Storia d'Inghilterra, vol 1

Part 20

Chapter 203,548 wordsPublic domain

Per quanto Buckingham, Ashley e Lauderdale, fossero scevri di scrupoli, non fu reputato prudente il farli partecipi dello intendimento che il Re aveva di dichiararsi cattolico romano. Fu loro mostrato un falso trattato, dove era omesso lo articolo concernente la religione. Al trattato genuino vennero apposti i soli nomi e sigilli di Clifford e d’Arlington. Ambidue questi uomini di Stato erano parziali della vecchia Chiesa: parzialità che, dopo non molto tempo, l’animoso e veemente Clifford confessò; mentre Arlington, più freddo e più codardo, la tenne nascosta, finchè lo avvicinarsi della morte, riempiendogli l’animo di terrore, lo indusse ad essere sincero. Gli altri tre Ministri, nondimeno, non erano uomini da essere tenuti agevolmente nel buio, ed è probabile che sospettassero più di quello che distintamente venne loro rivelato. Vero è che parteciparono alla confidenza di tutti gl’impegni politici contratti con la Francia, e non ebbero vergogna di ricevere da Luigi grosse gratificazioni.

Primo obietto di Carlo era quello di ottenere dai Comuni danaro, onde giovarsene a mandare ad esecuzione quel secreto trattato. La Cabala, che imperava in un tempo in cui il nostro Governo era in istato di transizione, aveva in sè due specie diverse di vizii, pertinenti a due diverse età ed a due sistemi diversi. Come que’ cinque pessimi consiglieri erano fra gli ultimi uomini di Stato inglesi che seriamente pensassero a distruggere il Parlamento, così erano i primi uomini di Stato inglesi che si provassero grandemente a corromperlo. Troviamo nella loro politica gli ultimi vestigi del disegno di Strafford, e ad un tempo i vestigi primi della corruzione metodica che venne poscia praticata da Walpole. Non pertanto, si accorsero tosto, che quantunque la Camera de’ Comuni fosse principalmente composta di Cavalieri, e quantunque gl’impieghi e l’oro della Francia venissero largamente dispensati ai rappresentanti non eravi la minima probabilità che le parti meno odiose della trama ordita in Dover fossero sostenute dalla maggioranza. Era necessario adoperare la frode. Il Re, quindi, fece mostra di grande zelo a favore dei principii della Triplice Alleanza, e pretese che, a fine di infrenare l’ambizione della Francia, fosse necessario accrescere la flotta. I Comuni caddero nella rete, e votarono una somma di ottocentomila lire sterline. Il Parlamento venne subito prorogato, e la Corte, in tal modo emancipata da ogni sindacato, procedè a porre in opera il suo vasto disegno.

XXX. Le strettezze finanziere erano assai gravi. Una guerra con la Olanda sarebbe costata somme enormi. La rendita ordinaria era appena sufficiente a sostenere il Governo in tempo di pace. Le ottocentomila lire sterline che erano state poco fa con inganno estorte ai Comuni, non sarebbero bastate alle spese militari e navali d’un solo anno di ostilità. Dopo il tremendo esempio dato dal Lungo Parlamento, nè anche la Cabala arrischiossi a consigliare i balzelli detti Benevolenze e Danaro per mantenere la flotta. In tale perplessità, Ashley e Clifford proposero un mezzo iniquo di violare la fede pubblica. Gli orefici di Londra erano allora non solo trafficanti di metalli preziosi, ma anche banchieri, ed avevano costume di prestare grandi somme di pecunia al Governo. A compensazione di coteste prestazioni, ricevevano assegnamenti sulla rendita; e riscosse le tasse, venivano loro pagati il capitale e gl’interessi. Circa un milione e trecentomila lire sterline erano state in siffatto modo affidate all’onore dello Stato; quando ecco corse, inatteso e repentino, lo annunzio che non essendo convenevole rendere i capitali, era d’uopo che i creditori si contentassero di ricevere gl’interessi. Non poterono, in conseguenza di siffatta misura, far fronte agli impegni contratti. La Borsa si mise sossopra: parecchie case mercantili fallirono; e lo spavento e la miseria si sparsero per tutta la società. Frattanto il Governo procedeva a passi rapidi verso il dispotismo. Succedevansi proclami che non avevano la sanzione del Parlamento, o imponevano ciò che il solo Parlamento poteva legalmente imporre. Di tali editti, il più importante fu quello che si chiama Dichiarazione d’Indulgenza, per virtù del quale le leggi penali contro i Cattolici Romani vennero abrogate; e perchè non apparisse chiaro il vero scopo di quell’atto, le leggi contro i Protestanti non–conformisti furono parimente sospese.

XXXI. Pochi giorni dopo promulgata la Dichiarazione d’Indulgenza, fu proclamata la guerra contro le Provincie Unite. In mare gli Olandesi sostennero la lotta con onore; ma per terra furono in sulle prime oppressi da una forza irresistibile. Una grossa armata francese varcò il Reno. Le fortezze, una dopo l’altra, aprirono le porte. Tre delle sette provincie della Federazione furono occupate dagl’invasori. I fuochi degli accampamenti nemici vedevansi dalle cime del Palagio del Municipio d’Amsterdam. La Repubblica, in tal modo ferocemente assalita di fuori, era nel medesimo tempo lacerata dalle intestine discordie. Il Governo era nelle mani di una stretta oligarchia di potenti borghesi. Eranvi numerosi Consigli Municipali autonomi, ciascuno dei quali esercitava, dentro la propria sfera, molti diritti di sovranità. Cotesti Consigli mandavano delegati agli Stati Provinciali, e questi inviavano delegati agli Stati Generali. Un capo magistrato ereditario non era parte essenziale di tale sistema politico. Nonostante, una famiglia, singolarmente feconda di grandi uomini, aveva a poco a poco acquistata autorità vasta e pressochè indefinita. Guglielmo, primo di tal nome, Principe d’Orange Nassau, e Statoldero di Olanda, aveva capitanata la memorabile insurrezione contro la Spagna. Maurizio suo figlio era stato Capitano Generale e primo Ministro degli Stati; aveva, per mezzo delle maravigliose sue doti e degli eminenti servigi resi alla Repubblica, e di alcuni atti crudeli e proditorii, conseguito potere quasi di Re, e lo aveva in gran parte trasmesso in retaggio alla propria famiglia. La influenza degli Statolderi era obietto di estrema gelosia alla oligarchia municipale. Ma l’armata e la gran massa di cittadini esclusi da ogni partecipazione al Governo, guardavano i Borgomastri e i Deputati con astio simile a quello con che le legioni e il popolo comune di Roma guardavano il Senato, ed erano partigiani della Casa d’Orange come le legioni e il popolo comune di Roma parteggiavano per quella di Cesare. Lo Statoldero comandava le forze della Repubblica, disponeva di tutti i gradi militari, possedeva in gran parte il patronato degli uffici civili, ed era circondato da pompa pressochè regia.

Il Principe Guglielmo II aveva fortemente avversato il partito oligarchico. Finì di vivere nel 1650, fra mezzo alle lotte civili. Non lasciò figliuoli: gli aderenti alla sua Casa rimasero per alcun tempo privi di capo; e i poteri ch’egli aveva esercitati, furono divisi fra i Consigli Municipali, gli Stati Provinciali e gli Stati Generali.

Ma, pochi giorni dopo la morte di Guglielmo, la sua vedova Maria, figlia di Carlo I Re della Gran Brettagna, partorì un figlio destinato ad innalzare la gloria e l’autorità della Casa di Nassau al più alto grado, a salvare dalla schiavitù le Provincie Unite, a domare la potenza della Francia, e a stabilire la Costituzione inglese sopra fondamenti solidi e duraturi.

XXXII. Questo Principe, ch’ebbe nome Guglielmo Enrico, fin dal suo nascere fu cagione di gravi timori al partito che allora governava in Olanda, e di sincero affetto ai vecchi amici della sua famiglia. Era altamente riverito come possessore di uno splendido patrimonio, come capo di una delle più illustri Case d’Europa, come Principe Sovrano dello Impero Germanico, come Principe del sangue reale d’Inghilterra, e soprattutto come discendente de’ fondatori della batava libertà. Ma l’alto ufficio che già veniva considerato siccome ereditario nella sua famiglia, rimase sospeso; ed era intendimento della parte aristocratica, che non avesse ad esserci mai più un altro Statoldero. Al difetto del primo Magistrato supplì, in gran parte, il Gran Pensionario della Provincia d’Olanda, Giovanni De Witt, che per ingegno, fermezza ed integrità, erasi innalzato ad autorità senza rivali ne’ Consigli della oligarchia municipale.

La invasione francese produsse un intero cangiamento. Il popolo, afflitto ed atterrito, arse di rabbia contro il Governo. Nella sua frenesia, aggredì i più valorosi Capitani e i più esperti uomini di Stato della travagliata Repubblica. De Ruyter venne insultato dalla marmaglia. De Witt fu fatto in pezzi innanzi la porta del palazzo degli Stati Generali nell’Aja. Il Principe d’Orange (che non aveva partecipato allo assassinio, ma che in questa, come in altra sciagurata occasione vent’anni dopo, largì ai delitti commessi a suo vantaggio tale indulgenza che ha lasciata una macchia sopra la sua gloria) diventò, senza competitori, capo del Governo. Comunque giovane, il suo ardente ed indomabile spirito, benchè mascherato di maniere fredde e severe, risuscitò subitamente il coraggio de’ suoi spaventati concittadini. Invano suo zio e il Re di Francia, provaronsi con isplendide offerte di sedurlo ad abbandonare la causa della Repubblica. Favellò agli Stati Generali con altieri ed animosi sensi. Rischiossi perfino a suggerire un provvedimento che ha sembianza d’antico eroismo; e che, ove lo avessero posto in effetto, sarebbe stato il subietto più nobile per l’epico canto, che si possa trovare nel vasto campo della storia moderna. Disse ai Deputati, che quand’anche il suolo natio, e le meraviglie di che la umana industria lo aveva coperto, fossero sepolti sotto l’Oceano, tutto non era perduto. Gli Olandesi avrebbero potuto sopravvivere all’Olanda. La libertà e la religione vera, da’ tiranni e dagli ipocriti cacciate dall’Europa, avrebbero trovato asilo nelle più remote isole dell’Asia. I legni esistenti nei porti della Repubblica, sarebbero bastati a trasportare duecentomila emigranti allo Arcipelago Indiano. Quivi la Repubblica Olandese avrebbe cominciata una nuova e più gloriosa vita, ed eretto sotto la costellazione meridionale della Croce, fra le canne di zucchero e i nocimoscadi, la Borsa d’un’altra più ricca Amsterdam, e le scuole d’un’altra Leida più dotta. Lo spirito nazionale svegliossi tutto e risorse. I patti offerti dagli Alleati vennero con fermezza respinti. Aprirono gli argini. Tutto il paese prese la sembianza di un vastissimo lago, di mezzo al quale le città, con le loro muraglie e i loro campanili, innalzavansi a guisa d’isole. Gl’invasori furono costretti a salvare la vita con una precipitosa ritirata. Luigi, il quale, benchè talvolta reputasse necessario mostrarsi a capo del suo esercito, grandemente preferiva al campo la reggia, era già ritornato a bearsi delle lusinghe de’ poeti e de’ sorrisi delle dame ne’ viali novellamente piantati di Versailles.

La fortuna affrettavasi a cangiare d’aspetto. L’esito della guerra marittima era stato dubbio: in terra, le Provincie Unite avevano ottenuto un indugio, il quale, benchè breve, era d’infinita importanza. Intimorite dai vasti disegni di Luigi, ambedue le famiglie della Casa d’Austria corsero alle armi. La Spagna e la Olanda, divise dalla rimembranza di antichi torti ed umiliazioni, riconciliaronsi allo avvicinarsi del comune pericolo. Da ogni contrada di Germania muovevano armati verso il Reno. Il Governo Inglese aveva già consunta tutta la pecunia che aveva raccolta saccheggiando i pubblici creditori. Non poteva sperarsi un imprestito dalla Città. Il tentare d’imporre tasse di sola autorità regia, avrebbe tosto prodotta una ribellione; e Luigi, che ormai doveva far fronte a mezza l’Europa, non era in condizione di apprestare i mezzi con che costringere il popolo dell’Inghilterra. Era forza convocare il Parlamento.

XXXIII. E però, nella primavera del 1673, la Camera de’ Comuni si radunò, dopo un riposo di circa due anni. Clifford, già diventato Pari e Lord Tesoriere, ed Ashley, diventato Conte di Shaftesbury e Lord Cancelliere, erano coloro sopra i quali il Re riposava per condurre destramente la bisogna in Parlamento. Il partito patriottico si scagliò tosto contro la politica della Cabala. L’aggressione fu fatta non a modo di tempesta, ma con colpi lenti e misurati. I Comuni, in sulle prime, dettero speranza di sostenere la politica straniera del Re; ma insistevano ch’egli pagasse quel sostegno coll’abbandono di tutto il suo sistema di politica interna.

XXXIV. Loro primo scopo era quello d’ottenere la revoca della Dichiarazione d’Indulgenza. Di tutte le misure impopolari adottate dal Governo, la più impopolare fu la promulgazione di quell’atto. Un atto così liberale, compito in modo così dispotico, aveva urtati i sentimenti più opposti. Tutti gl’inimici della libertà religiosa, e gli amici tutti della libertà civile, si trovarono nelle medesime file; e gli uni e gli altri sommavano a diciannove ventesimi della nazione. Lo zelante ecclesiastico schiamazzava contro il favore mostrato al papisti e al puritano. Il puritano, quantunque potesse allegrarsi vedendo sospese le persecuzioni onde era stato oppresso, sentiva poca gratitudine per una tolleranza ch’egli doveva dividere con l’anticristo. E tutti gl’Inglesi che pregiavano la libertà e la legge, vedevano con inquietudine la enorme usurpazione che la regia prerogativa aveva commessa nel campo del potere legislativo.

Bisogna sinceramente ammettere, che la questione costituzionale non fosse allora affatto scevra d’oscurità. I nostri antichi Re avevano, senza verun dubbio, preteso ed esercitato il diritto di sospendere l’azione delle leggi penali. I tribunali avevano riconosciuto cotesto diritto. I Parlamenti lo avevano tollerato senza avversarlo. Che un certo simile diritto fosse inerente alla Corona, pochi anche del partito patriottico osavano negare al cospetto dell’autorità e de’ fatti precedenti. Nondimeno, era chiaro che se questa prerogativa fosse stata illimitata, il Governo Inglese male si sarebbe potuto distinguere da un pretto dispotismo. Che ci fosse un limite, lo ammettevano pienamente il Re e i suoi Ministri. La questione era di sapere se la Dichiarazione d’Indulgenza stesse o no dentro siffatto limite; e a nessuna delle parti riuscì di descrivere una linea incontestabile. Alcuni oppositori del Governo dolevansi che la Dichiarazione sospendeva non meno di quaranta Statuti. Ma perchè non quaranta, nel modo medesimo che uno? Vi fu un oratore che manifestò come propria opinione, che il Re poteva costituzionalmente dispensare dalle leggi cattive, non mai dalle buone. Non è mestieri dimostrare l’assurdità di tale distinzione. La dottrina che sembra essere stata generalmente accettata nella Camera de’ Comuni, consisteva in ciò, che il potere di dispensare limitavasi alle sole faccende secolari, e non si estendeva alle leggi fatte per la sicurtà della religione dello Stato. Nondimeno, poichè il Re era capo supremo della Chiesa, e’ pareva che avendo egli il potere di dispensare, siffatto potere potesse anche applicarsi a cose concernenti la Chiesa. Allorchè, dall’altra parte, i cortigiani studiaronsi d’indicare i confini di tale prerogativa, non ci riuscirono meglio de’ loro oppositori.[19]

Vero è che la facoltà di dispensare era una grande anomalia nella politica. In teoria, era estremamente incompatibile co’ principii del Governo misto; ma era cresciuta in tempi ne’ quali i popoli si dànno poco pensiero delle teorie. In pratica, non se n’era molto abusato: era stata quindi tollerata, ed aveva a poco per volta acquistata una specie di prescrizione. Finalmente, ne fu fatto uso, dopo lo spazio di molti anni, in una età colta, ed in una solenne occasione, con eccesso fin allora inusitato, e per uno scopo avuto in universale abborrimento. Venne subito sottoposta a severo scrutinio. Nessuno, a dir vero, ardì in sulle prime chiamarla onninamente incostituzionale: ma tutti cominciarono ad accorgersi che divergeva manifestamente dallo spirito della Costituzione, e che ove si fosse lasciata priva di freno, avrebbe tramutato il Governo Inglese, di monarchia limitata qual’era, in monarchia assoluta.

XXXV. Sotto lo eccitamento di cotali sospetti, la Camera de’ Comuni negò al Re il diritto di dispensare, non già rispetto a tutti gli Statuti penali, ma agli Statuti penali nelle cose ecclesiastiche; e gli fece chiaramente intendere, che qualora ei non avesse rinunziato a quel diritto, ella non avrebbe concesso danari per la guerra con l’Olanda. Per un momento egli mostrossi inchinevole ad affidare ogni cosa alla sorte: ma Luigi lo consigliò fortemente a piegare il capo alla necessità, ed aspettare tempi migliori, in cui le armi francesi, allora occupate in arduo conflitto sul continente, potessero essere giovevoli a reprimere il malcontento in Inghilterra. Dentro la stessa Cabala cominciarono ad apparire segni di discordia e di tradimento. Shaftesbury, con la sua sagacia proverbiale, conobbe che avvicinavasi una violenta reazione, e che ogni cosa tendeva verso una crisi simigliante a quella del 1640. Pose ogni studio perchè cotesta crisi non lo trovasse nelle condizioni di Strafford. Adunque, con un improvviso voltafaccia, mostrossi nella Camera de’ Lordi, e riconobbe che la Dichiarazione era illegale. Il Re, così abbandonato dal suo alleato e dal suo Cancelliere, cedè, cassò la Dichiarazione, e promise solennemente che non se ne sarebbe per lo avvenire fatto nessun caso.

Nè anche questa concessione bastò. I Comuni, non satisfatti di avere astretto il loro Sovrano ad annullare la Indulgenza, estorsero a lui ripugnante l’approvazione d’una celebre legge, che continuò ad esser valida fino al regno di Giorgio IV. Questa legge, chiamata Atto di Prova (_Test Act_), ordinava che chiunque occupava un ufficio civile o militare, fosse tenuto a prestare il giuramento di supremazia, firmare una dichiarazione contro la transustanziazione, e ricevere pubblicamente la comunione secondo i riti della Chiesa d’Inghilterra. Nel preambolo v’erano parole ostili soltanto ai papisti; ma le clausule erano quasi sfavorevoli alla classe più rigida de’ Puritani, quanto ai papisti. I Puritani, nondimeno, atterriti, vedendo la Corte pendere verso il papismo, ed incoraggiati da taluni ecclesiastici a sperare che, appena disarmati i cattolici romani, la tolleranza verrebbe estesa anche ai non–conformisti, fecero poca opposizione; nè il Re, che aveva bisogno estremo di pecunia, rischiossi a ricusare il suo assenso. La legge passò; e il Duca di York, per conseguenza, fu costretto a deporre l’eminente ufficio di Lord Grande Ammiraglio.

XXXVI. Fin qui i Comuni non s’erano dichiarati avversi alla guerra cogli Olandesi. Ma, poscia che il Re, in compenso della pecunia cautamente concessa, abbandonò intieramente il suo sistema di politica interna, coloro scagliaronsi impetuosamente contro la sua politica estera. Chiesero che allontanasse dal suo Consiglio Buckingham e Lauderdale, ed elessero una Commissione per considerare se fosse giusto porre Arlington in istato di accusa. Poco tempo dopo, la Cabala non era più. Clifford, che solo de’ cinque era meritevole del nome di uomo onesto, ricusò di riconoscere la nuova legge, depose il suo bastone bianco, e ritirossi in villa. Arlington lasciò l’ufficio di Segretario di Stato, per passare ad un impiego tranquillo e dignitoso nella Casa reale. Shaftesbury e Buckingham sì rappaciarono con la opposizione, e mostraronsi a capo della procellosa democrazia della città. Lauderdale, tuttavia, seguitò ad essere Ministro per gli affari della Scozia, ne’ quali il Parlamento Inglese non poteva immischiarsi.

Dopo ciò, i Comuni incalzarono il Re a far pace con la Olanda; ed espressamente dichiararono, che più non avrebbero conceduto danaro per la guerra, se non se nel caso che il nemico ostinatamente ricusasse di accettare patti ragionevoli. Carlo stimò necessario differire a stagione più convenevole il pensiero di eseguire il trattato di Dover, e blandire la nazione, facendo mostra di ritornare alla politica della Triplice Alleanza. Temple, il quale, finchè predominò la Cabala, visse ritirato fra mezzo ai suoi libri ed ai suoi fiori, venne chiamato dal suo eremo. Per mezzo di lui si concluse una pace separata con le Provincie Unite; ed egli divenne nuovamente ambasciatore all’Aja, dove la sua presenza veniva considerata quale pegno della sincerità della Corte britannica.

XXXVII. La precipua direzione degli affari venne allora affidata a Sir Tommaso Osborn, baronetto della Contea di York, il quale nella Camera de’ Comuni aveva dato prova d’ingegno adatto alle faccende e alla discussione. Osborn fu fatto Lord Tesoriere, e poco dopo creato Conte di Danby. Non era uomo il cui carattere, esaminato giusta gli alti principii della morale, potesse sembrare degno di approvazione. Era cupido di ricchezze e d’onori, corrotto e corruttore. La Cabala gli aveva trasmessa l’arte di comprare i rappresentanti; arte tuttavia rozza, che accennava poco a quella singolare perfezione cui fu condotta nel secolo appresso. Ei perfezionò grandemente l’opera de’ primi inventori. Costoro avevano solamente comprati gli oratori; ma ciascun uomo che avesse un voto poteva vendersi a Danby. Nonostante ciò, il nuovo Ministro non è da confondersi coi negoziatori di Dover. Egli non era privo del sentimento d’ inglese e di protestante, e nel promuovere i proprii interessi, non dimenticava affatto quelli della propria patria e religione. Era, a dir vero, desideroso di esaltare la prerogativa; ma i mezzi di che a ciò fare voleva giovarsi, erano assai diversi da quelli adoperati da Arlington e da Clifford. Il pensiero di stabilire il potere arbitrario col soccorso delle armi forestiere, e riducendo il Regno alla condizione di principato dipendente, non entrò mai nel suo cervello. Era suo intendimento affezionare alla Monarchia quelle classi di uomini le quali le erano state ferme alleate mentre ardevano le lotte della precedente generazione, e che se n’erano disgustate a cagione de’ recenti delitti ed errori della Corte. Con lo aiuto dei vecchi interessi de’ Cavalieri, cioè con lo aiuto de’ Nobili, dei gentiluomini delle campagne, del Clero, delle Università, pensava egli che Carlo avrebbe potuto essere sovrano, se non assoluto, almeno potente al pari di Elisabetta.

Mosso da cotali pensieri, Danby intese ad assicurare al partito de’ Cavalieri lo esclusivo possesso di tutto il potere politico, tanto esecutivo quanto legislativo. Nell’anno 1675, adunque, fu proposta ai Lordi una legge, nella quale veniva ordinato che niuno potesse occupare un ufficio qualunque, o aver seggio nelle due Camere del Parlamento, senza aver prima dichiarato con giuramento di considerare come criminosa la resistenza fatta in qualunque caso al potere regio, e di non contribuire giammai ad alterare il Governo della Chiesa o dello Stato. Per parecchie settimane, le discussioni, le scissure, le proteste, cui fu cagione la predetta proposta, tennero in grande commovimento il paese. La opposizione nella Camera de’ Comuni, capitanata da due membri della Cabala che volevano far pace con la nazione, cioè da Buckingham e Shaftesbury, fu oltremodo veemente e pertinace, ed infine riusci vittoriosa. La proposta non fu respinta, ma ritardata, mutilata, e finalmente messa da parte.