Part 31
XXIV. Tale è stato il progresso di quelle città dove si crea ed ammassa la ricchezza. Nè meno rapido è stato il progredire di quelle di specie differentissima; città dove la ricchezza, creata ed ammassata dovecchessia, si spende per la salute e i piaceri. Alcune delle più insigni fra coteste città sono sorte dopo il tempo degli Stuardi. Cheltenham adesso, tranne la sola Londra, è città assai più vasta di qualunque altra del Regno nel secolo decimo settimo. Ma in quel secolo, e nel principio del susseguente, essa veniva rammentata dagli storici municipali come una semplice parrocchia rurale, giacente a piè di Cotswold Hills, ed avente un suolo atto alla coltivazione e al pascolo. In que’ luoghi, ora coperti di cotante vaghissime strade ed amene ville, cresceva il grano, e pascolavano gli armenti.[101] Brighton veniva rappresentata come un luogo che un tempo era stato proficuo, e che quando era nel più alto grado di prosperità, conteneva più di due mila abitanti, ma che volgeva a decadenza. Il mare a poco a poco invadeva gli edifici, che finalmente quasi al tutto scomparvero. Novanta anni addietro, le rovine di una vecchia fortezza vedevansi giacenti fra mezzo la ghiaia e le alghe marine; e gli uomini canuti potevano additare i vestigi delle fondamenta dove una strada di cento e più tuguri era stata inghiottita dalle onde. Sì misero, dopo tanta calamità, diventò quel luogo, che appena venne reputato degno di avere un vicariato. Pochi poveri pescatori, nondimeno, seguitarono ad asciugare le loro reti su quelle rocce, sopra le quali adesso una città, due volte più grande e popolata della Bristol degli Stuardi, presenta per lungo tratto il suo gaio e fantastico prospetto alla marina.[102]
XXV. Nulladimeno, l’Inghilterra nel secolo diciassettesimo non era priva di bagni. I gentiluomini della Contea di Derby e delle altre Contee vicine recavansi a Buxton, dove stavano affollati dentro bassi tuguri di legno, e mangiavano focacce d’avena, e carni che erano in grave sospetto d’esser di cane.[103] Tunbridge Wells, distante una giornata di cammino dalla metropoli, e sita in una delle più ricche e incivilite parti del Regno, offriva maggiori attrattive. Adesso vi si vede una città, che cento sessanta anni addietro sarebbe stata considerata per popolazione come la quarta o quinta fra le città dell’Inghilterra. La splendidezza delle botteghe e il lusso delle abitazioni private vincono d’assai tutto ciò che l’Inghilterra avrebbe allora potuto mostrare. Allorquando la Corte, tosto dopo la Restaurazione, visitò Tunbridge Wells, ivi non era città nessuna; ma, a un miglio dalla sorgente, parecchie rustiche capanne, alquanto più nette delle capanne ordinarie di que’ tempi, erano sparse in que’ luoghi deserti. Alcuni di questi tuguri erano movibili, e venivano trasportati sopra le slitte da un luogo all’altro della comune. Quivi le persone agiate, stanche del rumore e del fumo di Londra, talvolta recavansi nei mesi estivi per respirare la fresca aura, e gustare un poco di vita campestre. Nella stagione de’ bagni tenevasi ogni giorno una specie di fiera presso la fontana. Le mogli e le figliuole dei borghesi di Kent vi accorrevano dai circostanti villaggi, recando latte, ciliege, spighe e quaglie. Comprare, scherzare con esse, lodare i cappelli di paglia e le strette calzature loro, era un consolante sollazzo agli sfaccendati, stanchi del sussiego delle attrici e delle dame di corte. Modiste, venditori di giocattoli e gioiellieri, vi andavano da Londra, e formavano un Bazaar sotto gli alberi. In una trabacca, l’uomo politico trovava il suo caffè e la Gazzetta di Londra; dentro un’altra, i giuocatori profondevano monete alla bassetta; e nelle belle serate, i violini erano lì pronti ad accompagnare coloro che ballavano la moresca su per l’erba molle del prato. Nel 1685, fra coloro che frequentavano Tunbridge Wells erasi aperta una colletta a fine di edificare una chiesa, che, per la insistenza dei Tory, in quel tempo predominanti dappertutto, fu dedicata a San Carlo Martire.
XXVI. Ma primo tra tutti i luoghi di bagni, senza avere rivale alcuno, era Bath. Le acque di quella città erano rinomate fino dai tempi romani. Essa, per molti secoli, era stata sedia vescovile. Gl’infermi vi accorrevano da ogni parte del Regno. Talvolta il re vi teneva corte. Nonostante, Bath allora altro non era che un laberinto di quattro o cinquecento case, ammassate dentro una vecchia muraglia, nelle vicinanze dell’Avon. Esistono tuttora parecchie pitture di case, che in quel tempo consideravansi come bellissime, e somigliano grandemente alle più luride botteghe di cenciaioli, ed alle bettole di Ratcliffe Highway. Vero è che anche in allora i viaggiatori muovevano lamento della strettezza e del sudiciume delle strade. Quella leggiadra città, che incanta anche l’occhio avvezzo a bearsi de’ capolavori di Bramante e di Palladio, resa classica dal genio di Anstey e di Smollett, di Francesca Burney e di Giovanna Austen, non aveva cominciato ad esistere. La stessa Milsom Stret era una campagna aperta molto lungi dalle mura; e lo spazio ora coperto dal Crescent e dal Circus, era intersecato da siepi. I poveri infermi, ai quali erano state prescritte le acque, giacevano sopra la paglia in un luogo, che, per servirmi delle parole d’un medico di quei tempi, aveva sembianza di nascondiglio, più presto che d’alloggio. Rispetto agli agi ed al lusso che potevano trovare nello interno delle case di Bath le persone cospicue che ci andavano per riacquistare la salute o trovarvi divertimento, abbiamo notizie più abbondevoli e minute di quante se ne possano generalmente sperare intorno a cotali subietti. Uno scrittore, che sessanta anni dopo la Rivoluzione pubblicò un’opera sopra quella città, ha con accuratezza descritti i cangiamenti a sua ricordanza ivi seguiti. Egli ci assicura, come ne’ suoi anni giovanili, i gentiluomini che visitavano le acque, dormissero in certe camere appena simili allo soffitte dove ai suoi giorni stavano i servitori. I pavimenti delle sale da pranzo erano privi di tappeti, e coperti d’una tinta bruna, composta di sego e di birra, per nascondere il sudiciume. Nè anche un tavolato era dipinto. Non un focolare o camino era di marmo. Una lastra di pietra comune, e certe molle di ferro che potevano costare tre o quattro scellini, erano stimate bastevoli per ogni camino. I migliori appartamenti avevano tende di ruvida stoffa di lana, e seggiole col fondo coperto di giunco. Quei lettori che s’interessano al progresso dello incivilimento e delle arti utili, sapranno grado all’umile topografo che ci ha tramandati cotesti fatti, e desidereranno forse che storici più solenni avessero talvolta messe da parte poche pagine piene di evoluzioni militari e d’intrighi politici, per dipingerci le sale e le stanze da letto de’ nostri antenati.[104]
XXVII. La posizione di Londra, in ordine alle altre città dello Stato, era ai tempi di Carlo II assai più considerevole che non è ai nostri. Imperocchè, adesso la sua popolazione è poco più di sei volte di quella di Manchester o di Liverpool; e, regnante Carlo, era più di diciassette volte della popolazione di Bristol o di Norwich. È da dubitarsi se si possa additare un altro esempio di un gran Regno, in cui la prima città fosse diciassette volte più grande della seconda. Abbiamo ragione di credere, che Londra nel 1685, fosse stata fino da mezzo secolo la più popolata metropoli d’Europa. Gli abitanti, che oggidì sono almeno un milione e novecento mila, erano allora, probabilmente, poco meno di mezzo milione.[105] Londra, nel mondo, aveva soltanto una rivale rispetto al commercio; rivale ora da lungo tempo vinta: voglio dire la potente e ricca Amsterdam. Gli scrittori inglesi menavano vanto della foresta di alberi che copriva il fiume dal Ponte alla Torre, e delle portentose somme di danaro che entravano nell’ufficio della Dogana in Thame’s Street. Non è dubbio che il traffico della metropoli a quei di era, verso quello di tutto il paese, in maggior proporzione che non è adesso: eppure, agli occhi nostri, gli onesti vanti de’ nostri antenati sembrano quasi scherzevoli. Pare che la capacità delle navi, da essi reputata incredibilmente grande, non eccedesse settanta mila tonnellate. A dir vero, ciò era in quel tempo più che il terzo di tutto il tonnellaggio del Regno; ma adesso è meno di un quarto del tonnellaggio di Newcastle, ed equivale pressochè a quello de’ soli piroscafi del Tamigi. Le dogane di Londra rendevano, nel 1685, circa trecento trenta mila sterline l’anno. Ai giorni nostri, la somma de’ Dazii netta che si ricava nel medesimo ufficio, avanza i dieci milioni di sterline.[106]
Chiunque si faccia ad esaminare le carte topografiche di Londra, pubblicate verso la fine del regno di Carlo II, vedrà come a que’ tempi altro non esistesse che il nucleo della presente metropoli. La città non si perdeva, come adesso, a gradi impercettibili nella campagna. Non viali di ville ombreggiati da file di lilla e d’avarnielli estendevansi, dal gran centro della ricchezza e della civiltà, quasi sino ai confini di Middlessex, e ben addentro nel cuore di Kent e di Surrey. Ad oriente, nessuna parte dell’immensa linea de’ magazzini, e de’ laghi artificiali, che ora si distende dalla Torre a Blackwall, era per anche stata ideata. Ad occidente, nè anco uno di quei solidi e vasti edifizi, dove abitano i nobili e i potenti, esisteva; e Chelsea, che oggimai è popolato da quaranta e più mila umane creature, era un tranquillo villaggio rurale di circa mille abitatori.[107] A tramontana pascolavano gli armenti; e i cacciatori armati de’ loro archibugi erravano co’ cani sul luogo dove sorge il borgo di Marylebone, e sopra la maggior parte dello spazio ora coperto dai borghi di Finsbury e di Tower Hamlets. Islington era quasi un deserto; e i poeti dilettavansi di porre in contrasto la quiete che ivi regnava col frastuono della immensa Londra.[108] A mezzodì, alla capitale adesso si aggiunge il suburbio per mezzo di vari ponti, non meno magnifici e solidi delle più belle opere de’ Cesari. Nel 1685, una sola fila di archi irregolari, sopraccarichi da mucchi di case povere e cadenti, e piene, in modo degno degl’ignudi barbari di Dahomy, di centinaia di teste putrefatte, erano d’impaccio alla navigazione del fiume.
XXVIII. La parte più importante della metropoli, era quella che propriamente chiamavasi la Città. Nel tempo della Restaurazione, era stata in grandissima parte costrutta di legname e di gesso: i pochi mattoni di cui si faceva uso, erano cotti male: le trabacche dove ponevansi in vendita le mercanzie, proiettavano su per le strade, ed erano coperte dai piani superiori. Pochi vestigi di cotesta architettura possono anche oggi vedersi in quei distretti che non furono preda del grande incendio. Il quale, in pochi giorni, aveva coperto uno spazio poco minore d’un miglio quadrato, con le rovine di ottantanove chiese e di tredicimila case. Ma la città era nuovamente risorta con celerità tale, che ne avevano maravigliato i paesi vicini. Sciaguratamente, le antiche linee delle strade erano state per lo più mantenute: le quali linee, in origine descritte allorquando anche le principesse viaggiavano a cavallo, erano spesso così anguste, da non concedere che i carriaggi agevolmente passassero l’uno allato dell’altro, ed erano perciò improprie perchè vi abitasse la gente ricca, in un tempo in cui un cocchio a sei cavalli era un lusso in voga. Lo stile de’ nuovi edifici, nulladimeno, era assai superiore a quello dell’arsa città. I materiali di che comunemente avevano fatto uso, erano mattoni assai migliori di quelli che in prima s’adoperavano. Sopra i luoghi dove un dì sorgevano le antiche parrocchie, s’erano innalzale nuove cupole, torri, ed aguglie improntate dal carattere del fecondo genio di Wren. In ogni dove, tranne in un solo luogo, i segni della immane devastazione erano spariti. Ma vedevansi tuttavia schiere d’operai, ponti e masse di pietre, là dove il più magnifico de’ tempii protestanti sorgeva, lento sopra le rovine della vecchia cattedrale di San Paolo.[109]
Dopo quel tempo, lo aspetto della Città è intieramente cangiato. Adesso i banchieri, i mercanti e i padroni di botteghe vi si recano sei giorni della settimana per attendere ai loro negozi; ma abitano negli altri quartieri della metropoli, o nelle residenze suburbane, circondate da giardini d’arbusti e di fiori. Cotesta rivoluzione ne’ costumi de’ cittadini, ha prodotto un rivolgimento politico di non lieve importanza. I più ricchi uomini, dediti al traffico, non portano più alla Città quello affetto che ciascuno naturalmente prova per la propria casa. La Città non isveglia più nelle menti loro le idee delle affezioni e delle gioie domestiche. Il focolare, la famigliuola, il desco socievole, il quieto letto, non sono più ivi. Lombard Street e Threadneedle Street sono semplici luoghi dove gli uomini lavorano ed accumulano. Essi vanno altrove a sollazzarsi ed a spendere i guadagni. La domenica, o la sera, a faccende finite, parecchi cortili o viali, dove poche ore innanzi era un ire e venire di visi affaccendati, sono silenziosi come i sentieri d’una foresta. I capi degli interessi mercantili più non sono cittadini. Schivano, e pressochè sprezzano le onorificenze e i doveri municipali, e gli abbandonano ad uomini, i quali, quantunque utili, e di rispetto degnissimi, rade volte appartengono alle grandissime case commerciali, i cui nomi corrono famosi per tutto il mondo.
Nel secolo diciassettesimo, i mercanti risedevano nella Città. Le case degli antichi borghesi che esistono tuttora, sono state trasformate in computisterie e magazzini; ma si conosce anche oggi, come non fossero meno magnifiche delle abitazioni dove allora stanziavano i nobili. Esse talvolta sorgono dentro bui e riposti cortili, e vi si va per poco convenevoli aditi; ma sono ampie di mole, e solide d’aspetto. Gl’ingressi sono adorni di pilastri e baldacchini, riccamente intagliati. Le scale e i ballatoi non difettano di magnificenza. I pavimenti sono talvolta di legno intarsiato, secondo l’uso di Francia. Il palazzo di Sir Roberto Clayton, nel Ghetto vecchio, conteneva una bella sala da pranzo, intavolata di legno di cedro, e ornata con affreschi che rappresentavano le battaglie de’ numi e dei giganti.[110] Sir Dudley North spese quattro mila lire sterline—somma che in quei tempi sarebbe stata considerevolissima per un duca—ne’ ricchi addobbi de’ suoi saloni in Basinghall Street.[111] In simiglianti abitazioni, sotto gli Stuardi, i più grandi banchieri vivevano splendidamente ospitali. Alle case proprie gli legavano i fortissimi vincoli dello interesse e dell’affetto. Ivi avevano passati i dì della loro giovinezza, formate le loro amicizie, corteggiate le proprie spose, veduti crescere i figli, sotterrate le ossa dei parenti, aspettando di trovarvi anch’essi la pace del sepolcro. Quel forte amore del natio loco che è peculiare agli uomini delle società congregate in angusto spazio, in simili circostanze sviluppavasi vigorosamente. Londra, per il Londrino, era ciò che Atene per l’Ateniese dell’età di Pericle, ciò che Firenze pel Fiorentino del secolo decimoquinto. Il cittadino andava altero della grandezza della propria città, gelosissimo del diritto all’altrui riverenza, ambizioso degli uffici, e zelante delle franchigie di quella.
Sul finire del regno di Carlo II, l’orgoglio de’ cittadini di Londra era inasprito da una crudele mortificazione. Lo antico statuto era stato abolito, e il magistrato rifatto. Tutti gli uffici civili erano in mano de’ Tory; e i Whig, comecchè per numero e per opulenza fossero superiori ai loro avversari, trovavansi esclusi da ogni dignità locale. Nulladimeno, lo esterno splendore del governo municipale non era punto scemato; chè anzi, il mutamento lo aveva accresciuto. Imperocchè, sotto l’amministrazione di certi Puritani che avevano poco innanzi governato, la vecchia fama di briosa che la Città godeva, era volta in basso; ma sotto i nuovi magistrati, i quali appartenevano ad un partito più festevole, e alle mense dei quali vedevansi spesso ospiti distinti per titoli o gradi dimoranti molto oltre Temple Bar, il Guildhall e le sale delle grandi compagnie erano ravvivate da molti sontuosi banchetti. Duranti i quali, cantavansi odi dai poeti del municipio, composto in lode del Re, del Duca e del Gonfaloniere. Bevevano molto, e tripudiavano clamorosamente. Un osservatore Tory, che s’era sovente trovato fra mezzo a coteste gozzoviglie, ha notato come il costume di accogliere con gioiose grida i brindisi fatti all’altrui salute, cominciasse da quel lieto tempo.[112]
Il magnifico vivere del primo magistrato civico era quasi quello di un re. Il cocchio dorato, che la folla adesso ammira ciascun anno, in allora non v’era. Nelle grandi occasioni egli mostravasi a cavallo, seguito da una lunga cavalcata, che per magnificenza era inferiore soltanto al corteo che dalla Torre a Westminster accompagnava il sovrano nel dì della incoronazione. Il Lord Gonfaloniere non lasciavasi mai vedere in pubblico senza la sua veste, il cappuccio di velluto nero, la catena d’oro, il gioiello, ed una gran torma di battistrada e di guardie.[113] Nè il mondo vedeva cosa alcuna degna di riso nella pompa ond’egli era di continuo circuito; perocchè reputavala convenevole allo ufficio, che, come comandante le forze e rappresentante la dignità di Londra, aveva diritto di occupare nello Stato. La città, essendo allora non solo senza uguale in tutto il reame, ma senza seconda, aveva per lo spazio di quarantacinque anni esercitata influenza sì grande sopra le cose politiche della Inghilterra, come ai giorni nostri Parigi la esercita sopra quelle della Francia. Per istruzione, Londra superava grandemente qualunque altra parte del Regno. Un Governo sostenuto dalla città di Londra, poteva in un sol dì ottenere tali mezzi pecuniarii, che ci sarebbero bisognati de’ mesi per raccoglierli da tutto il rimanente dell’isola. Nè i mezzi militari della metropoli erano da tenersi in dispregio. Il potere che i Lordi Luogotenenti esercitavano negli altri luoghi del Regno, era in Londra affidato ad una commissione di eminenti cittadini; sotto gli ordini della quale stavano dodici reggimenti di fanteria e due di cavalleria. Un’armata di giovani di mercatanti e di sarti, avente a capitani i consiglieri comunali, e a colonnelli gli Aldermanni, non avrebbe certo potuto sostenere l’impeto delle truppe regolari: ma pochissime erano allora nel Regno le regolari milizie. Una città, quindi, la quale, un’ora dopo lo avviso, poteva metter su venti mila uomini, forniti di coraggio naturale, provveduti di armi non cattive e non affatto ignari della militar disciplina, non poteva non essere un alleato importante e un formidabile nemico. Rammentava ciascuno come Hampden e Pym fossero dalla milizia civica di Londra stati protetti contro una sleale tirannide; come nella gran crisi della guerra civile i militi cittadini di Londra fossero andati a levare l’assedio dalla città di Gloucester; come nel movimento contro i tiranni militari, che seguì alla caduta di Riccardo Cromwell, la cittadina milizia di Londra avesse avuta importantissima parte. E davvero, non sarebbe troppo il dire, che se Carlo I non avesse avuta ostile la città, non sarebbe mai stato vinto, e che senza lo aiuto di quella Carlo II non sarebbe riasceso sopra il trono degli avi suoi.
Queste considerazioni servano a dimostrare in che guisa, malgrado quelle attrattive che per tanti anni avevano a poco a poco chiamata l’aristocrazia verso la parte occidentale, pochi uomini d’alto grado seguitassero fino ad un’epoca non molto lontana ad abitare nelle vicinanze della Borsa e del Guildhall. Shaftesbury e Buckingham, mentre facevano al Governo una opposizione aspra e senza scrupoli, pensarono che in nessun altro luogo avrebbero potuto condurre così bene e senza pericolo i loro intrighi, come sotto la protezione de’ magistrati e della milizia della Città. E però Shaftesbury abitava in Aldersgate Street una casa che si può oggi facilmente riconoscere, ai pilastri e cordoni, opera leggiadra d’Inigo.[114] Buckingham aveva ordinato che la sua abitazione presso Charing Cross, un tempo dimora degli arcivescovi di York, fosse demolita; e mentre ivi sorgevano le strade e i viali che portano tuttavia il nome di lui, elesse di abitare in Dowgate.[115]
XXIX. Nondimeno, queste erano rare eccezioni. Quasi tutte le nobili famiglie d’Inghilterra avevano da lungo tempo emigrato fuori le mura. Il distretto in cui rimaneva la maggior parte delle loro case cittadine, giace fra la città e que’ luoghi che ora vengono considerati come cospicui. Pochi grandi uomini seguitarono a starsi ne’ loro palagi ereditari fra lo Strand e il fiume. I solidi edifici tra il mezzodì e l’occidente di Lincoln’s Inn Fields, la piazza di Covent Garden, Southampton Square, che oggi si chiama Bloomsbury Square, e King’s Square in Soho Fields, che ora ha nome Soho Square, erano fra i luoghi più prediletti. I principi stranieri venivano condotti a visitare Bloomsbury Square come una delle maraviglie della Inghilterra.[116] Soho Square, che era stato pure allora edificato, era pei nostri antichi argomento d’un orgoglio, al quale i posteri loro non vorranno partecipare. Lo avevano chiamato Monmouth Square finchè durò prospera la fortuna del Duca di Monmouth; e nel lato meridionale torreggiava il palazzo di lui. Il prospetto, comecchè senza grazia, era alto e riccamente ornato. Sulle pareti degli appartamenti principali vedevansi sculture di frutti, fogliami e blasoni, ed erano tappezzati di serici drappi a ricamo.[117] Ogni vestigio di tanta magnificenza da lungo tempo è scomparso, e in un quartiere un dì cotanto aristocratico, non si trova nessuna casa aristocratica. Poco più in là, a tramontana da Holborn, e lungo i campi da pascolo e da grano, sorgevano due rinomati palazzi, a ciascuno dei quali era annesso un vasto giardino. L’uno, in allora detto Southampton House, e di poi Bedford House, fu distrutto circa cinquanta anni sono per far luogo ad una nuova città, la quale adesso con le sue piazze, strade, e chiese occupa un vasto spazio, già famoso nel secolo decimosettimo per le pesche e le beccaccine. L’altro, chiamato Montague House, e celebre per gli affreschi e gli addobbi onde era adorno, pochi mesi dopo la morte di Carlo II fu bruciato fino alle fondamenta, e vi fu posto in sua vece un assai più magnifico edificio, detto anch’esso Montague House; il quale essendo stato da lungo tempo il sacrario di vari e preziosi tesori d’arte, di scienza e di letteratura, quali non trovavansi per innanzi raccolti sotto un solo tetto, ha da pochi anni dato luogo ad un edificio anche più magnifico.[118]
Più presso alla Corte, in un luogo chiamato Saint James Fields, era stato di recente edificato Saint James’s Square e Jermyn Street. La chiesa di San Giacomo era stata allora aperta per comodo degli abitanti di questo nuovo quartiere.[119] Golden Square, dove nella susseguente generazione abitavano Lordi e Ministri di Stato, non era per anche incominciato. A dir vero, le sole abitazioni che si potessero vedere a tramontana di Piccadilly, erano tre o quattro solinghe e quasi rurali dimore, la più celebre delle quali era il sontuoso edificio eretto da Clarendon, e soprannominato Casa di Dunkerque. Dopo la caduta del suo fondatore, era stato comperato dal Duca d’Albemarle. Il palazzo Clarendon ed Albemarle Street serbano tuttavia la memoria del sito.