Storia d'Inghilterra, vol 1

Part 28

Chapter 283,311 wordsPublic domain

Nel secolo decorso, nessun primo ministro, comunque potente, era divenuto ricco per ragione d’ufficio; e parecchi ministri distrussero il proprio patrimonio per sostenere il loro alto grado. Nel secolo decimosettimo, un uomo di Stato, quando era a capo degli affari, poteva agevolmente e senza scandalo accumulare in tempo non lungo una ricchezza ampiamente bastevole al mantenimento di un duca. Egli è probabile che la rendita del primo ministro, finchè teneva in mano il potere, eccedesse quella di qualsivoglia altro suddito. Il posto di Lord Luogotenente d’Irlanda, supponevasi fruttasse quaranta mila sterline l’anno.[63] I guadagni del Cancelliere Clarendon, di Arlington, di Lauderdale e di Danby, furono enormi. Il palazzo sontuoso al quale la plebe di Londra appiccò il soprannome di Casa di Dunkerque, i magnifici padiglioni, le pescaie, le foreste popolate di cervi, i giardini d’aranci di Euston, il lusso più che italiano di Ham, con le sue statue, fontane, uccelliere, erano argomenti che additavano quale fosse la via più breve per arrivare ad una sterminata opulenza. Ciò spiega la violenza senza scrupoli, con che gli uomini di Stato di que’ giorni lottavano per conseguire gli uffici; la tenacità con cui, malgrado le molestie, le umiliazioni e i pericoli, vi si appigliavano; e le compiacenze scandalose alle quali abbassavansi per conservarli. Perfino nell’età nostra, comunque formidabile sia la potenza della pubblica opinione, e in alto posta la laude d’integrità, vi sarebbe risico grande di un infausto cangiamento nel carattere dei nostri uomini pubblici, se l’ufficio di Primo Lord del Tesoro o di Segretario di Stato fruttasse cento mila lire sterline l’anno. È insigne ventura per la patria nostra, che gli emolumenti de’ più alti funzionarii non solo non siano cresciuti in paragone del generale accrescimento della nostra opulenza, ma siano positivamente scemati.

XI. È cosa strana, e a prima vista parrebbe spaventevole, che la somma levata in Inghilterra per mezzo delle tasse, siasi, in un periodo di tempo che non eccede il corso di due lunghe vite, aumentata di trenta volte. Ma coloro che si sgomentano dello accrescimento delle pubbliche gravezze, potrebbero forse rassicurarsi ove considerassero quello de’ mezzi pubblici. Nel 1685, il valore de’ prodotti del suolo eccedeva il valore di tutti gli altri prodotti della industria umana: nonostante, l’agricoltura era in quelle condizioni che ai dì nostri la farebbero chiamare rozza ed imperfetta. Gli aritmetici politici di quell’età supponevano che la terra arabile, e quella adatta al pascolo, occupassero poco più della metà di tutta la estensione del paese.[64] Credevano che il rimanente fosse tutto paludi, foreste e rocce. Cotesti computi vengono fortemente confermati dagli Itinerarii e dalle Carte geografiche del secolo diciassettesimo. Da tali libri e Carte raccogliesi, senza alcun dubbio, che molte strade, le quali adesso traversano un numero infinito di pometi, di campi da fieno e da fave, allora passavano traverso a scopeti, macchie e pantani.[65] Nei paesaggi inglesi disegnati in que’ tempi per il Granduca Cosimo, appena si vede una siepe d’alberi; e numerosi tratti di terra, ora rigogliosi per coltivazione, appariscono ignudi come il Piano di Salisbury.[66] In Enfield, donde è quasi visibile il fumo della capitale, eravi una regione di venticinque miglia di circuito, che conteneva solo tre case, e quasi nessun campo chiuso. Ivi i cervi, liberi come in una foresta d’America, erravano a migliaia.[67] È da notarsi che i grossi animali selvaggi erano allora molto più numerosi che adesso. Gli ultimi cignali che mantenevansi per le cacce del Re, e lasciavansi devastare la terra coltivata, erano stati uccisi dagli esasperati villani, mentre infuriava la licenza della guerra civile. L’ultimo lupo che vagasse per la nostra isola, era stato ammazzato in Iscozia, poco tempo innanzi la fine del regno di Carlo II. Ma molte specie, adesso estinte o rare, di quadrupedi e di volatili, erano allora comuni. La volpe, la cui vita in molte Contee è tenuta sacra quasi quanto quella d’una creatura umana, era considerata come bestia nociva. Oliviero Saint John disse al Lungo Parlamento, che Strafford dovevasi considerare non come un cervo o una lepre, da trattarsi con un certo riguardo, ma come una volpe, che doveva afferrarsi con ogni mezzo, e schiacciarlesi la testa senza pietà. Questo esempio non sarebbe piacevole, ove fosse applicato ai gentiluomini di provincia de’ nostri tempi: ma in quei di Saint John vi erano non rade volte grandi stragi di volpi, alle quali i contadini correvano in folla con tutti i cani che potessero raccogliere, usavano trappole e reti, non davano quartiere; e l’uccidere una volpe gravida consideravasi come azione meritevole della gratitudine del vicinato. I daini rossi erano allora tanto comuni nelle Contee di Gloucester e di Hamp, come oggi lo sono in Grampian Hills. La Regina Anna, viaggiando a Portsmouth, ne vide un branco non minore di cinquecento. Il toro selvatico con la sua bianca criniera, errava tuttavia in poche foreste delle contrade meridionali. Il tasso faceva il suo buio e tortuoso foro in ogni collina folta di fratte e d’arbusti. I gatti selvaggi udivansi di notte mugolare presso le case de’ guarda–caccia di Wittlebury e di Needwood. La martora dal fulvo petto, era ancora inseguita in Cranbourne Chase per la sua pelle, estimata inferiore soltanto a quella del zibellino. Le aquile di padule, che dalla punta d’un’ala a quella dell’altra avevano una lunghezza di nove e più piedi, davano la caccia ai pesci lungo la costa di Norfolk. Per tutti i piani, dal Canale Britannico fino alla Contea di York, grosse ottarde erravano a branchi di cinquanta o sessanta, e spesso i cacciatori lanciavano dietro essi i cani levrieri. Le maremme delle Contee di Cambridge e di Lincoln rimanevano per alcuni mesi dell’anno coperte da immense torme di gru. Il progresso dell’agricoltura ha estirpate parecchie di queste razze d’animali. Di altre, gl’individui sono talmente divenuti rari, che gli uomini si affollano a mirarne qualcuno, come farebbero d’una tigre del Bengal o d’un orso delle contrade polari.[68]

Il progresso di questo grande mutamento non può altrove meglio rintracciarsi, che nel Libro degli Statuti. Il numero degli atti di chiusure, o partizioni di terre non coltivate, fatti dopo lo avvenimento di Giorgio II al trono, sorpassa quattro mila. Lo spazio ripartito per virtù di questi atti, eccede, calcolando moderatamente, dieci mila miglia quadrate. Quante miglia quadrate di terra che per innanzi non era coltivata, sono state, nel medesimo periodo, cinte di siepi e lavorate dai proprietari, senza ricorrere agli atti della legislatura, può solamente conghietturarsi. Ma pare molto probabile che una quarta parte dell’Inghilterra, in poco più di cento anni, di deserto, quale era, sia stata trasformata in giardino.

Anche in que’ luoghi dell’isola che alla fine del regno di Carlo II erano i meglio coltivati, il modo di lavorare la terra, quantunque si perfezionasse molto dopo la guerra civile, non era, quale oggidì si chiamerebbe giudizioso. Finora l’autorità pubblica non ha fatto nessun passo efficace per indagare qual sia veramente il prodotto del suolo inglese. È quindi mestieri che lo storico segua, non senza sospetto, quegli scrittori di statistica che godono sopra gli altri fama di fedeli e diligenti. Oggimai si crede che un ricolto medio di grano, segala, orzo, avena e fave, ecceda di molto trenta milioni di sacca.[69] Il ricolto del grano verrebbe reputato cattivo, se non fosse maggiore di dodici milioni di sacca. Secondo i calcoli fatti nel 1696 da Gregorio King, l’intera quantità di grano, segala, orzo, avena e fave, che allora produceva annualmente il Regno, era qualche cosa meno di dieci milioni di sacca. Egli stimava il grano, che allora coltivavasi nei terreni più forti, e consumavasi soltanto dagli uomini agiati, non fosse meno di due milioni di sacca. Carlo Davenant, politico sottile e bene informato, quantunque affatto privo di principii morali ed astioso, differiva da King rispetto ad alcuni punti del calcolo, ma riusciva alle stesse conclusioni generali.[70]

Lo avvicendare delle seminagioni, era imperfettamente conosciuto. Sapevasi, a dir vero, che alcuni vegetabili, di recente introdotti nella nostra isola, in ispecie la rapa, apprestavano buon nutrimento in tempo di verno alle pecore e ai buoi; ma non era anche uso di nutrire in quel modo gli animali. Non era, dunque, facile serbarli vivi nella stagione in cui l’erba scarseggia. Uccidevansi e salavansi in gran numero appena incominciato il freddo; e per parecchi mesi, nè anche i gentiluomini gustavano quasi mai cibo animale fresco, tranne caccia e pesci di fiume, che, per conseguenza, nelle provvisioni domestiche erano cose più importanti che non sono ne’ tempi presenti. Raccogliesi dal Libro di Famiglia di Northumberland, come nel regno di Enrico VII, anche i gentiluomini addetti ai servigi di un gran conte, non mangiassero mai carne fresca, tranne per breve intervallo di tempo, da mezza state al dì di San Michele. Ma nel corso di due secoli era seguito un miglioramento; e, regnante Carlo II, non prima della fine di novembre le famiglie facevano le loro provvisioni di carne salata, che allora chiamavasi bove di San Martino.[71]

Le pecore e i buoi di quel tempo erano piccoli in paragone di quelli che adesso si vedono ne’ nostri mercati.[72] I nostri cavalli indigeni, quantunque adatti ai servigi, erano tenuti in poca stima e vendevansi a basso prezzo. Coloro che hanno meglio estimata la ricchezza nazionale, credono che, su per giù, non valessero più di cinquanta scellini ciascuno. Le razze forestiere venivano grandemente preferite. I giannetti spagnuoli erano considerati come i migliori cavalli di battaglia, ed importati fra noi per usi di lusso e di guerra. I cocchi dell’aristocrazia venivano tirati da cavalle fiamminghe, le quali, conforme credevasi, trattavano con grazia particolare, e reggevano, meglio che le altre bestie cresciute nell’isola nostra, alla fatica di trascinare un pesante equipaggio sopra i ruvidi selciati di Londra. Nè i moderni cavalli da carrozza, nè quelli da corsa conoscevansi a que’ tempi. Assai dopo, i progenitori de’ giganteschi quadrupedi che tutti gli stranieri annoverano fra le principali maraviglie di Londra, furono importati dalle maremme di Walcheren, e i progenitori di Childers e di Eclipse dalle sabbie dell’Arabia. Ciò non ostante, già esisteva fra i nostri nobili e gentiluomini la passione delle corse. La importanza di migliorare le nostre razze col mescolamento di nuovo sangue, era fortemente sentita; ed a tale scopo, si fece venire nel nostro paese un numero considerevole di barberi. Due uomini altamente reputati in siffatte materie, voglio dire il Duca di Newcastle e Sir Giovanni Fenwick, affermarono che il più spregevole cavallo di Tangeri avrebbe prodotta una razza assai più bella, di quel che si fosse potuto sperare dal migliore stallone delle nostre razze natie. Non avrebbero agevolmente creduto che giungerebbe un tempo in cui i principi e i nobili degli Stati vicini dovessero ricercare i cavalli d’Inghilterra, come gl’Inglesi avevano ricercati quelli di Barberia.[73]

XII. Lo accrescimento de’ prodotti vegetabili ed animali, benchè fosse grande, sembra piccolo in paragone di quello della nostra ricchezza minerale. Nel 1685, lo stagno di Cornwall, che due mila e più anni innanzi aveva attirate le navi di Tiro oltre le Colonne di Ercole, era tuttavia uno de’ più valevoli prodotti sotterranei dell’isola. La quantità che annualmente se ne estraeva dalla terra, ascendeva, alcuni anni dopo, a mille e seicento tonnellate; probabilmente circa il terzo di quanto oggidì se n’estrae.[74] Ma le vene di rame, che trovansi nella medesima regione, erano, a tempo di Carlo II, onninamente neglette, nè alcun possidente di terra ne teneva conto nell’estimo de’ suoi poderi. Cornwall e Galles ora rendono circa quindicimila tonnellate di rame l’anno, che valgono pressochè un milione e mezzo di lire sterline; cioè quanto dire circa il doppio del prodotto annuo di tutte le miniere inglesi, di qualunque specie si fossero, nel secolo diciassettesimo.[75] Il primo strato di sale minerale era stato scoperto, non molto tempo dopo la Restaurazione, in Cheshire; ma non pare che in quell’età vi si lavorasse. Il sale che estraevasi dalle fosse marine, non era molto stimato. Le caldaie in cui manifatturavasi, esalavano un puzzo sulfureo; e lasciatosi affatto svaporare, la sostanza che ne rimaneva, era appena adatta ad usarsi nei cibi. I medici ascrivevano a cotesto malsano condimento le infermità scorbutiche e polmonari, allora comuni fra gl’Inglesi. Di rado, quindi, ne facevano uso le classi alte e le medie; ed il buon sale veniva trasportato regolarmente, e in quantità considerevole, dalla Francia in Inghilterra. Oggimai, le nostre sorgenti e miniere non solo bastano ai nostri immensi bisogni, ma mandano annualmente ai paesi stranieri più di settecento milioni di libbre di eccellente sale.[76]

D’assai maggiore importanza è stato il miglioramento de’ nostri lavori di ferro. Tali lavori esistevano da lungo tempo nell’isola nostra, ma non avevano prosperato, e non erano guardati di buon occhio dal Governo e dal pubblico. Non costumavasi allora di adoperare il carbone fossile per fondere i minerali; e la rapida consumazione delle legna recava timore agli uomini politici. Regnante Elisabetta, vi erano stati lamenti, vedendosi intere foreste cadere sotto la scure per nutrimento delle fornaci; ed il Parlamento aveva inibito ai manifattori di bruciare legna. Le manifatture quindi languirono. Verso la fine del regno di Carlo II, gran parte del ferro che adoperavasi nel paese, vi era importato di fuori, e tutta la quantità che se ne faceva tra noi, sembra che non eccedesse dieci mila tonnellate. Ai dì nostri il traffico si reputa in pessima condizione se il prodotto annuo è minore di un milione di tonnellate.[77]

Rimane a ricordare un minerale forse più importante del ferro stesso. Il carbon fossile, comecchè pochissimo usato in ogni specie di manifattura, era già il combustibile ordinario in alcuni distretti che avevano la ventura di possederne grandi strati, e nella metropoli, alla quale poteva essere agevolmente trasportato per mare. E’ sembra ragionevole il credere, che almeno mezza la quantità che allora se n’estraeva, consumavasi in Londra. Il consumo di Londra agli scrittori di quell’età sembrava enorme, e spesso ne facevano ricordo come prova della grandezza della città capitale. Non isperavano quasi d’essere creduti, quando affermavano che duecento ottanta mila caldroni,[78] ovvero circa trecento cinquanta mila tonnellate, nell’ultimo anno del regno di Carlo II, furono trasportati al Tamigi. Adesso, la metropoli ne consuma a un di presso tre milioni e mezzo l’anno; e l’intero prodotto annuo, non può, computando moderatamente, estimarsi a meno di trenta milioni di tonnellate.[79]

XIII. Mentre cosiffatti grandi mutamenti progredivano, la rendita della terra, come era da aspettarsi, veniva sempre crescendo. In alcuni distretti si è moltiplicata fino al decuplo: in altri si è solo raddoppiata: facendo un computo generale, potrebbe affermarsi che si è quadruplicata.

Gran parte della rendita era divisa fra i gentiluomini di provincia, che formavano una classe di persone, delle quali la posizione e il carattere giova moltissimo chiaramente intendere; poichè la influenza e le passioni loro, in diverse occasioni di grave momento, decisero delle sorti della nazione.

Andremmo errati se c’immaginassimo gli scudieri del secolo decimosettimo come uomini esattamente somiglievoli ai loro discendenti; cioè i membri della Contea, e i presidenti delle sessioni di quartiere, che ben conosciamo. Il moderno gentiluomo di provincia, generalmente, viene educato alle liberali discipline; da una scuola cospicua passa ad un cospicuo collegio, ed ha tutti i mezzi di diventare un uomo dotto. Per lo più, ha fatto qualche viaggio in paesi stranieri; ha passato una parte considerevole della sua vita nella metropoli; e reca con sè in provincia i delicati costumi di quella. Forse non è specie d’abitazione piacevole quanto la casa rurale del gentiluomo inglese. Nei parchi e nei giardini, la natura, abbellita e non deturpata dall’arte, si mostra nella sua forma più seducente. Negli edifizi, il buon senso e l’ottimo gusto si dànno la mano a produrre una felice armonia di comodi e di grazia. Le pitture, i musicali strumenti, la biblioteca, verrebbero in ogni altro paese considerati come prova che testifichi, il padrone essere uomo eminentemente culto e compíto. Un gentiluomo di provincia, all’epoca della Rivoluzione, aveva di entrata circa la quarta parte di quella che le sue terre rendono adesso ai suoi posteri. Paragonato ai quali, egli era dunque un uomo povero, generalmente costretto a risiedere, salvo qualche interruzione di tempo, nelle sue terre. Viaggiare sul continente, tener casa in Londra, o anche visitarla spesso, erano piaceri che soli potevano gustare i grandi proprietari. Potrebbe sicuramente affermarsi, che degli scudieri, i cui nomi erano allora nelle Commissioni di Pace e Luogotenenza, nè anche uno fra venti andava alla città una volta in cinque anni, o aveva mai in vita sua viaggiato fino a Parigi. Molti proprietari di signorie erano stati educati in modo poco diverso da quello de’ loro servitori. Lo erede di una terra, spesso passava la fanciullezza e gioventù sua nella residenza della famiglia sotto maestri non migliori de’ mozzi di stalla e dei guarda–caccia, ed appena imparava tanto da apporre la propria firma ad un mandato di deposito. Se andava a scuola o in collegio, generalmente tornava, prima di compiere il suo ventesimo anno, alla vecchia sala di famiglia; dove, qualvolta la natura non gli fosse stata prodiga di insigni doti, tosto fra i piaceri e le faccende della campagna, dimenticava gli studi accademici. La precipua fra le sue occupazioni serie era la cura de’ propri beni. Esaminava mostre di grano, governava maiali, e ne’ dì di mercato patteggiava, col boccale dinanzi, con mercanti di bestie e venditori di luppoli. I suoi migliori piaceri consistevano comunemente nei diporti campestri, e nei non delicati diletti sensuali. Il suo linguaggio e la sua pronunzia erano tali, quali oggi troveremmo sulle labbra de’ più ignoranti contadini. I giuramenti, gli scherzi grossolani, i vocaboli scurrili erano da lui profferiti coll’accento specifico del dialetto della sua provincia. Era facile distinguere alle prime parole, s’egli venisse dalla Contea di Sommerset, o da quella di York. Davasi poco pensiero di ornare la propria abitazione; e qualvolta tentava farlo, quasi sempre la rendeva più deforme. La mondiglia della corte della fattoria giaceva accumulata sotto le finestre della sua stanza da letto, e i cavoli e l’uva spina crescevano da presso all’uscio della sua sala. Sopra la sua tavola vedevasi una rozza abbondanza, e gli ospiti vi erano cordialmente trattati. Ma, poichè il costume di bere eccessivamente era comune nella classe alla quale egli apparteneva, e poichè i suoi averi non gli concedevano d’inebriare ogni dì con vini di Bordeaux o delle Canarie le numerose brigate, la bevanda ordinaria era birra fortissima. La quantità che se ne consumava in quei giorni era veramente enorme. Imperciocchè la birra per le classi medie e le basse era in quel tempo non solo ciò che è per noi la birra, ma ciò che sono il vino, il thè e i liquori spiritosi. Solo nelle grandi case e nelle grandi occasioni i beveraggi stranieri ornavano i banchetti. Le donne della famiglia, le quali comunemente badavano a cucinare il pranzo, appena divorate le vivande, sparivano, lasciando gli uomini al bicchiere ed alla pipa. Questi ruvidi sollazzi del dopo desinare, spesso prolungavansi finchè i commensali cadevano sonnolenti presso la mensa.

Rade volte avveniva che il gentiluomo di provincia vedesse il gran mondo; e ciò che ei ne vedeva, tendeva più presto a confondere, che a rischiarargli lo intendimento. Le sue opinioni intorno alla religione, al Governo, agli Stati stranieri e ai tempi trapassati, derivando non dallo studio, dall’osservare e dal conversare con gente illuminata, ma dalle tradizioni correnti nel suo vicinato, erano le opinioni d’un fanciullo. Nondimeno, appigliavasi ad esse con la ostinazione che generalmente si osserva negli ignoranti avvezzi a pascersi d’adulazione. I suoi rancori erano molti ed acri. Odiava i Francesi e gl’Italiani, gli Scozzesi e gl’Irlandesi, i Papisti e i Presbiteriani, gl’Indipendenti e i Battisti, i Quacqueri e gli Ebrei. Per la città e gli abitatori di Londra sentiva avversione tale, che più d’una volta produsse gravissime conseguenze politiche. La moglie e le figliuole, per gusti e cognizioni, erano inferiori ad una cameriera o guardaroba de’ giorni nostri. Cucivano e filavano, facevano il vino d’uva spina, curavano i fiorranci, e facevano la crosta da servire al pasticcio di selvaggina.