Storia d'Inghilterra, vol 1

Part 36

Chapter 363,500 wordsPublic domain

XLIX. È cosa degna di nota, come, mentre l’amena letteratura in Inghilterra in tal modo era di nocumento e d’infamia alla nazione, il genio inglese nelle scienze compisse una rivoluzione che, sino alla fine de’ secoli, verrà posta tra le opere più grandi dell’umano intelletto. Bacone aveva posta la buona sementa in un terreno tardo e in una stagione non opportuna. Non ne aveva sperato così presto il ricolto, e nel suo supremo testamento aveva solennemente legata la sua fama alla età susseguente. Pel corso d’una intera generazione, la sua filosofia, fra mezzo ai tumulti, alle guerre, alle proscrizioni, si era lentamente venuta maturando in poche menti ben formate. Mentre le fazioni lottavano per predominare nello Stato, un drappello di uomini saggi, con benevolo sdegno, erasi scostato dal conflitto, consacrandosi alla egregia impresa di slargare il dominio dell’uomo sopra la materia. Appena tornata la pubblica quiete, a quei maestri fu agevole trovare attenti uditori; imperocchè la disciplina per la quale la nazione era passata, aveva talmente contemperata la mente del popolo da potere ricevere le dottrine del Verulamio. Le perturbazioni civili avevano incitate le facoltà della gente educata, ed avevano ingenerata una irrequieta attività e una curiosità insaziabile, quale ne’ tempi anteriori non s’era mai veduta fra noi. Nulladimeno, lo effetto di quelle perturbazioni fu, che i disegni di riforma religiosa e politica venissero generalmente considerati con sospetto e dispregio. Per lo spazio di venti anni, l’occupazione precipua delle menti savie ed operose era stata quella di foggiare costituzioni con primi magistrati, senza primi magistrati, con senati ereditarii, con senati tirati a sorte, con senati annui, con senati perpetui. In simili disegni di governo non omettevasi nulla. Tutti i particolari, tutte le nomenclature, tutto il ceremoniale del governo immaginario vi erano pienamente notati; Polemarchi, Filarchi, Tribù, Galassie, Lord Arconte, e Lord Stratigoto: quali urne per raccogliere i voti dovessero essere verdi, e quali rosse: quali palle dovessero essere d’oro, e quali d’argento: quali magistrati dovessero portare cappelli, e quali berretti appuntati di velluto nero: in che modo dovesse portarsi la mazza, e quando dovessero gli araldi scoprirsi la testa. Queste e simiglianti altre inezie venivano con gravità esaminate ed ordinate da uomini di non comune intelligenza e dottrina.[188] Ma la stagione di cotali visioni era finita; e se qualche fervido repubblicano seguitava tuttavia a trastullarsene, il timore del pubblico scherno e d’un processo criminale, generalmente, lo induceva a sottrarre agli sguardi altrui le proprie fantasticherie. Ora, ella era cosa impopolare e pericolosa mormorare una sola parola contro le leggi fondamentali della Monarchia; ma gli uomini audaci ed ingegnosi potevano compensarsi trattando con isdegno quelle che poco innanzi erano considerate leggi fondamentali di natura. Il torrente ch’era stato condannato a scorrere per il suo antico alveo, si gettò furiosamente in un altro. Lo spirito rivoluzionario, cessando d’agire nella politica, cominciò ad esercitarsi con insolito vigore ed ardire in ogni ramo di scienze fisiche. L’anno 1660, l’èra del ristabilimento della vecchia costituzione, è anche l’èra da cui data lo innalzarsi della nuova filosofia. In quell’anno cominciò ad esistere la Società Reale, destinata ad essere agente principale in una lunga serie di gloriose e salutari riforme.[189] In pochi mesi, la scienza sperimentale divenne grandemente in voga. La trasfusione del sangue, la ponderazione dell’aria, la fissazione del mercurio, nelle menti del pubblico occuparono quel luogo che già vi tenevano le controversie della Rota. I sogni delle forme perfette di governo, cessero ai sogni delle ale con cui gli uomini dovevano volare dalla Torre all’Abbadia, e delle navi a doppia carena, che non dovevano mai affondare nella più furiosa procella. Gli uomini d’ogni classe vennero trascinati dalle idee predominanti. Cavalieri e Teste–Rotonde, Ecclesiastici e Puritani, per questa volta, collegaronsi. Teologi, giuristi, uomini di Stato, nobili, principi, magnificavano i trionfi della filosofia di Bacone. I poeti, gareggiando d’entusiasmo, cantavano lo avvicinarsi dell’età d’oro. Cowley, con versi pregni di pensiero e splendidi di brio, spingeva la eletta sementa a prender possesso della terra promessa irrigata di latte e di miele; di quella terra che il grande liberatore e legislatore aveva veduta come dalla cima di Pisgah, senza che gli fosse stato concesso d’ entrarvi.[190] Dryden, con più zelo che scienza, congiunse la sua voce al grido universale, e predisse cose che nè egli nè altri intendeva. Vaticinò che la Società Reale ci avrebbe tra breve condotti ai confini del mondo, dove ci avrebbe dilettati con un più bello spettacolo della luna.[191] Due esperti ed aspiranti prelati, Ward Vescovo di Salisbury e Wilkins Vescovo di Chester, predistinguevansi fra i capi del movimento; la storia del quale fu eloquentemente scritta da un più giovane teologo, che veniva splendidamente innalzandosi nella propria professione: voglio dire da Tommaso Sprat, poi fatto Vescovo di Rochester. Il giudice Hale e il Lord Cancelliere Guildford toglievano qualche ora alle faccende delle loro corti per iscrivere intorno all’idrostatica. E veramente, per cura di Guildford furono costruiti i primi barometri che fossero posti in vendita a Londra.[192] La chimica per un certo tempo divideva col vino e con l’amore, col teatro e col giuoco, con gl’intrighi del cortigiano e gl’intrighi del demagogo, l’attenzione del volubile Buckingham. Rupert è in voce di avere inventata la incisione così detta a mezza tinta; e porta il suo nome quella curiosa bolla di vetro che per lungo tempo ha formato il trastullo de’ bambini, e la disperazione de’ filosofi. Lo stesso Carlo aveva un laboratorio in Whitehall, e mostravasi in esso più attento ed operoso di quel che fosse in Consiglio. Era quasi necessario al carattere d’un compito gentiluomo il saper dire qualche cosa intorno alla macchina pneumatica e ai telescopi; ed anche le leggiadre dame, di quando in quando, credevano convenevole mostrare gusto per la scienza, recavansi in carrozza verso le sei a visitare le curiosità di Gresham, e mandavano gridi di gioia vedendo che la calamità veramente attraesse un ago, e che un microscopio facesse davvero apparire una mosca grande quanto un uccello.[193]

In questo, al pari d’ogni altro moto della mente umana, era senza dubbio alcuna cosa che avrebbe mosso a riso. È legge universale che qualsivoglia fatica o dottrina viene in voga, perda in parte quel pregio in che era tenuta mentre stavasi nelle mani di pochi uomini gravi, ed era amata per sè stessa. Egli è vero che le stoltezze di taluni, i quali senza vera attitudine per la scienza mostravansene appassionati, fornivano materia di spregio e sollazzo a pochi satirici maligni, appartenenti alla precedente generazione, i quali non inchinavano a disimparare ciò che in gioventù avevano imparato.[194] Ma non è meno vero che la grande opera d’interpretare la natura, venne eseguita dagli Inglesi d’allora come non era avanti mai stata in nessuna età e nazione. Lo spirito di Francesco Bacone era vasto, e maravigliosamente contemperato d’audacia e di sobrietà. Gli uomini erano fortemente persuasi che tutto il mondo fosse pieno di secreti di grave momento alla felicità umana, e che dal Supremo Fattore fosse stata affidata all’uomo la chiave, che, bene adoperata, avrebbe schiusa la via per giungere a quelli. Regnava in quel tempo la convinzione, che nelle scienze fisiche fosse impossibile pervenire alla cognizione delle leggi generali, tranne osservando accuratamente i fatti. Stabilmente fermi in tali grandi verità, i professori della nuova filosofia si dettero all’opera; e in meno di venticinque anni, avevano dato ampi risultamenti delle proprie lucubrazioni. Nuovi vegetabili furono coltivati, nuovi strumenti agricoli adoperati, e nuovi modi di concimare i terreni.[195] Evelyn, con formale sanzione della Società Reale, aveva dati avvertimenti ai suoi concittadini intorno alle piantagioni. Temple, nelle sue ore d’ozio, aveva fatti nuovi esperimenti nell’orticoltura, e provato che molti frutti delicati, indigeni in climi migliori, si sarebbero potuti, coll’aiuto dell’arte, ottenere anche nel suolo inglese. La medicina, che in Francia seguitava a rimanere in abietta schiavitù, ed apprestava a Molière inesauribile materia di giusto scherno, era divenuta in Inghilterra scienza sperimentale e progressiva, ed ogni giorno, sfidando Ippocrate e Galeno, faceva sempre più un nuovo passo. L’attenzione dei pensatori per la prima volta si diresse all’importante subietto della polizia sanitaria. La rinomata pestilenza del 1665 gl’indusse a considerare seriamente i difetti dei fabbricati, delle fogne, e della ventilazione della metropoli. Il grande incendio del 1666 offerse il destro di eseguire miglioramenti vastissimi. La faccenda fu diligentemente esaminata dalla Società Reale; ai consigli della quale è d’uopo attribuire in gran parte le mutazioni, che, quantunque non fossero tali da rispondere ai bisogni della pubblica utilità, resero la nuova Londra differentissima dall’antica, e forse impedirono per sempre lo infuriare della peste nel nostro paese.[196] In quel medesimo tempo, uno de’ fondatori della predetta società, Sir Guglielmo Petty, creò la scienza dell’aritmetica politica; umile ma indispensabile ancella della politica filosofia. Nessuna parte del regno della natura rimase inesplorata. A quegli anni appartengono le scoperte chimiche di Boyle, e le prime ricerche botaniche di Sloane. E’ fu allora che Ray fece una nuova classificazione degli uccelli e de’ pesci, Woodward rivolse la propria attenzione ai fossili ed alle conchiglie. I fantasmi dell’errore che ne’ secoli tenebrosi avevano ingombrato la terra, l’uno dietro l’altro, disparvero dinanzi alla nuova luce. L’astrologia e l’alchimia diventarono obietto di trastullo. Poco dopo, non v’era contea in cui qualche collegio di giudici non ridesse sprezzantemente sempre che una vecchia strega veniva tratta al tribunale, accusata di aver cavalcato sul manico della granata, o avere prodotta la pestilenza nell’armento. Ma in quei nobili e assai ardui rami della scienza, ne’ quali la induzione e la dimostrazione matematica cooperano alla scoperta del vero, il genio inglese a que’ tempi riportò i più memorandi trionfi. Giovanni Wallis elevò sopra nuove fondamenta lo intero sistema della statica. Edmondo Halley investigò le proprietà dell’atmosfera, il flusso e riflusso del mare, le leggi del magnetismo, e il corso delle comete; nè dal culto della scienza lo distolsero travagli, pericoli ed esilio. Mentre egli, sopra le rocce di Santa Elena, faceva la carta delle costellazioni dello emisfero meridionale, il nostro nazionale osservatorio sorgeva in Greenwich; e Giovanni Flamsteed, che fu il primo astronomo regio, cominciava quella lunga serie d’osservazioni, che non è ricordata mai senza rispetto e gratitudine in qualsiasi parte del mondo. Ma la gloria di cotesti uomini, comunque eminenti, è oscurata dallo immenso splendore d’un nome immortale. Nella mente d’Isacco Newton trovavansi congiunte, come non lo erano mai state in mente d’uomo, due specie di potenza intellettiva che hanno poco di comune tra loro, e che non si trovano spesso insieme con pari vigore, ma nondimeno sono egualmente necessarie ne’ rami più sublimi delle scienze fisiche. Vi saranno forse stati intelletti pari al suo ben formati a coltivare le matematiche pure, o le scienze puramente sperimentali; ma in nessun altro intelletto la facoltà dimostrativa e la induttiva coesistettero in simile suprema eccellenza e perfetta armonia. Forse in una età in cui fossero in voga gli Scotisti e i Tomisti, anche la sua mente sarebbe corsa a rovina, siccome avvenne a molte altre menti solo inferiori a quella di lui. Avventuratamente, lo spirito del tempo in cui gli toccò di vivere, pose nel diritto cammino il suo ingegno, il quale con ingente forza reagì sopra lo spirito del tempo. Nel 1685 la sua fama, comecchè splendida, era in sull’alba; ma il suo genio era pervenuto al meriggio. La sua grande opera, quell’opera che produsse un rivolgimento nelle provincie più importanti della filosofia naturale, era compiuta, ma non ancora pubblicata, e stava per essere sottoposta allo esame della Società Reale.

L. Non è facile trovare il perchè la nazione, la quale nelle scienze era proceduta tanto innanzi alle nazioni vicine, nelle arti belle stesse loro tanto addietro. Nondimanco, tale fu il fatto. Egli è vero che in architettura, arte che è mezza scienza, arte in cui solo può inalzarsi un profondo geometra, arte che non ha altra norma di gusto tranne quella che direttamente o indirettamente dipende dall’utilità, arte le cui creazioni derivano, almeno in parte, la maestà loro dalla semplice massa, il paese nostro poteva gloriarsi d’un uomo veramente grande: voglio dire di Cristoforo Wren; al quale lo incendio onde Londra era stata ridotta a un mucchio di rovine, aveva pôrta occasione fino allora senza esempio nella storia moderna, di spiegare l’ali dello ingegno. Come quasi tutti i suoi contemporanei, egli non poteva emulare e forse sentire il vero pregio dell’austera bellezza del portico greco, e della buia sublimità dell’arcata gotica: ma niuno, nato al di qua delle alpi, ha imitata così felicemente la magnificenza de’ bei tempii della Italia. Perfino il superbo Luigi non ha lasciata alla posterità opera alcuna che possa agguagliarsi alla chiesa di San Paolo. Ma alla fine del regno di Carlo II, non v’era un solo pittore o scultore inglese di cui oggidì si ricordi il nome. Tale sterilità ha un certo che di mistero; perocchè i dipintori e gli scultori non erano punto tenuti in dispregio o male rimunerati. La loro posizione sociale era, per lo meno, alta come ai dì nostri. I loro guadagni, in proporzione dell’opulenza del paese, e del modo onde venivano rimunerati gli altri lavori intellettuali, erano anche maggiori di quel che siano ai tempi presenti. La generosa protezione che accordavasi agli artisti, gli attirava a schiere ai nostri lidi. Lely, che ci ha conservati i bei ricci, le labbra tumide e i languidi occhi delle fragili beltà celebrate da Hamilton, era nativo di Westfalia. Era morto nel 1680, dopo una lunga e splendida vita, dopo d’avere ricevuto il titolo di cavaliere, ed ammassato con l’arte sua un buon patrimonio. La sua bella collezione di disegni e di pitture, dopo la sua morte, fu esposta, col permesso del Re, nella sala da pranzo in Whitehall, e venduta all’asta per la quasi incredibile somma di ventisei mila lire sterline: somma che sta in maggior proporzione al patrimonio de’ ricchi uomini di quel tempo, di quello che sarebbero cento mila sterline a’ mezzi de’ ricchi del nostro.[197] A Lely successe il suo concittadino Goffredo Kneller, il quale fu fatto prima cavaliere e poi baronetto; e dopo d’essere splendidamente vissuto, e aver perduta molta pecunia in mal fortunate speculazioni, potè tuttavia lasciare alla propria famiglia un gran patrimonio. I due Vandeveldes, olandesi, erano stati persuasi dalla liberalità inglese a stabilirsi fra noi, dove avevano dipinto i più bei quadri di marina del mondo. Simone Varelst, altro artefice olandese, dipinse leggiadri girasoli e tulipani, a prezzi fino allora non conosciuti. Il napolitano Verrio, effigiava sulle volte e per le scale Gorgoni, Muse, Ninfe, Satiri, Virtù, Vizii, Numi che libano il nettare, e Trionfi di principi. L’entrata ch’egli accumulò col frutto delle sue opere, lo pose in condizione tale, che la sua mensa era delle più sontuose. Per le sole pitture da lui eseguite a Windsor, ebbe sette mila lire sterline; somma che in allora era bastevole a satisfare i moderati desiderii d’un gentiluomo, ed eccedeva di molto quella che Dryden in quarant’anni di lavori letterarii ottenne da’ librai.[198] Luigi Laguerre, principale aiuto e successore di Verrio, venne dalla Francia. I due più celebri scultori di que’ tempi erano anche stranieri. Cibber, i cui patetici emblemi del Furore e della Malinconia adornano Bedlam, era danese. Gibbons, alla graziosa fantasia e al tocco delicato del quale molti de’ nostri palazzi, collegi e chiese, devono i loro più leggiadri lavori d’ornato, era olandese. Anche i disegni delle monete erano eseguiti da incisori francesi. A dir vero, fino al regno di Giorgio II, la patria nostra non potè gloriarsi d’un grande pittore; e Giorgio III era già sul trono, innanzi ch’essa potesse andare altera d’alcuno egregio scultore.

Siamo al punto in cui termina la descrizione che siamo venuti facendo della Inghilterra, mentre era governata da Carlo II. Nulladimeno, ci rimane a toccare d’una cosa di grave momento. Non abbiamo finora fatto parola della gran massa del popolo; di coloro, cioè, che intendevano allo aratro, curavano i buoi, sudavano sopra i telai di Norwich, e squadravano le pietre di Portland per il tempio di San Paolo. Nè possiamo lungamente favellarne. La classe più numerosa è precisamente quella intorno alla quale ci rimangono scarsissime notizie. In que’ tempi, i filantropi non consideravano come debito sacro, nè i demagoghi come lucroso traffico, l’occuparsi delle sciagure dell’operaio. La istoria era sì affaccendata con le corti e coi campi di battaglia, da non serbare una sola pagina al tugurio del contadino, o alla botteguccia del manuale. La stampa adesso in un sol giorno, discute e declama intorno alle condizioni dell’operaio con più abbondanza di quanto ne fu pubblicato ne’ ventotto anni che corsero dalla Restaurazione alla Rivoluzione. Ma errerebbe grandemente chi dallo accrescersi de’ reclami, inferisse essersi accresciuta la miseria.

LI. Il gran criterio della condizione del popolo basso, sta nel salario ond’è rimeritato il lavoro; e poichè quattro quinti del popolo, nel diciassettesimo secolo, erano addetti all’agricoltura, importa sopra tutto indagare qual fosse la paga dell’operaio nella industria agricola. Intorno a ciò abbiamo i mezzi di giungere a conclusioni bastevolmente esatte pel nostro proposito.

Sir Guglielmo Petty, la cui semplice asserzione è di gran peso, c’insegna che non erano punto cattive le condizioni d’un lavorante qualora per una giornata di lavoro ricevesse quattro soldi col cibo, e otto senza. Quattro scellini la settimana, quindi, erano, secondo il calcolo di Petty, una buona paga per la gente agricola.[199]

Che siffatto calcolo non fosse discosto dal vero, abbiamo prove in gran copia. Verso il principio del 1685, i Giudici della Contea di Warwick, nello esercizio d’una potestà affidata loro da un decreto d’Elisabetta, stabilirono, nelle loro sessioni trimestrali, un regolamento di paghe per la Contea, e notificarono che ciascun padrone che pagasse, e ciascuno operaio che ricevesse più della somma decretata, sarebbero puniti. Il salario dell’operaio agricolo ordinario da Marzo a Settembre, era precisamente lo stesso notato da Petty; val quanto dire, quattro scellini per settimana, senza cibo. Da Settembre a Marzo era di tre scellini e sei soldi.[200]

Ma in quel secolo, siccome nel nostro, i guadagni del contadino differivano assai nelle differenti parti del Regno. Il salario nella Contea di Warwick rispondeva probabilmente alla media proporzionale, e nelle Contee verso il confine della Scozia era minore; ma v’erano distretti più favoriti. Nel medesimo anno 1685, un gentiluomo di Devonshire, di nome Riccardo Dunning, pubblicò un opuscolo, nel quale descrisse la condizione de’ poveri di quella Contea. Ch’egli intendesse bene la materia, non è possibile dubitare; imperocchè, pochi mesi dopo, l’opuscolo venne ristampato, e dai magistrati ragunati in Exeter nelle sessioni trimestrali fortemente raccomandato all’attenzione di tutti gli ufficiali delle parrocchie. Secondo lui, il salario del contadino della predetta Contea, era, senza il cibo, circa cinque scellini per settimana.[201]

Anche migliore era la condizione del lavorante nelle vicinanze di Bury Saint Edmond. I magistrati di Suffolk adunaronsi quivi, nella primavera del 1682, per fissare la rata del salario; e deliberarono che, quando all’operaio non fosse dato da mangiare, riceverebbe cinque scellini per settimana in tempo di verno, e sei d’estate.[202]

Nel 1661, i giudici in Chelmsford avevano stabilito che il salario dell’operaio d’Essex, senza cibo, fosse di sei scellini in inverno, e di sette in estate. E questa pare che fosse la paga maggiore con che si retribuisse nel Regno il lavoro degli agricoltori, nel periodo di tempo che corse dalla Restaurazione alla Rivoluzione: ed è da notarsi, che nell’anno in cui fu fatta cotesta provvisione, le cose necessarie alla vita erano oltremodo care. Il grano costava settanta scellini il sacco; prezzo che anche oggi verrebbe considerato quasi da tempi di carestia.[203]

Questi fatti perfettamente concordano con un altro che sembra meritevole d’essere considerato. Ella è cosa evidente che in un paese dove niuno può essere costretto a farsi soldato, le file dell’armata non potrebbero riempirsi, se il Governo desse paga molto minore del salario che riceve un operaio rurale. Oggidì la paga d’un soldato comune, in un reggimento di linea, è di sette scellini e sette soldi per settimana. Tale stipendio, congiunto con la speranza d’una pensione, non attira in numero sufficente i giovani inglesi; ed è necessario di supplire al difetto arrolando le più povere genti di Munster e di Connaught. La paga di un soldato comune di fanteria, nel 1685, era di quattro scellini e otto soldi per settimana; e nondimeno, è certo che il Governo in quell’anno non incontrò difficoltà nessuna a raccogliere, poco tempo dopo l’annunzio, molte migliaia di reclute inglesi. La paga d’un soldato comune di fanteria nell’esercito della Repubblica era stata sette scellini per settimana; vale a dire, pari a quella d’un caporale sotto Carlo II:[204] e sette scellini per settimana s’erano trovati bastevoli a riempire le file d’uomini manifestamente superiori alla generalità del popolo. E però, nello insieme, e’ pare ragionevole conchiudere, che nel regno di Carlo II, la paga ordinaria del contadino non eccedesse quattro scellini per settimana; ma che in talune parti del reame fosse di cinque scellini, di sei scellini, e nei mesi estivi anche di sette scellini. Ai giorni nostri, un distretto dove un lavorante guadagni sette scellini per settimana, si reputa in condizioni tristissime. La media proporzionale è assai maggiore; e nelle Contee prospere, la paga settimanale degli agricoltori ascende a dodici, quattordici, ed anche sedici scellini.