Storia d'Inghilterra, vol 1

Part 38

Chapter 383,704 wordsPublic domain

Il suo palagio rade volte aveva presentato un aspetto più gaio e scandaloso, di quello che offriva nella sera della domenica del dì primo febbraio 1685.[218] Taluni uomini gravi che v’erano andati, secondo il costume di quella età, a complire il loro sovrano, aspettandosi che in un tanto giorno la sua Corte serbasse un decente contegno, rimasero attoniti e compresi d’orrore. La gran galleria di Whitehall, ammirevole reliquia della magnificenza de’ Tudor, era affollata di libertini e di giuocatori. Il Re sedeva lì ciarlando e trastullandosi con tre donne, la cui beltà formava il vanto, e i cui vizi la infamia di tre nazioni. Eravi Barbara Palmer Duchessa di Cleveland, la quale, non più giovane, serbava tuttavia i vestigi di quella suprema e voluttuosa amabilità, che venti anni innanzi aveva vinti tutti i cuori. Eravi parimente la Duchessa di Portsmouth, i cui dolci e fanciulleschi sembianti erano animati dalla vivacità propria delle Francesi. Ortensia Mancini, Duchessa di Mazzarino e nipote del gran Cardinale, compiva il gruppo. Costei, dalla nativa Italia, era passata alla Corte dove il suo zio imperava da sovrano. Il potere di lui e le proprie attrattive, le avevano richiamato d’intorno una folla d’illustri vagheggiatori. Lo stesso Carlo, mentre era esule, ne aveva indarno chiesta la mano. Non v’era dono di natura o di fortuna che paresse mancarle. Aveva splendente il viso della beltà de’ climi meridionali, pronto lo intendimento, graziosi i modi, alto il grado, copiose le ricchezze; doni insigni che le sue irrefrenate passioni avevano reso funesti. Aveva provata insopportabile la sciagura d’un male augurato matrimonio, era fuggita dal tetto maritale, aveva abbandonata la sua vasta opulenza, e dopo d’avere con le proprie avventure reso attonita Roma e il Piemonte, era venuta a starsi in Inghilterra. La sua casa era il ritrovo prediletto de’ belli spiriti e degli amatori de’ piaceri, i quali per vaghezza de’ suoi sorrisi e de’ suoi pranzi tolleravano i frequenti accessi d’insolenza e di cattivo umore, in cui ella spesso trascorreva. Rochester e Godolphin talora in compagnia di lei obliavano le cure dello Stato. Barillon e Saint–Evremond trovavano nelle sue sale conforto alla lunga lontananza da Parigi. La dottrina di Vossio, lo spirito di Waller, non cessavano mai d’adularla e divertirla. Ma la sua mente inferma richiedeva stimoli più forti, e li cercava amoreggiando, giuocando alla bassetta, e inebriandosi di _scubac_.[219] Mentre Carlo sollazzavasi con le sue tre sultane, il paggio francese d’Ortensia—bel fanciullo che con gli armonici suoni della voce dilettava Whitehall, ed era regalato di ricche vesti e di palafreni e di ghinee—gorgheggiava versi d’amore.[220] Un drappello di venti cortigiani sedeva giuocando a carte attorno un’ampia tavola, sopra la quale l’oro vedevasi a mucchi.[221] Anche allora il Re disse di non sentirsi bene. A cena non ebbe appetito; non ebbe posa la notte: ma nel dì susseguente levossi, come era suo costume, a buon’ora.

Le avverse fazioni del suo Consiglio avevano per varii giorni con ansietà aspettato quel mattino. La lotta tra Halifax e Rochester sembrava avvicinarsi ad una crisi decisiva. Halifax, non pago d’avere cacciato il proprio rivale dal Tesoro, aveva impreso a mostrarlo reo di tale disonestà o trascuratezza nel governo della finanza, da farlo punire con la destituzione dai pubblici uffici. Bisbigliavasi anche che il Lord Presidente verrebbe incarcerato nella Torre. Il Re aveva promesso d’investigare il vero; il dì secondo di febbraio era il giorno stabilito per tale investigazione; e parecchi ufficiali della rendita avevano ricevuto comandamento di presentarsi coi loro libri in quel giorno.[222] Ma la fortuna era lì pronta per volgere la sua ruota.

Carlo era appena sorto da letto, quando i suoi servi s’accorsero che balbettava, e connetteva poco. Alcuni gentiluomini s’erano recati alla reggia per vedere, secondo il costume, il loro sovrano farsi la barba e vestirsi. Egli sforzossi di conversare con loro nel suo solito modo scherzevole; ma rimasero timorosi ed attoniti al vederlo sì squallido. Di repente divenne nero nel viso; gli si travolsero gli occhi; mandò un urlo, traballò e cadde nelle braccia di Tommaso Lord Bruce, figlio del Conte di Ailesbury. Un medico, che aveva cura delle storte e de’ crogiuoli del Re, per caso si trovò presente; ma non avendo lancetta, gli aperse con un temperino la vena. Il sangue uscì libero, ma Carlo rimase privo di sensi.

Lo adagiarono sul letto, dove la Duchessa di Portsmouth per breve ora stette china sopra lui con la familiarità d’una moglie. Ma lo spavento si era sparso per tutte le stanze. La Regina e la Duchessa di York corsero frettolose alla camera. Alla concubina prediletta fu forza ritrarsi al proprio quartiere; il quale dal suo regio amante era stato tre volte disfatto e rifatto, per appagare i capricci di lei. Gli arnesi del camino erano d’argento massiccio. Varii bei dipinti, che propriamente appartenevano alla Regina, erano stati trasferiti alle stanze della concubina. Le tavole erano ripiene di argenterie riccamente lavorate. Nelle nicchie vedevansi scrigni, capolavori dell’arte giapponese. Sulle cortine, uscite pur allora da’ telai di Parigi, erano dipinti con colori, di cui nessuna tappezzeria inglese poteva sostenere il paragone, uccelli adorni di magnifiche penne, paesi, cacce, la terrazza principesca di Saint–Germain, le statue e le fontane di Versailles.[223] Fra mezzo a tanta splendidezza, compra con la colpa e la vergogna, la infelice donna si abbandonò ad una agonia di dolore, il quale, per renderle giustizia, non era al tutto egoistico.

Allora le porte di Whitehall, che d’ordinario stavano aperte a tutti gli accorrenti, furono chiuse; sebbene fosse tuttavia dato lo ingresso a coloro i cui visi erano cogniti. Le anticamere e le gallerie tosto furono affollate di gente; ed anche la camera dello infermo era piena di Pari, di Consiglieri Privati e di Ministri stranieri. Tutti i più rinomati medici di Londra furono chiamati a Palazzo. E potevano tanto i rancori politici, che la presenza di alcuni medici Whig fu considerata come cosa straordinaria.[224] Un cattolico romano, altamente famoso per la perizia dell’arte sua, voglio dire il Dottore Tommaso Short, assisteva il Re. Si conservano tuttavia parecchie ricette. Una di esse è firmata da quattordici dottori. Allo infermo fu cavato sangue in gran copia; alla sua testa fu applicato un ferro caldo. Gl’introdussero a forza in bocca certo sale volatile disgustoso, estratto da teschi umani. Il Re risensò; ma rimase in presentissimo pericolo di vita.

La Regina per qualche tempo lo assistè di continuo. Il Duca di York non si scostò mai dal letto del fratello. Il Primate ed altri quattro vescovi, trovandosi allora in Londra, rimanevano a Whitehall tutto il giorno, e ad uno per volta vigilavano tutta notte nella camera del Re. La nuova della sua infermità riempì la metropoli di dolore e di sgomento; imperocchè Carlo, per la sua indole tranquilla e i suoi modi affabili, erasi acquistato lo affetto della maggior parte della nazione; e coloro che più non l’amavano, preferivano la sua leggerezza alla severa e grave bacchettoneria del fratello.

Nella mattina del giovedì 5 di febbraio, la Gazzetta di Londra annunzio che Sua Maestà procedeva di bene in meglio, sì che i medici lo credevano fuori di pericolo. Le campane di tutte le chiese suonarono a festa; e si facevano per le vie apparecchi di fuochi artificiali. Ma verso sera si seppe il Re essere ricaduto, e i medici avere perduta ogni speranza di salvarlo. Il pubblico ne rimase grandemente contristato; ma non v’era indizio di tumulto. Il Duca di York, il quale erasi assunto il carico di dare ordini, si assicurò che nella Città era perfetta quiete, e ch’egli, appena spirato il fratello, poteva senza difficoltà essere proclamato Re.

Carlo soffriva estremamente, e diceva di sentirsi bruciare dentro come da un fuoco. Nondimeno sostenne i proprii tormenti con una fortezza che non pareva compatibile con la sua molle e lussuriosa natura. Lo spettacolo della sciagura di lui commosse tanto la moglie, che svenne, e così priva di sensi fu portata alle sue stanze. I prelati che lo assistevano lo avevano fin da principio esortato ad apparecchiarsi al gran viaggio. Adesso stimaronsi in debito di favellargli con più calde parole. Guglielmo Sancroft Arcivescovo di Canterbury, uomo onesto e pio, quantunque di piccola mente, gli disse liberamente: «È tempo di parlar chiaro, perocchè voi siete, o signore, sul punto di comparire avanti ad un Giudice che non ha rispetto di persone.» Il Re non rispose nè anche una parola.

Tommaso Ken, vescovo di Bath e di Wells, allora volle provarsi di persuaderlo. Era uomo fornito di egregie doti e di dottrina, di pronta sensibilità e di virtù intemerata. Le sue opere elaborate sono da lungo tempo cadute nell’oblio: ma i suoi inni mattutini e vespertini sono tuttora ripetuti quotidianamente da migliaia di famiglie. Comecchè, al pari della più parte degli uomini della sua classe, fosse zelante della monarchia, non era punto adulatore. Innanzi che fosse fatto vescovo, aveva mantenuto l’onore della sua professione, ricusando, allorquando la Corte stava a Winchester, ad Eleonora Gwynn l’alloggio nella casa ch’egli occupava come prebendario.[225] Il Re aveva buon senso bastevole a rispettare uno spirito così fermo, e tra tutti i prelati lo prediligeva. Nulladimeno, il buon vescovo indarno usava tutta la propria eloquenza. La sua solenne e patetica esortazione a tal segno commosse gli astanti, che alcuni di loro lo crederono invaso del medesimo spirito che nel tempo antico per le labbra di Natan e d’Elia aveva chiamati i principi peccatori a pentimento. Carlo nulladimeno non ne fu commosso. Vero è che non fece obiezione allorchè fu letto l’uffizio per la Visitazione degli infermi. In risposta alle premurose domande dei teologi, disse d’esser dolente del male fatto; e lasciò darsi l’assoluzione secondo le forme della Chiesa Anglicana: ma quando fu stretto a confessare com’ei morisse nella comunione di quella Chiesa, parve di non prestare ascolto a ciò che gli veniva detto; e nulla potè indurlo a prendere la Eucaristia dalle mani de’ Vescovi. Gli fu posta dinanzi una tavola con sopra il vino e il pane, ma indarno. Ora diceva non esservi mestieri di cotanta fretta, ed ora affermava sentirsi troppo debole.

Molti attribuivano cosiffatta apatia a dispregio delle cose divine, e molti altri alla stupidezza che spesso precede la morte. Ma in Palazzo v’erano poche persone che sapevano meglio il vero. Carlo non era mai stato un sincero credente nella Chiesa stabilita. La sua mente aveva lungamente ondeggiato tra l’Hobbismo e il Papismo. Quando sentivasi pieno di salute e libero di spirito, era beffardo. Nei pochi istanti di serietà era cattolico romano. Il Duca di York lo sapeva bene, ma era al tutto occupato della cura de’ propri interessi. Aveva ordinato che si chiudessero le porte della reggia, ed appostate legioni di Guardie in varie parti della Città. Aveva parimente fatto apporre dalla tremula mano del moribondo Re la firma ad un atto, per virtù del quale taluni dazi, concessi solo fino alla morte del sovrano, gli venivano dati per tre anni. Cotali cose occupavano tanto la mente di Giacomo, che quantunque nelle ordinarie occasioni egli fosse indiscretamente e irragionevolmente sollecito di far proseliti alla propria Chiesa, non considerò mai che il fratello stava in pericolo di morire senza sacramenti. Questa trascuratezza era più straordinaria, perchè la Duchessa di York, nel dì in cui Carlo fu preso dal male, aveva, a richiesta della Regina, suggerito esser convenevole porgergli i conforti spirituali. Di tali conforti il Re andò debitore in sugli estremi all’opera d’una donna assai diversa dalla sua pia moglie, e dalla cognata. Una vita di frivolezza e di vizio non aveva spento in cuore alla Duchessa di Portsmouth ogni sentimento di religione, o tutta la tenerezza che forma la gloria del sesso leggiadro. Lo Ambasciatore Francese Barillon, recatosi a palazzo per sapere le nuove del Re, andò a visitarla, e la trovò immersa in un disperato dolore. Ella lo condusse in una secreta stanza, ed aprendogli tutti i secreti del cuore: «Io ho a palesarvi» gli disse «una cosa gravissima, e tale che se si sapesse, ce n’anderebbe della mia vita. Il Re è vero cattolico, ma morirà senza riconciliarsi con la Chiesa. La sua stanza è piena di ecclesiastici protestanti, nè io posso entrarvi senza scandalo. Il Duca non pensa ad altro che a sè. Parlategli; rammentategli che si tratta della salute d’un’anima. Egli è adesso il signore; egli può far sgomberare la stanza. Correte immantinente, o sarà troppo tardi.»

Barillon corse al letto del moribondo, trasse il Duca da parte e gli fece il messaggio della concubina. Giacomo si sentì pungere dalla propria coscienza, si scosse come da sonno, e disse che nulla gli avrebbe impedito d’adempiere il sacro dovere ch’era stato tanto ritardato. Formarono diversi disegni, senza abbracciarne veruno, finchè il Duca comandò alla folla che si scostasse, si fece presso al letto, e piegando la persona bisbigliò qualche cosa che non giunse all’orecchio di nessuno degli spettatori, i quali pensavano che fosse alcuna domanda intorno a faccende di Stato. Carlo rispose con voce udita da tutti: «Sì, sì, con tutto il mio cuore.» Niuno degli astanti, tranne lo ambasciatore francese, indovinò che il Re con quelle parole esprimeva il desiderio di essere ammesso al grembo della chiesa di Roma.

«Debbo condurre un sacerdote?» disse il Duca. «Sì, fratello» rispose lo infermo; «per amore di Dio, fatelo, e non perdete tempo. Ma no, ciò vi cagionerà disturbi.»—– «Mi costi anche la vita,» soggiunse il Duca «farò venire un sacerdote.»

Nondimeno, trovare un sacerdote a tale scopo e in un attimo, non era cosa facile. Imperciocchè, secondo la legge che in allora vigeva, colui che avesse annesso un proselite al grembo della Chiesa cattolica romana, era reo di delitto capitale. Il Conte di Castel Melhor, nobile portoghese, il quale, cacciato per politici disturbi dalla propria patria, era stato ospitalmente accolto alla Corte d’Inghilterra, si tolse la cura di trovare un confessore. Corse ai suoi concittadini che facevano parte della casa della Regina; ma non trovò alcuno de’ cappellani che sapesse tanto d’inglese o di francese da confessare il Re. Il Duca e Barillon erano sul punto di mandare dal Ministro Veneto per un sacerdote, allorquando seppero che trovavasi a caso in Whitehall un monaco benedettino, chiamato Giovanni Huddleston. Costui, a gran risico della propria vita, aveva salvata quella del Re dopo la battaglia di Worcester, e per tale cagione dopo la Restaurazione era stato sempre considerato come persona privilegiata. Nei più virulenti proclami contro i preti papisti, allorchè i falsi testimoni avevano reso furibondo il popolo, Huddleston era stato nominatamente eccettuato.[226] Egli consentì tosto a porre la propria vita, una seconda volta, in pericolo a pro del suo principe; ma rimaneva, nonostante, una difficoltà. L’onesto monaco era così digiuno di lettere, da non sapere ciò che avesse a dire in una occasione di tanta importanza. Ad ogni modo, per mezzo di Castel Melhor ebbe qualche avvertimento da un ecclesiastico portoghese, e tosto fu guidato per le scale secrete da Chiffinch, fidatissimo servo, il quale, se è da prestarsi fede alle satire di quel tempo, aveva spesso introdotto per il medesimo ingresso persone di altra specie. Il Duca allora, a nome del Re, fece comandamento a tutti, salvo a Luigi Duras Conte di Feversham, e a Giovanni Granville Conte di Bath, d’uscire. Ambedue questi Lordi professavano la religione protestante; ma Giacomo pensava di potersi fidare di loro. Feversham, francese di nobile stirpe, e nipote del gran Turenna, teneva un alto grado nello esercito inglese, ed era ciamberlano della Regina. Bath occupava l’ufficio detto _Groom of the Stole_.

Ai comandamenti del Duca ubbidirono tutti, e perfino i medici si ritrassero. Dalla porta di dietro, che allora fu aperta, entrò il Padre Huddleston. Un tabarro gli copriva gli abiti sacri, e una ondeggiante parrucca la tonsura del capo. «Signore,» disse il Duca «questo dabbene uomo una volta vi salvò la vita, e adesso viene per salvarvi l’anima.» Carlo con fioca voce rispose: «Sia il ben venuto.» Huddleston fece la parte sua meglio che non s’aspettasse. S’inginocchiò accanto al letto, ascoltò la confessione, impartì l’assoluzione, ed amministrò l’olio santo. Chiese al Re se desiderasse ricevere il pane eucaristico. «Certamente,» rispose Carlo «se non ne sono indegno.» Fu recata l’ostia santa. Carlo debolmente sforzossi di sollevarsi e mettersi inginocchioni. Il sacerdote lo esortò a starsi disteso, assicurandolo che Dio avrebbe accettata la umiliazione dell’anima, e non ricerca quella del corpo. Al Re fu così difficile inghiottire l’ostia, che fu mestieri aprire la porta per chiedere un bicchier d’acqua. Terminato il rito, il monaco pose un crocifisso in sugli occhi del penitente, ed esortandolo di volgere i suoi estremi pensieri alle pene del Redentore, si partì. La ceremonia era durata circa tre quarti d’ora; nel qual tempo i cortigiani che riempivano l’anticamera, s’erano vicendevolmente comunicati i loro sospetti con bisbigli ed occhiate espressive. La porta in fine fu spalancata, e la folla di nuovo invase la stanza del moribondo.

La sera era molto inoltrata. Il Re pareva assai sollevato a cagione di ciò che era ivi seguito. Gli furono condotti innanzi al letto i suoi figli naturali, i Duchi di Crafton, di Southampton e di Northumberland, nati dalla Duchessa di Cleveland; il Duca di Saint–Albans nato da Eleonora Gwynn, e il Duca di Richmond dalla Duchessa di Portsmouth. Carlo gli benedisse, ma in ispecie parlò tenere parole a Richmond. Un solo che avrebbe dovuto essere in quel luogo, mancava. Il maggiore e più caramente diletto de’ suoi figliuoli errava in esilio; e il padre nè anche una volta ne profferì il nome.

Nel corso della notte, Carlo raccomandò caldamente la Duchessa di Portsmouth e il figlio di lei a Giacomo, dicendogli affettuosamente: «Non lasciate morire di fame la povera Norina.» La Regina mandò per mezzo di Halifax scusandosi di starsi lontana, poichè era in tale perturbamento da non potere riprendere il suo posto accanto al letto; e lo pregava di perdonarle qualunque offesa gli avesse fatto senza saperlo. «Essa mi chiede perdono, povera donna!» esclamò Carlo «ed io con tutto il mio cuore la supplico di perdonarmi.»

La luce mattutina cominciava a penetrare per le finestre di Whitehall; e Carlo volle che gli assistenti alzassero le tende, perchè potesse per l’ultima volta contemplare il giorno. Notò ch’era tempo di caricare un oriuolo che era allato al suo letto. Di tali lievi circostanze si serbò lungamente la memoria, perocchè provavano senza alcun dubbio, che quando egli dichiarò d’essere cattolico romano, trovavasi in pieno possesso di tutte le sue facoltà intellettuali. Chiese a coloro che gli erano rimasti dintorno per tutta la notte, lo scusassero dell’incomodo onde era stato loro cagione, dicendo che senza sua colpa aveva tanto indugiato a morire; ma sperava volessero compatirlo. Fu questo l’ultimo raggio di quella squisita urbanità che spesso valse a calmare lo sdegno di una nazione giustamente irritata. Tosto dopo l’alba del dì, il moribondo perdè la parola. Innanzi le ore dieci era privo di sensi. Il popolo correva in folla alle chiese in sull’ora del servizio mattutino. Quando fu letta la preghiera per la salute del Re, alti gemiti e singhiozzi mostravano quanta amarezza stringesse il cuore di ciascuno. Il venerdì a mezzo il giorno, il 6 di febbraio, Carlo tranquillamente rese l’anima a Dio.[227]

II. In quel tempo, il basso popolo in tutta l’Europa, e in nessuno altro luogo più che in Inghilterra, aveva costumanza di attribuire la morte de’ principi, e segnatamente quando il principe era popolare e la morte inattesa, a qualche assassinio di specie scelleratissima. Difatti, Giacomo I era stato accusato d’avere propinato il veleno al Principe Enrico; Carlo I a Giacomo I; e quando sotto la Repubblica la Principessa Elisabetta morì in Carisbrook, fu detto chiaramente che Cromwell scendesse alla stolta e codarda malvagità di mescolare droghe nocive nel cibo d’una fanciulletta, cui egli non aveva motivo immaginabile di recar nocumento.[228] Pochi anni dopo, il rapido disfarsi del cadavere di Cromwell venne da molti ascritto a una mortifera pozione amministratagli nel medicamento. La morte di Carlo II non poteva mancare di far nascere simiglianti voci. L’orecchio del pubblico era stato ripetutamente pervertito da storielle di congiure papali contro la vita di lui. E però la mente di molti era forte predisposta a sospettare; e furono non poche le sciagurate circostanze che agli animi così disposti potevano far credere alla esistenza di un delitto. I quattordici dottori che avevano consultato sul caso del Re, si contraddissero vicendevolmente, e ciascuno sè stesso. Taluni pensavano che fosse un accesso epilettico, e che si dovesse lasciar sonnecchiare il paziente senza interromperlo. La maggior parte lo disse apoplettico, e per alcune ore lo tormentò a guisa d’un Indiano posto al palo. Infine, fu deliberato di chiamar febbre la sua infermità, e di ministrargli del cortice. Uno de’ medici, nondimeno, protestò assicurando la Regina che i suoi confratelli ammazzerebbero il Re. Null’altro da cosiffatti dottori era da aspettarsi, che dissensione ed ondeggiamento. Ed era naturale che molti del volgo, dalla perplessità de’ grandi maestri dell’arte di guarire, concludessero che la malattia aveva qualche straordinaria cagione. Possiamo credere che un orribile sospetto turbasse la mente di Short, il quale, comecchè esperto nella propria professione, a quanto pare, era un uomo nervoso e fantastico; e forse le sue idee erano confuse per paura delle odiose accuse a cui egli, come cattolico romano, era peculiarmente esposto. Non è mestieri, dunque, far le meraviglie se la plebe ripetesse e credesse innumerevoli storielle. La lingua di Sua Maestà erasi gonfiata tanto, da agguagliare quella d’un bue. Un ammasso di polvere deleteria gli era stata trovata nel cervello. Sul petto aveva delle macchie azzurre, e delle nere per le spalle. Qualche cosa era stata messa dentro la sua tabacchiera, qualche altra nel brodo, o nel piatto d’uova con l’ambragrigia, che ei prediligeva tanto. La Duchessa di Portsmouth gli aveva dato il veleno in una tazza di cioccolata; la Regina in un vaso di pere candite. Tali novelle deve la storia raccontare, poichè valgono a darci idea della intelligenza e virtù degli uomini che erano corrivi a crederle. Che nessuna voce della medesima sorta abbia mai, ne’ tempi presenti, trovata fede tra noi, anche quando individui da’ quali pendevano grandi interessi, sono morti d’impreveduti accessi di malattia, deve attribuirsi in parte al progresso della scienza medica e della chimica; ma parte anco—possiamo sperarlo—ai progressi che la nazione ha fatti nel buon senso, nella giustizia e nella umanità.[229]