Storia d'Inghilterra, vol 1

Part 21

Chapter 213,338 wordsPublic domain

Tanto arbitrario ed esclusivo era il disegno di politica interna concepito da Danby! Le sue opinioni intorno alla politica esterna erano per lui maggiormente onorevoli, come quelle che procedevano direttamente opposte agl’intendimenti della Cabala, e differivano poco dalle idee del partito patriottico. Lamentava amaramente l’abiezione in cui la Inghilterra era caduta, e dichiarava, con più energia che gentilezza, essere lo ardentissimo de’ suoi desiderii quello di condurre a suono di bastonate i Francesi al debito rispetto verso di essa. Mascherava così poco i propri pensieri, che in un gran banchetto, al quale sedevano i più illustri dignitari dello Stato e della Chiesa, riempì il bicchiere, bevendo con poco decoro a confusione di coloro che erano contrari ad una guerra con la Francia. Davvero, avrebbe volentieri veduto la propria patria congiungersi con le Potenze che allora erano collegate contro Luigi; ed a tal fine, era propenso a porre Temple, autore della Triplice Alleanza, a capo del Ministero degli Affari Esteri. Ma il potere del primo Ministro era limitato. Nelle sue lettere più confidenziali querelavasi che l’acciecamento del suo signore impedisse l’Inghilterra di prendere il posto che spettavale fra le nazioni europee. Carlo era insaziabilmente cupido dell’oro francese; non aveva in nulla abbandonata la speranza di potere in futuro, con lo aiuto delle armi di Francia, stabilire la monarchia assoluta; e per ambedue queste ragioni desiderava di mantenere buona intelligenza con la Corte di Versailles.

Così il Sovrano pendeva verso un sistema di politica esterna, e il Ministro verso altro sistema diametralmente opposto. Nè l’uno nè l’altro, in verità, era d’indole tale da seguire un fine con immutabile costanza. Ciascuno di loro, secondo l’occasione, cedeva alla importunità dell’altro; e le discordi tendenze e le mutue concessioni loro davano alla intera amministrazione un carattere stranamente capriccioso. Carlo talvolta, per leggerezza ed indolenza, soffriva che Danby prendesse misure, delle quali Luigi risentivasi come d’ingiurie mortali. Danby, più presto che lasciare il suo splendido posto, talvolta piegavasi a certe compiacenze, che gli erano di acerbo dolore e vergogna. Il Re fu indotto a consentire al matrimonio di Maria, figlia primogenita ed erede presuntiva del Duca di York, con Guglielmo d’Orange, nemico irreconciliabile della Francia, e campione ereditario della Riforma. Anzi, il valoroso Conte di Ossory, figlio di Ormondo, fu mandato ad aiutare gli Olandesi con alcune milizie britanniche, le quali nel giorno più sanguinoso della guerra rivendicarono alla nazione la rinomanza d’indomito coraggio. Il Tesoriere, dall’altra parte, fu astretto non solo a mostrarsi connivente ad alcune transazioni pecuniarie scandalosissime, tra il proprio signore e la Corte di Versailles, ma a fare, malvolentieri e con poca grazia, la parte d’ agente.

XXXVIII. Intanto, il partito patriottico da due forti sentimenti fu tratto a due direzioni opposte. I capi popolari, quantunque avessero paura della grandezza di Luigi, il quale non solo faceva fronte alla forza dell’Alleanza continentale, ma acquistava terreno, temevano nondimeno di affidare nelle mani del proprio Re i mezzi di domare la Francia, auspicando che tali mezzi venissero adoperati a distruggere le libertà della Inghilterra. Il conflitto di questi due timori, ambidue legittimi, dava alla politica della opposizione apparenza strana e volubile, al pari di quella della Corte. I Comuni gridarono guerra contro la Francia, finchè il Re, incitato da Danby a compiacere al desiderio loro, parve disposto a cedere, e si mise a far leve di soldati. Ma appena i Comuni videro cominciati i reclutamenti, la paura che avevano di Luigi dette luogo ad altra paura più prossima. Cominciarono a temere che le nuove leve venissero adoperate in una impresa alla quale Carlo aveva maggiore interesse che a quella di difendere le Fiandre. Ricusarono, quindi, la chiesta pecunia, e gridavano al disarmo, schiamazzando come poco innanzi avevano fatto allorchè chiedevano lo armamento. E’ pare che gli storici che hanno severamente biasimata cotesta incoerenza, non badassero bastevolmente alla impacciata condizione di quei sudditi che hanno ragione di credere come il loro principe congiuri con un potentato straniero ed ostile a danno delle libertà loro. Ricusargli i mezzi militari, è il medesimo che lasciare lo Stato senza difesa. Nonostante, dandoglieli, gli si porrebbero forse in mano le armi contro lo Stato. In tali circostanze, l’ondeggiare fra questi pensieri non va considerato come argomento di disonestà, e nè anche di debolezza.

XXXIX. Tali gelosie venivano studiosamente fomentate dal Re di Francia. Aveva tenuto a bada la Inghilterra con la promessa di sostenere il trono contro il Parlamento. Adesso, paventando che i patriottici consigli di Danby avessero a prevalere nel Gabinetto, cominciò ad infiammare il Parlamento contro il trono. A Luigi e al partito patriottico una sola cosa era comune; vale a dire un profondo diffidare di Carlo. Se quel partito fosse stato sicuro che il Re intendeva guerreggiare contro la Francia, sarebbe stato prontissimo a sostenerlo. Se Luigi fosse stato sicuro che le nuove leve fossero destinate a muovere guerra solo alla Costituzione dell’Inghilterra, non si sarebbe provato d’impedirle. Ma la instabilità e perfidia di Carlo erano tali, che il Governo Francese e la opposizione inglese, discordi in ogni altra cosa, concordavano nel non credere alle sue proteste, e volevano egualmente tenerlo povero e senza esercito. Si apersero comunicazioni tra Barillon ambasciatore di Luigi, e que’ politici inglesi che avevano sempre sentito e tuttavia sinceramente sentivano grandissima avversione alla preponderanza francese. Guglielmo Lord Russell, figlio del Conte di Bedford, che era l’uomo più onesto del partito patriottico, non abborrì di tramare con un Ministro straniero, onde tenere nell’imbarazzo il proprio Sovrano. In ciò consisteva tutta la colpa di Russell. I suoi principii e le sue ricchezze lo rendevano inaccessibile ad ogni tentazione d’indole sordida; ma v’è molta ragione a credere, che parecchi de’ suoi colleghi fossero meno scrupolosi di lui. Sarebbe cosa ingiusta addebitarli della ribalderia di avere ricevuto la mancia per recare detrimento alla patria: all’incontro, intendevano giovarla; ma è impossibile negare che fossero abietti e poco delicati, allorchè, per servirla, si lasciavano pagare da un principe, forestiero. Fra coloro che non possono andare assoluti da siffatto disonorevole addebito, era un uomo che viene comunemente considerato come la personificazione dello spirito pubblico, e che, nonostante alcuni difetti morali e intellettuali, è meritamente degno d’esser chiamato eroe, filosofo ed amatore della patria. È impossibile vedere senza cordoglio un tanto nome nella lista degli uomini pensionati dalla Francia. Nulladimeno, ci reca qualche conforto il considerare, come ai tempi nostri un uomo pubblico che non respingesse sdegnosamente da sè una tentazione simile a quella che vinse la virtù e l’orgoglio di Algernon Sidney, verrebbe giudicato privo affatto d’ ogni sentimento di dovere e di vergogna.

XL. La conseguenza di queste trame fu che, quantunque l’Inghilterra, secondo le occasioni assumesse un contegno minaccioso, rimasero inefficaci finchè la guerra continentale, durata sette anni, si chiuse nel 1678 col trattato di Nimega. Le Provincie Unite, che nel 1672 parevano ridotte sull’orlo dell’estrema rovina, ottennero patti onorevoli e vantaggiosi. L’essere scampate da questo arduo pericolo venne comunemente attribuito al senno ed al coraggio del giovane Statoldero, la fama del quale era grande in tutta la Europa, e massime fra gl’Inglesi, che lo consideravano come uno de’ loro principi, e gioivano nel vederlo consorte della loro Regina futura. La Francia ritenne molte città importanti dei Paesi Bassi e la grande provincia della Franca Contea. Quasi tutta la perdita gravò sopra la cadente Monarchia Spagnuola.

Pochi mesi dopo terminate le ostilità nel continente, seguì una gran crisi nella politica inglese. Ad essa ogni cosa tendeva da diciotto anni. Tutta la popolarità, comunque grande, onde il Re aveva iniziato il suo regno, era consunta. Allo entusiasmo di lealtà era succeduta profonda disaffezione. L’opinione pubblica aveva già riandato lo spazio frapposto tra il 1640 e il 1660, e trovossi nuovamente nelle condizioni in cui era allorchè si adunò il Lungo Parlamento.

Il malcontento allora predominante nasceva da molte cagioni; una delle quali era l’orgoglio nazionale oltraggiato. Quella generazione d’uomini aveva veduta la Inghilterra in pochi anni alleata della Francia a patti uguali, vincitrice della Olanda e della Spagna, signora del mare, terrore di Roma, e capo degl’interessi protestanti. I suoi mezzi non erano punto scemati; e si sarebbe potuto sperare che ella sarebbe stata almeno tanto altamente considerata in Europa sotto un Re legittimo, quanto lo era stata sotto un usurpatore, il quale doveva rivolgere tutta la propria energia e vigilanza ad infrenare un popolo riottoso. Nondimeno ella, a cagione della imbecillità e bassezza de’ suoi reggitori, era caduta in così basso stato, che ogni principato germanico o italiano che avesse potuto mettere in campo cinquemila uomini, era membro di maggiore importanza nella repubblica delle nazioni.

Al sentimento della umiliazione nazionale andava congiunto il timore per la libertà civile. Voci, a dir vero, indistinte, ma forse più inquietanti a cagione della loro confusione, addebitavano la Corte di trama a danno de’ diritti costituzionali degl’Inglesi. Bisbigliatasi perfino, che siffatta trama doveva recarsi ad effetto con lo intervento d’armi forestiere. Il solo pensiero di cotesto intervento faceva ribollire il sangue nelle vene a tutti, anco ai Cavalieri. Taluni, che avevano sempre professata la dottrina della non–resistenza in tutto il senso più lato del vocabolo, s’udivano mormorare, dicendo avere essa certi confini. Se le armi forestiere fossero state chiamate a costringere la nazione, essi non avrebbero potuto promettere di tenersi pazienti.

Ma nè l’orgoglio nazionale, nè l’ansietà per le libertà pubbliche, influivano tanto sul sentire del popolo, quanto l’odio della religione cattolica romana. Quell’odio era diventato una delle passioni dominanti dell’universale, ed era così forte negli uomini ignoranti e profani, come in quelli che erano protestanti per convinzione. Le crudeltà del regno di Maria, crudeltà che anche raccontate con la maggior moderazione e fedeltà destano ribrezzo, e che allora non erano nè fedelmente nè moderatamente narrate nei martirologii popolari; le congiure contro Elisabetta, e sopra tutte quella delle Polveri, avevano lasciato negli animi del volgo un profondo ed amaro senso, che era tenuto vivo per mezzo di commemorazioni, preghiere, fuochi e processioni annuali. È mestieri aggiungere, che quelle classi che andavano peculiarmente predistinte come affezionate al trono, cioè il Clero e i gentiluomini possidenti di terre, avevano ragioni particolari per avversare la Chiesa di Roma. Il Clero tremava per i suoi beneficii; i gentiluomini per le abbadie e le grosse decime loro. Mentre era ancor fresca la memoria del regno de’ santocchi, l’odio del papismo aveva in qualche modo ceduto il posto all’odio del puritanismo; ma ne’ diciotto anni che erano trascorsi dopo la Restaurazione, l’odio del puritanismo era venuto scemando, e quello del papismo crescendo. I patti del trattato di Dover conoscevansi distintamente da pochissimi; ma ne era corsa attorno qualche voce. Opinavasi universalmente, essere vicina l’ora in cui un gran colpo verrebbe portato alla religione protestante. Molti sospettavano che il Re pendesse a favore di Roma. Sapevasi da tutti, il suo fratello ed erede presuntivo essere un bacchettone cattolico. La prima Duchessa di York era morta cattolica romana. Giacomo, spregiando le rimostranze della Camera de’ Comuni, aveva allora sposata la Principessa Maria di Modena, cattolica romana anch’essa. Se fossero nati figli da questo matrimonio, eravi ragione di temere che verrebbero educati alla religione di Roma, e che sederebbe sul trono inglese una lunga successione di principi ostili alla fede stabilita. La Costituzione era stata, poco innanzi, violata a fine di proteggere i Cattolici Romani dalle leggi penali. Lo alleato, dal quale la politica inglese era stata per molti anni diretta, era un Principe non solamente cattolico romano, ma persecutore delle Chiese riformate. Non è strano, adunque, che in cosiffatte circostanze il popolo paventasse sospettando il ritorno de’ tempi di colei ch’esso chiamava Maria la Bevisangue.

In tal guisa, la nazione trovavasi in tali condizioni, che la più lieve favilla poteva produrre un incendio. Frattanto, appiccossi il fuoco, in due luoghi ad un tempo, ad un immenso cumulo di materie combustibili, ed in un attimo tutto fu in fiamme.

XLI. La Corte Francese, che sapeva come Danby le fosse nemico mortale, riusci a rovinarlo, facendolo passare per suo amico. Luigi, per mezzo di Ralph Montague, uomo perfido e svergognato, che era stato in Francia Ministro d’Inghilterra, depose innanzi la Camera de’ Comuni prove che attestavano, il Tesoriere essere stato implicato in una richiesta che la Corte di Whitehall aveva fatta a quella di Versailles per ottenere una somma di danari. Tale scoperta produsse il suo naturale effetto. Il Tesoriere rimase esposto alla vendetta del Parlamento a cagione non delle sue colpe, ma de’ meriti suoi; non per essere stato complice in un negoziato criminoso, ma per esserlo stato assai mal volentieri e di mala grazia. Se non che, i suoi contemporanei ignoravano le circostanze che nel giudizio della posterità hanno grandemente attenuato il fallo di lui. Secondo loro, egli era il mezzano che aveva venduta l’Inghilterra alla Francia. La sua grandezza parve manifestamente giunta al suo fine, ed era dubbio se gli riuscisse di sottrarsi alla pena capitale.

Eppure, il concitamento prodotto da tale scoperta fu lieve, ove si paragoni alla pubblica commozione che nacque allorquando corse la voce, essere stata scoperta una vasta congiura papale. Un certo Tito Oates, prete della Chiesa d’Inghilterra, erasi, per condotta disordinata e per dottrine eterodosse, attirata sul capo la censura de’ suoi superiori spirituali; era stato costretto a lasciare il suo beneficio, ed aveva poi sempre menata vita infame e vagabonda. Aveva già professata la religione cattolica romana, e passato qualche tempo nei collegii inglesi dell’Ordine de’ Gesuiti sul continente, e in cotesti seminarii udito molto parlare intorno ai mezzi migliori di ricondurre l’Inghilterra al grembo della vera Chiesa. Da siffatti discorsi aveva raccolta materia a costruire un orribile romanzo, somiglievole più presto ad un sogno d’infermo, che a qualunque altra cosa del mondo esistente. Il Papa, diceva egli, aveva affidato il Governo dell’Inghilterra ai Gesuiti. I Gesuiti avevano, per via di commissioni munite del sigillo della loro società, nominato preti, nobili e gentiluomini cattolici, a tutti i più alti ufficii della Chiesa e dello Stato. I Papisti avevano una volta bruciata Londra. Eransi provati ad incendiarla di nuovo. A que’ tempi ordivano una trama per appiccare fuoco a tutti i legni esistenti nel Tamigi. Dovevano, ad un segno convenuto, insorgere e far macello di tutti i protestanti. Un’armata francese doveva nel momento istesso sbarcare in Irlanda. Tutti i principali uomini di Stato e gli ecclesiastici d’Inghilterra dovevano essere assassinati. Tre o quattro progetti eransi formati per assassinare il Re. Dovevano pugnalarlo, dargli il veleno nel medicamento, tirargli con lo archibugio carico a palle d’argento. L’opinione pubblica era in tale eccitamento, che siffatte fandonie ottennero tosto credenza nelle menti del volgo; e due fatti poco dopo seguiti, indussero non pochi uomini di senno a sospettare, che la novella, quantunque manifestamente sformata ed esagerata, avesse qualche fondamento di vero.

Eduardo Coleman, molto operoso, ma non onesto intrigante cattolico romano, era fra le persone accusate. Inquisirono le sue carte, e si accorsero che ne aveva distrutta gran parte. Ma le poche che furono prese, contenevano certe parole, che sembravano, alle menti fortemente preoccupate, confermare la testimonianza d’Oates. Queste parole, per vero dire, ove s’interpretino con ischiettezza, paiono esprimere poco più che certe speranze, che la postura delle cose, le predilezioni di Carlo, le più forti predilezioni di Giacomo, e le relazioni esistenti tra la Corte Francese e la Inglese, potevano naturalmente eccitare nel cuore di un cattolico romano, strettamente vincolato agli interessi della propria Chiesa. Ma il paese allora non inchinava a interpretare schiettamente le lettere de’ papisti; e si concluse, con qualche apparenza di ragione, che se alcuni scritti ai quali s’era poco badato, come quelli che non avevano nessuna importanza, erano pieni di cose talmente sospette, qualche gran mistero d’iniquità doveva contenersi in que’ documenti che erano stati con gran cura dati alle fiamme.

Pochi giorni dopo si seppe che Sir Edmondsbury Godfrey, insigne Giudice di Pace che aveva raccolte le deposizioni di Oates contro Coleman, era scomparso. Fattane ricerca, ne trovarono il cadavere in un campo presso Londra. Chiaro appariva ch’era morto di morte violenta. Era parimente chiaro che non era stato assassinato dai ladri. La sua miseranda fine è rimasta sinora un secreto. Taluni credono che si uccidesse da sè; altri che ei cadesse vittima d’inimicizia privata. La opinione più improbabile è, che fosse assassinato dal partito ostile alla Corte, onde meglio colorire la novella della congiura. La opinione più probabile sembra essere, che qualche furente cattolico romano, spinto alla frenesia dalle menzogne di Oates e dagli insulti della plebe, non facendo nessuna distinzione tra l’accusatore spergiuro e l’innocente magistrato, si fosse voluto vendicare in un modo, di cui la storia delle sètte perseguitate fornisce troppo numerosi esempi. Se così andò la faccenda, lo assassino dovette poscia maledire alla sua propria malvagità e follia. La metropoli e tutta la nazione insanirono d’odio e di paura. Le leggi penali, che avevano cominciato a perdere alcun che della loro acerbità, divennero nuovamente più rigorose. In ogni dove i giudici erano affaccendati a perquisire case e impossessarsi di carte. Tutte le prigioni rigurgitavano di papisti. Londra rendeva immagine d’una città in istato d’assedio. La guardia cittadina rimaneva in armi tutta la notte. Facevansi apparecchi a barricare le grandi strade. Pattuglie correvano su e giù per le vie. Whitehall fu circondato di cannoni. Nessun cittadino reputavasi sicuro senza portare sotto la veste un’arme carica di piombo, per far saltare le cervella agli assassini papali. Il cadavere del magistrato ucciso, fu esposto per parecchi giorni allo sguardo del popolo affollantesi; e venne finalmente sepolto con istrane e terribili cerimonie, che erano indizio più presto di sete di vendetta, che di dolore o di speranza religiosa. Le Camere insistevano perchè le volte sopra le quali i rappresentanti sedevano, venissero custodite da uomini armati, onde guardarsi da una seconda Congiura delle Polveri. Tutti i loro atti avevano lo stesso scopo. Dal regno di Elisabetta in poi, il giuramento di supremazia era stato richiesto ai membri della Camera de’ Comuni. Alcuni Cattolici Romani, nondimeno, si erano studiati d’interpretare quel giuramento in guisa, da poterlo prestare senza scrupolo di coscienza. Adesso ne fu rifatta la formula; e i Lordi Cattolici Romani furono, per la prima volta, esclusi da’ loro seggi in Parlamento. Vennero adottati vigorosi provvedimenti contro la Regina. I Comuni gettarono in carcere uno dei Segretari di Stato, per avere contrassegnate commissioni dirette a gentiluomini che non erano buoni protestanti. Accusarono d’alto tradimento il Lord Tesoriere. Anzi dimenticarono a tal segno la dottrina da loro apertamente professata mentre era ancora fresca la memoria della guerra civile, che tentarono perfino di privare il Re del comando della guardia cittadina. A tale esasperazione, diciotto anni di pessimo governo avevano condotto il più leale Parlamento che si fosse mai adunato in Inghilterra!

Parrà forse strano a taluni, come in tanto estremo il Re si esponesse al risico di appellarsi al popolo, perocchè il popolo era in maggiore eccitamento che non erano i Rappresentanti. La Camera Bassa, malcontenta come era, conteneva un numero maggiore di Cavalieri, di quanti ne potessero verosimilmente essere rieletti di nuovo. Ma pensavasi che lo scioglimento ponesse fine all’accusa contro il Lord Tesoriere; accusa che, probabilmente, avrebbe tratti alla luce del giorno tutti i colpevoli misteri della alleanza francese, e cagionate gravi molestie personali ed impacci non pochi a Carlo. E però, nel gennaio del 1679, il Parlamento, che era esistito sempre dall’anno 1661, venne disciolto; e si spedirono i decreti per una elezione generale.

XLII. Per varie settimane, la contesa in tutto il Regno fu feroce ed ostinata oltre ogni credere. Si profusero somme di danari, di cui non v’era esempio precedente. Si adoperarono nuovi mezzi di riuscita. Fu notato dagli scrittori di que’ tempi come cosa straordinaria, che si affittassero cavalli a gran prezzo per trasportare gli elettori al luogo d’elezione. L’uso di sminuzzare le possessioni libere onde moltiplicare i voti, ha principio da questa memorabile lotta. I predicatori dissenzienti, che stavano da lungo tempo nascosti in tranquilli recessi fuggendo la persecuzione, uscirono fuori, e correvano di villaggio in villaggio, onde riaccendere lo zelo del disperso popolo di Dio. La procella mugghiava minacciosa contro il Governo. Moltissimi de’ nuovi Rappresentanti vennero a Westminster in contegno poco diverso da quello dei loro predecessori, che avevano imprigionato Strafford e Laud dentro la Torre.