile, ostinato, spregiatore dell’opinione pubblica. I Tory, esaltando le sue virtù principesche, dolevansi spesso ch’egli ponesse in non cale quelle arti onde si acquista la popolarità. La stessa satira non lo aveva mai dipinto come uomo che fosse vago del pubblico favore professando ciò che non sentiva, e promettendo ciò che ei non aveva intendimento di mantenere. Nella domenica che seguì alla sua ascensione al trono, molti predicatori da’ pergami citavano il suo discorso. «Adesso abbiamo a sostegno della Chiesa nostra» sclamava un oratore realista «la parola d’un Re, e d’un Re che non mancò mai alla propria parola.» Questa espressiva sentenza tosto propagossi per tutto il paese, e divenne la parola d’ordine di tutto il partito Tory.[233]
V. I grandi uffici dello Stato per la morte del Re erano rimasti vacanti, e fu d’uopo che Giacomo deliberasse da chi dovessero essere occupati. Pochi de’ membri del Gabinetto passato avevano ragione di aspettarsi il favore di lui. Sunderland, che era Segretario di Stato, e Godolphin primo Lord del Tesoro, avevano sostenuta la Legge d’Esclusione. Halifax, custode del sigillo privato, aveva avversata quella legge con impareggiabile potenza di argomenti e di parole; ma era nemico mortale della tirannide e del papismo. Vedeva con terrore il progresso delle armi francesi nel continente, e la influenza dell’oro francese nei consigli dell’Inghilterra. Se si fosse seguito il suo parere, le leggi sarebbero state rigorosamente osservate; la clemenza impartita ai vinti Whig; il Parlamento convocato in tempo debito; fatto qualche tentativo per riconciliare le nostre domestiche fazioni; e i principii della Triplice Alleanza avrebbero nuovamente diretta la nostra politica estera. Egli era, quindi, incorso nell’acre odio di Giacomo. Il Lord Cancelliere Guildford, appena poteva dirsi d’appartenere ad alcuno dei partiti in che la Corte era scissa. Non potevasi in nessuna guisa chiamare amico alla libertà; e nondimeno egli aveva tale riverenza per la lettera della legge, da non essere utile strumento di tirannide. Per la qual cosa, i Tory lo mostravano a dito come un Barcamenante, e Giacomo lo aborriva e insieme spregiava. Ormond, che era Lord maggiordomo e vicerè d’Irlanda, in quel tempo stanziava in Dublino. I diritti ch’egli aveva alla gratitudine del Re, erano superiori a quelli d’ogni altro suddito. Aveva strenuamente pugnato per Carlo I, era stato compagno d’esilio di Carlo II; e dopo la Restaurazione, a dispetto di molte provocazioni, aveva serbata senza macchia la propria lealtà. Comecchè, predominante la Cabala, fosse caduto in disgrazia, non era mai trascorso ad alcuna faziosa opposizione, e nei giorni della Congiura Papale e della Legge d’Esclusione, era stato primo tra i sostenitori del trono. Adesso era vecchio, e di recente era stato visitato dalla più cruda sciagura. Aveva accompagnato al sepolcro un figlio, il valoroso Ossory, che avrebbe dovuto chiudere gli occhi del genitore. I grandi servigi, l’età veneranda e le sventure domestiche rendevano Ormond obietto di universale interesse alla nazione. I Cavalieri lo consideravano, e per diritto d’anzianità e per diritto di merito, loro capo; e i Whig sapevano ch’egli, per quanto fosse stato ognora fedele alla causa della monarchia, non era amico nè della tirannide nè del papismo. Ma, comunque godesse tanto la pubblica stima, poco era il favore che poteva aspettarsi dal nuovo signore. Giacomo, mentre anche egli era nella condizione di suddito, aveva sollecitato il proprio fratello a cangiare onninamente l’amministrazione dell’Irlanda. Carlo aveva assentito, deliberando che tra pochi mesi Rochester verrebbe nominato Lord Luogotenente.[234]
VI. Rochester era l’unico membro del Gabinetto che godesse altamente il favore del nuovo Re. Comunemente credevasi ch’egli verrebbe tosto messo a capo del governo, e che tutti gli altri Ministri sarebbero cangiati. Tale espettazione era bene fondata, ma solamente in parte. Rochester fu fatto Lord Tesoriere, e così diventò primo Ministro. Non fu nominato nè Lord Grande Ammiraglio, nè Banco dell’Ammiragliato. Il nuovo Re, che dilettavasi delle minuzie delle faccende navali, e sarebbe riuscito un esperto scrivano nell’arsenale di Chatham, deliberò di amministrare da sè il ministero di marina. Sotto lui, il maneggio di quell’importante dipartimento fu affidato a Samuele Pepys, del quale la biblioteca e il diario hanno tramandata la memoria fino ai nostri tempi. Nessuno de’ servitori del defunto sovrano venne pubblicamente posto in disgrazia. Sunderland fece prova di tali artificii e destrezza, mise di mezzo tanti intercessori, e sapeva cotanti secreti, che gli si lasciò il Gran Sigillo. Dell’ossequiosità, industria, espertezza e taciturnità di Godolphin, mal poteva farsi senza. Non v’essendo più mestieri di lui al Tesoro, fu fatto Ciambellano della Regina. Con questi tre Lordi il Re consigliavasi in tutte le più importanti questioni. In quanto ad Ormond, Halifax e Guildford, ei pensò non di cacciarli via, ma soltanto umiliarli e dar loro molestia.
Ad Halifax fu detto di rendere il Sigillo Privato, ed accettare la presidenza del Consiglio. Ei si sottopose con estrema ripugnanza; imperocchè, quantunque il Presidente del Consiglio avesse sempre avuta la precedenza sul Lord del Sigillo Privato, questo ufficio in quella età era più importante di quello di Presidente. Rochester non s’era dimenticato dello scherzo che gli era stato fatto pochi mesi avanti, allorquando fu levato dal Tesoro; e alla sua volta provò il piacere di cacciare a calci in alto il proprio rivale. Il Sigillo Privato fu dato ad Enrico Conte di Clarendon, fratello maggiore di Rochester.
A Barillon, Giacomo manifestò com’ei detestasse Halifax. «Lo conosco pur troppo, e so di non potermene mai fidare. Ei non porrà le piani nelle faccende dello Stato. Il posto che gli ho dato, servirà appunto a mostrare al mondo la sua poca influenza.» Ma reputò convenevole di parlare ad Halifax con linguaggio ben differente. «Tutto il passato è messo in oblio,» disse il Re «tranne il servigio che voi mi rendeste nel dibattimento sopra la Legge d’Esclusione.» Queste parole sono state di sovente citate, onde provare che Giacomo non era così vendicativo siccome è stato chiamato dai suoi nemici. E’ pare anzi che provino che egli in nessun modo fosse meritevole della lode di sincerità datagli da’ suoi amici.[235]
Ad Ormond fu fatto gentilmente sapere che più non erano necessarii i suoi servigi in Irlanda, e venne invitato a Whitehall per adempire l’ufficio di Maggiordomo. Egli si sottopose, ma non fece sembiante di nascondere che ne era rimasto profondamente offeso. La vigilia della sua partenza, diede un magnifico banchetto in Kilmainham Hospital, edifizio pur allora terminato, agli ufficiali del presidio di Dublino. Finito il pranzo, ei sorse, riempì di vino un bicchiere fino all’orlo, e levandolo in alto, chiese se ne fosse caduta una sola gocciola. «No, gentiluomini; dicano ciò che pur vogliono i cortigiani, io non ho per anche perduto il senno; la mia mano non trema ancora, e la mia mano non è più ferma del mio cuore. Alla salute del re Giacomo!» Fu questo l’ultimo addio di Ormond alla Irlanda. Egli lasciò il governo nelle mani dei Lordi Giudici, e ritornò a Londra, dove fu accolto con inusitati segni di pubblica riverenza. Molti grandi personaggi gli andarono incontro per via. Una lunga fila di cocchi lo accompagnò fino a Saint–James–Square, dove era il suo palazzo; e la piazza era piena di numerosa gente che lo salutava con alte acclamazioni.[236]
VII. Il Gran Sigillo fu lasciato a Guildford; ma nel tempo stesso gli venne fatto un gran torto. Fu deliberato di chiamare, per assisterlo nell’amministrazione, un altro legale di maggiore vigore e audacia. Lo eletto fu Sir Giorgo Jeffreys, Capo Giudice della Corte del Banco del Re. La pravità di quest’uomo è passata in proverbio. Ambidue i grandi partiti inglesi hanno vituperato con virulenza il nome di lui; perocchè i Whig lo consideravano come il loro più barbaro nemico, e i Tory stimavano convenevole gettargli addosso la infamia di tutti i delitti che deturparono il loro trionfo. Uno esame schietto e diligente mostrerebbe che alcune orrende novelle che si sono intorno a lui raccontate, sono false o esagerate. Nulladimeno, lo storico spassionato non varrebbe a scemare se non di poco la ingente massa d’infamia che si aggrava sopra la memoria di quel giudice ribaldo.
Era uomo di mente pronta e vigorosa, ma d’indole inchinevole alla insolenza e all’iracondia. Appena uscito di fanciullezza, aveva esercitata la professione in Old Bailey, tribunale dove gli avvocati hanno sempre usata licenza di parole ignota in quello di Westminster Hall. Quivi per molti anni occupossi precipuamente negli esami e riesami de’ più incorreggibili scellerati della grande metropoli. I giornalieri conflitti con le prostitute e co’ ladri, svegliarono ed esercitarono tanto le facoltà sue, che egli diventò il bravazzone più consumato che si fosse mai conosciuto nella sua professione. Ogni umanità verso i sentimenti altrui, ogni rispetto di sè stesso, ogni senso di decenza furono cancellati dall’animo suo. Acquistò immensa perizia nella rettorica con la quale il volgo esprime l’odio e lo spregio. La profusione delle imprecazioni e oscene parole ond’era composto il suo vocabolario, potevano appena trovare agguaglio fra la marmaglia de’ mercati. Il contegno e la voce di lui dovettero sempre essere stati sgradevoli. Ma questi pregi naturali—poichè sembra ch’ei tali gli reputasse—aveva a tal grado d’eccellenza condotti, che pochi erano coloro i quali, ne’ suoi eccessi di rabbia, potevano tranquillamente vederlo o ascoltarlo. La impudenza e la ferocia gli sedevano sul ciglio. Il lampo degli occhi suoi ammaliava la infelice vittima sopra la quale ei li figgeva. Nondimeno, e il ciglio e lo sguardo erano meno terribili della sconcia forma della sua bocca. Il suo rabido urlo, siccome affermò un tale che l’aveva spesso udito, sembrava il tuono del giorno del giudizio finale. Queste qualità ei portò seco, ancor giovine d’anni, dalla sbarra degli avvocati al banco de’ giudici. Salì presto, diventò Avvocato di Comune, e poi Cancelliere di Londra. Come giudice nelle sessioni della Città, mostrò le tendenze medesime che poi, asceso più in alto, gli acquistarono immortalità non invidiabile. Si sarebbe già potuto in lui notare il vizio più odioso di cui sia capace l’umana natura; cioè il godere dell’infelicità altrui, soltanto perchè è infelicità. Vedevasi una esultanza infernale nel modo onde profferiva le condanne dei rei. Il loro pianto, le loro preghiere sembravano solleticarlo voluttuosamente; ed egli amava di spaventarli, distendendosi con lussureggiante amplificazione sopra tutti i particolari di ciò che loro toccava di soffrire. Diffatti, quand’egli aveva occasione di ordinare che una malfortunata avventuriera venisse pubblicamente fustigata, «Carnefice,» gridava «t’incarico di usare attenzione particolare a cotesta signora! Flagellala sodo, flagellala a sangue! Siamo al dì di Natale, tempo freddo perchè Madama si spogli. Vedi di scaldarle bene le spalle.»[237] Non fu meno faceto allorchè profferì la sentenza contro il povero Lodovico Muggleton, quell’ebbro sarto che si credeva profeta. «Villano sfacciato!» urlò Jeffreys «tu avrai un gastigo dolce, dolce, dolce!» Una parte di questo dolce castigo fu la gogna, in cui lo sciagurato fanatico rimase pressochè morto dalle sassate.[238]
Verso questo tempo, il cuore di Jeffreys era diventato duro come i tiranni lo cercano nell’uomo che loro bisogni per mandare ad esecuzione le loro peggiori voglie. Egli aveva fino allora sperato nel Municipio di Londra per salire in alto. E però si era dichiarato Testa–Rotonda, e mostrava più gran giubbilo sempre che gli accadeva di dire ai preti papisti che verrebbero tagliati a pezzi, e che vedrebbero ardere i propri intestini, di quel che mostrava quando profferiva sentenze ordinarie di morte. Ma, appena conseguì tutto ciò che la Città poteva dare, affrettossi a vendere alla Corte il suo viso di bronzo e la sua lingua venefica. Chiffinch, il quale era avvezzo a far da mezzano in più specie di contratti infami, gli prestò aiuto. Egli aveva orditi molti amorosi e politici intrighi; ma certo non. rendè mai ai suoi signori un servigio più scandaloso di quello di presentare Jeffreys a Whitehall. Il rinnegato trovò tosto un protettore nell’indurito e vendicativo Giacomo; ma fu sempre trattato con disprezzo e disgusto da Carlo, il quale, non ostante i suoi gravi difetti, non fu mai nè crudele nè insolente. «Cotesto uomo» diceva il Re «non ha nè dottrina nè buon senso nè modi, ed ha più impudenza di dieci sgualdrine.»[239] Nonostante, era d’uopo di tal ministero che non si sarebbe potuto affidare a persona che fosse riverente delle leggi o sensibile alla vergogna; e così Jeffreys, nella età in cui un avvocato si reputa avventuroso se venga adoperato a condurre una causa importante, fu fatto Capo Giudice del Banco del Re.
I suoi nemici non potevano negare ch’egli possedesse talune delle doti che formano un gran giudice. Il suo sapere giuridico, a dir vero, era quello che egli aveva potuto acquistare non esercitandosi in cause importanti. Ma aveva una di quelle menti felicemente costituite, le quali traverso al labirinto della sofisticheria, e fra mezzo ad una selva di fatti di poco momento, vanno diritte al vero punto. Nulladimeno, rade volte egli aveva pieno uso delle sue facoltà intellettuali. Anco nelle cause civili, l’indole sua violenta e dispotica gl’infermava perpetuamente il giudicio. A chi entrava nella sala del suo tribunale, pareva d’entrare nella caverna di una belva che non può essere domata da nessuno, e che s’inferocisce di leggieri per le carezze come per le aggressioni. Spesso avventava ai querelanti ed agli accusati, agli avvocati e ai procuratori, ai testimoni e ai giurati un torrente di matte ingiurie, miste di maledizioni e bestemmie. Se lo sguardo e il tono della voce ispiravano terrore quando egli era semplice avvocato ed ingegnavasi di acquistare clientela, adesso ch’era capo del più formidabile tribunale del Regno, pochi erano coloro i quali non tremassero al suo cospetto. Anche quando egli era sobrio, la sua violenza non era poco spaventevole. Ma, generalmente, la sua ragione era ottenebrata, e le sue malvage passioni irritate dall’ebrietà. D’ordinario passava le serate immerso nella dissolutezza. Chi lo avesse veduto col fiasco dinanzi, lo avrebbe giudicato uomo grossolano, balordo, di bassa classe e amante de’ triviali sollazzi, ma socievole e di buon umore. In tali occasioni vedevasi circondato da buffoni, scelti, per la più parte, fra i più vili mozzorecchi che esercitavano il mestiere al suo tribunale. Costoro sbeffeggiavansi e vituperavansi a vicenda per divertirlo. Egli s’associava al loro osceno cicaleccio, e come gli si scaldava il cervello, li abbracciava e baciava in una estasi di tenerezza ebbra. Ma quantunque in sulle prime il vino sembrasse ammollirgli il cuore, gli effetti che poche ore dopo in lui produceva erano assai differenti. Spesso egli recavasi al seggio della giustizia, dopo d’avere fatto lunga pezza attendere la Corte, e nondimeno senza avere dormito tanto da svinazzarsi, con le guance infocate, e gli occhi stralunati come quelli d’un maniaco. Trovandosi in siffatto stato coloro che gli erano stati compagni nella gozzoviglia della notte precedente, se erano savi, sottraevansi al suo sguardo; perciocchè la rimembranza della familiarità alla quale gli aveva ammessi, infiammava la malignità di lui; ed avrebbe sicuramente afferrata la minima occasione per coprirli d’imprecazioni e d’invettive. Fra le sue molte odiose specialità, non era meno odioso il piacere che egli prendevasi a guardare in cagnesco e mortificare pubblicamente coloro che, negli accessi della sua tenerezza da briaco, aveva incoraggiati a fidarsi del suo favore.
I servigi che il Governo aveva sperato ch’ei gli dovesse rendere, furono compiti non solo senza tergiversazione, ma con sollecitudine e prospero successo. La sua prima impresa fu l’assassinio giuridico d’Algernon Sidney. Ciò che seguì poi, fu perfettamente conforme a tale principio. I Tory rispettabili lamentavano la infamia che la barbarie ed impudenza di un uomo tanto altamente locato, recava alla amministrazione della giustizia. Ma gli eccessi che empivano d’orrore gli animi de’ Tory, agli occhi di Giacomo erano argomenti di stima. Jeffreys quindi, dopo la morte di Carlo, ottenne un seggio nel Gabinetto e fu creato Pari. Quest’ultimo onore fu insigne prova della regia approvazione; avvegnachè fino dal secolo decimoterzo, in cui fu ricostituito il sistema giudiciale del Regno, nessun Capo Giudice avesse seduto come Pari in Parlamento.[240]
Guildford si trovò alleggerito di tutte le sue funzioni politiche, e confinato nel suo solo ufficio di giudice così detto d’Equità. In Consiglio Jeffreys trattavalo con aperta scortesia. La facoltà di concedere ogni impiego pertinente al ramo legale, era nelle sole mani del Capo Giudice; e gli avvocati sapevano bene che il modo più sicuro di rendersi propizio il Capo Giudice, era quello di mancare di rispetto al Lord Cancelliere.
VIII. Non erano trascorse molte ore da che Giacomo era Re, allorquando nacque contesa tra i due Capi della Legge. I proventi delle dogane erano stati concessi a Carlo, solo sua vita durante, e quindi non potevano essere legalmente riscossi dal nuovo sovrano. Era mestieri di alcune settimane per fare le elezioni della Camera de’ Comuni. Se infrattanto i dazi fossero rimasti sospesi, la rendita ne avrebbe avuto detrimento; il corso regolare del traffico sarebbe stato interrotto; il consumatore non ne avrebbe ritratto utile veruno; e ci avrebbero guadagnato solamente quegli avventurati speculatori, i cui carichi per avventura arrivassero durante lo intervallo di tempo tra la morte di Carlo e l’adunarsi del Parlamento. Il Tesoro era assediato dai mercatanti, i magazzini de’ quali erano ripieni di merci di cui avevano pagato il dazio; e grandemente temevano di vedere altri negozianti vendere le loro mercanzie a minor prezzo, e d’essere così ruinati. Gli spiriti imparziali è d’uopo che ammettano come cotesto fosse uno de’ casi in cui un Governo si possa giustificare, deviando dal sentiero rigorosamente costituzionale. Ma qualvolta è necessario deviare da cosiffatto sentiero, la deviazione non dovrebbe essere maggiore di quella che la necessità richiede. Guildford bene intese ciò, e consigliò in modo da recargli onore. Propose di riscuotere i dazi, ma di tenerli nello Scacchiere, separati dall’altra pecunia, fino a che si fosse adunato il Parlamento. In tal guisa il Re, violando la lettera della legge, avrebbe mostrato ch’ei desiderava conformarsi allo spirito di quella. Jeffreys porse un consiglio assai diverso. Suggerì di emanare un editto, che dichiarasse essere volontà e desiderio di Sua Maestà continuarsi a pagare le dogane. Tale consiglio concordava appieno con l’indole del Re. La giudiciosa proposta del Lord Cancelliere fu messa da parte come degna d’un Whig, o—e ciò era anche peggio—di un Barcamenante. Comparve un decreto, secondo la forma suggerita dal Capo Giudice. Taluni s’aspettavano uno scoppio violento di pubblico sdegno; ma rimasero ingannati. Lo spirito della opposizione non s’era ancora riacceso, e la Corte poteva con sicurtà avventurarsi a fare passi tali che, cinque anni innanzi, avrebbero prodotto una ribellione. Nella Città di Londra, poco fa così turbolenta, non fu udito nè anche un mormorio.[241]