Part 25
Taluni moderni scrittori hanno biasimato Halifax per essere rimasto nel Ministero, mentre disapprovava il modo cui gli affari interni ed esterni erano condotti. Ma tale biasimo è ingiusto. Ed è da notarsi che la parola Ministero, nel senso in che oggi si usa, era allora sconosciuta.[26] La cosa stessa non esisteva, perocchè essa appartiene ad una età in cui il governo parlamentare è pienamente stabilito. Ai dì nostri, i principali servitori della Corona formano un solo corpo. S’intende ch’essi siano in termini di amichevole fiducia fra loro, e concordino intorno ai principii massimi che debbono dirigere il potere esecutivo. Se sorge fra loro una lieve differenza d’opinione, agevolmente patteggiano; ma, ove uno di loro diverga dagli altri sopra un punto vitale, è suo debito rinunciare all’ufficio. Finchè egli lo ritiene, è considerato come responsabile anche degli atti che si è studiato d’impedire. Nel secolo decimosettimo, i capi de’ vari dipartimenti dell’amministrazione non erano siffattamente vincolati. Ciascuno di loro doveva rendere conto degli atti propri, dell’uso ch’ei faceva del suo sigillo ufficiale, de’ documenti cui apponeva la propria firma, de’ consigli che dava al Re. Nessun uomo di Stato era tenuto responsabile di ciò ch’egli non aveva fatto, nè indotto altri a fare. S’egli aveva cura di non essere partecipe di ciò che era ingiusto, e se, consultato, commendava soltanto ciò ch’era giusto, andava scevro di biasimo. Sarebbe stato considerato come un suo strano scrupolo lo abbandonare il posto, ove il suo signore non seguisse il consiglio di lui in cose che non fossero strettamente pertinenti al suo dipartimento: lasciare, per modo d’esempio, lo Ammiragliato, perchè le finanze trovavansi disordinate; o il Tesoro, perchè le relazioni del Regno con le Potenze straniere erano in condizioni poco soddisfacenti. Non era, perciò, cosa affatto insolita il vedere negli alti uffici in un tempo medesimo uomini che apertamente differissero, l’uno dall’altro, in opinione, come Pultenay differiva da Walpole, o Fox da Pitt.
LXIV. I consigli moderati e costituzionali di Halifax furono timidamente e debolmente secondati da Francesco North, Lord Guildford, che di recente era stato fatto Guardasigilli. Il carattere di Guildford è stato disegnato ampiamente da suo fratello Ruggiero North, intollerantissimo Tory, e scrittore molto affettato e pedante; ma vigile osservatore di tutte quelle minuzie che gettano luce sulle inclinazioni degli uomini. È da notarsi che il biografo, quantunque sottostasse alla influenza della più forte parzialità fraterna, e comunque desiderasse pennelleggiare un lusinghiero ritratto, non potè ritrarre il Lord Guardasigilli altramente che come il più ignobile degli uomini. Nondimeno, Guildford aveva lucido intelletto, grande arte, buon corredo di lettere e di scienze, e moltissima dottrina legale. I suoi difetti erano l’egoismo, la codardia e la bassezza. Non era insensibile alla magia della beltà femminile, nè aborriva dallo eccesso nel vino. E nulladimeno, nè vino nè beltà poterono mai spingere il cauto e frugale libertino, anche negli anni suoi giovanili, ad un solo slancio di generosità indiscreta. Benchè fosse di nobile lignaggio, elevossi nella propria professione tributando omaggi ignominiosi a tutti coloro che avevano influenza nelle Corti. Divenne Capo Giudice dei Piati Comuni, e come tale fu parte ne’ più iniqui assassinii giuridici di cui si serbi ricordo nella storia nostra. Egli aveva senno bastevole a discernere fino da principio che Oates e Bedloe erano impostori: ma il Parlamento e il paese erano grandemente eccitati; il Governo aveva ceduto alla pressura; e North non era uomo da porre a repentaglio, per amore della giustizia e dell’umanità, un buon posto. Per la qual cosa, mentre in secreto scriveva una confutazione del romanzo della Congiura papale, dichiarava in pubblico la storiella essere vera e chiara come la luce del sole; e non vergognò d’imporre dal seggio della giustizia agli sventurati Cattolici Romani, i quali gli stavano dinanzi incolpati di delitti capitali. Finalmente, era pervenuto a conseguire il più alto ufficio nelle Leggi. Ma un legale, che dopo di essere stato per molti anni tutto dedito allo esercizio della propria professione, si volga alla politica per la prima volta in età avanzata, rade volte riesce insigne uomo di Stato; e Guildford non fa eccezione a questa regola generale. Sentiva tanto la propria dappocaggine, che non intervenne mai alle adunanze de’ colleghi intorno agli affari esteri. Anche nelle questioni concernenti la sua professione, le opinioni sue erano di meno peso in Consiglio, che quelle di chiunque abbia mai tenuto il Gran Sigillo. Nondimeno, quella tal quale influenza ch’egli esercitava, adoperò, fin dove osava di farlo, a favore delle leggi.
Il principale avversario di Halifax era Lorenzo Hyde, che era stato, poco innanzi, creato Conte di Rochester. Tra tutti i Tory, Rochester era il più intollerante e contrario ad ogni accordo. I membri moderati del suo partito dolevansi che tutti gli uffici del Tesoro, mentre egli ne era Primo Commissario, venissero concessi agli zelanti, i cui soli diritti ad essere promossi consistevano nel bere a confusione de’ Whig, e nell’accendere fuochi di gioia e bruciarvi la Legge d’Esclusione. Il Duca di York, satisfatto di uno spirito che tanto gli somigliava, sosteneva con passione ed ostinazione il proprio cognato.
I tentativi che i Ministri rivali facevano a vincersi e supplantarsi scambievolmente, tenevano perennemente agitata la Corte. Halifax instava presso il Re perchè convocasse il Parlamento, a concedere una generale amnistia, a privare il Duca di York d’ogni partecipazione al Governo, a richiamare Monmouth dallo esilio, a romperla con Luigi, ed a stringere l’unione con la Olanda, giusta i principii della Triplice Alleanza. Il Duca di York, dall’altro canto, temeva lo adunarsi del Parlamento, abborriva i vinti Whig con tenace rancore, sperava tuttavia che il disegno formato quattordici anni innanzi in Dover potesse mandarsi ad esecuzione, mostrava ogni giorno al proprio fratello la inconvenevolezza di patire che un uomo il quale in cuore era repubblicano tenesse il Gran Sigillo, e proponeva calorosamente Rochester come adattato al grande ufficio di Lord Tesoriere.
Mentre le due fazioni si travagliavano, Godolphin, cauto, tacito, laborioso, tenevasi neutrale fra quelle. Sunderland, con la sua solita irrequieta perfidia, intrigava contro ambedue. Era stato cacciato d’ufficio per avere votato in favore della Legge d’Esclusione, ma era stato ribenedetto mercè i buoni uffici della Duchessa di Portsmouth e lo strisciarsi attorno al Duca di York, ed era di nuovo Segretario di Stato.
LXV. Nè Luigi rimaneva spensierato o inoperoso. Ogni cosa allora correva prospera ai suoi disegni. Non aveva nulla a temere dallo Impero Germanico, che allora pugnava contro i Turchi sul Danubio. La Olanda, priva dell’altrui sostegno, non poteva rischiarsi ad avversarlo. Era, quindi, libero di appagare la propria sfrenata ambizione ed insolenza. S’impossessò di Dixmude e di Courtray: mitragliò Lussemburgo: volle che la Repubblica di Genova si prostrasse umiliata ai suoi piedi. La potenza francese in quel tempo era giunta al grado più alto al quale mai, o prima o poi, si elevasse ne’ dieci secoli che dividono il regno di Carlomagno da quello di Napoleone. Non era facile il dire dove si sarebbe fermato, se gli fosse riuscito di tenere la sola Inghilterra in istato di vassallaggio. Il primo scopo della Corte di Versailles, quindi, era quello d’impedire la convocazione del Parlamento, e la concordia dei partiti inglesi. A ciò fare, fu larghissima di doni, di promesse, di minacce. Carlo talvolta era sedotto dalla speranza d’un sussidio, e tal’altra spaventato da chi gli ripeteva, che, convocando le Camere, gli articoli secreti del trattato di Dover verrebbero divulgati. Parecchi Consiglieri vennero comprati; e tentossi anche, ma indarno, di comprare Halifax. Trovatolo incorruttibile, la Legazione Francese adoperò ogni arte ed influenza a farlo sloggiare dall’ufficio; ma il suo spirito squisito e le sue rare doti lo avevano reso così caro al proprio signore, che il disegno della Francia andò in fallo.[27]
Halifax non era pago di starsi in sulle difese. Accusò apertamente Rochester di malversazione. Si fece una inchiesta. Si conobbe che quarantamila lire sterline s’erano perdute per pessima amministrazione del Primo Lord del Tesoro. A cagione di siffatta scoperta, non solo gli fu forza abbandonare la speranza ch’egli aveva di conseguire il bastone bianco, ma gli fu tolta la direzione delle finanze, e venne trasferito al posto, maggiormente onorifico ma meno lucroso, di Lord Presidente. «Io ho veduto uomini cacciati a calci giù per le scale,» disse Halifax, «ma Milord Rochester è il primo individuo che io abbia veduto salire su a calci.» Godolphin, adesso fatto Pari, divenne Primo Commissario del Tesoro.
LXVI. Nondimeno, la contesa seguitava. L’esito dipendeva dal volere di Carlo; e Carlo non poteva venire ad una deliberazione. Nel suo perpetuo ondeggiare, prometteva ogni cosa ad ognuno. Starebbe fido alla Francia: la romperebbe con essa: non convocherebbe mai un altro Parlamento: darebbe ordini che si spedissero senza indugio i decreti per la convocazione del Parlamento. Assicurava il Duca di York, che Halifax sarebbe cacciato via; ed Halifax, che il Duca di York verrebbe mandato in Iscozia. In pubblico affettava ira implacabile contro Monmouth, ed in privato mandava a Monmouth assicurazioni d’inalterabile affetto. Quanto tempo avrebbe durato questa esitazione, ove il Re avesse seguitato a vivere, e a che partito si sarebbe egli attenuto, può solamente congetturarsi. Nel 1685, mentre le parti avverse attendevano ansiose la regia deliberazione, egli morì, e si aperse una nuova scena. In pochi mesi, gli eccessi del Governo cancellarono dalle menti del pubblico la memoria degli eccessi della opposizione. La Reazione violenta che aveva prostrata la parte Whig, fu seguita da una Reazione anche più violenta in senso opposto; e certi segni, da non essere presi in abbaglio, mostravano che il gran conflitto fra la prerogativa della Corona e i privilegi del Parlamento, era per terminare.
CAPITOLO TERZO.
SOMMARIO.
I. Grande mutamento nelle condizioni dell’Inghilterra dal 1685 in poi.—II. Popolazione dell’Inghilterra nel 1685.—III. L’aumento della popolazione è maggiore nelle contrade settentrionali, che nelle meridionali.—IV. Rendita nel 1685.—V. Sistema militare.—VI. La Flotta.—VII. L’Artiglieria.—VIII. Spese non effettive.—IX. Spese del governo civile.—X. Grossi guadagni dei cortigiani e de’ Ministri.—XI. Condizioni dell’agricoltura.—XII. Ricchezze minerali del paese.—XIII. Aumento della rendita; i Gentiluomini delle provincie.—XIV. Il Clero.—XV. I piccoli possidenti di terre.—XVI. Ingrandimento delle città; Bristol.—XVII. Norwich.—XVIII. Altre città di provincia.—XIX. Manchester.—XX. Leads.—XXI. Sheffield.—XXII. Birmingham.—XXIII. Liverpool.—XXIV. I bagni di Cheltenham, Brighton, Buxton.—XXV. Tunbridge Well.—XXVI. Bath.—XXVII. Londra.—XXVIII. La città.—XXIX. Il quartiere di moda nella capitale.—XXX. Polizia di Londra.—XXXI. Illuminazione di Londra.—XXXII. I Frati bianchi.—XXXIII. La Corte.—XXXIV. Le botteghe da Caffè.—XXXV. Difficoltà di viaggiare.—XXXVI Cattiva condizione delle strade.—XXXVII. Carrozze da viaggio.—XXXVIII. Ladroni.—XXXIX. Locande.—XL. L’Ufficio Postale.—XLI. Gazzette.—XLII. Lettere.—XLIII. L’Osservatore—XLIV. Scarsità di libri ne’ luoghi di provincia.—XLV Educazione delle donne.—XLVI. Cultura letteraria de’ Gentiluomini.—XLVII. Influenza della letteratura francese.—XLVIII. Immoralità dell’amena letteratura d’Inghilterra.—XLIX. Condizioni delle scienze in Inghilterra.—L. Condizioni delle arti belle—LI. Condizioni del popolo basso; paga de’ contadini.—LII. Paga de’ manifattori.—LIII. Fatica de’ fanciulli nelle manifatture.—LIV. Paghe degli artigiani di varie classi.—LV. Numero de’ poveri.—– LVI. Beneficii per il popolo basso derivati dalla civiltà.—LVII. Inganno che conduce gli uomini a esagerare la felicità delle generazioni precedenti.
I. Intendo descrivere in questo Capitolo le condizioni dell’Inghilterra nel tempo in cui la Corona da Carlo II passò al suo fratello. Tale descrizione, fatta sopra magri e dispersi materiali, deve necessariamente essere imperfetta. Nondimeno, varrà forse a correggere talune false nozioni, le quali renderebbero il racconto che segue, inintelligibile o poco istruttivo.
Se vogliamo studiare con frutto la storia de’ nostri antichi, è mestieri guardarci dall’inganno che i ben noti nomi delle famiglie, de’ luoghi e degli uffici, naturalmente producono, e non dimenticar mai che il paese del quale leggiamo la storia, è assai diverso da quello nel quale ora viviamo. In ogni scienza sperimentale è tendenza verso la perfezione. In ogni essere umano è desiderio di megliorare le condizioni proprie. Questi due principii spesso sono stati bastevoli, anche controbilanciati da grandi calamità pubbliche e da pessime istituzioni, a spingere rapidamente innanzi lo incivilimento. Non vi ha sciagura ordinaria, non ordinario mal governo, che tanto possano rendere misera una nazione, quanto il costante progredire delle scienze fisiche, e lo sforzo costante che fa ogni uomo a rendersi migliore, contribuiscono a fare prospero un popolo. È stato spesso notato che le spese prodighe, le tasse gravose, le assurde restrizioni commerciali, i tribunali corrotti, le disastrose guerre, le sedizioni, le persecuzioni, gl’incendi, le inondazioni, non hanno potuto distruggere le sostanze così presto, come gli sforzi dei cittadini privati hanno potuto crearle. Potrebbe agevolmente provarsi, che nella nostra patria la ricchezza nazionale, negli ultimi sei secoli, è venuta quasi senza interruzione crescendo; che era maggiore sotto i Tudors, che sotto i Plantageneti; maggiore sotto gli Stuardi, che sotto i Tudors; che, nonostanti le battaglie, gli assedi e le confische, ella era maggiore nel giorno della Restaurazione, che in quello in cui adunossi il Lungo Parlamento; che, malgrado la pessima amministrazione, la stravaganza, il pubblico fallimento, le due guerre costose e sciagurate, la pestilenza e lo incendio, era anche maggiore nel giorno della morte di Carlo II, che in quello della sua Restaurazione. Cotesto progresso, continuando per molti anni, divenne finalmente, verso la metà del secolo decimottavo, portentosamente rapido, e nel decimonono ha acquistata incredibile velocità. A cagione, in parte, della nostra posizione geografica, in parte delle nostre morali condizioni, noi, nel corso di parecchie generazioni, siamo rimasti esenti dai danni che altrove hanno impacciato gli sforzi e distrutto i frutti della industria. Mentre ogni paese del continente, da Mosca fino a Lisbona, è stato il teatro di guerre sanguinose e devastatrici, non si è veduto in Inghilterra vessillo nemico, se non in sembianza di trofeo. Mentre ci abbiamo veduto fremere d’intorno il fuoco delle rivoluzioni, il nostro Governo non è stato nè anche una sola volta abbattuto dalla violenza. Per cento anni non è stato mai nell’isola nostra nessun tumulto di gravità tanta, che si possa chiamare insurrezione. La legge non è stata mai calpestata nè dal furore popolare, nè dalla regia tirannide. Il credito pubblico è stato considerato come sacro. L’amministrazione della giustizia è stata pura. Anche in tempi che dagl’Inglesi potrebbero rettamente chiamarsi tristi, abbiamo fruito ciò che quasi ogni altra nazione del mondo avrebbe reputato ampia misura di libertà civile e religiosa. Ciascuno ha avuta intera fiducia che lo Stato lo avrebbe protetto nel possesso di ciò che ha guadagnato con la propria diligenza, o accumulato con la parsimonia. Sotto la benefica influenza della pace e della libertà, le scienze hanno fiorito, e sono state applicate agli usi pratici in modo per innanzi sconosciuto. Onde avvenne che nella patria nostra seguisse un cangiamento tale, che nella storia del vecchio mondo non si trovi nulla che gli si possa agguagliare. Se la Inghilterra del 1685 potesse, per alcuna virtù magica, mostrarsi agli occhi nostri, non sapremmo fra cento riconoscere un tratto di paese, nè un edifizio fra mille. Il gentiluomo della provincia non riconoscerebbe i propri campi. L’abitante della città non riconoscerebbe la propria strada. Ogni cosa ha mutato aspetto, tranne le grandi sembianze della natura, e poche massicce e durevoli opere dell’arte umana. Potremmo scoprire Snowdon e Windermare, Ceddar Cliffs e Beachy Head; qua e là qualche monastero normanno o castello che vide le guerre delle Rose. Ma, salvo queste poche eccezioni, ogni cosa ci sembrerebbe strana. Molte mila miglia quadrate, che adesso sono campi ricchi di grano, e prati traversati da verdeggianti siepi e popolati di villaggi e di amene ville, ci apparirebbero impervii deserti, o paduli abitati dalle anitre. Vedremmo tugurii di legno coperti di frasche sparsi qua e là, dove adesso miriamo città manifatturiere, e porti di mare la cui fama giunge sino ai più remoti confini del mondo. La stessa metropoli ci parrebbe poco più vasta del suo presente suburbio lungo la riva meridionale del Tamigi. Nè meno strani ci sembrerebbero lo aspetto e i costumi del popolo, la mobilia e gli equipaggi, l’interno delle botteghe e delle abitazioni. E’ pare che tale mutamento nelle condizioni d’una nazione sia degno di essere descritto dallo storico, almeno quanto qualunque mutamento di dinastia o di ministero.
II. Uno dei fini principali dello scrittore che intenda a farsi una esatta idea della condizione d’una comunità in un dato tempo, deve essere quello d’indagare di quanti individui essa allora era composta. Sventuratamente, non può con esattezza stabilirsi quanta fosse la popolazione dell’Inghilterra nel 1685; perocchè nessuno dei grandi Stati allora aveva adottata la saggia costumanza di enumerare periodicamente il popolo. Gli scrittori non potevano se non congetturare da sè stessi; e poichè facevano ciò senza esaminare i fatti e sotto il dominio di forti passioni e pregiudizi, i loro computi spesso riuscivano assurdi. Anco gl’intelligenti cittadini di Londra, ordinariamente, affermavano la città loro contenere parecchi milioni d’anime. Molti hanno con molta sicurezza asserito, che nei trentacinque anni trascorsi dallo avvenimento di Carlo I al trono fino alla Restaurazione, la popolazione della città era cresciuta di due milioni.[28] E mentre erano ancor fresche le devastazioni della peste e del fuoco, era costume asserire che la città contava tuttavia un milione e mezzo d’abitatori.[29] Alcuni altri, stomacati da siffatte esagerazioni, trascorsero agli estremi opposti. Così Isacco Vossio, uomo indubitatamente dotto, sosteneva con franchezza che Inghilterra, Scozia, Irlanda, prese insieme, non v’erano se non se due milioni di creature umane.[30]
Ciò non ostante, non ci mancano affatto i mezzi di correggere i gravi falli, in cui taluni cervelli per vanità nazionale, ed altri per vaghezza di paradosso, cadevano. Esistono tre computi, che sembrano meritevoli di attenzione speciale. Non dipendono in nulla l’uno dall’altro; procedono sopra principii diversi; e nondimeno, poca è la differenza de’ risultamenti che dànno.
Uno di cotesti computi fu fatto nell’anno 1696 da Gregorio King, araldo di Lancaster, aritmetico politico grandemente sottile e giudizioso. A fondamento de’ suoi calcoli, tolse il numero delle case indicato dagli ufficiali che fecero l’ultima esazione della imposta sui focolari. La conclusione alla quale egli venne, fu che la popolazione dell’Inghilterra era di circa cinque milioni e mezzo d’anime.[31]
Verso quel medesimo tempo, il Re Guglielmo III volle conoscere la forza comparativa delle varie sètte religiose, in che la comunità era divisa. Istituita una inchiesta, gli furono da tutte le diocesi del Regno trasmesse le necessarie relazioni. Secondo le quali, il numero de’ suoi sudditi inglesi doveva essere circa cinque milioni e duecento mila.[32]
Da ultimo, ai dì nostri, Finlaison, esperto computista, sottopose gli antichi registri parrocchiali a tutti gli esperimenti che potè somministrargli il moderno progresso della scienza statistica. Egli opinò, che verso il chiudersi del secolo decimosettimo, la popolazione dell’Inghilterra fosse poco meno di cinque milioni e duecentomila anime.[33]
Di questi tre computi, formati da diversi individui, senza che l’uno s’accordasse con l’altro, sopra materiali di specie diversa, il più alto, che è quello di King, non eccede d’un dodicesimo il più basso che è quello di Finlaison. Possiamo, quindi, con franchezza asserire, che mentre Giacomo II regnava, l’Inghilterra conteneva tra cinque milioni e cinque milioni e mezzo d’abitatori. Secondo il maggior computo, essa aveva un terzo della popolazione de’ tempi nostri, e meno del triplo della popolazione che adesso è raccolta nella sua gigantesca metropoli.